Indovinello, soluzione!

Il brano di questa settimana era tratto da In Patagonia di Chatwin. Venerdì cadeva il quarantesimo anniversario dalla data della sua prima pubblicazione. Un libro, che sulla scia dei grandi romanzi di viaggio anglosassoni, propone l’idea del viaggiatore non del turista.

“Pubblicato nel 1977 come opera prima, questo libro appartiene alla specie, oggi rarissima, dei libri che provocano una sorta di innamoramento. La Patagonia di Chatwin diventa, per chiunque si appassioni a questo libro, un luogo che mancava alla propria geografia personale e di cui avvertiva segretamente il bisogno” (Dalla quarta di copertina).

Da leggere e rileggere. Complimenti ai pochi che l’hanno indovinato!

Indovinello

“Aveva viaggiato per sette anni sperando di poter viaggiare fino all’ultimo. I cespugli fioriti erano ora i suoi compagni. Sapeva dove e quando sarebbero fioriti. Non prendeva mai l’aereo e si pagava i viaggi dando lezioni di inglese o con lavori saltuari di giardinaggio.

Aveva visto i pascoli sudafricani avvampare di fior; e i gigli e i corbezzoli dell’Oregon; le pinete della Columbia Britannica; e la straordinaria flora selvatica dell’Australia Occidental, isolata dal deserto dal mare. Gli australiani avevano nomi così buffi per le loro piante: zampa di canguro, pianta del dinosauro, pianta di cera di Gerardtown, e Billy ragazzo negro.

Aveva visto i giardini di ciliegi e i giardini Zen di Kyoto e i colori autunnali di Hokkaido: Adorava il Giappone e i giapponesi. Aveva alloggiato in ostelli della gioventù, graziosi e puliti. In un ostello aveva avuto un amico tanto giovane da poter essere suo figlio. Gli dava gratis lezioni di inglese. Inoltre in Giappone ai giovani piacciono le persone anziane…”

Ecco dopo una faticosa settimana di viaggio… un brano tratto da u libro di un grande viaggiatore. Per chi ama ascoltare le routine degli altri!

Scatole d’artista

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Giacomo Rambaldi, senza titolo, 2017

Quando eravamo piccoli, le scatole nascondevano dei carillon. Ne ricordo una che, grazie a una manovella da girare lentamente, produceva una musichetta e lasciava fuoriuscire un clown: ogni volta che ciò accadeva sobbalzavo di gioia.

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Giacomo Rambaldi, senza titolo, 2017d

Crescendo, ho cominciato ad ammirare le scatole dell’artista americano Joseph Cornell (nel blog ne abbiamo già parlato l’8 gennaio del 2014 “Scatole magiche e i pezzi di memoria”) . Le scatole di Joseph Cornell sono fatte di tanti oggetti diversi collezionati nel corso della sua vita. Poi ho incontrato i contenuti poetici delle scatole- teatrino di Fausto Melotti.

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Giacomo Rambaldi, senza titolo, 2017

Ho acquistato la mia prima scatola dall’artista fiorentina Sandra Tomboloni: era completamente ricoperta di pongo con grandi margherite gialle incise sulla parte esteriore, mentre al suo interno appariva un paesaggio modellato in pongo blu.

La scatola è un luogo, uno spazio circoscritto, creato per immaginare e costruire visioni, da far vivere separatamente dal mondo circostante.

Cosi’ potete immaginare il mio entusiasmo quando ho ricevuto in regalo una scatola d’artista, realizzata dall’italo-parigino Giacomo Rambaldi. Una scatola di legno con dentro una forma animale, delineata da un semplice pezzo di corteccia e da un ramoscello. Fa parte di una serie di scatole ispirate a mondi fantastici. Sono tutte caratterizzate da forme delicate, create con semplici oggetti, per lo più presi dalla natura, come foglie, ramoscelli, insetti, conchiglie. Si presentano come scene di una narrazione; ognuna di esse potrebbe essere tratta da un racconto infinito; molto spesso sono un dialogo a due e tutte rimandano al gioco degli equilibri o dei pieni e dei vuoti.

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Giacomo Rambaldi, senza titolo, 2017

Chi ne volesse sapere di più  queste scatole delle meraviglie sono postate su instagram (giacomorambaldi).

Pensandoci bene, la scatola non è poi molto lontana dal concetto di valigia: chi meglio di italiantransito ne può  subire il fascino?

MOCAA, Cape Town

Dopo anni di incessanti lavori di ristrutturazione di una larga area posta direttamente di fronte al mare, sta per essere inaugurato a Cape Town, in Sudafrica, il Zeitz MOCAA, cioè lo Zeitz (dal nome dell’imprenditore e collezionista Joachim Zeitz che nel progetto ha investito 34 milioni di euro) Museum of Contemporary Art Africa.

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Il prossimo week end, infatti, si apriranno le porte del più vasto museo di arte contemporanea del continente africano che alcuni considerano la “Tate Modern dell’Africa” (mentre altri pensano che compararlo alla Tate di Londra sia una sottostima dell’importanza che avrà l’istituzione) il cui scopo dichiarato è quello di rendere Cape Town non solo il polo catalizzatore dell’arte del continente a partire dal XX secolo, ma anche l’unica possibilità di riunire in Africa la diaspora che vede sparsa in tutto il mondo l’opera dei suoi artisti.

9500 metri quadrati distribuiti in nove piani, 6000 metri quadri dedicati completamente all’esposizione, ricavati in un edificio storico di Cape Town, il Gran Silo per molto tempo considerato il più alto edificio del continente e inutilizzato a partire dagli anni novanta.

Il museo ha scatenato una ridda di commenti. Alcuni decisamente entusiastici, che vedono nella sua creazione un’opportunità per creare una storia dell’arte africana contemporanea, affinché molti artisti africani non vengano dimenticati come spesso è accaduto finora. Altri decisamente negativi, che vedono l’apertura del museo come un’operazione meramente turistica, fatta al posto di ciò che realmente serve al continente africano ovvero l’educazione di artisti, pubblico e critica.

Mark Coetzee, direttore del MOCAA, difende a spada tratta l’istituzione affermando ciò che conta veramente: “I  musei di arte contemporanea sono diventati luoghi pubblici di incontro in cui si può imparare dalla sfida che ti lanciano le nuove idee, dove si possono discutere i tabù e discutere su qualcosa che è diverso senza doversi uccidere”.

Con questa premessa ben venga allora il MOCAA! Da parte nostra un augurio a divenire un polo importante per l’arte africana che ha tanto da dire e sempre più sta imponendosi nel panorama artistico mondiale.

Misure snaturate

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Cales Oldenburg, Dropped Cone, Kölhn, Colonia

Se c’è una cosa che colpisce l’immaginario della gente e stuzzica la curiosità e lo stupore è il cambio di dimensione degli oggetti e delle persone rappresentate.

Chi ad esempio non è rimasto affascinato da bambino dalla storia di  Gulliver alle prese con il piccolo popolo dei lillipuziani?.  Gli artisti conoscono bene questo aspetto e  non di rado lo propongono nella loro arte, tra tutti gli artisti della della Pop art, gli oggetti monumento di  Claes Oldenburg  o più di recente i giganti  di Ron Muek o il colosso, finto ritrovamento di un relitto, di Damien Hirst collocato quest’anno dentro Palazzo Grassi.

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Ron Muek, In Bed,2005

Pensando al cinema e all’impressione che suscitano i cambi di dimensioni Bruno Munari nel suo libro “Fantasia” ci ricorda l’effetto scioccante che procurò nel 1933 il film King Kong” lo scimmione gigantesco, arrampicato al più alto grattacielo della città di New York , con in mano una giovane donna” .

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Damien Hirst, Demon with Bowl,2017

Ecco perché penso che valga la pena di farsi meravigliare dalla prossima festa che si terrà tra pochi giorni a Ginevra dal titolo La saga des Géants ( 29 settembre-1 ottobre).

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La Saga des Géants 2017

Un grande spettacolo di strada dove  delle marionette giganti si sveglieranno e si muoveranno tra i quartieri della città. Ci sarà un nonna gigante, una bambina e ispirati dalle storie di Gulliver ci saranno anche i piccoli Lillipuziani che in gran numero si prenderanno cura dei giganti. L’evento è a cura del Royal de Luxe una compagnia teatrale francese fondata a Nantes nel 1979 dal direttore Jean-Luc Courcoult. Lo spettacolo di strada con le grandi marionette ricorda l’esperienza del  Bread e Puppet Theatre fondato negli anni Sessanta a New York  con uno scopo  di natura politico e sociale e attualmente trasferito a Glover nel Vermont.

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Bread and Puppet Theatre, Museum

 

 

 

Buone abitudini

Secondo diversi studi di neuroscienza, condotti da università americane e del Regno Unito, con 10 piccole mosse si possono ottenere risultati sbalorditivi per “raddrizzare” giornate nate male. Si tratta in genere di consigli di buon senso che almeno una volta nella vita abbiamo sentiti pronunciare dalle mamme o dalle vecchie zie.

Facile per esempio è capire che camminare all’aria aperta di mattina presto aiuta il corpo a fare un reset naturale in vista degli impegni della giornata, ma non tutti sanno che rifare il letto prima di uscire per il lavoro può avere un impatto positivo sul resto della giornata, in quanto un primo compito è stato portato a termine ed eseguito senza problemi (un po’ come il detto “cosa fatta capo ha”). Bere un bel bicchiere di acqua la mattina presto, poi, da’ una “svegliata” all’organismo intero, mantenendo il livello dei liquidi allo stato ottimale, cosa che contribuisce a farci “carburare” molto più velocemente. Se poi appena svegli riuscite a leggere qualche riga di un buon libro (ma non aprite il giornale, potreste solo spaventarvi) il risultato sarà un miglioramento dell’empatia e una considerevole riduzione dello stress. Per abbattere il senso di depressione che spesso ci attanaglia può giovare scrivere le tre cose che sono andate davvero bene il giorno precedente in modo che la sensazione di “aver fatto bene” ci accompagni per l’intera giornata. Niente caffeina, mi raccomando, lo sapevate che per smaltirla il nostro fisico impiega dalle 5 alle 6 ore buone? Se proprio indispensabile basta una tazzina appena svegli (prima o dopo l’acqua? lo studio non specifica…). Un esercizio che mette subito di buon umore è rassettare la cucina e la propria stanza prima di partire per il lavoro, in effetti tornare in una cucina piena di piatti da lavare non ha nessuna attrattiva e non può che recare malumore, anche ai meno organizzati fra noi. Meditate, è importante farlo almeno per qualche minuto al giorno, vi ammalerete di meno e aumenterete le vostre capacità di concentrazione, abbassando la pressione sanguigna e l’ansia. Fate una lista di tutti i piccoli traguardi che volete tagliare durante la giornata, non cose impossibili, ma cose minime che vi daranno una sferzata di energia positiva. Infine prendetevi qualche minuto (o anche più) per le interazioni sociali. Parlate con il vostro partner, telefonate a una persona cara, gesti come questi non potranno che avere ottime ripercussioni sulla giornata che vi accingete a vivere.

Consigli fenomenali, ma il tempo per fare tutto questo, la mattina, chi lo trova, prima di correre in metropolitana o sul bus? Comunque, se funzionano, val la pena di provarci…

Buona settimana

Risposta all’indovinello

Manifestofuturismo

Bravo amico Viandante e bravi Gianluca e Pepperstein avete fatto centro, la frase che abbiamo estrapolato finiva:

“In verità io vi dichiaro che la frequentazione quotidiana dei musei , delle biblioteche e delle accademie (cimiteri di sforzi vani, calvari di sogni crocifissi registri di slanci troncati) è, per gli artisti, altrettanto dannosa che la tutela prolungata dei parenti per certi giovani ebbri del loro ingegno e della loro volontà ambiziosa. Per i moribondi, per gli infermi, pei prigionieri, sia pure: – l’ammirabile passato è forse un balsamo per i suoi mali; poichè per essi l’avvenire è sbarrato… Ma noi non vogliamo più saperne del passato; noi giovani e forti futuristi!.”.

ed è stata presa dal Fondazione e Manifesto del futurismo che uscì la prima volta in francese sul “Figaro” di Parigi il 20 febbraio 1909 firmato fa Filippo Tommaso Marinetti.

 

Indovinello

Oggi abbiamo scelto delle parole scritte da un poeta e scrittore a contatto con l’arte del suo tempo indovinate chi è:

“In verità io vi dichiaro che la frequentazione quotidiana dei musei , delle biblioteche e delle accademie (cimiteri di sforzi vani, calvari di sogni crocifissi registri di slanci troncati) è, per gli artisti, altrettanto dannosa che la tutela prolungata dei parenti per certi giovani ebbri del loro ingegno e della loro volontà ambiziosa. Per i moribondi, per gli infermi, pei prigionieri, sia pure: – l’ammirabile passato è forse un balsamo per i suoi mali; poichè per essi l’avvenire è sbarrato… Ma noi non vogliamo più saperne del passato.”.

Notte degli Archivi, Torino, 2017

Sarà perché la mia tesi di laurea (si parla veramente di tanti tanti anni fa) si basava su documenti dell’Archivio di Stato di Torino, sarà perché decifrare quelle pergamene ingiallite, in latino medievale e in scrittura carolina, piene di abbreviazioni e nomi impossibili mi faceva sentire bene, sarà perché ad una certa età, purgata la paura e l’insicurezza, la giovinezza si ricorda come uno stato di grazia, sarà per tutte queste ragioni che quando ho scoperto che a Torino il 15 settembre ci sarà la “Notte degli Archivi” mi sono commossa.

Non so se solo io o anche altri provano un fremito nell’effettuare il viaggio nella memoria storica che gli archivi rappresentano. Un cammino alla scoperta di un tesoro inestimabile che identifica il nostro passato, una finestra aperta sulla nostra storia recente o remota.

Gli archivi storici di istituzioni pubbliche e aziende private italiane il 15 settembre saranno raccontati da un gruppo di scrittori, ai quali è stato dato il compito di guidare lo spettatore attraverso i frammenti dei patrimoni archivistici custoditi nella città di Torino. Attraverso le raccolte di immagini, di filmati, di documenti e di stampe chi vorrà essere coinvolto potrà sperimentare una forma di narrazione avvincente.

Non c’è archivio che non sarà “raccontato”. Da quello del Conservatorio Giuseppe Verdi, all’Archivio di Stato (che conta un’estensione complessiva di scaffalatura di 83 km) affidato alle sapienti parole di Michela Murgia, che accompagnerà il pubblico in un racconto in cui la città di Torino farà da sfondo ad una storia di persone eccezionali. Dall’Archivio storico del Teatro Regio, raccontato da Marcello Fois, all’Archivio storico Italgas, rappresentato da Bruno Gambarotta.

Insomma si potrà trascorrere una notte in archivio tra memorie e storie passate che forse possono far meglio comprendere il presente. Potrei non essere l’unica a commuoversi!

Esiste la bellezza eterna?

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Gian Emilio Malerba, Le amiche, 1924

Umberto Eco lo spiega molto bene nell’introduzione al volume Storia della Bellezza “ la bellezza non è mai stata qualcosa di assoluto e immutabile ma ha assunto volti diversi a secondo del periodo storico e del paese”. Dunque come può essere eterna e immutabile? Eppure c’è, nella storia dell’arte, chi l’ha pensata in maniera diversa. Ce lo racconta la mostra in corso al Museo Mart di Rovereto, dal titolo l’Eterna bellezza: vi sono raccolte opere di un gruppo di artisti italiani che puntarono a  raggiungere questo obiettivo, facendosi produttori di bellezza, nel solco della tradizione passata.  Questi artisti operarono  a cavallo delle due guerre mondiali, si raccolsero sotto il nome di Novecento ed ebbero nella critica Margherita Sarfatti la loro maggiore sostenitrice e promotrice.

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Antonio MaDonghi, Il giocoliere, 1936

Artisti figurativi che in chiave classicista cercavano una bellezza da contemplare. Il Novecento non fu un movimento compatto, in verità: al suo interno vi furono diverse anime, dato che ogni artista intraprese – per toccare l’apice di questa eterna bellezza – una sua strada molto  personale e non di rado anche in contrasto o disaccordo con il gruppo.  Le uniche costanti furono le regole dell’equilibrio e della sobrietà, l’ordine degli elementi nella composizione, l’impianto geometrico e prospettico e, infine, un senso ripetuto di pace e lentezza delle scene dipinte. Dopo che le avanguardie avevano osato o tentato di spezzare le catene con il passato, ora una calma piatta e rigorosa sostituiva l’impeto della furia e della provocazione. Una produzione artistica che fin da subito fu ben accolta dal fascismo e da Mussolini: già durante la prima mostra (Novecento italiano, del 1926), al Palazzo della Permanente di Milano, il dittatore la sentì come un perfetto linguaggio per incarnare il nuovo spirito italiano.

La mostra, a cura di Daniela Ferrari e Beatrice Avanzi, è partita da Madrid, ed è realizzata in collaborazione con la Foundaciòn MAPFRE di Madrid. Raccoglie più di un centinaio di opere ( Carrà , Castrati, Cagnaccio di San Pietro…) e rimarrà visitabile fino al 5 novembre.

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Carlo Carrà, Estate,1930