Cartolina

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00009263-00000002Caro Burlamacco,

questo è il mese dedicato al carnevale e tu che sei nato nel 1930 e hai la stessa età di mio padre sei ormai un’istituzione per Viareggio e per i suoi carri. Sei il simbolo del Carnevale; inventato dalla matita del pittore Umberto Bonetti e a vederti bene sei un misto di tante maschere tradizionali italiane.

Guardando l’opera che fece Umberto Bonetti nel 1930 mi vengono in mente le opere pubblicitarie di Fortunato Depero. Ti è stato dato questo nome forse perchè ricordavi un po’ il personaggio di Buffalmacco nel Decamerone o forse semplicemente perchè in origine il canale del porto di Viareggio si chiamava Burlamacca.

Hai accompagnato un sacco di carri di carnevale e i primi tempi sei apparso anche vicino ad una bella ragazza di nome Ondina, che al tuo fianco ti sorrideva in costume da bagno per ricordarci quanto divertimento e svago ci fossero a Viareggio.

Condottiero di carri che ci hanno fatto ridere su tanti misfatti della nostra storia, hai raccontato la vita con ironia, come una maschera di canevale dovrebbe fare. I carri poi sono state vere opere d’arte effimera, fatte di carta pesta sempre più alti e colorati, opera di veri maestri artigiani.

Oggi, in questi strani anni in cui c’è di nuovo chi vuole censurare la satira per limitare la nostra libertà, io spero tu possa ncora portare uno sguardo satirico sulle cose del mondo, un po’ cattivello e un po’ furbetto come hai sempre fatto, facendo divertire adulti e bambini in questa festa cosi ben radicata nella nostra cultura.

La sala di lettura

Roberto Barni
Roberto Barni

Chi non ha amato Il buio oltre la siepe, che se non è stato letto è stato almeno goduto come adattamento cinematografico che valse al protagonista Gregory Peck l’oscar come miglior attore nel 1962?

L’autrice di To kill a Mokingbird, titolo originale del romanzo, Harper Lee vinse nel 1961, proprio per questa sua fatica, l’ambito Premio Pulitzer.

Il buio oltre la siepe è stato fin dalla sua prima uscita un best seller internazionale con oltre 30 milioni di copie vendute e, addirittura, nel 1999 fu eletto miglior romanzo del secolo.

Vuoi perché la voce narrante e la prospettiva dell’intero romanzo sono quelli di una bambina, vuoi perché attraverso i suoi occhi vengono toccati dall’autrice i temi “caldi” dell’America degli anni 30 con le sue lotte sociali e razziali, il libro ha un respiro che solo le grandi opere hanno.

A luglio, a cinquant’anni dalla pubblicazione del primo romanzo, per il piacere di tutti coloro che lo hanno amato, uscirà l’atteso seguito delle avventure di Atticus e Scout: Go Set a Watchman. La particolarità di questo inedito lavoro di Harper Lee è che in realtà non si tratta di un “nuovo” romanzo scritto dall’ormai ottantottenne autrice. Infatti questo era il romanzo che originariamente era stato presentato alla casa editrice per la pubblicazione. Ma l’editor convinse la Harper a rielaborare alcuni flashback contenuti nella storia e così nacque Il buio oltre la siepe. Il manoscritto è stato riscoperto nell’autunno del 2014, attaccato al dattiloscritto originale di To kill a Mokingbird. Neppure l’autrice sapeva che lo scritto originale non era andato distrutto e dopo qualche tentennamento, su consiglio di amici fidati, ha acconsentito alla sua pubblicazione. Pochissime sono le indiscrezioni sul questo nuovo romanzo. Da lettori non ci rimane che sperare che possa ricreare la magia già vissuta con Il buio oltre la siepe.

È tempo di maschere

Marie-Rose Lortet
Marie-Rose Lortet

Due cose mi hanno fatto scegliere di parlare oggi dell’artista Marie-Rose Lortet: la sua passione per le maschere e la sua appartenenza all’Art brut, un linguaggio che mai come in questo momento è all’attenzione del pubblico e della critica.

L’art brut non è un movimento artistico, ma un modo di approcciarsi all’arte. Gli artisti da essa ispirati, infatti, non sono artisti nel senso tradizionale del termine. La definizione di Art brut, la sua scoperta e la sua messa in evidenza, si deve ad all’artista francese Jean Dubuffet che, dal dopoguerra, cominciò a nutrire un malessere per tutto ciò che si doveva considerare arte. Dubuffet, allora, per ritrovare energia e passione, si avvicinò alle opere dei bambini, dei dilettanti, o delle tante persone emarginate, spesso con problemi mentali, che nonostante la fatica delle loro vite avevano trovato rifugio nell’arte. Per essi l’arte era come una via di salvezza, assieme a un modo autentico di esprimersi. Art brut venne dunque a significare arte grezza, non trattata. Lui stesso vi si avvicinò col proprio lavoro e operò con diversi materiali; ma soprattutto collezionò molti lavori di altri artisti legati all’Art brut.

Marie-Rose
Marie-Rose Lortet

L‘art brut è un mondo particolare e faticherete persino a trovarla nei principali libri di testo dedicati all’arte contemporanea, anche se ormai è una forma di espressione autonoma che ha un suo pubblico, musei e gallerie a lei dedicate.

Marie-Rose Lortet, con le sue maschere, con la sua determinazione a fare la maglia partendo da qualsiasi materiale a sua disposizione, è senz’altro legata alla poetica dell’Art brut.

Marie-Rose Lortet nasce nel 1945 a Strasburgo, vive e lavora a Vernon in Normandia dal 1967. Fin da giovanissima ama recuperare tutto il materiale che viene scartato per cercare di intrecciarlo a maglia o di tesserlo. Il suo interesse ruota attorno al tema dei volti. Ogni maschera è un volto, che si presenta ogni giorno diverso come nel caso delle 365 maschere installate a Elbeuf, vicino a Rouen, presso la Fabrique de Savoirs. In quell’occasione ha allineato una maschera per ogni giorno dell’anno, facendole tutte con un filo bianco e della stessa misura, ma anche diverse nell’espressione.

Marie-Rose
Marie-Rose Lortet

Oltre alle maschere, Marie-Rose Lortet ha lavorato anche sul tema della finestra, che poi si è evoluto in strutture tridimensionali simili a case. Tutti questi lavori hanno in comune la leggerezza e ricordano il gesto di una mano che traccia un filo. Tutto il suo lavoro è poetico e di grande fascino. Niente la può fermare e tutto riesce a tessere e a intrecciare, anche i materiali più duri e difficili.

Italians do it better

Papa-don-t-preach-Madonna-sur-le-tournage-58-photos_3028775-XLITALIANS DO IT BETTER si leggeva sulla maglietta indossata da una giovanissima Madonna nel video di Papa don’t preach nel 1986. Beh, lei la portava perché da sempre è provocatrice, inoltre ci stava con il testo della canzone. Sono passati 30 anni ma il mito americano degli italiani che “lo fanno meglio” non accenna a tramontare, anzi. Oltre ad essere divenuto dal 2006 il label di una casa discografica indipendente di Portland, lo stereotipo viene con successo utilizzato per ogni sorta di prodotto.

È il caso di uno spot pubblicitario mandato in onda a più riprese durante il Super Bowl (un po’ una nostra finale di Coppa ma con una risonanza mediatica mondiale…) di domenica sera che ha visto i New England Patriots vincere sui Seahawks di Seattle in una partita mozzafiato giocata intensamente fino alla fine. Confezionato negli Stati Uniti, diretto da un regista americano – Antony Hoffman – pensato e creato per il mercato di oltreoceano lo spot è stato voluto dalla FIAT per pubblicizzare la nuova 500X (Bigger, more powerful and ready for action).

È la storia di un nostrano “anzianotto” che, sperando di avere un’avventura galante, si appresta ad assumere la magica “pillola blu”, che gli darà senz’altro un aiutino. La sfortuna vuole che la pilloletta dispettosa scivoli via e in modo rocambolesco finisca nel serbatoio di una 500 ferma a fare benzina. L’effetto è portentoso, e in men che non si si dica l’automobile si trasforma nel formato extra large della versione italiana: più grande, più potente e pronta all’azione… Lo spot girato con grazia è davvero divertente, per la cronaca è stato girato nel borgo di Pitigliano in Toscana, ed è naturalmente la “fiera” dei doppi sensi

Per un minuto di break!

 

 

Chiacchiere del lunedì

Delphine Boël, The Golden Rule blabla
Delphine Boël, The Golden Rule blabla

Quest’anno, e un po’ in generale da qualche tempo, si sente il bisogno di abbassare i toni e di maggiore sobrietà. A questo pensavo mente mi sono imbattuta in un’ opera dello scultore Hans-PeterFeldmann, che riproduceva in modo sfacciato una copia del Davide di Michelangelo in una tonalità rosa accesa. Conosco la sua ironia e il suo lavoro ma per un attimo mi è sembrato di vedere un’opera lontana dallo stato d’animo del nostro tempo e per la prima volta facevo fatica a coglierne la validità.

Frutto di questa lunga crisi? Non saprei; certo qualcosa sta cambiando, il senso della misura è un miraggio e cerchiamo tutti un po’ più di sostanza e meno apparenza.  Come migliore esempio mai come in questo momento si apprezza chi non vuole per forza apparire e non urla per farsi ascoltare.

E’ forse anche per questo che si comincia la settimana un po’ piu sollevati: alla fine abbiamo nominato un nuovo Presidente della Repubblica che si fa rintracciare a fatica in televisione; il suo volto e le sue parole non hanno mai debordato i limiti. Che sia un buon inizio?

Cartolina

retro-della-cartolina1demis_roussos-let_it_happenOggi la cartolina la dedichiamo a Demis Roussos, da pochi giorni scomparso.

Ma ve lo ricordate quando, imponente nella figura, dal petto scoperto e villoso e col capello lungo, cantava Profeta non sarò? Io me lo ricordo eccome: in una trasmissione di musica condotta da Gianni Boncompagni in cui lui, il nostro Demis, abbigliato in un enorme camicione e con gli stivali dorati o argentati cantava a piena voce. E quell’omone, come si dice in Toscana, sfoderava pure una voce dolce, cantando un pop meolodico.
Ricordo anche Beppe Grillo: “Ma pensate, diceva il comico, una sera vi trovate davanti a un omaccione grosso e peloso e credete di essere finiti; poi quello apre bocca e canta Profeta non sarooooo (e qui Grillo imitava la voce gentile del cantante).

Che tipo, Demis, ne avava fatte di cose.

Era nato a Alessandria ed era di origini greche. Ma pensa: greco a Alessandria, è come se uno dicesse cittadino romano a Leptis Magna, in Libia. Alessandria, fondata dai greci, capitale culturale del mondo ellenistico, quando l’ecumene del mediterraneo parlava, appunto, greco e vi si ammassavano i libri per conservarli nella biblioteca più importante dell’antichità (con Pergamo), si navigava sotto al faro e ci si inchinava passando davanti alla tomba di Alessandro Magno. La comunitò greca si trovava lì da sempre. E il Nostro, in quella comunità, imparò a cantare, nel coro della chiesa greca. Ce lo vedo, immerso in quelle atmosfere ieratiche, con le musiche che accarezzano corde lontanissime. Poi si era buttato nel rock. Ma il rock melodico fine sessanta: gli Aphrodite’s child. Roba che se la senti oggi, sobbalzi sulla sedia. Eppure allora piaceva. Da lì prese il volo col suo pop melodico mediterraneo e con propaggini italiane e francesi. Era una star internazionale e ricordo anche che colpì molto il suo coinvolgimento nella tragica vicenda legata all’aereo della TWA, dirottato da terroristi libanesi, in cui lui si ritrovò, suo malgrado, ad essere fra gli ostaggi.

Beh, diciamocelo, ci fa tanta nostalgia ricordarlo. Come tutto ciò che ricorda quegli anni.

La sala di lettura

Roberto Barni
Roberto Barni

Oggi, se lo avete letto, diteci la vostra sul libro che vi abbiamo proposto:

Verso Nord di Willy Vlautin edizioni Quarup.
Willy+Vlautin
Devo al mio libraio di fiducia la conoscenza di questo scrittore, è stato lui infatti la prima volta a propormelo con un altro libro dal titolo Motel Life. Mi è piaciuto e ho continuato a seguirlo.

La prima volta che leggo un nuovo autore non voglio essere influenzata dalle sue note biografiche né da nessuna prefazione. Cosi è stato solo in un secondo momento che ho scoperto chi è Willy Valutin. Scrittore americano nato a Reno nello Stato del Nevada. Valutin è anche un cantante di successo e autore delle sue canzoni, fa parte di una delle più importanti country band alternative americane: I Richmond Fontaine, di Portland.

E Verso Nord parla proprio di quella parte di America. Il romanzo infatti è ambientato a Las Vegas e a Reno. L’atmosfera e le descrizioni non sono quelle viste dalla parte dei ricchi turisti dediti alla vita notturna e ai piaceri; tutt’altro: sono la faccia povera e desolata di chi in quei luoghi ci vive e ci lavora. La protagonista, Allison Johnson, infatti, è una giovane cameriera e mette bene in evidenza la tristezza e la desolazione dei luoghi. La sua storia ti tiene con il fiato sospeso. Fin da subito vivi la tensione per il destino di questa giovane alle prese con un ambiente circostante infelice, in cui nessuno sembra poterla aiutare: né la madre alcolizzata, né la sorella né tanto meno il fidanzato cocainomane e violento.

L’unica ancora di salvezza vive nella sua testa e sono le bellissime apparizioni in sogno di Paul Newman, visto attraverso tutti i personaggi dei film. E’ come se lui fosse il suo angelo custode: appare ogni volta nei momenti più drammatici e trova le parole giuste per sostenerla .

Mentre leggi il libro ti trovi sempre a fare il tifo per lei. Allison è una delle tante persone che vivono in questo stato d’animo di afflizione, dentro un tessuto umano desolato. Las Vegas con i suoi casinò, pub, autogrill e centri commerciali presenta un’umanità sola come il deserto che la circonda.

Eppure Allison ha qualcosa dentro che la porta a lottare, ad accettare le sue debolezza e convivere con le paure del passato. Vuole tentare di ricostruirsi un presente e, con il Paul Newman immaginario, ma soprattuto con qualche nuovo amico fragile come lei, riuscirà a trovare un equilibrio in questo mondo malato e squilibrato.

Questo libro non parla solo di una parte di America, ma racconta storie di persone che vivono ai margini, nelle periferie, dimenticate, cresciute e già tradite fin da bambini; racconta storie di povertà culturale. Le uniche consolazioni sono l’alcol, la droga ma anche un baolordo razzismo. Sì, perché il razzismo è visto come l’unico veicolo per indirizzare la rabbia e il disagio verso qualcuno. E l’odio dello stolto fidanzato Jhonny per tutti i messicani immigrati ti porta a riflettere anche su eventi vicini a noi, perchè il suo sentimento inconsapevole e ignorante è cosi attuale da far paura.

A questo libro daremmo il voto: 9

E voi?

Fateci sapere, diteci la vostra e, se vi va, proponeteci il prossimo libro da leggere tutti assieme.

Memoria

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Ieri il il giorno della memoria. Memoria che si vorrebbe cancellare, che ancora brucia terribilmente, che alcuni, folli senza il senso della storia, addirittura negano.

Vogliamo affrontare questo argomento senza premere ancora una volta sul pulsante delle emozioni che a tutt’oggi sono suscitate dalle storie dei protagonisti sopravvissuti, certe che nessuna parola sarebbe abbastanza adeguata a descrivere la follia della shoa.

Gettiamo allora uno sguardo alla produzione “artistica” tedesca di quei terribili anni, per dimostrare come anche una parte dell’arte avesse subito il fascino perverso delle idee nazional socialiste del Terzo Reich. Vogliamo parlare di un film girato nel 1940, un film il cui regista all’epoca non solo vinse un premio dalla Universum Film Archiv, casa di produzione tedesca molto famosa nella prima parte del Ventesimo secolo, ma addirittura fu presentato alla ottava Mostra Internazionale del Cinema di Venezia: Suss l’ebreo di  Veit Harlan. Prodotto del più bieco e rozzo antisemitismo, in realtà il soggetto è tratto da una novella di Lion Feuchtwagner del 1926, che narra la storia di Josef Süss Oppenheimer, tesoriere del Ducato di Wurttemburg nel ‘700, giustiziato a Stoccarda per appropriazione di fondi dello stato. La storia non aveva nessun contenuto antisemita, a maggior ragione perché l’autore stesso era ebreo. Fu la propaganda del Terzo Reich, nella persona del  primo ministro Goebbels a suggerire l’adattamento antisemita del soggetto, dopo aver assistito alla proiezione della prima versione cinematografica della novella realizzata in Inghilterra negli anni ’30. Fu così che la pellicola si trasformò in una delle più incredibili armi di propaganda del regime nazista tanto che venne imposto da Himmler alle truppe della Wehrmacht come visione obbligatoria e edificante.

L’opera dunque occupa un posto d’onore in quella che fu la ben oliata macchina propagandistica nazista, tanto ben alimentata che indusse un intero popolo a condividere la follia omicida di alcuni.

Parola d’amico

Alberto Burri, Scanavino
Alberto Burri, Emilio Scanavino

Tutti abbiamo sentito parlare del critico d’arte, una figura più o meno simpatica che interpreta, spiega e – a volte – rende accessibili gli arcani dell’arte. Le sue parole, il suo gusto e le sue scelte dovrebbero orientare tutti coloro che girano attorno a questo ambiente e quindi, perché no, influenza anche il mercato.

Gli artisti però non sempre li amano, questi critici, e faticano ad aprirsi a loro, fino addirittura ad averne diffidenza.

I critici, del resto, sono un po’ come i politici coi cittadini: a volte si chiudono nel loro mondo e credono di essere in grado di capire l’opera, senza veramente interagire con l’artista. E cosî spesso i racconti più belli, gli aspetti piu illuminanti, per entrare nell’universo dell’artista non vengono da uno specialista, ma da chi era loro un amico.

Riflettevo su questo perchè alla radio in questi giorni mi è capitato di ascoltare due testimonianze sull’opera e sulla vita di Alberto Burri. Quest’anno infatti ricorre il centenario della sua nascita e in Italia e all’estero vengono lanciati studi, mostre, approfondimenti su questo grande artsta italiano del XX secolo (per vedere la varietà di eventi in programma consiglio consultare da subito il sito www.burricentenario.com) . La sua diffidenza per la critica era proverbiale. Ora, la trasmissione che ho ascoltato riportava appunto due interviste: quella a un critico d’arte e quella al fotografo, e amico di Burri, Aurelio Amendola.

Le due interviste suonavano molto diverse: colta e oscura quella del critico, vera e sincera quelle del fotografo e amico dell’artista. Quest’ultimo ne ha fatto un ritratto intressante ricordandoci l’incontro tra Burri e lo scultore Marino Marini, ma anche citando un episodio di vita e amicizia che dice molto sull’opera di questo grande artista. Una volta, infatti, Burri accettò di essere fotografato mentre realizzava le sue prime combustioni, lavorando con foga e intensità come era solito fare. Ma lanciò al fotografo un avvertimento preliminare, che in verità racchiudeva la chiave di interpretazione del suo operare. Gli disse: “guarda che quando comincio a bruciare le plastiche, io non mi posso fermare per farmi fotografare”. Questa semplice frase spiegava il processo di automatismo mentale che avrebbe guidato l’artista, deciso a operare senza alcuna riflessione progettuale. E questo è un punto essenziale per l’opera informale di Alberto Burri.

Alberto Burri,
Alberto Burri, Plastica, 1962

A volte la lettura di un opera da parte di un critico puo farci raggiungere il cuore dell’opera stessa, ma resto altresì convinta che esista un patrimonio di memorie, contatti, scambi e conoscenze dirette, capace di raccontare e illuminare la vita di grandi artsti: sono testimonianze importanti da salvare e fare conoscere.

Chiacchiere del lunedì

Delphine Boël, The Golden Rule blabla
Delphine Boël, The Golden Rule blabla

Siamo il Paese della polemica, a noi piace inciuciare, fa parte del nostro DNA, a ragione o a sproposito di volta in volta siamo tutti commissari tecnici della nazionale (di calcio, di pallavolo, di pallanuoto ecc ecc), primi ministri, spesso alti prelati, ma mai, o quasi, d’accordo gli uni con gli altri…

Parliamo e parliamo, ci indigniamo, scriviamo lettere, provochiamo dibattiti, quasi veniamo alle mani in televisione… siamo fatti così, il fuoco che ci arde dentro è una parte caratteristica della nostra bella Italia e devo riconoscere che siamo l’altra faccia della medaglia per tanti stranieri sbiaditi, che pubblicamente non ammetterebbero mai di apprezzarci, ma che in fondo sono attratti proprio dal nostro grande cuore!

Ma a volte il nostro italico ardore sa riconoscere e stigmatizzare a dovere le scelte che vengono fatte dai nostri governanti. È il caso questo del portale creato per pubblicizzare gli oltre 1300 eventi che accompagneranno da maggio a ottobre l’Expo Milano 2015.

Se l’idea è assolutamente positiva perché da’ una panoramica esaustiva degli eventi collegati all’Expo in tutta Italia, ci sono però alcune cose che proprio non vanno.

A iniziare dal nome “very bello” come migliaia di altri internauti ci chiediamo: ma che significa? Cosa vuole suscitare (oltre all’ilarità)? Chi deve colpire? Chi deve accalappiare? Alcuni utenti hanno suggerito come alternativa: Mille grazi, italiani brava people, biutiul cauntri, the big bellezza e addirittura nos only pizza…

Ma, molto più grave, se “very bello” è il portale di aggiornamento sugli eventi non si può pensare di fermarsi alla sola lingua italiana. All’Expo di Milano ci si aspettano almeno 20 milioni di turisti, ma che saranno tutti italiani? Almeno si sarebbe dovuto pensare alla possibilità di leggerlo in inglese (senza arrivare al russo, al giapponese o al cinese…).

Io mi ci sono fatta un giretto, non funziona proprio benissimo, forse è molto pesante ma gira a stento. La ricerca per luoghi non funziona e o sai cosa cercare oppure ti perdi in una mare di date e appuntamenti…

Se per il nome, ahimè, non si può più fare nulla, speriamo che una così buona idea non venga sprecata e che si corra quanto prima ai ripari per rimettere a posto le pecche e le falle, insomma che non rimanga una cosa all’italiana. E inoltre visto che pare che tale portale durerà ben oltre l’Expo 2015 speriamo che ci siano le forze e le risorse per continuare ad aggiornarlo, niente c’è di più triste che visitare un sito internet in cerca di notizie e scoprire che l’ultimo aggiornamento risale due anni prima!