Chi ha appeso questo bel vestitino a un osso?
Categoria: Agenda
Taccuino di eventi da non perdere
Siamo tutti Piscialetto

Almeno qui in Svizzera, siamo nel momento in cui camminando in campagna si vedono tanti denti di leone sui prati. Per chi come me non è un esperto, sono quei fiori gialli molto comuni e spontanei che in Toscana, nelle campagne, venivano chiamati piscialetto ( mi sono sempre domandava perché fino a quando ho scoperto che si possono mangiare e sono diuretici).
Quei fiori dicono anche qualcosa di noi.
Sono chiamati anche con il nome tarassaco e crescono al centro di foglie dentellate molto dure e resistenti; hanno radici profonde difficili da estirpare che sembrano delle fortificazioni piazzate a loro protezione.
Passata la fioritura, si richiudono in se stessi e i piccoli petali gialli cambiano di colore e divengono bianchi .
E’ il momento più bello: quei petali si riaprono per trasformarsi in bellissimi soffioni. I soffioni sono delle opere d’arte, sfere trasparenti e delicate: basta un semplice soffio per disperderne i piccoli peli nell’aria.

In fondo pensavo anche noi siamo come quei fiori gialli, cresciuti, i più fortunati dentro una famiglia che li ha protetti, luminosi e squillanti da giovani, bianchi e fragili da vecchi, pronti a morire e a lasciare piccole parti di noi nel mondo, chissà dove chissà quanto lontano.

Danzando al museo
La notizia è la seguente: da qualche tempo a New York al Metropolitan Museum of Art è possibile prendere lezioni di danza o di yoga all’interno delle sale dei musei, davanti ai più grandi capolavori d’arte che qui sono conservati.
Una nuova follia collettiva o un modo diverso di spendere tempo al museo?
L’ideatrice Monica Bill Barnes & Company ha reimmaginato un tour del Metropolitan Museum, creando un modo “fisico” per relazionare i visitatori alle opere d’arte. I partecipanti si aggiungono alla compagnia di danza la mattina presto, prima dell’apertura giornaliera, e tutti sono invitati a seguire i membri della compagnia nelle coreografie e negli esercizi di fronte alle opere d’arte…
In parte tour delle gallerie, in parte performance di danza, in parte vigorosa sessione di allenamento The Museum Workout è un tour che lascia i partecipanti/visitatori “accaldati e ispirati”, nella convinzione che con un po’ di buona musica e con un po’ di movimento le cellule grigie del cervello si attivino per meglio comprendere e gustare la bellezza delle opere d’arte….
Da provare!
Un ricordo di Magdalena Abakanowicz

Una donna forte con un portamento nobile e fiero, così ricordo l’artista Magdalena Abaknaowicz . L’ho conosciuta quando ero una ragazzina e ho scritto su di lei la tesi di laurea. L’ho scelta perché il suo lavoro non ammetteva fronzoli: era diretto, come un pugno nello stomaco.
Le sue folle di uomini senza testa, gusci di iuta e poi di bronzo, mi sembravano monumenti su guerre e sofferenze passate. Ricordo che per la ricerca stavo con lei, nel suo studio di Varsavia, scandagliando i suoi ricordi: il periodo della guerra, la madre ferita da un’arma da fuoco, l’arrivo del comunismo, la perdita di tutto, anche della grande casa in cui era nata. Si considerava fortunata di aver perso tutto perché riusciva ora a dare il giusto valore alle cose e non ne sentiva più l’attrazione. 
Ha cominciato tessendo grandi forme, che guardavano alla natura : erano gli Abakan, grandi strutture tessute, appese e quindi sospese in aria, dentro cui ci si poteva nascondere. Ricordavano grandi foglie, o forme primordiali. Il suo lavoro ha sempre girato attorno al tema natura-essere umano: cercava, ad esempio, i punti di contatto tra un arto ferito e un albero tagliato, tra un braccio e un albero, tra un fossile e la pelle umana.
Pochi giorni fa l’artista Magdalena Abakanowicz è morta e il suo paese d’origine, la Polonia, l’ha ricordata come una delle più importanti rappresentanti della propria cultura . Cara Magdalena ci mancherai tanto. Quell’ultima installazione che ho visto a Venezia, sull’ Isola di San Giorgio, due anni fa, di oltre cento figure di iuta senza testa, non mi ha fatto pensare a guerre passate: l’immagine di quelle figure umane, in gruppo, grandi e piccole, in atto di camminare o ferme, mi sembrava il nostro presente; mi richiamava alla mente i fantasmi di tutti coloro che in questi anni hanno cercato di scappare dalla guerra e dalle atrocità per arrivare da noi, ma non ce l’hanno fatta e sono annegati o morti nel deserto. 
La stazione dell’arte di Maria Lai
Un museo di arte contemporanea sui generis, in un luogo impervio ma ricco di magia, un’artista la cui creatività nasce dallo stupore, dal gioco, dalla fiaba e capace di trasmettere tutti i tratti della sua terra.
Stiamo parlando di un paese della Sardegna, Ulassai, con l’accento sulla prima a, e di Maria Lai che qui nacque nel 1919.
Molte le tecniche utilizzate dalla Lai, molti i materiali, spesso presi in prestito dai lavori quotidiani delle donne sarde: pane, telai, ricami, terracotta. In ogni sua opera ogni gesto, ogni oggetto si pone al centro di una rete di relazioni e di storie attraverso le quali l’artista ricuce il rapporto con la propria terra e con il mondo.
“Il gioco è l’arte dei bambini, l’arte è il gioco degli adulti. La felicità non nasce dal sogno, ma dalla possibilità di inventare la vita nella dimensione poetica. Ci sono giochi che non portano a nulla, sono i giochi senza regole, fantasticherie. Il gioco, come l’arte, ha regole severe è una macchina che porta lontano.”
“La stazione dell’arte” è il luogo, lo scrigno, nel quale, per volontà della stessa artista, morta nel 2013, sono conservate 180 opere donate da Maria al proprio paese, alla propria comunità.
In questa vecchia stazione ferroviaria sempre per volontà dell’artista i curatori avvicendano le opere e creano nuove storie e nuove relazioni. E sempre secondo la volontà dell’artista l’interpretazione di ogni pezzo sta nella mente e nel cuore del visitatore
La risposta giusta era…
Lucian Freud, Painter and Model, 1986-1987

Bravissimo Gian Luca il primo ad indovinare!
Questa volta abbiamo scelto infatti un opera dell’artista Lucian Freud nipote del celebre Sigmund Freud. Nato a Berlino nel 1922, arriva in Gran Bretagna nel 1933 e diventa cittadino inglese. Fin da giovanissimo si dimostra molto bravo nel disegno e frequenta un circolo di artisti neo -romantici che si sviluppano in Gran Bretagna subito dopo la guerra.
Le sue opere figurative con il tempo divengono meno surrealiste e più realiste. Le tele descrivono in modo crudo e senza mediazione la realtà, ma con una pittura così straordinaria che ogni piccola parte del dipinto potrebbe essere un quadro a se stante. Un esempio è il vestito della pittrice sembra un piccolo quadro astratto dov la materia e il gesto richiamano un brano di pittura informale.
Indovinello del venerdì
Ecco il frammento del dipinto da indovinare per questa settimana.
Chi riuscirà per primo?

Una notte al teatro
Il teatro è solo un luogo in cui si rappresentano spettacoli o è anche un luogo in cui si possono condividere esperienze e mescolare realtà e finzione? È giusto promuovere progetti che cercano di infrangere l’impalpabile parete fra la scena e la sala, fra attore e spettatore?
Un teatro di Ginevra, l’Am Stram Gram, e il suo direttore, Fabrice Melquiot, propongono il 6 maggio, una “notte a teatro”. Non si tratta della proposta di uno spettacolo lungo un’intera nottata e neppure una sorta di notte bianca, durante la quale si avvicendano sul palco attori e performances, ma una vera è propria «parentesi inedita di incontri formali e informali, lucidi e sonnambolici» come afferma il direttore. Un momento di sonno condiviso in un ambiente in cui lo spettatore si riappropria del luogo della rappresentazione e lo fa suo.

Il teatro non come istituzione ma come Tiers-Lieux cioè un «luogo creativo che sollecita l’alchimia della prossimità e dello scambio. Un luogo ibrido e fluido dove convergono dinamiche di sviluppo sociale, culturale ed economico».
L’iniziativa ha avuto molto successo e i posti disponibili (100 in tutto, 50 per gli adulti e 50 per i bambini) sono esauriti da tempo. Sarà interessante seguire i risultati di questa proposta che vuole donare ai partecipanti di che sognare per un’intera notte.
I fantasmi dell’impero
Omicidi efferati, un complotto politico frutto di lotte per il potere, l’Abissinia (oggi Etiopia) occupata, amori più’ o meno fortunati e le velleità imperiali (e criminali) del Fascismo. Ingredienti per un giallo mozzafiato ambientato in quella che fu l’Africa Orientale Italiana, con un avvocato militare italiano impegnato in una missione strettissima e quasi stritolato da un gioco più’ grande di lui. Un libro di tre amici – intitolato I fantasmi dell’impero – che hanno compiuto anni di ricerche per costruire una storia (di finzione) incentrata su tante storie individuali vere e su una conoscenza dei luoghi e delle istituzioni imperiali eccezionale. Leggendo il libro, ci si cala negli anni trenta e si viaggia fra Addis Ababa, Dessié, Macallé, Gondar, Bahar Dar; si attraversano la provincia del Goggiam e le montagne dell’Etiopia settentrionale.
Si incontrano le situazioni dell’impero: gli ascari, le scellerate bande di irregolari, i residenti italiani e i costruttori di strade, le città italianizzate (mi viene in mente il viale Mussolini a Addis, che oggi si chiama Churchill road), le camice nere in cerca di gloria, l’esercito. Si vive quella stagione della nostra storia in cui tanti italiani si recarono in Africa convinti di portare la civiltà, trovandosi invece sotto un’amministrazione che non esitava a usare ogni crudeltà, in virtù’ di puro razzismo e in barba alle regole del diritto internazionale umanitario. Tanti dei nostri eroici leader di allora oggi sarebbero solamente dei criminali internazionali, buoni per la corte dell’Aja. Il libro fa trasparire tutto questo in maniera molto intelligente, attraverso le storie dei singoli. Una bella storia e un monito: per quanto civili ci si senta, la barbarie è sempre dietro l’angolo.
Auguri di Buona Pasqua!
… e bravi tutti coloro che l’avevano capito!

È un particolare del sepolcro della Resurrezione di Cristo di Raffaello Sanzio, conservata nel Museo d’Arte di San Paolo in Brasile. Opera attribuita solo nel ‘900 a Raffaello, venduta all’asta a Londra nel 1946 e giunta infine in Brasile.
Tutti i personaggi presenti all’interno della scena sono connessi da una complessa geometria, come se si trattasse di una scenografia studiata in cui i personaggi, messi in posa, sembrano in procinto di prendere vita.