Connessioni

Jhon Steinmaeyer
Jhon Stanmeyer, World Press Photo of the Year 2013

Il World Press Photo Contest assegna da 55 anni un premio alle migliori prove di fotogiornalismo. Vi è passato di tutto, da questo premio. Attraverso i suoi archivi si seguono sia la storia del nostro mondo sia l’evoluzione dello stile del fotogiornalismo. E’ appena stato dichiarato il vincitore del 2013: una foto bellissima scattata da John Stanmeyer, che ha lavorato per Time e per il National Geographic.

La foto è davvero rappresentativa del nostro tempo: su una spiaggia di Djibouti, la notte, un gruppo di immigrati alza verso il cielo i propri cellulari (i cui schermi luminosi, nella foto, prendono quasi il posto delle stelle) in cerca di rete per comunicare coi propri cari.

C’è tutto in questa foto. Il sogno di una vita migliore, la miseria che attanaglia una grande parte dell’umanità. Il desiderio di rimanere legati ai propri cari la possbilità offerta dalla tecnologia. Infine il fatto che “nessun uomo è un’isola”, ma che siamo tutti parte di un’unica umanità in cammino.

Das große Museum (The Great Museum)

The Great MuseumIeri si è chiusa la 64esima Berlinale, cioè il festival del cinema di Berlino. Nato nel 1950 il festival ha acquistato di anno in anno sempre maggiore importanza e l’Orso d’oro per il miglior film è divenuto un ambito premio per qualunque regista internazionale. Oggi non parleremo però della sezione principale della Berlinale, che ha incoronato il film cinese Black Coal, Thin Ice di Diao Yinan, ma di una delle quattro sezioni del festival, il Forum, dedicata ai documentari che riflettono realtà politiche e sociali della nostra epoca. Infatti vincitore del Caligari Award Screening, il premio che viene assegnato al miglior documentario, quest’anno è stato vinto da una pellicola austriaca Das große Museum (The Great Museum) di Johannes Holzhausen.

Il documentario di Holzhausen è il risultato di un progetto ambizioso ed è dediacto ad uno dei più grandi musei del mondo: il Kunsthistorisches Museum di Vienna. Il documentario abbraccia un arco temporale di due anni, durante i quali il museo è stato massicciamente ristrutturato, ed è legato alla sua riapertura al pubblico (vd link i fondo alla pagina). La pellicola è un vero e proprio documento, non ci sono voci narranti, non c’è musica di sottofondo, viene «solo» filmato il «dietro le quinte» di un’istituzione che ha l’enorme compito di « conservare, visualizzare e contestualizzare il passato » per cui « ha bisogno di costante aggiornamento per coinvolgere il pubblico moderno intimidito da ciò che è “vecchio” » (Variety, 7 febbraio 2014). Ci viene presentata una struttura maestosa di cui l’aspetto, volutamente, non è stato stravolto dai tempi degli Absburgo. Le sale monumentali hanno conservato la loro severità, solo l’illuminazione è stata riprogettata e rafforzata grazie all’artista Olafur Eliasson che ne ha curato il rifacimento.

Il regista si è introdotto nel museo con le sue telecamere cogliendo il lavoro segreto e incessante di ognuno senza sovrapporsi: curatori, restauratori, storici dell’arte, responsabili di bilancio e marketing, ma anche addetti alle pulizie e custodi, tutti sono stati ripresi nelle loro funzioni, quasi come in un reality, a mostrare cosa realmente accade dietro le porte chiuse di un’istituzione di questo livello.

La pellicola, ne sono certa, forse passerà fra qualche tempo in qualche circuito televisivo o su qualche canale dedicato all’arte, purtroppo non certo al cinema, restiamo in attesa di vederlo tutto per poter curiosare nel back stage della storia.

Lavori di restauro

chiacchiere del lunedì

Delphine Boël, The Golden Rule blabla
Delphine Boël, The Golden Rule blabla

È passato anche San Valentino: un’occasione per gli innamorati, ma anche per tutte quelle persone che invece lo hanno dedicato al V-day (da non confondere assolutamente con quello italiano di grillina memoria!) il giorno per manifestare contro la violenza sulle donne e sulle bambine nel mondo (vedi www.vday.org) attraverso attività varie: dal teatro ai flash mob danzanti.day

Abbiamo seguito le ore cruciali che stanno conducendo alla staffetta nel governo. Verso fine settimana abbiamo commentato la frase infelice del rampollo di casa Agnelli, John Elkann, sui giovani italiani e sulla loro presunta scarsa volontà di mettersi in cerca di un lavoro: e qui ci siamo arrabbiati e sentiti offesi pensando in fondo che il ragazzo non sa di cosa parla, perché non ha mai vissuto la realtà comune dei giovani d’oggi .

E ora, si apre la settimana con la musica: ha inizio il festival di Sanremo e l’enfasi sarà tutta concentrata sull’evento. Si commenteranno le musiche ma anche i vestiti, le battute e le gaffe dei presentatori. Sanremo è una parentesi che forse ci farà allentare la tensione, certo ma ci distrarrà dalle realtà del paese. Mentre tutte le edizioni passate si fondono e ci confondono perché alla fine sembrano tutte uguali, sappiamo che gli dedicheremo un po’ del nostro tempo. In verità, Sanremo fa parte della nostra quotidianità, ci consente di sentirci un po’ più italiani e, secondo una strana catena di emozioni legata a memorie e date, ci riporta sempre indietro verso la nostra gioventù.

Non sarà un grande un problema se non riuscirete ad assistere a tutte le puntate fiume di questa edizione, tanto si sa Sanremo è un po’ come le soap opere americane, se perdi qualche puntata la trama non cambia!

Oggi non si “fa il piatto” si “impiatta”!

julia child“Impiattare”, ma siamo sicuri che esista davvero questo verbo? Che nel vocabolario abbia un suo posto fra “impiastro” e “impiccagione” (ho controllato credetemi non ce n’è traccia!)? Che faccia parte della tradizione culinaria italiana, magari del gergo gastronomico?

Bho! Non è molto importante, importante è notare, in questa epoca di crisi profonde, quanto la cucina, il cibo e tutto ciò che ruota attorno ad esso entrino prepotentemente nella nostra vita quotidiana attraverso la televisione. Non c’è programma, magazine, notiziario che non dedichi almeno una rubrica al cibo.

Che si tratti di Master Chef (Italia, USA, addirittura Australia) o della bellona di turno che si posiziona dietro i fornelli, dello sconosciuto cuoco o di Julia Child, veniamo bombardati quotidianamente da “ganache” al cioccolato, “fumetti” di pesce,  “supreme” di pollo, legumi alla “bordolese” e chi più ne ha ne metta!

La cucina è diventata spettacolo. Godiamo del povero aspirante cuoco maltrattato, vessato dallo chef di grido. Facciamo il tifo per chi riesce ad impanare meglio la fettina, ci agitiamo in poltrona dando consigli come davanti alla nazionale di calcio. Il nostro metodo è senz’altro migliore, più efficace, più gustoso di quello mostrato. Tutto fa spettacolo, la lacrima di chi deve lasciare i reality e la parolaccia quando capitano da cucinare le rane, i duelli ai fornelli, le gare a chi cucina il piatto più innovativo!

Cucinare è nel DNA degli italiani, siamo tutti bravi, se non altro utilizziamo di preferenza materie prime fresche e in genere di ottima qualità, è vero, ma attenzione a questi specchietti per le allodole. Cucinare in modo professionale è tutt’altra cosa. Occorre una lunga preparazione e una lunga gavetta. Essere “creativi” in cucina è molto pericoloso, lasciamolo fare a chi ha studiato anche la composizione degli alimenti, a chi ha la competenza per accostare sapori ed odori, non tutti siamo nati “chef”. La cucina oltre che un’arte è una scienza e richiede dunque non solo talento, ma lunga preparazione.

Con l’arte ci si arricchisce?

Andy Wharhol, dollar sign
Andy Warhol, Dollar sign

Da meno si una settimana è arrivato a Bologna a Palazzo Fava il quadro “La ragazza con l’orecchino di Perla” opera molto famosa del pittore Jan Vermeer (il quadro è tanto più famoso dopo il romanzo di Tracy Chavalier “La ragazza dall’orecchino di perla” del 1999 dal quale successivamente fu tratto anche il film di Peter Webber).  L’occasione si è subito trasformata in un successo di pubblico, ci sono già più di 120 mila prenotazioni.

Jan Veermer
Jan Veermer, 1665-66

Mentre, però, le persone si accalcano per andare a vedere l’opera, molti esperti e storici dell’arte polemizzano e imputano al curatore Marco Goldin di essersi piegato ancora una volta alla cultura intesa come evento.  Definito inventore del business delle grandi mostre, Marco Goldin ribatte che la “bellezza è superiore a qualsiasi polemica” e con eventi del genere “ pago lo stipendio a un centinaio di persone” (da La Stampa, domenica 9 febbraio, p.19). Oltre a tutto, questa macchina espositiva attira tanti visitatori che possono scoprire così “Bologna, una città splendida e poco visitata”e infine generare tanti soldi.

Cosa è dunque che ci risuona tanto fastidioso?

Credo, caro Goldin, che la ragione di questo disagio sia un sottile senso di colpa che ci portiamo dietro: è come se fossimo ancora recidivi e convalescenti da una sbornia di trionfi, di soldi, di audience e di pubblico, e di marketing aziendale che alla fine è risultato una farsa. Il nostro paese ancora non si è riavuto da quella promessa fallita che si basava sul benessere economico fatto di sponsor e pubblicità. E quando si parla di arte in termini economici e di posti di lavoro ci sembra di sentire il suono della pubblicità e ci appaiono davanti agli occhi le televendite, i fustini, i salotti e  i materassi.

Ciò nonostante la mostra di Bologna  è un successo, tutti vogliono vedere il quadro: perchè? Perché quello di Vermeer  più che un quadro è un mito; vederlo ci illude di essere partecipi ad un evento mondano. Non a caso proprio tu affermi che un altro quadro che più di ogni altra vorresti portare in mostra sarebbe La Gioconda.  L’icona globale per eccellenza che grazie all’industria pubblicitaria ha più di ogni altra opera saturato l’immaginazione popolare.

Ecco allora che  l’ansia risale e ci viene da esclamare: non vogliamo più inseguire la fama o un sogno, è il momento di regalarci  la verità e avvicinarci alla complessità della storia dell’arte. Come spiega bene Tomaso Montanari nel suo libro Le pietre e il popolo , edito da Minimu fax, “studiare la storia non serve ad emozionarsi, ma a educarsi all’esattezza, alla presa sul reale, alla capacità di modificarlo” (p. 151).

Dovevo vivo a Ginevra, ad esempio, la verità è una lezione continua.  La verità ripetuta è che la cultura costa tanto e non si può sprecare niente. Non mancano le mostre, ma non ho mai eventi eccezionali a cui partecipare, piuttosto percorsi da eplorare e a volte nemmeno tanto facili da comprendere. In fondo una mostra è il risultato di una ricerca, che si programma per tempo e si studia da tutti i punti di vista.  A Ginevra non tutte le mostre hanno un catalogo, però si trovano sempre le fotocopie durante il percorso e anche la pubblicità è ridotta al minimo.  Niente carte patinate per gli inviti ma semplici cartoncini e molte news letter per e-mail, poi conferenze, approfondimenti e visite guidate.  I volontari  di tutte le generazioni sono ben accetti e danno un contributo importante a tenere aperte le sale e ad accoglierei visitatori.

Sarà un segno positivo, ma mi domando come mai l’unica tappa europea del tour del quadro La ragazza con l’orecchino di Perla è stata fatta in Italia?

“Se non è mai nuova e non è mai vecchia, allora è una canzone folk”

Inside Llewyn Davis Questo è quello che afferma Llewyn Davis il personaggio protagonista di A proposito di Davis, il nuovo film dei fratelli Coen, da qualche giorno nelle sale cinematografiche. I fratelli Coen ci hanno già regalato grandi capolavori quali Il grande Lebowski o Non è un paese per vecchi. Questa loro ultima fatica si è già guadagnata a Cannes nel 2013 il Grand Prix Speciale della Giuria, quello che per intenderci viene assegnato all’opera che dimostra più originalità e spirito di ricerca.

Non mi dilungherò molto nel raccontare la vicenda del film, riassumibile brevemente in una settimana della vita di Llewyn Davis, cantante folk di talento, vessato dalla sfortuna e incapace di interagire con i suoi simili, con un passato tragico e accompagnato da un gatto che alla fine si scoprirà chiamarsi Ulisse come l’eroe omerico.

Grande esempio di cinema, che ha raccolto in giro per il mondo critiche entusiastiche. A partire dal New York Times che lo definisce: “un’Odissea melanconica attraverso la scena del Folk” il prototipo dei fratelli Coen “vale a dire un covo di surrealismo, nostalgia e cultura pop. Per dirla in un altro modo, è un racconto popolare”. La critica francese su le Monde lo promuove senza riserve: “I fratelli Coen hanno sempre oscillato tra una vena sarcastica e una vena malinconica, spesso mescolando le due cose. I loro film migliori sono quelli dove domina la seconda. Come in A proposito di Davis, che è probabilmente il miglior film che abbiano mai girato”. In Italia l’anteprima è stata giudicata da Porro del Corriere della sera come “un incantesimo del passato e, nonostante sia il racconto di un’esperienza personale e patimenti intimi, diventa quasi epico appena si mette al finestrino a guardare quel mondo assurdo che è la società dello spettacolo vista nel suo nascere”.

Ho visto il film, un gran bel film certo ricco di una disperata poesia, ma l’ho trovato irrisolto, Inside Llewyn Davis locandinaforse troppo intimista comunque assolutamente privo di quell’umor nero che tanto viene celebrato a proposito dei Coen. E non interviene a salvarlo neanche la bizzarra fine con la quale forse i registi volevano significare il loop infinito nel quale si trova il protagonista. Quanto alla musica è favoloso e gli interpreti eccezionali, ma per essere un film sulla musica l’ho trovato stranamente privo di musicalità. Mi sento dunque di concordare con il critico dell’Observer inglese, Mark Kermode, il quale afferma tranchant: “Il film è troppo pretenzioso, come una canzone che non ha il ritornello all’altezza delle strofe. Forse, come molti album inizialmente impenetrabili, ha bisogno di essere visto più volte. Ma neanche la seconda finora ha trasformato la mia ammirazione in amore”.

Comunque, la pellicola è da vedere perché rende vivido uno spaccato della società americana e per l’amore con il quale i fratelli Coen trattano la materia, la canzone Folk nei primi anni sessanta, un’epoca in cui ancora non si era affacciato sulle scene Bob Dylan che l’avrebbe rivoluzionata per sempre.

In ultimo una nota di merito non solo per l’attore protagonista Oscar Isaac, un credibilissimo cantante folk, ma anche per il resto del cast veramente eccezionale Carey Mulligan, Justin Timberlake, Murray Abraham, John Goodman e tanti altri che con le loro interpretazioni rendono la pellicola indimenticabile.

Che prezzo ha la fedeltà?

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Fedele è chi è costante nei rapporti con gli altri. Un aggettivo che oggi sembra un po’fuori moda. La stessa fedeltà non è più una virtù, siamo tutti rilassati sull’ impegno con l’altro e tutti siamo d’accordo nel dire che l’affetto non deve soffocare, anzi ognuno rivendica la propria libertà- Persino in caso di separazione, oggi il peso dell’infedeltà non è più considerato determinante. Fedele poi è il nome con cui si indica il seguace di una confessione religiosa, e mai come oggi tale figura appare discussa, sospetta e arretrata. Che dire poi del sinonimo della parola fedele: devoto, ovvero una persona consacrata ad un’ideale o ad un principio; mi guardo in giro e mi chiedo se ne esistano ancora.

Attenzione però la fedeltà e la devozione ci sono oggigiorno sempre più richieste. Tutti le vogliono, ma non più nel campo del rapporto con l’altro ma nella relazione quasi assidua tra le persone e le cose. Faccio un esempio, ogni negozio dove vi affacciate ormai vi propone la sua carta fedeltà: è un tormento, ci tenta e ci richiama; sembra non se ne possa più fare a meno. Ci avete fatto caso? Pensavo a questo leggendo che anche la Coca Cola ha deciso di produrre le sue bevande in cialde. Si dice già che sarà una rivoluzione : saranno delle cialde proprio come quelle che ora sono in commercio per il caffè e il tè. Progresso? Addio bottiglie e lattine: bene, mi dico, meno spreco e meno ingombro. Ma in fondo lo so: è una nuova trappola di chi mi vuole per forza legare a lui per sempre. Mi spiego, per bere quelle bevande, avrò bisogno di acquistare la macchine che le produce e potete giurarci che da quel momento sarò fedele consumatrice della Nestlè, della Coca Cola o di qualsiasi altra diavoleria che mi vorrà tutta per sé.

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Chiacchiere del Lunedì

Parliamo di emergenze? è l’argomento del giorno: emergenze politiche, istituzionali, giudiziarie, perfino, e non ultime, ambientali…

Fondation Abbé Pierre, campagna 2013 by BDDP Unlimited
Fondation Abbé Pierre, campagna 2013 by BDDP Unlimited

Ma c’è un’emergenza che striscia silenziosa, perché non vogliamo vederla, perché non ce ne vogliamo fare carico, perché in fondo è più facile chiudere un occhio, perché tocca tante tante persone… insospettabili, vicine a noi, che vivono questa cosa con vergogna.

Sto parlando delle mense dei poveri (che orribile espressione) che potrebbero rimanere senza scorte di cibo a causa di un cambiamento nella nuova programmazione europea 2014/2020. È un rischio concreto che colpirebbe duramente fin dai prossimi mesi 4.000.000 milioni di persone, che allestiscono pranzo e cena grazie ai finanziamenti UE che si traducevano in diversi prodotti alimentari che poi gli enti caritativi come la Caritas o il Banco Alimentare distribuivano in modo capillare sul territorio.

Andrea Giussani presidente del Banco Alimentare ha affermato alla fine dell’anno scorso: “La situazione è veramente di emergenza, fino all’anno scorso ricevevamo dall’Ue derrate alimentari, mediamente il 50 % di quello che il Banco Alimentare distribuiva. Adesso l’Unione ha decretato la fine di questo programma di aiuti, è in discussione un nuovo piano che però dovrà occuparsi di tutti i tipi di povertà, alimentare, abitativa, mentre i paesi dell’Ue sono aumentati e il finanziamento non ancora stabilito. A questo finanziamento europeo che dovrebbe essere approvato a fine anno, si aggiungerebbe il fondo nazionale di aiuto agli indigenti, quota volontaria che i governi sono invitati a donare”. Di cui però ad oggi non se ne sa nulla!

Altri paesi dell’unione europea sono già corsi ai ripari e hanno anticipato il denaro necessario (Francia e Spagna) … e noi?

La falsaria

Volete il titolo di un libro da leggere in un week end per divertirvi a seguire le vicende di un quadro famoso in mano a una falsaria? Ne ho uno: è adatto a chi ha passione per l’arte e si incuriosisce di fronte alle storie di un quadro celebre. Storie che includono la sua creazione, ma anche la vendita e ciò che accade dopo che entra a fare parte di una collezione.

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Questo è il filo della storia che Barbara A. Shapiro ha descritto nel romanzo “La falsaria”, edito da Neri Pozza.  Il libro racconta di una pittrice costretta a fare la falsaria per vivere. Il capolavoro su cui si dovrà cimentare è un opera di Degas dal titolo Dopo il bagno. Il dipinto nel racconto è stato rubato presso lo Stewart Gardner Museum di Boston. Seguirete tutte le vicissitudini della falsaria Claire che ne vorrà fare una copia e vi sorprenderà la facilità con la quale l’autrice riuscirà a descrivere le varie fasi pittoriche necessarie per realizzare il falso. Si passerà dalla ricerca sui colori e sui pennelli agli strati da raschiare e poi da ricomporre di un dipinto ad olio tradizionale: conoscerete la mesticatura, l’imprimitura, la velatura e poi la vernice. E nella descrizione di tutte queste fasi e anche di quella relativa alla cottura del quadro falso per asciugare la pittura, vi sembrerà di vivere dentro allo studio della pittrice e di partecipare al suo lavoro.

La trama, poi, vi permette di viaggiare nel bizzarro palazzo veneziano voluto dalla ancor più bizzarra collezionista Isabelle Steward Gardner, e vi porterà a passeggiare dentro il Boston Museum of Fine Arts, per contemplare il quadro Alle corse – sempre di Degas.

Naturalmente, la storia parla di fatti veramente accaduti (come il furto rimasto ancora irrisolto al Museo Gardner, avvenuto nel 1990) e di altri invece del tutto immaginari: un insieme molto ben composto, come spesso accade per i libri scelti da Neri Pozza, che non esita a pubblicare storie divertenti capaci di arricchirti di conoscenze e nozioni, altrimenti relegate al campo degli studi specialistici.

Fantasie malate o spunti per il futuro?

babeldomThe Guardian quotidiano britannico di lunghissima storia con una tiratura giornaliera di oltre 400.000 copie, ponendosi una domanda sull’utopia delle città ideali ha deciso di creare un sito, che si offre come forum globale per il dibattito e la condivisione di idee sul futuro delle città. Il problema della loro crescita sconsiderata, le preoccupazioni legate al traffico e alla mobilità, all’inquinamento e alla sostenibilità delle risorse energetiche si impone come la nuova sfida del futuro.

Proprio su questo sito che offre una panoramica globale, e cerca risposte alle problematiche della nuova urbanistica, ho trovato una deliziosa lista di 10 ipotetiche città del futuro, come vengono presentate in film di fantascienza famosi.

Al primo posto non poteva mancare Metropolis di Fritz Lang, in cui la città è il vero e proprio modello per ogni visione urbana futurista. Grattacieli collegati da autostrade e ferrovie sospese, perfetta per le élites che possono concedersi di vivere in questi sfavillanti edifici, un inferno per i lavoratori costretti a estenuanti turni di lavoro a ground zero.

Segue 1999, Fuga da New York di John Carpenter, in cui la città del futuro è un incubo decadente e fatiscente, abbandonata dalle autorità, lasciata al proprio destino, in cui si muove una varia umanità fatta di banditi e delinquenti. Insomma tutto ciò che non vorremmo mai vedere accadere alle nostre città nel futuro.

La fuga di Logan, di Michael Anderson, tratto da un capolavoro della fantascienza di William F. Nolan e George Clayton Johnson, è un vero e proprio cult movie anni ’70 giocato fra sociologia, allegoria e fantascienza, in cui la vita si svolge in una città racchiusa in una cupola bioecologicamente equilibrata che appare sulle prime un paradiso, ma che nasconde u terribile segreto: non vi si possono superare i 30 anni di vita. L’utopia post atomica infatti si paga a caro prezzo, tutto, compreso i corpi degli abitanti, viene riciclato senza scampo.

Al quarto posto non poteva mancare la città di Blade runner, una Los Angeles che nel 1982 Ridley Scott ambientava nell’allora lontano 2019 e che dipingeva fosca e piovosa, popolata da replicanti umani alla ricerca di un’anima.

Troviamo poi Alphaville, di Jean Luc Godard una triste città posta su un pianeta lontano, in cui vive un’umanità repressa da una sorta di Grande Fratello orwelliano. Girato a Parigi ne è una fosca copia gemella.

Adattamento di un libro di fantascienza del britannico H.G. Wells, La vita futura del 1936, è stata la più costosa produzione fantascientifica britannica degli anni ’30. La città che viene rappresentata Everytown è stata devastata dalla guerra ed è una trappola mortale per tutti i suoi abitanti.

Si trova al settimo posto la Tokio di un improbabile 2019, città robot che costruisce se stessa, organismo quasi senziente nel film del 1988 Akira del giapponese Katsuhiro Otomo.

La città in cui viene risvegliato Il dormiglione di Woody Allen del 1973, non è un luogo disdicevole, ricorda ancora molto il Greenwich Village di oggi con in più buoni trasporti pubblici. Tutti hanno subito un lavaggio mentale per rimanere tranquilli al proprio posto.

La città di Minority Report di Steven Spielberg del 2002 è la Washington del 2054. Noir, disorientante, simile in molti aspetti ad una città attuale, ma nella quale i “controllori” assicurano tranquillità a scapito della serenità dei cittadini, i quali insieme alla città vivono un malessere spirituale.

Ultimo della lista è Babeldom del 2013, di Paul Bush, “un’affascinante meditazione sulle città del futuro” come il Guardian stesso ha affermato. Qui la città è una complessa visione architettonica in egual parte bellissima e terrificante: una elegia alla vita urbana, il ritratto di una città del futuro, costituito da immagini in movimento raccolte dalla scienza, dalla tecnologia, dall’industria e dall’architettura.