Non aver dubbi: alla mostra di Carsten Holler il divertimento è assicurato

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Carsten Holler , Tate Modern,2006-2007

Per ben due volte non sono riuscita nell’intento di salire su una installazione dell’artista tedesco Holler. La prima volta mi è capitato nel 2007 alla Tate Modern quando, sorprendendomi solo come l’arte può fare, mi mise di fronte a una serie di  colossali scivoli che mi invitavano a salire per poi ridiscendere. Ma niente da fare: le persone erano così tante che avrei dovuto aspettare per ore, prima di farmi la mia scivolata. La seconda volta invece l’ho rincontrato nel 2015 alla Biennale di Venezia. In quel caso, aveva collocato nei Giardini una vecchia giostra volante modificata, che girava lentissimamente e ti invitava a salire. Non c’era fila, allora,  ma il custode mi spiegò che per ragioni di sicurezza era stata vietata l’uso della giostra.

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Carste Holler, 2015

Ora si presenta una bella occasione, a Milano: Holler è stato invitato per una mostra personale presso l’Hangar Bicocca. La mostra è stata curata da Vicente Todoli e si intitola Doubt. In mostra si vedono opere storiche e nuove produzioni  e, appena entrati, siamo invitati a scegliere il nostro percorso.imgres-2

Sembra, infatti, che sia lasciato al visitatore la scelta tra due percorsi e che al loro interno troveremo di nuovo tante strutture gioco con cui misurarsi. imagesL’ interazione con l’opera, il coinvolgimento totale e quindi la messa in atto da parte del visitatore di tutti i sensi, non è una novità nel campo dell’arte, anche se qui il riferimento ludico è spinto al massimo e sembra rimanere dentro la cornice dell’arte colorata e neo pop a cui abbiamo assistito in questi ultimi decenni.

L’isola delle storie

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Photo Credit © Ziga Koritnik

L’Italia, si sa, è  composta da «un popolo di poeti di artisti di eroi / di santi di pensatori di scienziati / di navigatori di trasmigratori», come recita la scritta sul frontone del Palazzo della Civiltà Italiana dell’EUR. E come tali gli italiani accolgono in ogni loro regione, in ogni loro città, in ogni loro villaggio, un aspetto particolare del Bel Paese, celebrato in una sagra, una celebrazione, un festival. Accanto alle manifestazioni più famose esistono centinaia di realtà locali che tendono ad esaltare le caratteristiche rilevanti di un luogo, rendendolo in tal modo universale.

È il caso del festival letterario L’isola delle Storie, che dal 2004 si tiene annualmente nella prima settimana di Luglio a Gavoi in Barbagia. Ospiti nazionali ed internazionali del mondo della letteratura giungono in massa in questo paese dell’entroterra sardo, così lontano dai circuiti turistici convenzionali, in cui il tempo sembra essersi fermato. Quest’anno si terrà fra il 30 giugno e il 3 luglio.

ssliderÈ una festa, una festa della letteratura ma anche una festa dell’accoglienza, quella data da tutti, indistintamente, gli abitanti di Gavoi a chi per qualche giorno vuole godere dei ritmi lenti di questo paese da favola. A Gavoi si raccontano storie, gli autori leggono brani delle loro opere creando un clima di dialogo con il pubblico. Un vero e proprio esercito di volontari veglia affinché tutto fili liscio. A Gavoi si ascolta musica, ci si perde nella poesia, si partecipa ai laboratori creativi. Per qualche giorno il nostro cuore batte in simultanea assieme al cuore di centinaia di altre persone attratte dal piacere dell’ascolto e della lettura.

Fino ad oggi le consegne sono state rispettate, il festival infatti vuole: «restare un luogo di confronto vero tra Lettori e Scrittori; esercitare con fierezza la propria località senza chiudersi al mondo; essere uno spazio di ospitalità senza che ciò significhi perdere la propria personalità; essere un appuntamento in cui la parola Festival assume il suo significato primo di manifestazione in cui migliaia di spettatori possono assistere a eventi unici».

Per tutti coloro che vogliono scappare per un week end in un luogo magico e culturalmente effervescente.

Come è cambiata l’arte del disegno?

Gaetano-Gandolfi-Studio-di-teste-coll.-priv-1080x675Se c’è una città che ha creduto e coltivato l’arte del disegno questa è Firenze. Già nel 1563, su consiglio di Giorgio Vasari, Cosimo I dei Medici fondò L’Accademia e Compagnia dell’Arte del Disegno. Nasceva così la prima scuola dove gli artisti potevano studiare seguendo l’esempio dei grandi: Michelangelo Buonarroti e poi Bronzino, Cellini, Giambologna.

Il disegno è, per gli specialisti e gli appassionati, uno scrigno di informazioni utilissime per comprendere l’idea  dell’artista: vi si possono rintracciare, infatti, l’immediatezza dei suoi pensieri e vi si può seguire la fase iniziale dell’elaborazione artistica . Ricordo, ad esempio, di essermi appassionata a vedere, in una mostra, la serie dei  disegni fatti da Picasso in preparazione del celebre dipinto les Demoiselles d’Avignon, del1907.

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Pablo Picasso,

Dunque il disegno non va mai tralasciato e, pur se studiato soprattutto dagli specialisti dell’arte, può essere molto piacevole anche per gli  appassionati e i curiosi .

Lo  sanno bene a Rimini, dove in questi giorni si è aperta la seconda Biennale del Disegno. Non ci sono ancora stata ma più di un persona mi ha detto che è interessante: quindi non la perderò, visto che rimarrà aperta fino al 10 luglio. E’ una biennale piuttosto grande,  con 8 sedi espositive e 27 mostre molto diverse tra loro.

La mostra principale si intitola  “Profili dal mondo. Da Guido Reni a Francis Bacon da Andrea Pazienza a Kiki Smith”. In questa mostra i curatori Alessandra Bigi Iotti, Marinella Poderni, Massimo Pulini e Giulio Zavatta hanno inteso accostare i grandi maestri del passato  come Guido Reni, Guercino e Tiepolo,  ad artisti moderni  come Francis Bacon, Schifano e Kiki Smith.

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Domenico Gnoli, Caprice n.6, 1955

Un’occasione per ripercorrere una parte della storia  del disegno e anche per  compiere una riflessione sul valore che ha assunto nei secoli.

Da segnalare una mostra monografica del fumettista Andrea Pazienza e la mostra della collezione di disegni erotici di Federico Fellini, mai esposti prima, realizzati dal regista per il film :Casanova del 1979 .

Tra le altre mostre mi segnalano i 50 disegni di Pino Pascali a Palazzo Gambalunga , un corpus di opere grafiche che l’artista eseguì per la televisione e la pubblicità. Da vedere assolutamente è anche  l’opera-installazione di Fabrizio Corneli intitolata Luci fra luci, dove il disegno viene evocato da una sorgente di luce che 12445799_1798315087058794_786294051_nproietta un ombra, lieve come un disegno, passando attraverso delle lastre metalliche.

Trent’anni dopo

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AP Photo/Efrem Lukatsky

Il 26 aprile 1986 all’1 e 23, in un luogo sconosciuto al mondo, a 3 chilometri dalla città di Prypiat e 16 da quella di Chernobyl, in Ucraina, si produsse nel reattore n. 4, presso la centrale intitolata a Lenin, il peggior disastro nucleare della storia dell’umanità.

Un disastro negato dalle autorità di allora, che, si stima, essere costato la vita, nel giro di trent’anni, a un milione e seicentomila persone (mentre ufficialmente si parla di 200 persone decedute subito dopo l’esplosione). Il reattore nucleare prese fuoco per un difetto di raffreddamento e la temperatura delle sostanze radioattive contenute al suo interno aumentò fino a provocare un incendio che espulse nell’aria per alcuni giorni fiamme e fumi radioattivi, che, non solo, ricaddero sul suolo circostante, ma che per il gioco dei venti furono trasportati in gran parte d’Europa, raggiungendo addirittura il Giappone.

Centrale-nucleare-Chernobyl-703x445Quel giorno “cambiò il mondo. Cambiò il nemico. La morte ebbe facce nuove che non conoscevamo ancora. Non si vedeva, la morte, non si toccava, non aveva odore. Mancavano persino le parole, per raccontare della gente che aveva paura dell’acqua, della terra, dei fiori, degli alberi. Le cose erano le stesse – i fiori avevano la solita forma, il solito odore – eppure potevano uccidere. Il mondo era il solito, e non era più lo stesso. Lo strato superiore di chilometri di terra infetta venne divelto e sotterrato in sarcofagi di cemento. La terra venne sepolta dalla terra…” (Preghiera per Chernobyl, di Svetlana Aleksievič, Premio nobel per la letteratura 2015).

Oggi attorno alla centrale, nei trenta chilometri in cui ogni attività umana è bandita per sempre, la natura si è ripresa quello che l’uomo aveva addomesticato. Città e villaggi cancellati per sempre dalle mappe, sono addirittura divenuti meta turistica, e il disastro di allora si è tramutato per moltissimi in un’opportunità di lavoro unica.

Infatti attorno alla centrale, a dispetto della pericolosità e delle radiazioni, il lavoro non si è mai fermato ed oggi sono in migliaia fra operai, poliziotti e tecnici specializzati coloro che ogni giorno, con un convoglio speciale pagato dal governo, si recano al lavoro all’ombra del reattore n. 4. Poco importa se secondo stime, sempre non ufficiali, l’85% delle persone che abitano attorno all’area contaminata si è ammalata e il 90% dei bambini soffra di patologie alla tiroide, problemi al cuore o all’apparato digestivo.

Ancora oggi come allora tutto gira attorno all’economia. Se dunque allora furono nascosti e insabbiati gli effetti catastrofici del disastro, oggi si tende a minimizzarne i pericoli e c’è chi sogna, soprattutto fra i più giovani, la creazione di resort di lusso che attirino un turismo alimentato dal piacere voyeristico di calarsi nella tragedia di trent’anni fa.

Sembra quasi che quell’incidente non abbia insegnato nulla, anzi in un paese come l’Ucraina devastato da guerra, crisi economica e politica, Cernobyl si è tramutata nella speranza di una pioggia di denaro, che in molti si aspettano.

Noi, qui invece, a trent’anni dal quel 26 aprile 1986, vogliamo ricordare i martiri di Chernobyl, quelle centinaia di persone che hanno pagato con la vita il primo intervento alla centrale, un primo intervento che impedì che quantità maggiori di polveri e gas radioattivi si riversassero in tutta Europa.

 

 

“Ma che cos’è questa robina qua?”

Che noi italiani fossimo geniali in tutte le nostre manifestazioni lo abbiamo ribadito moltissime volte. Ma l’idea che è alla base del museo che vogliamo presentarvi va oltre ogni immaginazione.

museo della merdaCosa succede, infatti, se un architetto di grido, Luca Cipelletti,  che ha lavorato per il Museo Nazionale della Scienza e Tecnologia Leonardo da Vinci di Milano e il Museo d’Arte Contemporanea Villa Croce di Genova (per citarne due), incontra un imprenditore, Gianantonio Locatelli, agricoltore, allevatore, produttore di grana padano e provolone, preoccupato da sempre di gestire la propria azienda nel rispetto della natura e della sostenibilità economica? Beh, che domande, nasce il Museo della Merda di Castelbosco in provincia di Piacenza!

L’architetto, ispirato dalle nuove tecnologie, e l’imprenditore, letteralmente sommerso dal letame prodotto dal suo allevamento, hanno dato vita a questo Museo che è essenzialmente “un’agenzia per il cambiamento, un istituto di ricerca e di raccolta dati, di documentazione sugli escrementi nella cultura, nella scienza, nella tecnologia, dedicato alla storia culturale della merda, alla trasformazione, alla capacità di trasmutare sostanze naturali e ristabilire un rapporto più sano tra esseri umani e natura”.

Definita “materiale intelligente e duttile”, la merda (chiamiamola come deve essere chiamata!) è protagonista assoluta nel progetto museale che presenta una serie di installazioni artistiche, archeologiche, storiche e scientifiche in continua evoluzione, e riunisce biomeccanica e arte ambientale, paesaggio agricolo, e un sistema di digestori che trasformano il letame in energia. Il tema museale è chiaro “l’energia, la natura e l’agire dell’uomo trovano un punto d’incontro per generare idee e spunti di riflessione per rilanciare le nuove sfide della convivenza tra modo di fare impresa e armonizzazione con il territorio” (Alberto Pasetti).

Da Castelbosco i curatori si sono recentemente spostati alla Design Week Milanese dove hanno introdotto una selezione di opere prodotte con un materiale innovativo ma antico come il mondo, la “merdacotta”, fatta per la maggior parte di escrementi seccati e (in percentuale minore) di argilla, poi cotti ad alte temperature. Vasi, mattonelle, piatti tutti fatti di una sostanza che più ecologica di così non esiste.

Insomma il Museo si presenta come una fusione perfetta di innovazione, tecnologia e provocazione.

Infine, un ultimo appunto sul titolo del post, molti avranno ricordato la canzone, ma soprattutto la grande voce di Mina!

E ora? ci vogliono le ali ai piedi

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Al referendum passato non ci pensiamo più; allora guardiamo altrove e vediamo cosa prevede la rivista del Touring svizzero nel campo della mobilità futura:

l’articolo mette in evidenza che dopo l’accordo firmato a Parigi a dicembre scorso da 195 paesi sulla necessità di impegnarsi a limitare almeno di due gradi l’aumento della temperatura globale  occorre cominciare ad attrezzarsi per un futuro diverso e prima di tutto senza petrolio. Nelle automobili ci saranno dei grossi cambiamenti. Sempre più persone arriveranno a non voler più possedere un’auto e si allargherà il fenomeno  di car-sharing . Affittare l’auto imgres-1 in modo rapido e semplice grazie anche ai nostri smarthphone. L’auto in affitto viene lasciata dove si deve arrivare non va riportata indietro  e i clienti successivi la localizzano con il  GPS e l’aprono con un codice per usarla a loro  volta. Questo modo di affitto ho scoperto si chiama “free floating”.

In futuro poi le macchine andranno da sole e non dovremmo più preoccuparci di guidarle, questo davvero non so come riusciremo a farlo: non dovremo più fare l’esame della patente?  saranno auto con il motore elettrico. In una macchina che viaggia da sola si potranno fare altre cose e guadagnare tempo: mi figuro tante auto che corrono incolonnate come una metropolitana.imgres-2

Si vede già, ma sarà sempre più favorito la bicicletta, in particolare quelle  che possono trasportare altre persone o cose. Le bici che trasportano bambini arriveranno a poter trasportare fino a 100 chili di peso. Per chi è pigro ci sarà sempre la bici elettrica. Gli spazi maggiori nelle città saranno riservate alle due ruote.

Tre dunque sono i nodi principali per il futuro:  abbandonare il petrolio, le macchine a benzina e gasolio e il concetto di auto private.

Ce ne rendiamo veramente conto?

Visions du Réel

Nyon, cittadina pigramente distesa sui bordi del lago Lemano, è famosa ai più perché qui si trova la sede della UEFA (e dei suoi scandali), perché qui si effettuano i celebri sorteggi della Champions League, che stabiliscono con quale altra squadra si dovranno scontrare i più affermati Club di football d’Europa.

Pochi sanno però che qui, ad ogni inizio di primavera, si tiene uno dei festival cinematografici internazionali più originali ed “impegnati” che si annoverano in Europa, organizzato dalla  Fondazione, che porta lo stesso nome del Festival, Visions du Réel

Fin dal 1969, quando ancora il festival si chiamava Nyon International Documentary Film Festival, gli organizzatori si sono sentiti attratti dalla possibilità di narrare cinematograficamente la realtà che ci circonda. Il reale è qui trasformato nella forma artistica contemporanea più originale e accessibile, il documentario, e ciò rende il Festival un esploratore delle realtà complesse della storia presente e passata. Il festival accoglie pellicole che mostrano il rapporto delle persone con il proprio mondo, poco importa se colto intimamente o raccontato con enfasi, e in tal modo offre punti di vista sempre nuovi e soprattutto mai stereotipati in quelle forme alle quali siamo soliti assistere.

Il programma del festival include lungometraggi, pellicole di lunghezza media e “corti”, 180 film da 49 paesi, tutti documentari, tutti incentrati sulla forza della realtà e quest’anno sulla speranza, incarnata dalla giovinezza, promessa dell’avvenire. Tutte pellicole animate da curiosità e volontà di comprendere, volte a moltiplicare lo sguardo su un pianeta sempre più complesso e spesso inaccessibile. Flash sulle vite delle persone, sulle loro paure, sulle loro speranze, sui loro sogni.

Il Festival si chiuderà il 23 di aprile, naturalmente sancendo un vincitore, il cui lavoro molto probabilmente non verrà conosciuto dal grande pubblico, ma che sicuramente avrà il pregio di aver lacerato in parte il velo che nasconde in qualche modo la realtà.

La scelta dell’obiezione di coscienza

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Pietro Pinna

Il primo obiettore di coscienza italiano, Pietro Pinna, è venuto a mancare pochi giorni fa.

Nel 1948 si rifiutò di prestare servizio militare, in nome di una scelta di vita non violenta. La seconda guerra mondiale con i suoi orrori era appena finita  e, a questo uomo probo, sembrava giustamente assurdo ricominciare a ingrossare gli eserciti. Pagò la sua rettitudine con la galera: sino al 1972 questo era il prezzo dovuto dagli italiani che rifiutavano le armi. Pietro Pinna ha continuato a impegnarsi per la non violenza nel corso dell’intera sua vita. E di nuovo ha pagato col carcere le sue convinzioni. Tanta è stata la sua coerenza , che nel 2012 ricevette una laurea, honoris causa, in scienze della pace, dall’Università di Pisa.

Pietro Pinna non è stato l’unico italiano impegnato pubblicamente per la pace. Lui si ispirava, con grande coraggio, al pensiero di un altro italiano , più vecchio di lui: Aldo Capitini. Capitini era uno studioso e filosofo che, alla fine del primo conflitto mondiale aveva compreso quanto fosse stoltamente crudele la guerra. Aveva allora sviluppato l’idea di una vita basata sulla non violenza , come in quegli anni predicava Gandhi. E’ ovvio che non andò d’accordo con il il fascismo.imgres-1

Era segretario della Scuola Normale di Pisa qualdo il preside-Giovanni Gentile, uno dei massimi filosofi italiani del Novecento-gli chiese di prendere la tessera del partito fascista: era obbligatoria. Lui rifiutò e proprio Gentile lo cacciò dalla Scuola, commettendo il crimine più odioso per un filosofo e intellettuale : punire qualcuno per le sue idee.

Capitini si rassegnò a vivere dando lezioni private, coraggiosamente coerente con la sua scelta. E così il fascismo finì col metterlo anche in galera.

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don Lorenzo Milani

E non è finita qui. negli anni Cinquanta e Sessanta un prete di provincia, anzi di montagna don Lorenzo Milani, si dedicò ad educare i ragazzi  più poveri. Faceva scuola per liberarli dalla miseria e per dar loro accesso a una vita dignitosa. E siccome era un educatore vero, insegnava la libertà di coscienza . Così, quando dei cappellani militari accusarono pubblicamente di viltà gli obiettori, don Milani e i suoi poveri ragazzi di montagna, più coraggiosi di diecimila studiosi, risposero scrivendo , civilmente, al giornale : noi difendiamo la posizione degli obiettori in nome della libertà di coscienza , dissero. Don Milani fu denunciato per apologia di reato, proprio perchè incitava all’obiezione di coscienza. Lui replicò con una lettera ai giudici scritta perchè non poteva presentarsi in tribunale, dal momento che era malato. Si dice sia una delle lettere più belle della letteratura italiana. Diceva che niente giustifica la violenza : nemmeno l’obbedienza agli ordini impartiti da un’autorità . Anche i soldati nazisti che compirono le stragi nei villaggi sugli Appennini, diceva Don Lorenzo, si giustificarono dicendo di aver obbedito agli ordini. E su questo formulò una frase fulminante:”l’obbedienza non è più una virtù ma la più perfida delle tentazioni”.

Questi furono Aldo Capitini , Lorenzo Milani e Pietro Pinna. Ebbero passione civile e furono giusti fra gli uomini. L’ultimo di loro se ne è appena andato.  img_13984

 

Milano e il design

Che il Salone del Mobile.Milano fosse diventato un appuntamento internazionale  non solo di design innovativo e proposte d’arredo ma d’arte tout court è lampante nelle ultime edizioni.

Quest’anno il salone compie 55 anni e decisamente non li dimostra, perché si presenta come sempre all’insegna dell’innovazione e dell’internazionalità. I numeri parlano chiaro il 30% delle aziendedownload presenti in fiera è straniero, 1300 espositori su 150.000 metri quadrati. Tutto, ma proprio tutto, ciò che l’arredamento offre con il ritorno delle biennali EuroCucina con l’evento collaterale FTK (Technology For the Kitchen) e il Salone Internazionale del Bagno.

Accanto al Salone naturalmente anche quest’anno si affianca il Salone Satellite, che merita di essere menzionato. Creato nel 1998 come atto di fiducia nelle potenzialità creative degli under 35 è decisamente il primo evento ad aver dedicato particolare attenzione ai giovani diventando subito il luogo di incontro per eccellenza tra imprenditori-talent scout e i più promettenti progettisti. Anche qui i numeri parlano chiaro, infatti molti dei prototipi presentati nelle 18 edizioni precedenti sono stati messi in produzione e molti degli oltre 10.000 designer che vi hanno partecipato, introdotti dalle 270 scuole di design internazionale, sono ora nomi importanti. Quest’anno il tema è “Nuovi materiali, nuovo design/New Materials, New Design” e i partecipanti al SaloneSatellite Award sono stati invitati a produrre con nuovi materiali e nuovi design oggetti attinenti alle due biennali di contorno al Salone 2016 (Cucina e Bagni).

Il Salone del Mobile.Milano è protagonista alla XXI Triennale di Milano con una mostra che accompagnerà la città fino al 12 settembre: Stanze. Altre filosofie dell’abitare: alla scoperta dei progetti. Una mostra sull’architettura degli interni, palestra fondamentale per la messa a punto di un originale linguaggio architettonico, con 11 autori differenti per generazione, linguaggio e approccio progettuale, invitati ognuno a immaginare una “stanza” come spazio primario per l’abitare. Qui sono presentati progetti sperimentali dove anche gli elementi di arredo erano espressamente immaginati per i committenti privati e per le loro case, e solo successivamente sviluppati come oggetti di produzione per i cataloghi delle aziende di qualità: l’architettura degli interni, quindi, anche come “Design before design”. In mostra le “stanze” di Andrea Anastasio, Manolo De Giorgi, Duilio Forte, Marta Laudani e Marco Romanelli, Claudio Lazzarini e Carl Pickering, Francesco Librizzi, Alessandro Mendini, Fabio Novembre, Carlo Ratti, Umberto Riva, Elisabetta Terragni.

stanze-salone-del-mobile-wow-webmagazineUltima chicca che offre il Salone è l’omaggio reso a Zaha Hadid che nel 2014 aveva aperto le porte della sua casa londinese al Salone nell’ambito della mostra Dove vivono gli architetti. Un ricordo dovuto per una grande protagonista della nostra epoca.

 

Si cresce meglio con l’arte?

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Isamu Noguchi

C’è una frase che in questi giorni mi frulla per la testa: se impari presto a giocare con l’arte essa ti rimarrà amica per la vita. E’ così che mi immagino dovrebbe essere  il nostro approccio con l’opera d’arte. Cominciando da piccoli nelle scuole, nelle piazze nei luoghi pubblici e nei musei. Perché per essere pronti ad accogliere tutte le informazioni “letterarie” su un’opera d’arte e trovarle divertenti e appaganti devi prima aver avuto una storia di amore con essa, ovvero una storia che parte dal cuore e dall’emozione.  Mi piacciono i bambini sdraiati nei musei con la penna e il foglio, oppure quelli trasgressivi che tentano di arrampicarsi su un monumento o si sentano liberi di interagire dentro un’installazione.  E’ in questa momento della vita che possiamo immaginarci in totale rapporto fisico con l’opera.

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Niki de St Phalle, Monster, Golem

Proponete ai bambini di immergersi in luoghi non convenzionali innovativi pensati per liberare l’energia della creatività, per poi lasciarli usare tutti i sensi al fine di entrare in contatto con le forme dell’arte.

Leggevo l’interessante ricerca della studiosa Cecilia De Carli “Attraverso l’arte” (ed.Vita e Pensiero) e ho trovato una riflessione della  pedagogista polacca Irena Wojnar  dove affermava la tesi : “che l’arte, agendo sulla vita intellettuale, affettiva e morale della persona è lo strumento privilegiato per la formazione di uno spirito aperto”.

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Rhomi Kosla, Slow Room,India ( Art of the world)

E visto il momento storico che stiamo vivendo più si coltiva uno spirito aperto e meglio sarà per tutta l’umanità.  E allora mi auguro tanta arte per tutti.

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Chen Zhen,Danser la Musique, 2009-2010 ( progetto di Art of the World )