
Umberto Eco lo spiega molto bene nell’introduzione al volume Storia della Bellezza “ la bellezza non è mai stata qualcosa di assoluto e immutabile ma ha assunto volti diversi a secondo del periodo storico e del paese”. Dunque come può essere eterna e immutabile? Eppure c’è, nella storia dell’arte, chi l’ha pensata in maniera diversa. Ce lo racconta la mostra in corso al Museo Mart di Rovereto, dal titolo l’Eterna bellezza: vi sono raccolte opere di un gruppo di artisti italiani che puntarono a raggiungere questo obiettivo, facendosi produttori di bellezza, nel solco della tradizione passata. Questi artisti operarono a cavallo delle due guerre mondiali, si raccolsero sotto il nome di Novecento ed ebbero nella critica Margherita Sarfatti la loro maggiore sostenitrice e promotrice.

Artisti figurativi che in chiave classicista cercavano una bellezza da contemplare. Il Novecento non fu un movimento compatto, in verità: al suo interno vi furono diverse anime, dato che ogni artista intraprese – per toccare l’apice di questa eterna bellezza – una sua strada molto personale e non di rado anche in contrasto o disaccordo con il gruppo. Le uniche costanti furono le regole dell’equilibrio e della sobrietà, l’ordine degli elementi nella composizione, l’impianto geometrico e prospettico e, infine, un senso ripetuto di pace e lentezza delle scene dipinte. Dopo che le avanguardie avevano osato o tentato di spezzare le catene con il passato, ora una calma piatta e rigorosa sostituiva l’impeto della furia e della provocazione. Una produzione artistica che fin da subito fu ben accolta dal fascismo e da Mussolini: già durante la prima mostra (Novecento italiano, del 1926), al Palazzo della Permanente di Milano, il dittatore la sentì come un perfetto linguaggio per incarnare il nuovo spirito italiano.
La mostra, a cura di Daniela Ferrari e Beatrice Avanzi, è partita da Madrid, ed è realizzata in collaborazione con la Foundaciòn MAPFRE di Madrid. Raccoglie più di un centinaio di opere ( Carrà , Castrati, Cagnaccio di San Pietro…) e rimarrà visitabile fino al 5 novembre.

Il primo appuntamento si è aperto ieri: è la Bienalsur, la prima biennale internazionale d’arte dell’America del Sud. Una esposizione complessa che riunirà
La foresta un luogo dove nascondersi, ma anche connettersi; foresta come microcosmo abitativo , come area limitata dove vivere assieme e potersi nascondere.



cittadini che prendono la barchetta e attraversano quel tratto di mare, dove noi italiani nemmeno faremmo il bagno in estate, per salvare i connazionali chiusi fra terra (il che significava le divisioni tedesche) e mare. Ne hanno fatto un mito, gli inglesi. E ne hanno ben donde: ma dove lo trovi un popolo con questo spirito di abnegazione? E che dire dei soldati sulla spiaggia? Ma ci pensate: quelli si mettono in fila per raggiungere le barche e lo fanno ordinatamente! Niente casino: passo prima io, passi prima tu. Quelli stanno in fila. Ma non hanno paura? Ce l’hanno eccome; ed è proprio questa paura la cifra del film. Si sente la paura del combattimento, dello stare in fila aspettando un bombardamento, del navigare su una barca temendo il siluramento. La paura dell’aviatore che finisce il combustibile ma si sacrifica per proteggere i compagni. La paura dell’essere sotto il fuoco. Paura spessa, brutta, schifosa, quello che si prova quando le cose vanno male davvero. Paura nuda e pura, che non lascia adito a commenti. Mentre guardi questo film ti immedesimi nei personaggi: speriamo di uscirne vivi, ti dici. E alla fine ammiri la forza di volontà di chi seppe resistervi per ribaltare, in ultimo, le sorti di un conflitto quasi perso. Meno male che c’è stata Dunquerque: oggi si vive in un Europa libera.

