Chi appartiene alla mia generazione ha incontrato Umberto Eco all’Università, o nel corso degli studi oppure (e credo che siano i più) nel prepararsi alla tesi di laurea. Chi non ricorda il suo libro “Come si fa una tesi di Laurea”? Era un tipico prodotto di Eco: in modo chiaro, semplice, efficacissimo, spiegava tutti i tecnicismi legati al pubblicare un lavoro: la tesi, in questo caso. Spiegava come andassero riportati i titoli in bibliografia, come si dovessere fare le note e cosi via. Tutto. Per noi studenti italiani, abituati a confrontarci con baroni che si ritenevano al disopra del (fondamentale) compito di spiegare le cose agli studenti, sembrava il libro di un marziano: era fatto per aiutarci. Che fortuna i suoi studenti, pensavamo.
Io avevo letto il suo primo romanzo e – studente di lettere e storia dell’arte – ero rimasta stupita dalla sua erudizione: vi era cosi’ tanto in quel romanzo, da stupire. Poi mi capitò di conoscerlo di persona: venne da noi assieme a Luciano Berio per una giornata tra amici (c’era anche Edoardo Sanguineti). Il mio babbo che aveva organizzato la rappresentazione di un’opera di Luciano Berio, per pochi intimi. Mangiammo alla tavola dei miei (sempre affollata di artisti) e io ricordo che tra tutti scorreva una grande allegria: si parlava di cultura, mentre si apprezzava il cibo e si scherzava sulle cose più disparate. Fu lì che lui e Luciano Berio ci raccontarono di quando invitarono John Cage in Italia per partecipare a Lascia o Raddoppia.
Cage, il grande sperimentatore della musica d’avanguardia, se la passava male economicamente, come purtroppo spesso accadeva ai grandi artisti. I due amici italiani lo sapevano, e sapevano anche che per mangiare, Cage, aveva sviluppato una conoscenza enciclopedica dei funghi (unico alimento che trovava gratuitamente nei boschi). Cosi lo invitarono da Mike Bongiorno e lui vinse, rispondendo a tante domande sui funghi. Ma ve la immaginate la RAI di oggi con uno dei più’ grandi musicisti viventi che si presenta a un quiz, come specialista di funghi?

Oggi, Luciano Berio e Edoardo Sanguineti non ci sono più’ e Umberto Eco li ha appena raggiunti. Io credo che si facciano delle grandi risate, guardando a questa umanità stramba che è rimasta sulla terra.







Per quanto riguarda il primo, non so se è stata una mia impressione – perché ero ben disposta verso la kermesse canora nostrana – ma mi è sembrato un po’ meno noioso del solito. Merito del conduttore Carlo Conti (definito “rassicurante e confidenziale” come lo sono stati Pippo Baudo e Mike Bongiorno)? Merito delle gag della bravissima Raffaele? Non certo merito dei “valletti”, Barbie e Ken, entrambi di plastica, tirati fuori dal cellophan senza altro merito che essere bellocci. Ed eccoci qua, come ogni anno, a fare del gossip su tutto ciò che ruota attorno al festival della canzone italiana, in cui tutto è protagonista tranne, appunto, la canzone. Sul Fatto quotidiano Domenico Naso, non va molto distante da come la penso affermando che Sanremo è “la solita festa nazional popolare, il carrozzone così brutto da fare il giro completo e diventare sublime”. Il festival siamo noi italiani, “la rappresentazione plastica di una parte di Paese che troppo spesso pretendiamo di ignorare… È un’Italia semplice e a sprazzi sempliciotta, ma che forse dovremmo cominciare a rispettare un po’ di più”… almeno se è vero che pur avendo a cena degli amici stranieri sabato sera non ho rinunciato alla visione streaming del festival in sottofondo!
So già che riderete e non mi crederete, ma ve lo racconto egualmente. Qualche giorno fa parlavo con una signora di mezza età, ben vestita e curata, con i capelli biondi patinati tenuti da una coda di cavallo . La signora, dopo un po’ che conversava con me di parrucchieri, tariffe e simpatie, mi ha confessato che ormai lei i parrucchieri li frequenta pochissimo, perché i capelli se li lava solo una volta ogni tre settimane. Sono rimasta di stucco. “Tre settimane”. Ripeto come a chiedere conferma. “Sì- mi risponde- se vuoi che rimangano belli devi fare proprio cosi”. Si scioglie la coda e mi fa vedere la sua bella chioma fluente. Non giudico, resto confusa. Oggi per l’appunto, leggendo il giornale As You like, dedicato al mondo dei blog, trovo questo articolo dal titolo “Generation no poo”. Vi scopro che oggi va di moda non lavarsi più i capelli: credetemi, è l’ultima tendenza in materia bellezza. E così scopro che no poo sta per no shampoo. Alcune persone continuano a bagnarsi i capelli ma usano delle preparazioni di bicarbonato di sodio o argilla minerale naturale che proviene dal Marocco. L’articolo continua spiegandomi che molti scelgono cure estreme e, per la cura del capello, non si lavano più la testa per almeno tre settimane. Unica precauzione, se li pettinano spesso per distribuire, dicono, il sebo del capello in modo omogeneo.

Se veniva chiamato “Campionato dei lettori indipendenti” probabilmente avrebbe avuto meno successo, fatto sta che la gara per promuovere la lettura è stata lanciata e la sfida prenderà inizio venerdì 12 febbraio. 35 librerie indipendenti in tutta Italia si sono unite per dar vita ad una gara di lettura che vedrà protagonisti i lettori: l’Italian Book Challenge
Il funzionamento della sfida è abbastanza semplice. Il libraio consegna al lettore una cartolina in cui sono proposte 50 categorie di scritti e le librerie indipendenti che partecipano al gioco. Per ogni acquisto inerente alla categoria il libraio aderente apporrà un timbro. Entro il 17 giugno i partecipanti dovranno consegnare la scheda al libraio di fiducia, il quale computerà i timbri e decreterà entro il 18 di giugno, durante la manifestazione Letti di Notte, il Vincitore locale che sarà premiato, neanche a dirlo, con libri. Ma non è finita qui perché la sfida continua, dopo aver riconsegnato al lettore la scheda, fino al 3 dicembre 2016, quando verrà decretato il Vincitore nazionale alla fine del conteggio dei timbri sulle schede che saranno pervenute alle varie librerie. Il vincitore riceverà 35 libri a sua scelta. Le librerie aderenti alla sfida sono