Ci sono degli scrittori che per te sono come degli amici. Non li conosci, ma quando esce un loro libro sai già che lo comprerai e poi sceglierai il momento migliore per leggerlo. Tra questi scrittori io ho Marco Malvaldi. Di lui ho letto tutto e i suoi libri ormai sono un appuntamento fisso. A dicembre avevo comprato la sua ultima fatica Buchi nella sabbia. La scorsa settimana l’ho preso dalla mia libreria perché era arrivato il momento giusto per godermelo. Avrei infatti dovuto prendere l’aeroplano, che mi terrorizza, e ho scelto lui come miglior compagno di viaggio. E ho scelto bene: benché terrorizzata del distacco dell’aereo da terra, sono stata subito catturata dalla storia e mi sono catapultata a Pisa, nel 1901 a seguire la preparazione di una rappresentazione dell’opera di Giacomo Puccini presso il Teatro Nuovo. Come sempre mi sono divertita . Da buon toscano Marco Malvaldi mi ha strappato più di una risata. Anche questa volta la storia gira attorno ad un giallo, l’omicidio del tenore; ma tutta la trama non vi piacerà tanto per l’arguzia del giallista ma per l’abilità dello scrittore come ritrattista.
Aleggia nella storia il maestro Giacomo Puccini ma vedrete in azione una serie di attori cantanti, tenenti, scalpellini anarchici di Carrara e uno spigliato quanto mai decadente giornalista Ernesto Ragazzoni “poeta, filosofo, scrittore”.
Il libro l’ho letto tutto in un fiato e per il viaggio è stata un’ottima compagnia.
Il “momento di volontaria sospensione dell’incredulità” è un concetto introdotto dal poeta inglese Coleridge nel capitolo XIV della sua Biographia Literaria, pubblicata nel 1817. Coleridge non ha fatto altro che sottolineare un punto centrale dell’esperienza letteraria: quando cioè il lettore per sua libera scelta decide di abbandonarsi completamente a ciò che sta leggendo.
Chi appartiene alla mia generazione ha incontrato Umberto Eco all’Università, o nel corso degli studi oppure (e credo che siano i più) nel prepararsi alla tesi di laurea. Chi non ricorda il suo libro “Come si fa una tesi di Laurea”? Era un tipico prodotto di Eco: in modo chiaro, semplice, efficacissimo, spiegava tutti i tecnicismi legati al pubblicare un lavoro: la tesi, in questo caso. Spiegava come andassero riportati i titoli in bibliografia, come si dovessere fare le note e cosi via. Tutto. Per noi studenti italiani, abituati a confrontarci con baroni che si ritenevano al disopra del (fondamentale) compito di spiegare le cose agli studenti, sembrava il libro di un marziano: era fatto per aiutarci. Che fortuna i suoi studenti, pensavamo.








Per quanto riguarda il primo, non so se è stata una mia impressione – perché ero ben disposta verso la kermesse canora nostrana – ma mi è sembrato un po’ meno noioso del solito. Merito del conduttore Carlo Conti (definito “rassicurante e confidenziale” come lo sono stati Pippo Baudo e Mike Bongiorno)? Merito delle gag della bravissima Raffaele? Non certo merito dei “valletti”, Barbie e Ken, entrambi di plastica, tirati fuori dal cellophan senza altro merito che essere bellocci. Ed eccoci qua, come ogni anno, a fare del gossip su tutto ciò che ruota attorno al festival della canzone italiana, in cui tutto è protagonista tranne, appunto, la canzone. Sul Fatto quotidiano Domenico Naso, non va molto distante da come la penso affermando che Sanremo è “la solita festa nazional popolare, il carrozzone così brutto da fare il giro completo e diventare sublime”. Il festival siamo noi italiani, “la rappresentazione plastica di una parte di Paese che troppo spesso pretendiamo di ignorare… È un’Italia semplice e a sprazzi sempliciotta, ma che forse dovremmo cominciare a rispettare un po’ di più”… almeno se è vero che pur avendo a cena degli amici stranieri sabato sera non ho rinunciato alla visione streaming del festival in sottofondo!
So già che riderete e non mi crederete, ma ve lo racconto egualmente. Qualche giorno fa parlavo con una signora di mezza età, ben vestita e curata, con i capelli biondi patinati tenuti da una coda di cavallo . La signora, dopo un po’ che conversava con me di parrucchieri, tariffe e simpatie, mi ha confessato che ormai lei i parrucchieri li frequenta pochissimo, perché i capelli se li lava solo una volta ogni tre settimane. Sono rimasta di stucco. “Tre settimane”. Ripeto come a chiedere conferma. “Sì- mi risponde- se vuoi che rimangano belli devi fare proprio cosi”. Si scioglie la coda e mi fa vedere la sua bella chioma fluente. Non giudico, resto confusa. Oggi per l’appunto, leggendo il giornale As You like, dedicato al mondo dei blog, trovo questo articolo dal titolo “Generation no poo”. Vi scopro che oggi va di moda non lavarsi più i capelli: credetemi, è l’ultima tendenza in materia bellezza. E così scopro che no poo sta per no shampoo. Alcune persone continuano a bagnarsi i capelli ma usano delle preparazioni di bicarbonato di sodio o argilla minerale naturale che proviene dal Marocco. L’articolo continua spiegandomi che molti scelgono cure estreme e, per la cura del capello, non si lavano più la testa per almeno tre settimane. Unica precauzione, se li pettinano spesso per distribuire, dicono, il sebo del capello in modo omogeneo.
