
Non potevamo mancare di commentare la notizia che ha fatto il giro del mondo la settimana scorsa: Angelina Jolie che si fa asportare preventivamente il seno per evitare il rischio di tumore.
Il nome famoso e l’indiscussa avvenenza del soggetto hanno contribuito a far nascere un dibattito sull’argomento. E nel nostro piccolo vorremmo dire la nostra.
Credo che tutta la comprensione possa andare a questa donna che ha visto morire la mamma dello stesso male e ne ha riportato uno shock talmente profondo che non voleva in nessun modo far rivivere ai propri figli. Sottoponendosi a questo intervento estremo (che per altro si decide di fare davvero nei casi in cui il tumore alla mammella è stato diagnosticato con ritardo e nessuna parte del seno è salvabile) ha tentato di eliminare il problema alla radice. Tuttavia la domanda sulla necessità di una forma di “prevenzione” così radicale è assolutamente lecita. In un ‘intervista su questo caso il professor Veronesi ha snocciolato tutta una serie di statistiche che dovrebbero convincere della sua fievole efficacia: infatti, afferma il professore che alla nostra Angelina è rimasto un rischio del 5% di sviluppare un tumore, il quale, inoltre, sarebbe difficilmente identificabile a causa delle protesi che hanno sostituito la massa della ghiandola, contro un 98% di possibilità di guarigione dopo un’operazione a seguito di una routine di prevenzione (mammografia ed ecografia) che garantisce la precoce scoperta del male.
Ma la paura fa veramente 90! Chi ha vissuto questa esperienza può dire che ritrovarsi da un giorno all’altro “malato” è uno shock duro da digerire. La consapevolezza che secondo il protocollo dopo un intervento di asportazione di un tumore si dovranno passare ben cinque anni fra medici ed esami di ogni genere può veramente gettare nel panico. Ma nonostante ciò forse la decisione della Jolie è stata veramente troppo radicale.
Ci piacerebbe sapere cosa ne pensate!
E cogliamo l’occasione per esortare tutte le signore a fare regolari mammografie e pap test!
Chi l’avrebbe mai pensato che il Festival del Cinema di Cannes deve la sua nascita alla cugina italiana, la Mostra del Cinema di Venezia ? La storia, fra i cinefili intendo, è nota. La Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia vede la luce nell’agosto del 1932 per volere dell’allora presidente della Biennale di Venezia il conte Giuseppe Volpi di Misurata (da cui la Coppa Volpi che ancora oggi viene assegnata ai vincitori come migliore attore e migliore attrice protagonisti), dello scultore Antonio Maraini e di Luciano De Feo, capo dell’Istituto internazionale per il cinema educativo. Il tutto nasce come un rilancio turistico della città di Venezia, per attitrare le folle che magicamente scomparivano dalla laguna nel bel mezzo dell’estate. Apprezzata fin dalla nascita per la proiezione di film senza censura, si ritrovò ben presto presa nelle anguste maglie del regime fascista (tanto che il film vincitore dela rassegna veniva premiato con la Coppa Mussolini). Fra il 1932 e il 1938 passarono al festival di Venezia i nomi migliori del cinema dell’epoca : nel 34’ migliore attrice fu Katharine Hepburn per Piccole donne di Cukor ; nel 36’ furono proiettate le pellicole di registi quali Frank Capra, John Ford e René Clair ; nel 37’ spopola La grande Illusione di Jean Renoir con un giovanissimo Jean Gabin. Poi, nel 1938, le pressioni del governo fascista falsarono i risultati della competizione e portarono alla vittoria Olympia di Leni Riefenstahl, il lungometraggio sui giochi olimpici a Berlino del 1936, pura propaganda nazista.




Spesso si parla della connessione fra musica e matematica.



Infine ringrazio una mamma amica che ha ispirato questo commento, regalandomi un libro che tutte le mamme dovrebbero leggere: scritto da Loredana Lipperini si intitola Di mamma ce n’è più d’una (edito da Feltrinelli). Magari non sarete d’accordo su tutto ciò che troverete nel libro, ma sarà molto utile per rivedere tutti i modelli, le ansie e i condizionamenti che noi donne troppo spesso subiamo.
Gli inglesi, si sa, vedono fantasmi dappertutto. Famosi sono i tour nei castelli infestati, in luoghi isolati e inaccessibili, ma non immaginereste mai che di fantasmi è popolata anche la capitale, Londra, e addirittura la sua impareggiabile, enorme ed efficientissima metropolitana: la Tube più famosa del mondo. I media inglesi affermano che ogni stazione della metro di Londra è infestata da almeno un “ghost” (fantasma). Del resto quest’anno si festeggiano i 150 anni dall’inaugurazione della metro londinese e di storia nei suoi oltre 400 chilometri di tunnel ne è passata tanta!

Domenica si è chiuso a Ginevra il salone del Libro. Fra le consuete novità editoriali si sono distinti quest’anno i « mooks » o « magbooks » di produzione per lo più francese a metà strada fra il libro e la rivista patinata. Curatissime dal punto di vista editoriale e grafico queste riviste contengono foto, disegni e fumetti di grande valore e articoli che più che giornalistici, ricalcano il saggio letterario. Infatti i megbooks si basano sull’incrocio dei vari generi, l’informazione, anche la più attuale, viene trattata in modo letterario, grandi firme del giornalismo e della letteratura si rincorrono e creano un nuovo modo di fare informazione, catturando un pubblico, quello delle librerie dove sono venduti, più esigente e più attento. Siamo nel categoria dell’ « infoitament », un termine coniato dal sociologo svizzero Michaël Meyer per definire il melange fra divertimento e informazione. Ancora Meyer afferma che « i mooks sono il segnale di una stampa che cerca nuove maniere per reinventarsi ». I mooks sono « begli oggetti » assolutamente privi di pubblicità, che si divorano come dei romanzi. Se infatti andiamo a curiosare sulla pagina web di presentazione di uno fra i più famosi di questi « oggetti », XXI, appare chiaro il progetto che essi sottendono : « XXI assembla tutti i talenti del reportage: romanzieri agguerriti che amano raccontare il reale, giornalisti di talento che sono in grado di scrivere da 20 a 30 cartelle, fotoreporter sul territorio, autori di fumetti che hanno voglia di confrontarsi con il reportage ».