Le immagini della fantasia

Sarmede il paese della fiabaDal 1982 (33 anni) in un paesino della marca trevigiana, Sarmede, si tiene una mostra internazionale che raccoglie i migliori nomi dell’illustrazione per l’infanzia. Nata dalla fantasia di Štěpán Zavřel, grandissimo illustratore nato a Praga nel 1932 e trasferitosi nella piccola frazione medievale di Rugolo di Sarmede, la rassegna ha acquisito di anno in anno importanza e visibilità internazionale, l’edizione del 2015 ha aperto i battenti il 25 ottobre e sarà visitabile fino al 24 gennaio del 2016.

Le immagini della fantasia, questo il nome della rassegna, quest’anno è dedicata al cibo nelle fiabe e raccoglie l’opera di più di 30 artisti internazionali.

Giulia Orecchia a SarmedeGli obiettivi della rassegna non sono da poco. Innanzitutto “La Mostra, assieme al suo volume (edito dalla Fondazione Štěpán Zavřel in collaborazione con Franco Cosimo Panini Editore), si offre come strumento di conoscenza e di valorizzazione di ciò che è prodotto di anno in anno in questo campo a livello internazionale”, propone le nuove tendenze e gli orientamenti più originali dell’illustrazione contemporanea, promuove l’importanza della “bella illustrazione” e la necessità culturale oltre che la valenza pedagogica del libro illustrato.

La Casa della fantasia, lo spazio polifunzionale realizzato nel 2012 a Sarmede, accoglie ogni anno centinaia di opere di illustratori, autori, editori e libri che offrono un’istantanea del panorama internazionale in tutta la sua straordinaria varietà, e confermano il valore del libro illustrato come strumento di conoscenza e veicolo di bellezza.

Ospite d’onore di quest’anno è un’artista italiana, di Milano, Giulia Orecchia, che progetta e illustra libri per l’infanzia con sorprese visive e cartotecniche, illustra poesie, disegna copertine, crea immagini per libri di divulgazione scientifica per i piccolissimi. Artista appassionata la Orecchia disegna le immagini per raccontare storie ai bambini, senza bisogno di parole. “Perché, come diceva Munari, i bambini, che non sanno ancora leggere, guardano il testo e leggono le illustrazioni”.

Artisti collezionisti

Magnificent-Obsessions-Peter-blake-Elephantsx1182x444Mi sono sempre domandata se collezionare è un’arte (vd https://italianintransito.com/2013/12/18/collezionare-e-unarte/). Collezioni al mondo ce ne sono tantissime e forse sono alle origini di personalità appassionate che danno un senso alla loro vita, cercando e raccogliendo oggetti del loro desiderio.imgres

Il tema si fa ancor più interessante se a collezionare sono gli artisti stessi e se ci è dato di spiare alcune delle loro collezioni. Questo è quello che ha fatto il Barbican di Londra realizzando una mostra molto divertente dal titolo: Magnificent Obsessions The Artist as Collector. La mostra itinerante è attualmente visitabile a Norwich al Sainsbury Centre for Visual Arts UEA. È un mostra che incuriosisce e in qualche moda rivela il carattere degli artisti indagati: ci aiuta a vederli sotto una luce diversa. In mostra ci sono le collezioni di Andy Warhol, Sol Lewitt, Damien Hirst, Hiroshi Sugimoto e altri.images

Andy Warhol, ad esempio, aveva una collezione che contava all’incirca 10.000 oggetti e si componeva di tutto, dall’arte folk ai mobili Deco, i gioielli di alto artigianato ma anche  di oggetti banali del quotidiano, come la serie di vasi di ceramica per biscotti visibile  in mostra . Nel catalogo della mostra si legge “in tutta la sua vita e nel suo lavoro Warhol dimostrò un’acuta sensibilità per il piacere e il desiderio di possedere rappresentando in modo perfetto la cultura consumistica del XX secolo”

Ben diverso era la collezione di Sol Lewitt. Mi ha colpito il suo interesse per le stampe giapponesi, che ha raccolto da giovane, ma anche quello  per il lavoro di altri artisti come Dan Flavin, Eva Hesse, Robert Mangold.

Bellissima la collezione di cartoline del fotografo inglese Martin Parr che per quaranta anni ha accumulato moltissimi “souvenir” di massa che potessero raccontare le aspirazioni e i desideri della massa. Nella sua collezione si trovano ad esempio, tutti gli oggetti in cui si ritraggono politici, dittatori o capi di stato.

Niente che mi abbia sorpreso quando sono entrata nella stanza dedicata alla collezione di Damien Hirst: mi sono trovata davanti ad un leone imbalsamato dentro una scatola di vetro, una serie di teschi di diverse misure e ad alcuni modelli anatomici del XIX secolo. Macabra collezione, in equilibrio sempre tra vita e morte tra permanere e cessare di essere.images

Leggendo il suo intervento nel catalogo come non essere d’accordo con lui: “ Una collezione è strettamente personale, e dice molto su chi è il collezionista , in cosa crede e di cosa ha paura, ma penso che sia inevitabile che parli di verità fondamentali e universali”.

Si, mi sono convinta, collezionare è un’arte e questo bel catalogo con scritti e interviste di Lydia Yee sarà tuo Giacomo, appassionato collezionista e ricercatore di Wunderkammer !

Memoria e accoglienza

Profughi al MemorialeCosa c’entra il memoriale della Shoa di Milano con l’emergenza immigrati? È un modo come un altro per placare la coscienza, un trend sociale o cosa altro?

La risposta è molto più profonda e risiede nella “necessità” di occuparsi attivamente del presente storico. Il Memoriale della Shoa, infatti, mettendo a disposizione – tramite la Fondazione connessa – non solo parte dei locali della Stazione Centrale di Milano, ma anche risorse e attenzione, ha fatto fronte al rischio più lampante che esso stesso poteva correre: il rimanere un monumento di se stesso che lentamente sbiadisce nel tempo e nel ricordo perché manca la forza di rendere attuale il messaggio proposto.

MemorialeSul sito del Memoriale leggiamo: “La memoria autentica scongiura la formazione di un vuoto alle nostre spalle. Attenua quella comprensibile tendenza alla rimozione del passato che toglie gradatamente senso agli avvenimenti, spingendoli nel pozzo della storia fino a confonderli con tanti altri. Il ricordo è un esercizio salutare: apre la mente e i cuori, ci fa guardare all’attualità con meno pregiudizi e minori ambiguità. Il ricordo è protezione dalle suggestioni ideologiche, dalle ondate di odio e sospetti” e ancora “La memoria è un dovere morale, un impegno civile. Se rituale è inutile. Se strumentale, persino pericolosa. Se scolora nella banalità allontana la percezione del dolore”.

Alla luce di ciò “accoglienza” diviene la parola d’ordine, accoglienza come antidoto per combattere le atrocità causate dall’indifferenza. E indifferenza è il termine che campeggia all’ingresso del Memoriale, quella stessa indifferenza che Milano, come mille altri luoghi, ha dimostrato girando il capo e distraendo l’attenzione nel momento di una delle più orribili tragedie del genere umano.

Il messaggio è forte e chiaro mai più indifferenza, insensibilità o disprezzo ma generosità, disponibilità e attenzione, ecco le parole che guariscono le ferite della storia. Per non dimenticare…

Indifferenza

Sacré Bleu

Eduard Manet,
Eduard Manet,

Vi ricordate Midnight in Paris di Woody Allen? Il film ci ha fatto divertire e soprattutto un po’ sognare immaginandoci come avremmo vissuto nella Parigi di primo secolo a fianco di grandi intellettuali e maestri del tempo. Se questo genere di viaggi vi piace vi consiglio di leggere un libro: Sacrè Bleu scritto dall’americano Christopher Moore edito da Elliot. È un giallo, una storia misteriosa che vi farà rivivere l’atmosfera parigina di fine XIX secolo a contatto con i pittori dell’impressionismo. Diventerete compagni di Henri Toulouse-Lautrec e cercherete il mistero che si avvolge attorno alla morte di Vincent van Gogh. Più di ogni altra cosa respirerete l’uso del colore “ il bianco, il rosa delle ninfee – di Monet ad esempio – il grigio verde dei salici riflessi sulla superficie dell’acqua, il marrone scuro opaco e l’azzurro ardesia del cielo nell’acqua”. Tra i colori nel libro il blu sarà il colore più ricorrente e pericoloso.  Vi immaginerete a camminare per le vie di Montmatre oppure a  visitare con Camille Pissaro il Salon des Refusès dove, con gli occhi di chi lo vede la prima volta, vi troverete davanti al sorprendente quadro di Manet Le Déjeuner sur l’herbe.imgres

Un  libro valido per i compagni di viaggio che vi accompagneranno e per le molte descrizioni dei quadri e dell’atmosfera un po’ meno per la trama arzigogolata del mistero che però si perdona all’autore, per la cornice in cui è stata inserita.

21 ottobre 2015, welcome in Back to the future day!

Ritorno-al-Futuro-ottobre-2015-640x359Ieri è stato il giorno programmato per l’arrivo nel futuro dei due protagonisti del secondo episodio della saga di Ritorno al futuro, il film diretto da Robert Zemeckis, che trent’anni fa ci tenne inchiodati alle poltrone dei cinema, i cui protagonisti erano Michael J. Fox, studente liceale, e Christopher Lloyd, detto Doc, una genio che era riuscito a costruire una macchina del tempo. La trilogia divenne in breve tempo un cult.

Il futuro che ci presentava il film aveva catturato l’immaginazione di milioni di spettatori e alcune delle trovate erano effettivamente premonitrici, se si eccettuano le auto volanti, gli hoverboards (gli skateboards senza ruote usati dal protagonista) e gli abiti che si auto aggiustavano a seconda della taglia di chi li portava.

L’utilizzo dei robots per portare il cane a spasso era un po’ sovradimensionato nel futuro immaginato dagli autori, ma indubbiamente ci stiamo avvicinando all’utilizzo massiccio dei droni. La biometria con la scansione della retina e delle impronte digitali per il riconoscimento delle persone è ormai una realtà. Perfino gli occhiali indossati dal protagonista assomigliano in modo impressionante a quelli inventati da Google e, sebbene di Internet non ci sia traccia, gli autori proposero la video chiamata.

Una menzione speciale la dobbiamo alla “macchina del tempo” che i protagonisti utilizzavano per “tornare” al futuro. Venne scelta una DeLorean, che non era un’auto molto nota, ma che godeva di un design inconfondibile che poteva essere facilmente associato al film, con le portiere futuribili che si aprivano come delle ali.

Insomma i protagonisti si ritrovano a vivere un’avventura in un credibile, a noi del futuro invece non è ancora data la possibilità di scorrazzare avanti e indietro nel tempo!

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Lasciamo in pace il terzo paesaggio

CorvoC’è un corvo nero che da due mesi viene, ogni mattina, a farsi il bagno in un sottovaso pieno d’acqua, nel mio giardino. Si lava tutto, si friziona ben bene e poi se ne va. Il mio giardino è piccolo come il palmo di una mano, dal momento che vivo in una villetta a schiera. Anche i miei vicini hanno un fazzoletto di prato. Ma qui tutti lo tengono all’inglese: nessuna erbaccia, solo erba seminata. Io no,

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Cosi quando alla Triennale di Milano ho trovato un libriccino dal titolo Manifesto del terzo paesaggio di Gille Clèment, mi sono subito incuriosita. Il manifesto del Terzo paesaggio contiene l’appello dell’autore, paesaggista e scrittore di fama internazionale, a preservare tutti quegli spazi che, in città o in campagna, non vengono modificati da mani umane, ma sono invece lasciati incolti. Queste zone residue diventano territori rifugio per la diversità. E cosi leggo sul libro di Clément (e penso al mio corvo nero) “ ciò che percepisce l’uccello in volo, ciò che il nostro sguardo può abbracciare da una cima, è un tappeto intessuto di forme scure e ruvide. le foreste; e di superfici chiare, ben delimitate: i pascoli”.

Clément mi ha spiegato bene che occorre smettere di “guardare il paesaggio come l’oggetto di un’attività umana” ci sono delle parti di territorio  lungo le strade, dove non passano le macchine, terreni non ancora costruiti che formano il Terzo paesaggio e che si assomigliano solo per divenire un territorio di rifugio per la diversità. tumblr_m8weaplr0y1qkdkk6o1_1280

Verso la fine del libretto poi leggo  un saggio di Filippo De Pieri dove si raccontano alcune scelte fatte da Gilles Clèment nel corso della sua vita. Nel 1977, scopro, ha  acquistato un giardino dove ha compiuto l’esperimento di abbandonare ogni cura di giardinaggio tradizionale per lasciare che le cose abbiano il loro corso naturale e osservare cosa succede. “Il giardino-afferma Clement- è il luogo privilegiato dei cambiamenti” e può essere “lasciato libero di non rispondere a una forma fissata a priori”. È così che nasce l’idea riportata nel libro Le jardin en mouvement, che genera anche una nuova estetica del giardino. Tra l’altro, a Parigi si può visitare il parco Andrè Citroen disegnato da lui nel 1993.

Il giardino in movimento- e qui riporto dei brani di Gilles Clément, scelti da Filippo de Pieri – ha i propri eroi: per esempio le talpe, uccise, cacciate con ogni mezzo dal giardino tradizionale, che procurano invece in un giardino in movimento preziose forme di Land art. Oppure ci sono le piante pioniere capaci di vivere in un ambiente ingrato  ma che sono in effetti fragili: fuori da questo ambiente muoiono”. O ancora le piante vagabonde che muoiono in un luogo per rinascere uguali, poco dopo, a qualche metro di distanza. La tradizione esclude dal territorio del giardinaggio tutte le specie viventi animali e vegetali che sfuggono al controllo del giardiniere. Non c’è posto per gli esseri vagabondi”.

Mi piace pensare che, come le piante, anche il mio amico corvo sia un animale vagabondo che ha trovato un giardino in movimento, dove venire a sguazzare allegro. Di certo quel sottovaso non lo muoverò più.

Gilles Clèment, Manifesto del Terzo paesaggio, Quodlibet

The Martian, libro o film?

the-martian-banner“Sono spacciato di brutto. Questa è la mia ponderata valutazione.
Spacciato.
Sono passati solo sei giorni dall’inizio di quelli che sarebbero dovuti essere i più gloriosi due mesi della mia vita e sono finito in un incubo”.
Così inizia L’uomo di Marte, il libro di Andy Weir (Newton Compton, 2014), che, nato come un’auto pubblicazione, grazie al passaparola si è guadagnato gli allori di Hollywood con la produzione di un film con un cast stellare, girato da Ridley Scott. L’autore, ingegnere informatico, appassionato di ingegneria aerospaziale, fisica relativistica, meccanica orbitale e storia dell’esplorazione spaziale, ci presenta un quadro credibile di un’avventura impossibile.
Siamo nella fantascienza classica. Un uomo disperso, per una serie di eventi sfortunati, sulla superficie marziana, combatte per rimanere in vita a dispetto di tutti gli imprevisti e le difficoltà che ciò comporta. Un eroe moderno che non si perde facilmente d’animo, dotato di una fine ironia e non del tutto politicamente corretto, la cui ricompensa finale sarà la salvezza. E non credo di aver rovinato il finale a nessuno, anche perché il film tratto da questo libro, nelle sale in questo periodo, si intitola in italiano proprio Sopravvissuto.

Per chi, come me è cresciuto con i libri della collana Urania ed è appassionato di fantascienza, la domanda è sempre la stessa
Meglio iniziare dal libro o meglio iniziare dal film? È nato prima l’uovo o la gallina?

Non esiste una risposta univoca. Intanto il libro è godibilissimo, anche se le parti strettamente scientifiche, profondamente dettagliate (l’autore si sforza di creare per il suo personaggio, situazioni al limite delle capacità umane, che il bravo astronauta dipana con buon senso e molto molto studio) provano non poco il lettore. Quello che posso dire è che il film lo vedrò e proverò a confrontare i miei “effetti speciali” con quelli proposti da Ridley Scott… chissà chi vincerà la sfida!

Spero che nel film risuonino le ultime parole che il coraggioso “marziano” pronuncia alla fine del libro per spiegare il suo salvataggio: “ogni essere umano possiede l’istinto innato di aiutare il suo prossimo. Certe volte può non sembrare che sia così, ma è vero”, e noi ci vogliamo credere!

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Uomini o ciclopi?

Ho visto una meravigliosa trasposizione teatrale dell’odissea ad opera di Robert Wilson coprodotto con il Piccolo Teatro di Milano e il National Theatre of Greece.

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Si recitava in greco moderno con i sottotitoli in alto , su uno schermo ben visibile. Una parola risuonava in moltissime scene, dato che Odisseo gira disperato per terre lontane: si tratta di philoxenia, ossia ospitalità. Per i greci antichi e moderni il termine era lo stesso: deriva da due altre parole Phila (amicizia amore) e xenos (straniero). Ospitalità vuole e voleva dire offrire amicizia allo straniero. Per Omero, il mondo barbarico e bestiale dei Ciclopi si contrapponeva a quello civile e giusto degli esseri umani,dal  momento che questi ultimi ritenevano un dovere naturale e anche un grande onore offrire ospitalità al viandante. Tutta l’Odissea è permeata di questo concetto.

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Mai come oggi il tema dell’ospitalità ci pone davanti la scelta: essere ciclopi o persone civilizzate.

Poi penso alla storia del panettiere di Kos greco di oggi ( di cui abbiamo raccontato il 12 ottobre) , che si comporta esattamente come Penelope e Telemaco: se uno straniero arriva alla sua isola, lui gli offre il pane e ogni giorno lo fa per tantissime persone. Senza chiedersi perchè, si fa cosi e basta: questo è l’atteggiamento di chi discende da Odisseo.

Questo spettacolo non va perso sarà a Milano ancora fino al 31 ottobre.

Le ipnotiche melodie di Satie

Nell’arte si parla spesso di avanguardie, quelle correnti che interrompono la tradizione rispetto ai temi, alle tecniche, ai materiali e si pongono in antitesi con le consuetudini precedenti. Anche nella musica le avanguardie rappresentano un momento di rottura con le abitudini anteriori a volte doloroso ma sempre necessario.

È il caso della musica di Erik Satie geniale quanto eccentrico compositore di fine ‘800 (1866-1925), il quale si mise fieramente in contrapposizione con l’accademismo romantico della sua epoca. Posto sempre ai margini della musica classica, disprezzato dalla élite orchestrale del tempo, egli fu a lungo considerato privo di talento e destinato ed essere dimenticato, fino a quando John Cage non ne recuperò la musica e la memoria addirittura organizzando per lui nel 1948 un festival ad hoc al Black Mountain College. L’estetica di Cage fatta di studiata destrutturazione e la sua poetica che si può inserire in quel filone dell’arte figurativa dell’astrattismo gestuale di Pollock, Kline, e De Kooning, ben si accordano con l’opera di Satie.

Satie-erik-4ff9d0bde1749Una vita all’insegna della musica quella di Satie conosciuto per una serie di composizioni per pianoforte giovanili (Gymnopedies e Gnossienne) che hanno sempre incontrato il favore del pubblico, delicate e ipnotiche, nelle quali tuttavia erano contenute in nuce le novità che si fecero palesi più tardi. Negli anni ’20 del secolo scorso l’incontro con il gruppo dadaista di Tristan Tzara, lo portò a comporre la musica di balletti assurdi quali Parade (che nell’organico dell’orchestra prevede una macchina da scrivere) e Relâche (che include un frammento di un film in cui compaiono lo stesso compositore, Marcel Duchamp, Francis Picabia e Man Ray), ma anche un tipo di musica che lo stesso Satie definì “musique d’ameublement” musica di arredamento, riempitiva ma non assordante, che segue i rumori ambientali senza disturbarli e senza distogliere l’attenzione.

Ma ciò che Cage apprezzò e ammirò in assoluto fu un manoscritto ritrovato nell’appartamento di Satie dopo la sua morte: Vexations, una corale di 34 accordi che riporta le seguenti enigmatiche istruzioni: “per suonare a se stessi 840 volte di seguito questo motivo, è consigliabile prepararsi prima, nel più profondo silenzio, adottando una serie di immobilità”.

Eccessivo, eccentrico, irriverente, genio incompreso e precursore di nuove istanze artistiche Satie oggi é stato recuperato al suo destino e ha acquisito un posto rilevante nella storia della musica.

Arte o moda?

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hnE’ lontano il tempo in cui l’arte viveva distante dal mondo del lusso e del glamour. Oggi chi visita una mostra, una biennale, o una fiera verrà spiazzato, perché il pubblico di oggi partecipa all’arte come fosse un gran premio. Un giovane artista italiano, di cui non faro il nome, ma che sta avendo successo e notorietà, mi confessava di essere molto affaticato a causa del dover essere sempre nel posto  giusto e con le persone giuste: addirittura, affermava che alcuni stilisti famosi gli forniscono gli abiti perché ormai gli artisti fanno tendenza. C’è da chiedersi quando si oscureranno le luci della ribalta e torneremo a guardare di più alla sostanza dell’arte.  Questa riflessione mi è venuta in mente proprio oggi che si è aperta a Londra Frieze art una delle più importanti fiere dell’arte nel mondo e dalla notizia che la galleria Nelly Nahmad di Londra propone per la fiera uno spazio diviso in tre installazioni intitolato The Asylum, ispirato ai manicomi visitati da Jean Dubuffet negli anni Quaranta.

Jean Dubuffet, in quegli anni, dopo le atrocità della guerra, dopo il passaggio delle avanguardie, andava ricercando il senso profondo dell’arte negli spazi dove l’arte si faceva per necessità di esprimersi, anche senza la consapevolezza che fosse arte.  Da questa esperienze Jean Dubuffet conio’ il termine art brut. La galleria ha ricreato alcuni ambienti di questi manicomi; l’idea può apparire curiosa ma non si allontana molto dall’impresa di creare una vetrina per lo stand.

Miroslav Marsalek
Miroslav Marsalek

L’ Art Brut l’ho trovata invece in questi giorni al Centre d’Art Contemporain di Ginevra. Qui l’entusiasta direttore Andrea Bellini ha presentato per la prima volta l’opera di Miroslav Marsalek, un artista cecoslovacco la cui opera è degna dello spirito di Jean Dubuffet . Artista autodidatta, disegnatore e scrittore, Miroslav Marsalek ti scuote; qualcuno ha detto che alcune sue figure ricordano il tratto di Pontormo. La sua creazione dilaga come i  suoi scritti che invadono le pagine del suo diario. Bellissima scoperta, il suo lavoro è la perfetta fusione di arte e vita. Le sue annotazioni, i suoi schizzi sono veri e genuini e appena mi sono trovata davanti al suo lavoro  ho sentito che le luci si stavano abbassando: era proprio il  clima che andavo cercando.images-1