Ci vorrebbe la sfera di cristallo

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Vigilare , vegliare e saper prevedere . Queste sono le parole che meglio commentano i fatti della settimana appena passata.

Per prime allora vengono le raccomandazioni della commissione Grandi rischi che esorta a mantenere alta la guardia nei luoghi colpiti dal terremoto e dalla neve. Un’attenzione particolare  per ciò che potrebbe accadere alle grandi dighe nella zona di Campotosto se mai  dovessero avvenire ancora nuove forti scosse sismiche.

Infine, sabato scorso, un grandissimo corteo a Washington, ci ha segnalato quanto sia importante in quesi tempi vigilare e non trascurare ogni mossa del nuovo presidente americano Ronald Trump affinché gli si impedisca di annullare tutti i diritti conquistati dalle minoranze.

Dunque iniziamo questa nuova settimana con accorta attenzione, le dita incrociate e speriamo per il meglio.

Buon lunedì

Marcia delle Donne su Washington, 21 gennaio 2017

“La retorica della recente campagna elettorale ci ha insultato, demonizzato, e ha minacciato molte di noi – immigrate di tutti gli stati, musulmane e coloro di altre fedi religiose, le persone che si identificano come LGBTQIA, native americane, nere, “marroni”, le portatrici di handicap e coloro che sono sopravvissute ad attacchi sessuali – e le nostre comunità provano dolore e paura. Tutte dobbiamo comprendere come proseguire il nostro cammino di fronte alla preoccupazione e alla paura nazionale e internazionale.

Nello spirito di democrazia e per onorare i campioni dei diritti umani, la dignità e la giustizia che sono venuti prima di noi, ci uniamo nella diversità per mostrare la nostra presenza in numero troppo grande per essere ignorato. La Marcia delle Donne su Washington invierà un messaggio audace non solo al nostro nuovo governo nel suo primo giorno in carica, ma al mondo intero, in modo che sia ben chiaro che i diritti delle donne sono diritti dell’umanità. Noi siamo insieme, per sottolineare che difendere i più emarginati tra di noi è difendere tutti noi.

Sosteniamo i movimenti di difesa e di resistenza che riflettono le nostre molteplici e intrecciate identità. Chiediamo a tutti i difensori dei diritti umani di unirsi a noi. Questa marcia è il primo passo verso l’unificazione delle nostre comunità, basandosi su nuove relazioni, per creare un cambiamento dal basso verso l’alto. Non ci fermeremo fino a quando le donne non avranno parità ed equità a tutti i livelli di leadership nella società. Noi lavoriamo in pace pur riconoscendo che non c’è vera pace senza giustizia ed equità per tutti.

I diritti delle donne sono diritti umani, senza distinzione di razza, etnia, religione, status, identità sessuale, espressione di genere, status economico, età o disabilità”.

Insieme con il cuore a queste donne coraggiose per affermare la nostra comune umanità e il messaggio, oggi ahimé audace, di equità ed uguaglianza.

Cavolo che freddo

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E’ un gran freddo siamo in pieno inverno e in questo periodi  in Svizzera di verdure da cucinare non se ne trovano molte.   Per la maggior parte sono cavoli. Cavoli di tutte le forme. Ho trovato una ricetta con il cavolo verza che a casa mia va a ruba.

Vi occorre:

un cavolo verza  /una patata media/una mozzarella/30 gr. di emmnethal/1uovo/pan grattato e un cucchiaio di parmigiano.cavolfiore

Pulite la verza, sbucciate la patata tagliate tutto in piccoli pezzi e mettete tutto a lessare. Quando sono ben cotte aspettate che si freddino schiacciatele tutte con una forchetta riducendo tutto ad un purea grossolana. Uniteci l’emmenthal e l’uovo , il pepe. Ungete leggermente una teglia con olio e distribuite sul fondo metà dell’impasto. Tagliate la mozzarella a fettine e mettetela sulla teglia quindi coprite il tutto con l’impasto rimasto.

Mescolate poi 2 cucchiai di pangrattato con parmigiano e cospargeteli sul tortino. Infornatelo a 180 gradi per 15-20 minuti.

Cavolo! sentirete come è buono.

 

Palermo e i suoi misteri

In queste corte giornate invernali, in cui il vento gelido, detto “bise noir”, spazza i campi innevati di queste latitudini, tanto che si ha l’impressione di essere ancora più a nord di quanto in realtà non ci si trovi, il pensiero della dolce Italia si fa spazio nel cuore fra un mulinello di neve e l’altro. Non che il tempo atmosferico abbia risparmiato il Bel paese, ma nella memoria e nei desideri di noi che siamo lontani, l’Italia appartiene sempre alla primavera. Un po’ di nostalgia per raccontare una delle tante anomalie che rendono il nostro paese indimenticabile.

Se stessimo scrivendo un libro giallo il titolo sarebbe già pronto: Il mistero della Stanza Araba, e l’ambientazione perfetta: il cuore del centro storico di Palermo. Qui infatti grazie ai restauri avviati nel 2003, all’interno di un appartamento di proprietà di due giornalisti siciliani, è stata fatta una scoperta eccezionale. Scrostando il vecchio intonaco di uno degli ambienti da recuperare è mano a mano apparsa una “camera delle meraviglie”, perfettamente quadrata di 3,5 metri x 3,5 metri, completamente affrescata da motivi e scritte arabe in argento su fondo blu. La volta presenta disegni di lanterne simili a quelli che contenevano il Genio della lampada di Aladino, di fattura decisamente medio orientale e persino le porte, passate alla TAC da esperti dell’UNESCO, recano disegni complessi sotto tre mani di vernice differenti.

Sulle prime si è pensato ad un ambiente adibito a moschea, a stanza di preghiera, cosa che avrebbe giustificato non solo l’esposizione verso la Mecca, ma anche la presenza di un simile gioiello in un palazzo non nobiliare della città. Poiché l’ambiente non risalirebbe più indietro del XIX secolo, altra ipotesi è stata quella di una “camera alla turca”, in cui dipinti e scritte nulla avrebbero avuto a che fare con la religione, ma sarebbero stati puri ornamenti, una camera segreta, insomma, realizzata per stupire e deliziare gli ospiti in un contesto decisamente esotico e utilizzata come “fumoir”.

Ma l’enigma è stato risolto solo recentemente da un gruppo di studiosi dell’Università di Bonn, composto da un esperto in lingua araba, un’archeologa e iranista, e una specialista in lingue orientali, che dopo oltre un anno di ricerche sono giunti alla conclusione che la stanza, commissionata con ogni probabilità da Stefano Sammartino, duca di Montalbo, Ministro delle Finanze e Capo della Polizia dei Borbone – legato ad ambienti massonici – fosse dedicata a riti esoterici.

Ora la camera delle meraviglie è visitabile dal pubblico su appuntamento, grazie alla gentilezza dei proprietari e si aggiunge agli angoli da riscoprire nella splendida e assolata Palermo.

Pablo Neruda: la forza dell’arte

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L’arte può essere forte più delle ingiustizie e può far paura più di un’arma. Questo mi ha ricordato il film che ho appena visto e che arriverà nei cinema in Italia a febbraio: Neruda un film di Pablo Larrain.

Pablo Neruda e la sua fuga dal regime dittatoriale cileno del presidente. Il poeta, ritenuto da Harold Bloom fra i cardini della civiltà occidentale, fuggi’ dal paese nel 1948, dopo che il presidente in carica scatenò una violentissima repressione contro i minatori in sciopero e, poi, contro tutti coloro accusati di comunismo. E il poeta comunista lo era davvero, sino al punto di osannare Stalin (poi se ne pentì, in qualche misura) e di allinearsi sempre con l’unione Sovietica, in politica internazionale. Eppure Neruda del comunista aveva poco: viveva bene, nell’agio e amava divertirsi, aveva lavorato come diplomatico in giro per il mondo e faceva parte di una élite intellettuale cosmopolita. Ma aveva vissuto gli anni della guerra di Spagna, ove l’orrore fascista raggiunse livelli prima impensati, maturando un viscerale comunismo che lo accompagnò per la vita.

Il film non è un racconto fedele, tutt’altro. Neruda dopotutto era uno scrittore e dunque la storia si svolge a metà fra  invenzione letteraria e realtà.  Il poliziotto che lo insegue assume i caratteri di un personaggio di romanzo e trova libri, invece delle tracce del poeta. Ma verissima è la sua fuga, che lo portò a vivere all’estero per anni, con una parentesi anche in Italia a Capri: ispirò Antonio Skarmeta e il suo libro: El cartero di Neruda (chi non ricorda il bel film di Massimo Troisi Il postino tratto da quel libro?). Neruda ne esce ritratto nelle sue contraddizioni, anche personali; una donna, che lo ammira come poeta comunista, gli chiede: “ma quando verrà il comunismo, vivremo tutti come te (ossia nell’agio) o come me, che pulisco la merda dei padroni da quando avevo undici anni?”. Neruda risponde: “come me”, ma lo fa a testa bassa e con infinito imbarazzo. 

Il film è bello perché vi si incontrano anche il suo amore esclusivo per la poesia (che declamava incantando la gente), nonché la sua dedizione assoluta alla causa della giustizia sociale. Fa venir voglia di leggerlo, questo poeta. E questo mi pare che sia già molto.

In a Station of the Metro*

Aspettare l’arrivo della metropolitana può rivelarsi fra le cose più noiose che ci tocca subire nei nostri spostamenti quotidiani, fra l’ansia di fare tardi  e la stanchezza al termine di una giornata passata in ufficio.

Dal 15 gennaio al 15 aprile a Torino si è pensato di offrire al pubblico dei pendolari la possibilità di ascoltare, con uno sottofondo musicale, i versi di diciannove poeti. Oltre settanta poesie, o “frammenti” di esse recitati in modo che, come afferma la direttrice dell’Associazione culturale Yowars – promotrice dell’iniziativa –  “la proposta poetica, anche nel breve tragitto di andata e ritorno tra casa e lavoro, diventi personale, dedicata, capace di toccare corde nascoste”.

Tutto ciò è “Metro Poetry”, il progetto nato da un’idea dell’Associazione culturale Yowras (Young Writers & Storytellers) proposta al Gruppo di Trasporti torinese, realizzato grazie alla collaborazione dell’agenzia di comunicazione Zipnews.it e delle case editrici Adelphi, Giunti, Guanda, Newton Compton.

I poeti proposti sono:

  • Federico Garcia Lorca
  • Emily Dickinson
  • Giacomo Leopardi
  • Edgar Allan Poe
  • Emanuel Carnevali
  • Edgar Lee Masters
  • Constantinos Kavafis
  • Ugo Foscolo
  • Pablo Neruda
  • Jacques Prévert
  • Friedrich Hölderlin
  • Charles Baudelaire
  • Giovanni Pascoli
  • Arthur Rimbaud
  • William Shakespeare
  • Rabindranath Tagore
  • Giosuè Carducci
  • Walt Whitman
  • Rudyard Kipling

 

“La scelta di includere il nome del lettore o della lettrice è dettata dalla volontà di rendere il meno anonimo possibile l’invito all’ascolto. Non si tratta di voci, si tratta di persone: persone che leggono per persone che viaggiano, le quali, ricordando magari solo un verso di quel brano poetico, possono, se vorranno, cercarne e trovarne la conclusione”.

Insomma un invito al ricordo, alla scoperta di quello che sta attorno a un verso poetico e chissà anche un modo per rilassarsi e per non pensare che oggi è lunedì!

 

* In a Station of the Metro

The apparition of these faces in the crowd;

Petals on a wet, black bough. 

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Il sacro fuoco

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Ditemi se non vorreste essere anche voi a a Novoli ( in provincia di Lecce) la notte del prossimo 16 gennaio. Immaginatevi una grande processione con la statua di un santo per le vie della città e un grande falò alto più di  25 metri. La festa si chiama la focara: si svolge in onore di  Sant’Antonio Abate, conosciuto  anche come il  santo del fuoco, e si festeggia in tutto il Salento .

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Correggio , Sant’Antonio Abate

La città di Novoli però batte tutti; il suo enorme falò ogni anno ha una forma diversa ed è fatto di fascine di tralci di vite secche accatastati secondo delle tecniche tramandate da generazioni. Per capire quanto sia seria e complessa  questa costruzione, si deve considerare che il signor Renato De Luca, costruttore del falò, riceverà alla presenza delle autorità religiose, civili e militari un trofeo di riconoscimento. 

Questa festa mi ha fatto pensare al Meskel, la festa della chiesa ortodossa di Etiopia, ove si celebra, con un altro falò, l’invenzione del vera croce di Cristo ad opera di Santa Elena, nel mese di settembre.

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Festa del Meskel, Etiopia

A Novoli, poi, tradizioni e passato si fondono col contemporaneo.  Ogni anno infatti, in occasione della Focara,si invitano anche degli artisti contemporanei. Questa edizione, sotto la curatela di Giacomo Zaza, offrirà, nel Palazzo Baronale, una mostra d’arte contemporanea con un’installazione  di Daniel Buren, opere di Sisley Shafa, tra cui un happening con la comunità di Novoli, una performance di H.H Lim, un lavoro di Yuri Ancarani: una video scultura nata dall’interazione di video e fuoco.

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Daniel Buren , installazione Palazzo Baronale, Novoli

La festa raccoglierà momenti di arte, musica,  letteratura e si concluderà, è il caso di dirlo, con una notte di fuoco. 

Non al denaro, non all’amore né al cielo

L’11 gennaio 1999 all’Istituto dei Tumori di Milano si spegneva Fabrizio De André che ancora oggi è difficile da etichettare, tanto la sua arte è andata oltre tutto ciò che era noto, e che è riduttivo considerare un “cantautore”. Senz’altro può essere definito uno dei capisaldi della canzone “d’autore” italiana, di cui stravolse i canoni. Canzone italiana, che fino all’apparire di Fabrizio De André non aveva fatto molta strada oltre i papaveri e papere, e che con lui scoprì finalmente i temi sociali e politici, tanto da renderlo un punto di riferimento per la contestazione giovanile.

Le ballate cupe, dense di anime smarrite, di esclusi e derelitti erano profondamente influenzate non solo dall’opera di Bob Dylan e Leonard Cohen, ma anche dalla tradizione degli “chansonnier” di oltralpe. Le fonti della sua poesia erano eterogenee. Nei suoi dischi ci sono reminiscenze delle ballate medievali e della tradizione provenzale, l’ispirazione gli derivava dall’intero suo mondo culturale: l'”Antologia di Spoon River”, i Vangeli apocrifi, le poesie di Cecco Angiolieri,  i canti dei pastori sardi, Baudelaire e i “Fiori del male”, Fellini con i “Vitelloni” e ancora la musica mediterranea con gli strumenti della tradizione nordafricana, greca, occitana. Tutti temi cari all’artista che seppe evolvere anche musicalmente senza mai piegarsi alle mode del momento. De André demolì tutti i cliché tradizionali tanto che le motivazioni su cui si posa il nobel per la letteratura conferito nel 2016 a Bob Dylan si addicono perfettamente anche alla sua opera, in quanto anch’egli ha avuto la capacità di creare una nuova espressione poetica nell’ambito della grande tradizione della canzone italiana. La poetica degli ultimi, degli esclusi che lo contraddistingue e lo accomuna a un altro grande della letteratura – Pier Paolo Pasolini – si trasforma in lui in pura poesia.

Mosche

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Sono nata  circondata da collezionisti. Ho visto persone gioire per un pezzo entrato in collezione  o rammaricarsi per un oggetto mai raggiunto. Si colleziona per passione, per dare un senso alla propria vita, ma anche per bizzarria o per una forma di narcisismo.

Ma mai mi sarei immaginata di divertirmi e appassionarmi nello scoprire la storia di un collezionista svedese,  conoscitore di mosche (della famiglia dei sirfidi): Frederik Sjöberg .

L’ho conosciuto attraverso un suo libro autobiografico e, ovviamente, sulla passione di collezionare mosche; vi si trovano mille informazioni su questi insetti, dalle più specialistiche alle più divertenti. Si segue la sua vita ma anche quella di scienziati e famosi entomologi: figure di grandi conoscitori, avventurieri ed esploratori, come Renè Malvasie nato alla fine del XIX secolo e rimasto famoso per aver inventato la prima trappola per mosche .20160902121543_242_cover_media

Il libro è pieno di divagazioni e di storie. Si esaltano la lentezza dell’arte di collezionare sirfidi, assieme alla solitudine della ricerca e dell’attesa, ma il tono è sempre ironico e divertito. Con le mosche si riesce a scoprire la natura, a leggerla in modo diverso. Se la ricerca è compiuta in un terreno limitato come un’isola, ecco che si può esplorare il mondo intero. Lo scrittore lo afferma fin dall’inizio: “certi giorni mi persuado che il mio scopo sia dire qualcosa sull’arte di limitarsi e sulla sua eventuale felicità. E anche sulla leggibilità del paesaggio”. Perché “In un dizionario tutto fatto di animali e di piante, le mosche sono vocaboli in grado di narrare storie di ogni tipo seguendo il codice delle leggi grammaticali dell’evoluzione e dell’ecologia”.

La solitudine del cittadino globale

Si è spento ieri Zygmunt Bauman il teorico della postmodernità e della cosiddetta “società liquida”, polacco di nascita, ebreo di origini, insegnava da decenni in Inghilterra, ed è da considerare come uno dei massimi intellettuali contemporanei.

Il concetto di “società liquida” coniato da Bauman riassume in modo eccezionale la realtà attuale, la sua rapidità, permeabilità e mutevolezza, stretta fra incertezza e individualismo, e la crisi di passaggio tra il secolo scorso e l’attuale caratterizzata dal crollo delle ideologie, dalle dinamiche consumistiche e dalla recessione economica che hanno portato a mutamenti epocali in cui si sono definite molteplici emergenze, quali la globalizzazione, il passaggio dal lavoro materiale a quello immateriale e precario, le nuove tecnologie e le nuove povertà, le grandi migrazioni e il terrorismo, che hanno spiazzato l’individuo lasciandolo solo ed esposto brutalmente all’incertezza. La solidità che era stata segno caratteristico delle epoche passate che aveva garantito nel mondo occidentale lo sviluppo economico lentamente si è sgretolata sotto i colpi della stessa modernità. Da qui la solitudine del cittadino globale.

Aperto al confronto e al dialogo, Bauman, non senza critiche esterne al suo pensiero, ha affrontato un altro grande tema attuale e lo ha fatto alla soglia dei 90 anni in un volume intitolato Stranieri alle porte (Laterza, 2016). In queste pagine Bauman con fredda e determinata lucidità afferma che l’unica risposta alle paure e ai problemi posti dalla “crisi migratoria” viene solo dal dialogo, ricordando che apparteniamo tutti a una sola umanità e che conoscenza reciproca significa convivenza pacifica. Lo aveva ripetuto di recente, in settembre, all’incontro interreligioso per la pace organizzato dalla Comunità di Sant’Egidio e dai frati di Assisi. Qui con forza aveva asserito la necessità di una cultura del dialogo, l’equa distribuzione dei frutti della terra e del lavoro, un’educazione tale da consentire l’utilizzo di nuovi strumenti per risolvere i conflitti in maniera diversa da come siamo soliti fare.

Bauman ha indicato dei percorsi che potrebbero traghettarci fuori dalle paludi nelle quali la società si trova attualmente. Sta a noi cogliere i suggerimenti che questo grande sociologo e filosofo è riuscito a darci.