La sala di lettura

Roberto Barni
Roberto Barni

Oggi è la Giornata Mondiale del libro e del diritto d’autore, questo evento patrocinato dall’Unesco dal 1996 ci ricorda di leggere di più e di promuovere la lettura a tutti i livelli.

Come italianintransito aderiamo ben felici all’iniziativa #io leggo perchè e rispondendo all’appello  provo a darmi una risposta:

Leggo perchè :

– quando ero piccola mi veniva proposto come un gioco

– crescendo mi è stato imposto a scuola

– invecchiando si è trasformato nella mia attività preferita.

– e infine perchè leggere le storie degli altri è un po’ come guardare uno specchio di Michelangelo Pistoletto guardi l’opera ma vedi anche rilfesso te stesso..

Leggo quando :

– mentre cammino e non inciampo mai

– la domenica pomeriggio

– quando vado dalla parrucchiera

– in macchina mentre guido, infatti ho da poco scoperto la bellezza degli audiolibri.

L’utimo  audiolibro? il  romanzo di John Williams Stoner. Grazie alla voce di Sergio Rubini mi sono trovata in un viaggio da Ginevra a Pistoia e ritorno a sentirmi così coinvolta da arrabiarmi, commuovermi e rattristarmi .

L’ultimo libro letto che consiglerei ad un amico ? L’ho letto grazie alla segnalazione  del mio libraio, il libro è di Paul Auster il titolo Il libro delle Illusioni. Entrerete dentro una serie di quadri dipinti in cui il pittore rappresenta l’opera ma anche lui è parte dell’opera stessa. Le illusioni si intrecciano in vite diverse, L’arte è protagonista.

Un libro che riconosco potente e spiazzante ma che non consiglerei a nessun amico perchè all’angoscia c’è un limite è La strada di Cormac McCarthy.

22 Aprile, Earth Day

earth dayOggi, 22 aprile, si celebra l’Earth day, la giornata internazionale della Terra. Teniamolo con cura in mente perché le cose non vanno affatto bene! Oggi ricorre infatti il 45esimo anniversario di questo evento e ancora poco si fa per il nostro pianeta, oltre a spolparlo, distruggerlo e inquinarlo.

La storia di questa data cammina di pari passo con la storia del movimento ambientalista. La giornata della Terra nasce infatti nel 1970, negli Stati Uniti, in un momento in cui il fermento delle novità era scandito dagli ultimi album dei Beatles, dalla prodigiosa chitarra di Jimi Hendrix e dalla melodia inarrivabile di Bridge Over Troubled Water di Simon & Garfunkel. Gli States cercavano faticosamente di uscire da una guerra disastrosa, quella del Vietnam, in cui era stata decimata la nuova generazione di americani e le proteste studentesche erano all’ordine del giorno. Tuttavia l’attenzione non era ancora focalizzata sull’ambiente ed erroneamente la maggior parte della gente credeva che un po’ di “pollution” fosse lo scotto da pagare per il benessere. A cambiare le cose fu un libro Silent Spring di Rachel Carson del 1962 (Feltrinelli, 1999), venduto in più di 500.000 copie.

Nella prefazione del 1999 scritta da Al Gore si legge: “Il libro di Rachel Carson, pietra miliare dell’ambientalismo, è la prova innegabile di quanto il potere di un’idea possa essere di gran lunga più forte del potere dei politici”. La Carson, biologa marina, lucidamente descrisse l’impatto distruttivo dei pesticidi, e per prima parlò della necessità di portare rispetto all’ambiente che ci circonda (il Silenzio della primavera nel titolo del libro si riferisce al silenzio che si avverte nei campi in primavera dovuto all’avvelenamento di molte specie animali).

Nel 1970 il senatore del Wisconsin Gaylord Nelson, ispirato dai movimenti studenteschi anti-guerra, coinvolgendo altri rappresentanti politici  promosse un teach-in nazionale che coinvolse 20 milioni di americani. Da allora ogni anno il 22 aprile si celebra il giorno della Terra. Ci uniamo al messaggio del segretario delle Nazioni Unite Ban-ki Moon il quale in questo giorno speciale chiede “che ognuno di noi sia cosciente dell’impatto che le nostre scelte hanno sul pianeta e cose tale impatto potrà significare per le prossime generazioni”

Erri De Luca, preghiera laica

barcone-immigratiArriva il bel tempo e noi pensiamo inevitabilmente alle vacanze, alla spiaggia, al mare… non ci sfiora il sospetto che per migliaia di persone è invece tempo di andare, di lasciare tutto, di cercare una via di scampo in un altro luogo, aldilà di quel mare nostrum che un tempo univa le civiltà e che ora è diventato una fossa comune. Nonostante le tragedie il fiume umano, costituito da centinaia di disperati, non si arresterà.

Noi possiamo fare poco per dare una mano, ma quello che possiamo fare è cercare di creare una coscienza comune che induca l’intera Europa ad attivarsi per trovare una soluzione per risparmiare preziosissime vite umane.

Per chi non ha avuto occasione di ascoltarla recitata dall’autore, ecco il testo di una poesia di Erri De Luca, un preghiera laica al mare, affinché accolga le anime di coloro che non ce l’hanno fatta.

Mare nostro che non sei nei cieli
e abbracci i confini dell’isola e del mondo
sia benedetto il tuo sale
e sia benedetto il tuo fondale
accogli le gremite imbarcazioni
senza una strada sopra le tue onde
i pescatori usciti nella notte
le loro reti tra le tue creature
che tornano al mattino
con la pesca dei naufraghi salvati

Mare nostro che non sei nei cieli
all’alba sei colore del frumento
al tramonto dell’uva di vendemmia,
Che abbiamo seminato di annegati
più di qualunque età delle tempeste
tu sei più giusto della terra ferma
pure quando sollevi onde a muraglia
poi le riabbassi a tappeto
custodisci le vite, le visite cadute
come foglie sul viale
fai da autunno per loro
da carezza, da abbraccio, da bacio in fronte
di padre e di madre prima di partire

Chiacchiere del lunedì

Delphine Boël, The Golden Rule blabla
Delphine Boël, The Golden Rule blabla

Vi sono momenti in cui gli obblighi derivanti dall’essere parte dell’umanità vengono prima di ogni altra considerazione. Soccorrere le centinaia di migranti che si gettano disperatamente verso le nostre coste, in mano a dei trasbordatori assassini, oscuri caronti criminali, fa parte di questi.

Obbligo viene dal latino ob-ligare: legare assieme. Un obbligo quindi non è solo un dovere nei confronti di qualcuno, ma anche un qualcosa che ci tiene uniti in un unico destino. Un’obbligo umanitario, poi, come quello di accogliere profughi moribondi, ci richiede di agire per rimanere a far parte dell’umanità, al di là di ogni egoismo.

Per questo fa tristezza leggere sui social media tanti commenti crudeli verso le tragedie che avvengono nel canale di Sicilia; è come se tanti italiani si dimenticassero della propria natura, lasciandosi andare a parole che suonano semplicemente disumane.

Fortunatamente ci sono anche coloro che si impegnano con ciò che hanno in atti di solidarietà meravigliosi. Sono loro – a Lampedusa, negli altri luoghi dove arrivano i migranti, sulle barche e sui mezzi di soccorso – che ci danno speranza in un mondo migliore e che ogni giorno ci ricordano la celebre ammonizione di Dante: “fatti non foste a viver come bruti”.

Côté Suisse

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Altri indizi: vento di scirocco, che secca la gola e strappa i vestiti, profumo di peperoni arrostiti sul fuoco. È ora di tornare, fra un po’ ci incamminiamo verso il porto, ora si puó dire arrivederci Sardegna.
Perché mettere questo post nella rubrica Côté Suisse, perché qui la crisi morde ancora con cattiveria e la situazione è così pesante che un gruppo di Sardi  doc ha pensato alla Sardegna come 27esimo cantone svizzero: il Canton Marittimo. “Non si tratta di una provocazione nè di una boutade.
Si tratta di un progetto, di un’idea che scaturisce dall’attuale contingenza che vede l’Italia intrappolata in un vortice di crisi politica e amministrativa apparentemente senza via d’uscita, che sembra ci sia scarsa volontà di risolvere.” Si legge nel sito (cantonmarittimo.com) e ancora: “La Sardegna, eterna colonia, ex granaio, ex legnaia, ex rifugium peccatoribus di un paese (l’Italia) col quale si identifica pigramente, se non in occasioni calcistiche o sportive in genere, acquisirebbe quell’indipendenza agognata da tanti e, mantenendo piena sovranità sulle proprie istituzioni e sulla propria cultura, entrerebbe a far parte di una nazione federale (la Svizzera) moderna, evoluta, con uno straordinario rispetto per le risorse naturali ed ecologiche e che rappresenta un modello universalmente riconosciuto di rispetto e salvaguardia delle autonomie territoriali identitarie”.
Non so se sarebbe giusto e non voglio entrare nel merito dell’argomento, troppe sono le cose che non so di questa terra meravigliosa. Tuttavia l’impressione di essere ai “confini dell’impero” non ti abbandona. Chissà se non sarebbe meglio leggere su una cartina geografica Canton Marittimo, Svizzera, piuttosto che HIC SUNT LEONES?

Ma dove sei finita?

Pronto Enrica? posso sapere quando torni?
-Bonu die Stefania! Come dicono qua!
Di tornare non ne ho proprio voglia! Inoltre il tempo si è ripreso e sembra estate… quindi resto ancora un poco.
Ormai Pasqua è finita da un po’, tu hai fatto le valigie sei partita e non ti abbiamo più visto. Devo preoccuparmi?
– Lo so, lo so… Dovrei tornare, ma qui dove sto si mangia bene, si beve meglio e l’orizzonte cambia colore a seconda dell’ora della giornata.
 – E vieni dai, qui a Ginevra sono delle giornate di sole pieno, lo schizzo nel lago Lemano è più alto che mai e come sempre dopo Pasqua c’è un sacco di cioccolato a saldo.
-Certo , il Lemano sarà azzurro e il  cioccolato in saldo, ma vuoi metterli con  la brezza marina e il profumo del ginepro?
Ancora un indizio… Sappi che proprio a pochi passi dal centro di Ginevra esiste un luogo caratteristico la cui architettura e ambiente derivano proprio da dove mi trovo ora… Ora basta, troppe informazioni, fammi godere ancora un po’ di questo sole!
Saludu. Enrica

Côté Suisse

vuesaeriennes01_copyright_geneve_tourisme_1Su un territorio di appena 16 Km quadrati, tale è l’estensione della città di Ginevra, ci sono 20 musei, fra pubblici e privati. La città spende il 22% del suo budget annuale per la cultura. Tuttavia come Philippe Vignon, patron di Genéve Tourisme  ha dichiarato “Ginevra è molto brava nel savoir-faire ma decisamente mediocre nel faire-savoir”, infatti la sua pecca principale è quella di non essere in grado di fare una convincente “promozione culturale”.

Finalmente chi doveva interessarsi di questa fondamentale verità se n’è accorto. Ginevra finora ha vissuto un singolare paradosso. Città attivissima dal punto di vista culturale, capitale della musica classica ed elettronica, della danza moderna e del teatro d’avanguardia non si è mai preoccupata di promuovere questa sua vocazione, tagliando fuori di netto le migliaia di possibili frequentatori stranieri degli eventi e creando quasi una casta di iniziati al corrente delle diverse offerte culturali.

Alexandre Demidoff, editorialista di Le Temps ha messo il dito nella piaga affermando che Ginevra a tal argomento si dimostra : “Aristocratica fino all’indifferenza, e favorisce una cultura tra pochi, a prescindere dai profitti, simbolici, narcisistici ed economici, che tale offerta può portare”.

La soluzione a ciò che è stato definito “calvinismo in materia di politica culturale” è quella di puntare sui musei nonostante le loro pecche e i loro ritardi nelle infrastrutture, gli esperti hanno riscontrato che per far risorgere Ginevra come capitale culturale al pari di altre città europee è necessaria un’icona, come il Guggenheim per Bilbao, come la Fondazione Beyeler per Basilea. Chissà se la sfida verrà accettata dalla municipalità. Per quanto riguarda noi italianintransito e tutti gli altri expat della città non vediamo l’ora che le cose cambino per poter godere in qualche modo della vitalità culturale di Ginevra, per noi semi sconosciuta! Che dire? Ci auguriamo che la città di Ginevra si accorga e sia clemente con i non iniziati, ma affamati di cultura… e ce ne sono tanti!

 

English version

Over a land area of just 16 squared kilometres, in the westernmost tip of Switzerland, you will find the city of Geneva and its 20 museums. The city spends 22% of their annual budget on culture. However, as Philippe Vignon, head of Genéve Trouisme, states ‘Geneva has plenty of savoir-faire, but is mediocre in the field of faire-savoir’. The city’s biggest fault, in fact, is the lack of a successful marketing campaign to publicise the existence and extent of their numerous cultural attractions.

Recently, the people that were meant to take care for this aspect of Geneva’s cultural heritage, realised their mistakes. Until now, the city of Geneva has been paradoxically both very active in the cultural field, with important events taking place spanning from music, dancing, and theatre performances, while at the same time never really bothering to let people know about them, cutting out thousands of potential foreign visitors from seeing the city for the culturally rich environment it sustains. This creates a small group of privileged few that know about these events.

Alexandre Demidoff, editor of Swiss newspaper Le Temps, caused a stir stating that Geneva, when faced with the argument, is ‘aristocratic to the point of indifference, and favours a culture reserved for a fortunate few, without regards to the economic, symbolic and narcissistic profits that doing the opposite would bring’.

The solution to what was defined ‘calvinism in the field of political culture’, is to wager in favour of these museums regardless of their faults such as their lateness in building infrastructure. Experts’ reports claim that in order for Geneva to become an important cultural focal point like its European counterparts, it needs to find its iconic establishment, much like the Guggenheim in Bilbao or the Beyeler Foundation in Basel. Who knows whether this challenge will be taken up by the city’s municipality, who holds the power to make this change happen. All we know is that us Italianintransito, along with countless expats, cannot wait for a change in the city’s politics in order to enjoy the vitality around Geneva’s cultural life so unfamiliar to us. What else? We hope that the city of Geneva realises its mistakes for the culture-hungry population… After all, there are plenty of us!

Bella ciao!

Stiamo per raccontarvi una storia antica che risale agli ultimi concitati mesi della Seconda Guerra Mondiale, una storia che parla di uno scatto fotografico, del sorriso di una donna coraggiosa e di come sia diventata un’icona per coloro che si oppongono ai regimi totalitari.

lisettaLa storia ha dell’incredibile. La fotografia risale al novembre 1944, con ogni probabilità è stata scattata da un fotografo al seguito delle truppe alleate, come testimonia anche il nome con la quale è stata registrata nell’archivio dell’Imperial War Museum britannico: The italian Magnis freedom fighters. Fino a qualche mese fa la donna che compare sorridente in un golfino bianco tenendo i lembi della sciarpa con una mano e brandendo il fucile con l’altra era definita “ignota”, non se ne sapeva nulla. Non si conosceva la sua storia, il suo nome, per quale ragione si trovasse sulle montagne della Val d’Aosta cercando di guadagnare la Francia. Di lei si sapeva solo che la sua foto, il suo sorriso, il suo sguardo fiero che, a distanza di oltre 70 anni, “buca” ancora l’obiettivo, erano stati usati nella campagna di propaganda voluta dagli alleati che tendeva a dimostrare il coraggio delle popolazioni in lotta contro il fascismo, che spronava tutti a prendere le armi per liberarsi dal giogo della dittatura.

Oggi grazie agli sforzi di una giornalista testarda, Emanuela Risari, si è arrivati a stabilire che la “partigiana” della foto è Prosperina Vallet, nome di battaglia Lisetta, sposata con Rino Mion, nome di battaglia Fulmine, e faceva parte della brigata partigiana autonoma Vetrosan, che nei primi giorni del novembre 1944 stava ripiegando in Francia perché a corto di munizioni e di cibo. Storie minime, che si sono dipanate come tanti rivoli all’interno di un quadro storico complessivo di eccezionale dolore e violenza. Storie di persone normali divenute eccezionali perché disposte a sacrificare tutto e tutti in nome di un ideale di libertà che in quegli anni era difficile anche solo sognare. Lisetta era nata ad Aymavilles, nel 1911, ma la cosa più sconcertante è che è vissuta fino al 1998 senza sospettare di essere diventata un’icona della Resistenza antifascista.

TaroLa sua foto è esposta fino al 31 maggio nella mostra Questa è guerra allestita al Palazzo del Monte di Pietà a Padova. Accanto ad essa spicca un’altra icona femminile dei tempi di guerra, lo scatto di Gerda Taro che ritrae una Miliziana repubblicana spagnola che si esercita sulla spiaggia di Barcellona, nell’Agosto del 1936. Insomma come dire il sesso debole!

 

 

 

 

English Version 

We are going to tell you a tale that takes place in the last agitated months of the Second World War, a story that revolve around a photograph, of the soil of a brave woman and how she became an icon for those opposing to totalitarian regimes.

The story of this image is truly incredible. The photograph, capturing a moment of November 1944, was probably taken by an Allied Forces soldier, as the title with which is it registered at the British Imperial War Museum in London suggests: ‘The Italian Magnis Freedom Fighters’. Until a few months ago, the friendly face of the woman, smiling and wearing a white pullover, holding onto her scarf in one hand and a gun in the other, was best described as ‘unknown’, nothing about her was certain. No one knew her story, her name, the reason for which she was in the mountains of the Aosta Valley along with soldiers trying to occupy France. The only thing that was certain about the woman appearing in the photograph was the at her smile and her proud gaze lead the photograph to become a key image in the propaganda campaigns in the war against fascism in Italy, pushing all to take up arms to free their country from the oppressing dictatorship. 

Today, thanks to the extensive effort by ‘stubborn’ journalist Emanuela Risari, the identity of the woman in the photos was made public: she is Prosperina Vallet, who in battle was referred to as Lisetta, wife of partisan Rino Mion, who fought alongside her under codename Fulmine, lightening. They were both part of the autonomous brigade known as Vetrosan, that during the first days of November 1944 was withdrawing to France because of a shortage of food and ammunition. The story of these people were simple stories, but ones that added to the complessive amount of pain and violence that branched out during that time period. Many are the stories of normal people ready to give up all they had in the name of a freedom that, during those treacherous years was difficult to even imagine. Lisetta was born in Aymavilles in 1911, and lived on until 1998, clueless to the fact that she had been, for many years, the icon of anti-Fascist resistance.

The photograph of Lisetta and many others are displayed until the 31st of May at the exhibition ‘Questa è Guerra’ (This is War!) at the Palazzo del Monte di Pietà in Padua. Next to the one of Lisetta you will find the photograph of another woman that became a symbol in times of war taken by Gerda Taro in August 1936 during the Spanish Revolution, depicting a Republican militia training on a beach in Barcelona.

Milionidipassi // Millionsteps

CA2dwFrWUAAFHsGCosa hanno in comune i deserti africani, i boschi della Serbia, le montagne dello Yemen, le strade del centro america, le isole greche e le banchine dei porti siciliani? Sono percorsi da milioni di persone in fuga. In fuga dalla guerra, dalla violenza, da un posto e da una situazione che non è più sostenibile. Mai come in questo periodo, sostiene l’Alto commissariato per i rifugiati delle Nazioni Unite, il numero delle persone in “movimento” e stato così alto.

“Immagina di camminare per giorni, settimane o mesi nel deserto o nella neve, o di attraversare il mare agitato dentro un gommone in cerca di un posto sicuro. Questo incubo è la realtà per più di 51 milioni di persone nel mondo, costrette a fare milioni di passi per sopravvivere. Di questi, 16 milioni sono rifugiati, più di 33 milioni sfollati interni e circa 1,2 milioni richiedenti asilo.

Avevano tutti una vita normale, molti di loro avevano un lavoro. Hanno dovuto lasciare tutto perché intrappolati in un conflitto o una guerra. Non hanno avuto altra scelta se non fuggire perché attaccati o minacciati”

Sono queste le parole introduttive della nuova campagna di Medici senza Frontiere, #milionidipassi, voluta per sensibilizzare l’opinione pubblica alla tragedia di interi popoli nelle zone più remote del pianeta.

Utilizzando le foto di calzature scattate dalla fotografa americana Shannon Jensen a partire dal 2012, che ha documentato l’esodo di dimensioni bibliche delle popolazioni del Sudan verso una agognata tranquillità, Medici senza frontiere documenta la propria presenza fra queste genti alle quali fornisce non solo le necessarie cure mediche e le vaccinazioni, ma l’assistenza psicologica, il cibo, l’acqua potabile puntando il dito sull’inadeguatezza degli aiuti istituzionali.

Dunque queste scarpe logore, piccole, grandi, spaiate diventano il simbolo di un’umanità martoriata e in viaggio e un appello disperato affinché vengano

  • stabiliti “canali regolari per consentire alle persone di cercare protezione in modo sicuro. La chiusura delle frontiere e la mancanza di vie legali e sicure per raggiungere l’Europa costringe, infatti, le persone a intraprendere viaggi pericolosi mettendo a rischio la loro vita nelle mani di bande criminali senza scrupoli”.
  • ripristinato “un adeguato dispositivo di soccorso in mare. Pur non essendo la soluzione al problema, non si può permettere che la miopia e l’egoismo dell’Europa diventino un alibi per l’inazione dell’Italia. Il mare che bagna le nostre coste non può trasformarsi per sempre in un cimitero”.
  • garantite “adeguate condizioni di accoglienza” e previsti “piani per la gestione dell’emergenza alle frontiere che permettano a chi fugge di vivere dignitosamente durante il viaggio verso un futuro più sicuro”.

 

English Version

What do African deserts, Siberian woods, Yemenite mountains, Central American roads, Greek islands and Sicilian boating docks have in common? The fact that, every year, they are treaded by millions of people fleeing their homes. Fleeing from wars, from violence, from places where the situation is no longer tolerable. Never, according to the UNHCR (United Nations High Commission for Refugees), has the world seen so many people fleeing toward a better life.

“Imagine walking for days, weeks, or months in desert sand or in snow, or crossing high seas in unsafe dinghies, looking for a safe-haven. This nightmare is a reality for 51 million people worldwide, forced to take a million steps to survive. Amongst these, 16 million are refugees, over 33 million are IDPs (internally displaced persons), and about 1.2 million are asylum seekers.

They all lead normal lives, many of them had jobs. They had to run from everything they had because they were trapped in a conflict or war. They had no choice but flee because they felt menaced, or were in some way attacked”

These are the words leading the new campaign by Medici senza Frontiere Italia, or the Italian equivalent of Doctors without Boarders (MsF), appropriately titled #milionidipassi (millions of steps), working to teach people about the tragedy that many peoples around the globe are suffering.

Using photographs of shoes, taken by American photographer Shannon Jensen during the mass immigration of Sudanese nationals towards tranquillity started in 2012, MsF documents its presence between these newly nomadic people, to whom it provides necessary medical care and vaccinations, as well as psychological assistance, food, and potable water, meanwhile scorningly pointing its finger at the inadequate aid from international organisations.

These shoes, then, whether consumed, small, large, or mismatched, become a symbol of a battered, nomadic humanity, yelling for aid in order to achieve:

  • the creation of ‘regular channel to allow for people to seek refuge in a safe manner. The closing of borders and the lack of legal ways to reach Europe forces desperate people to undertake difficult and treacherous journeys, putting their lives in the hands of organised crime’.
  • the revival of ‘adeguate sea rescue operations. Although not being the solution to the problem, we cannot allow the shortsightedness and the selfishness of the European Union to become an alibi for Italy’s lack of action. The water that wets our coasts cannot be turned into a cemetery’.
  • the granting of ‘adeguate welcoming conditions’ and ‘plans for dealing with emergencies at borders that allow fleeing people to live with dignity during their journey to a brighter and safer future’.