Scheletri & affini

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Ligier Richier, Tomba di René de Chalon, 1547

Pensando alla festa dei defunti che si avvicina, preceduta da quella di Halloween, in qualche modo dedicata alla magia e alla morte, ho deciso di  cominciare la settimana raccontando la storia della tomba di René de Chalon, principe di Orange morto in una delle tante guerre cinquecentesche legate all’Italia. Essa si trova in Francia nella chiesa di Saint-Ètienne a Bar-le-Duc e fu  realizzata nel 1547 da Ligier Richier.

La scultura funeraria che la adorna è un richiamo alle macabre immagini del defunto in stato di decomposizione che avevano guadagnato una certa popolarità sul finire del Medio Evo. In questo caso, pero’, l’artista aveva  messo lo scheletro (con i suoi bravi lembi di pelle morta ancora attaccati ad esso) in una posa teatrale tendente verso l’alto, con la mano sinistra alzata al cielo a sorreggere il cuore, come a volersi impadronire della vita eterna.

L’insieme è, come ho già detto, tremendamente macabro, ma colpisce per questo anelito a una dimensione superiore. Il cuore venne rimosso all’epoca della rivoluzione francese (preti e affini avevano a tal punto ossessionato la gente, che si compirono – a mo’ di stupida vendetta – atti profondamente cretini contro le opere d’arte), ma poi venne ricollocato al suo posto.

Dunkirk: un film da cinque stelle

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Dunkirk, o meglio, Dunquerque: il film; è nelle sale adesso! Da piccole, studiando la storia, leggevamo di questo episodio della seconda guerra mondiale con ammirazione: questi inglesi, sconfitti sul terreno dalla travolgente e velocissima avanzata tedesca attraverso i Paesi Bassi e la Francia del nord (non a caso quello stile di combattimento si chiamo’ guerra lampo), ammassati in una sacca in riva alla Manica, riescono ad uscirne raggiungendo l’Inghilterra! E ci riescono facendo leva sul senso civico di ordinari download-1.jpgcittadini che prendono la barchetta e attraversano quel tratto di mare, dove noi italiani nemmeno faremmo il bagno in estate, per salvare i connazionali chiusi fra terra (il che significava le divisioni tedesche) e mare. Ne hanno fatto un mito, gli inglesi. E ne hanno ben donde: ma dove lo trovi un popolo con questo spirito di abnegazione? E che dire dei soldati sulla spiaggia? Ma ci pensate: quelli si mettono in fila per raggiungere le barche e lo fanno ordinatamente! Niente casino: passo prima io, passi prima tu. Quelli stanno in fila. Ma non hanno paura? Ce l’hanno eccome; ed è proprio questa paura la cifra del film. Si sente la paura del combattimento, dello stare in fila aspettando un bombardamento, del navigare su una barca temendo il siluramento. La paura dell’aviatore che finisce il combustibile ma si sacrifica per proteggere i compagni. La paura dell’essere sotto il fuoco. Paura spessa, brutta, schifosa, quello che si prova quando le cose vanno male davvero. Paura nuda e pura, che non lascia adito a commenti. Mentre guardi questo film ti immedesimi nei personaggi: speriamo di uscirne vivi, ti dici. E alla fine ammiri la forza di volontà di chi seppe resistervi per ribaltare, in ultimo, le sorti di un conflitto quasi perso. Meno male che c’è stata Dunquerque: oggi si vive in un Europa libera.   

Côté Suisse

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Noi italiani ci avviciniamo all’anniversario della Liberazione, il 25 aprile. Già vengono pubblicate le storie degli ultimi sopravvissuti e sono tutte interessanti. Mentre le ascolto mi vengono in mente i racconti, uditi da bambina, di coloro che avevano vissuto la guerra. Tutti, senza eccezioni, facevano riferimento anche ai bombardamenti. Questi aerei che seminavano la morte avevano marcato la memoria dei nostri vecchi.

Di recente ho scoperto che anche gli Svizzeri hanno avuto il loro penare a causa dei combattimenti aerei durante la seconda guerra mondiale. Essendo un paese piccolo, stretto tra i belligeranti, la Confederazione veniva spesso sorvolata dalle diverse aviazioni militari, anche con conseguenze funeste. Inizialmente, furono gli aerei tedeschi a sconfinare regolarmente sui cieli elvetici, durante l’aggressione alla Francia e al Belgio. La cosa accadeva così di frequente che gli Svizzeri cominciarono ad abbatterli! Il che fece infuriare Hitler, il quale sottolineò come gli ineffabili vicini usassero anche armi tedesche per tirargli giù gli aerei. Il macabro Adolfo minacciò la Svizzera e approntò un piano di invasione che si chiamava Tannenbaum. Così gli svizzeri si decisero a lasciar correre, in materia di aerei, ma approntarono un micidiale piano di difesa incentrato su ridotti montani, capaci di tenere in scacco per moltissimo tempo un esercito invasore.

La guerra poi cambiò corso e fu la volta dei tedeschi ad essere bombardati, e così i cieli svizzeri cominciarono a essere violati anche da aerei alleati, che passavano per bombardare l’Italia o la Germania. E gli svizzeri di nuovo si arrabbiarono, con qualche abbattimento o costringendo gli aerei ad atterrare. Ma il più delle volte furono i piloti alleati che, colpiti durante la missione, decisero di scendere (magari col paracadute) sulla Svizzera, per evitare l’internamento da parte del nemico. Venne persino creata una speciale zona di internamento in un resort montano vicino a Lucerna. Il peggio fu che a volte gli alleati sbagliarono pure bersaglio! Capitò che bombardassero Zurigo credendolo Friburgo in Germania, o Sciaffusa e Basilea, scambiate per città tedesche.

Lezione per i nostri giorni: puoi startene bello chiuso nel tuo orticello, ma se vicino a casa tua qualcuno si mena e lo fa per troppo tempo, prima o poi ne buschi anche tu.

Ci vuole coraggio per investire nella cultura

Museé des le confluences
Museé des le confluences

Si è da poco inugurato a Lione il Museo delle Confluenze.

Che coraggio ha la Francia:`un museo di antropologia, di etnografia, di sociologia, dedicato alla storia dell’uomo, dalle origini fino ai nostri giorni, vista in relazione sia all’ambiente naturale che a quello sociale.

Copyright (2014 ) Daniel F ValotQuando mi ci sono trovata davanti, ho pensato che il museo sembrasse un colosso. Enorme, quattro piani fatto di cemento, cristallo e acciaio. Fin dall’entrata ti sembra di essere scaraventato nel futuro da un’architettura legata al movimento decostruttivista: le altezze, le scale mobili tutto è sospeso lo spaesamento e lo stupore sono le prime sensazioni per il visitatore. Gli architetti che hanno lavorato al progetto sono austriaci e sono l’agenzia Coop Himmelb(l)au. E’ un museo concepito per starci bene e per passare con piacere una giornata. Ci sono naturalmente bar, ristorante (presto anche con un celebre chef, sembra), libreria, biblioteca e centro di documentazione. Non manca la didattica: vengono organizzati percorsi per ragazzi e adulti, con vari laboratori.

Tutto il museo è concepito come palestra di conoscenza. Bellissima la sezione dedicata all’eternità dove si riflette sul significato della morte per la nostra società e ci si confronta con gli tradizioni delle altre culture.

La Francia è convinta che investire in cultura voglia dire investire nel futuro; ci crede e non si rassegna neanche davanti alla crisi economica e al sorgere di tante barriere di un mondo eternamente diviso. Anche noi siamo con lei.

Adesso, ancora più di prima. Ogni iniziativa di questo genere è anche è un monumento alla libertà, perché ci aiuta a capire come la nostra storia sia passata attraverso processi di complessità enorme, tutti superati grazie alla passione per la conoscenza e alla capacità di metterci liberamente in relazione. Se non avessimo sempre cercato di parlare e pensare liberamente, anche a costo di sacrifici enormi, adesso saremmo ancora all’età della pietra. 

Primi nella classifica dell’Indice di Ignoranza

SchermataNon esiste in italiano un vocabolo che traduca esattamente il termine inglese misperceptions. Potremmo dire “idee sbagliate”, ma la connotazione sarebbe troppo marcata; altra traduzione sarebbe “percezioni errate” o meglio ancora “percezioni erronee” (cioè contrarie alla logica e al vero). Fatto sta che secondo uno studio condotto dalla IPSOS MORI, società britannica di ricerca e comunicazione, in 14 paesi del mondo intero, compresi Australia, Sud Corea e Giappone, è stato calcolato un Indice di ignoranza, che purtroppo ci vede al primo posto fra le nazioni esaminate.

Le 14 nazioni in cui sono state fatte le interviste, nell’agosto del 2014, a soggetti fra i 16 e i 64 anni, sono: Australia, Belgio, Canada, Francia, Germania, Ungheria, Italia, Giappone, Polonia, Sud Corea, Spagna, Svezia, Gran Bretagna e Stati Uniti. Nove le domande contenute nel questionario dell’intervista, vertenti sulla percentuale degli immigrati, ad esempio, o sulla percentuale della popolazione che vota alle elezioni o ancora sulla percentuale della popolazione cristiana o di quanti sono i cittadini che superano i 65 anni in una certa nazione.

Attraverso la risposta data da un campione di mille persone la IPSOS MORI ha stilato una classifica molto esauriente sulla differenza che corre fra la realtà delle cose e la percezione che la popolazione ha della realtà delle cose. Non si tratta di un esercizio accademico. Pensate ad esempio su quante percezioni erronee si trova ad esercitare un certo tipo di politica, che fa leva proprio su questo Indice di ignoranza  per costruire le proprie campagne. Vi invito a rispondere alle 9 domande dell’IPSOS MORI. Un giochetto che vi svelerà verità differenti e vi farà comprendere come spesso le priorità pubbliche siano dirottate su false realtà o a causa di allarmismi del tutto inesistenti.

Pettegolezzo

Felix Valloton, Pettegolezzo
Felix Valloton, Pettegolezzo

Avevo già parlato di “gossip”, del pettegolezzo, ma quando l’ho fatto mi ero concentrata sul protagonista del gossip, sulla celebrità che pur di apparire si sottopone volontariamente alla gogna mediatica. Stavolta, a distanza di tempo e alla luce di accadimenti contemporanei, ho deciso di affrontare scientificamente l’argomento.

Chi in questi giorni non ha letto almeno qualche riga sulla vicenda che ha coinvolto Hollande, l’Eliseo e la Francia tutta, in uno scandalo sessuale di quelli che non vedevamo (mi piacerebbe dire da molto, ma mi devo limitare!) da qualche mese? Monsieur le President, infatti, è stato pizzicato in compagnia di una bella attrice bionda. Ma non è della chiacchiera in se che voglio parlare, quanto della valenza sociale e scientifica che dobbiamo attribuire al pettegolezzo.

Iniziamo con un breve excursus storico. Ce ne dà occasione l’etimologia della parola inglese “gossip”. Essa deriverebbe dalla parola god-sib, che all’inizio, come testimonia il suo uso più antico (intorno all’anno 1000), attestato anche dall’Oxford English Dictionary, significava “madrina”, ma che dal seicento acquistò il significato di “chiacchiera sulla vita privata delle persone”. Il passo per il cambiamento di significato potrebbe essere breve (ricordiamo le “comari” italiche): era in occasioni delle nascite, infatti, che le donne si riunivano in gruppo e come afferma lo studioso francese di comunicazione Jean Noel  Kapferer, si riprendevano «quel diritto che gli uomini rifiutavano loro, discutendo non solo del sociale, ma anche dei suoi lati occulti. Private di vita pubblica, quindi, le donne rendevano pubblica la vita privata” (Kapferer J.N., Le voci che corrono. I più antichi media del mondo, Longanesi, Milano 1988, pp 95s).

Secondo coloro che attribuiscono un’importanza sociale al pettegolezzo, esso è una forma di comunicazione che garantisce un certo ordine sociale. La deformazione (banalizzazione, stereotipizzazione per citare due strategie) del reale agisce sulla reputazione di chi è l’oggetto del pettegolezzo, in qualche modo ridimensionandone l’importanza e sottolineandone gli aspetti devianti del comportamento.

Ma perché siamo tutti spinti ad occuparci degli affari altrui provandone spesso un gran piacere? Due sono i binari sui quali muoversi per comprendere: da una parte sbirciare le miserie dell’altrui vita può darci certezze sulla bontà della nostra e dunque ci pone nella condizione di poter giudicare senza paura di sbagliare. Dall’altra, al contrario molla fortissima del gossip, è l’invidia, perché come afferma George Simmel: “vi é nell’invida un lieve impadronirsi dell’oggetto invidiato” (La moda, Mondadori, Milano 1998). Attraverso il pettegolezzo infatti in qualche modo ci si appropria di qualcosa di altri e lo si rigira finché la trasformazione del senso è completamente avvenuta producendo un significato nuovo del reale. Et voila il gioco è fatto! Nulla esiste di più umano però, fin dalla notte dei tempi, non preoccupatevi, dunque, del desiderio nascosto con accuratezza di leggere Novella 3000 da cima a fondo mentre siete dal parrucchiere!

Arte in prigione

Raphaelle Ricol, Malgré la différence,2009
Raphaelle Ricol, Malgré la différence,2009

Nella Conciergerie, l’antica prigione di Parigi dove fu rinchiusa durante la rivoluzione francese la regina Maria Antonietta, contigua al palazzo che fu anche residenza dei re di Francia, si può visitare fino al 6 gennaio una mostra A’ Triple Tour che seleziona una piccola parte della collezione del magnate francese Francois Pinault.

Non vi stupite se questo famoso collezionista espone per la prima volta in Francia le sue opere: egli infatti ha eletto Venezia come città in cui far risedere la propria collezione, collocandola sia nel bellissimo edificio da lui restaurato a Punta della Dogana sia nel Palazzo Grassi, già della famiglia Agnelli.

Opere in mostra dentro una ex prigione: il tema della mostra è in sintonia con il luogo ed  è l’infermità. E la mostra anche se piccola è suggestiva forse molto più della visita alla stessa Conciergerie. Verrete subito accolti con un grande specchio di Michelangelo  Pistoletto,  intitolato La Gabbia, e poi come ha spiegato la curatrice della mostra, Caroline Bourgeois, il concetto di infermità viene sviscerato da più punti di vista: crisi politica ed ecologica, violenze urbane (con una bella scultura di Mona Hatoum), ma anche infermità personale data dal “male di vivere”. Ci sono opere curiose come l’installazione di Sung Yen e Peng Yu che indagano il tema della vecchiaia, affrontandolo in modo ironico, proponendoci tredici degli uomini  a grandezza naturale posti su delle sedie a rotelle, che si  muovono in tutte le direzioni e che sembrano giocare a dirigere il mondo.

Sung Yen e Peng Yu
Sung Yen e Peng Yu,2007

Altre opere sono denunce contro la censura e la negazione della libertà: penso, ad esempio, all’installazione di Bill Viola, dove si percorre un corridoio animato da persone diverse che cercano di parlare con la bocca tappata; oppure al quadro di Raphaelle Ricol con una donna velata in  nero vicino, si presume un uomo incappucciato di bainco come uno del Ku Klux Klan.

Bill Viola, Hall of Whisperes, 1995
Bill Viola, Hall of Whisperes, 1995

La mostra offre molti spunti su cui riflettere e dentro le sale sei perfettamente immerso nell’atmosfera del luogo, che si presenta come un carcere moderno in perfetto dialogo con il passato.
 

Il colore può trarre in inganno?

Vanessa Beecroft
Vanessa Beecroft

Che impatto ha avuto il colore nella storia? Se penso alla storia dell’arte penso ad un impatto enorme, però sempre in trasformazione e mai lo stesso.

La scuola veneziana di pittura già dalla  seconda metà del  XV secolo, a distinguersi per l’uso del colore: fu chiamata pittura tonale, perché non fondata sul disegno ma sulle diverse variazioni del grado di luminosità del tono di colore .

Giorgione, La tempesta
Giorgione, La tempesta,1506-1508

Nel XX secolo il colore, con l’astrattismo,  acquista piena dignità.  Kandinskij accentua nei suoi lavori l’uso del colore fino a teorizzarne la funzione: il colore azzurro evocava l’idea di infinito, il rosso era segno di forza e passione, il giallo eccitazione e dinamismo e così di seguito . L’espressionismo astratto nel dopoguerra sceglie di dare il massimo risalto al colore: si ricordano le campiture uniformi, quasi liquide,  delle tele di Mark Rothko, ma anche la gestualità decisa e netta di Franz Kline, dove segni neri lasciavano una scrittura forte e radicale  sullo sfondo di grandi tele bianche. Mentre in Francia, negli Anni Sessanta, nell’ambito del gruppo dei Nouveaux Réalistes, l’artista Yves Klein usò come pennelli viventi delle modelle, su cui cosparse il colore blu . Non un blu qualsiasi, ma  la sua una tonalità di blu, proprio quella che arriverà a brevettare con la sigla IKB (International Klein Blue) fatta con  una miscela di resina e pigmento. Colore  scelto per conquistare il mondo sopra di noi, per impregnare il mondo materiale di immateriale, il blu di Klein era legato alla spiritualità.

Il colore nella storia dell’arte è stato il terreno di avvicinamento alle cose dello spirito e del trascendente, ma è anche un’esperienza fisica il coinvolgimento pieno dell’artista e quindi legata al caso e all’inconscio.

Yves Klein,
Yves Klein,

Troviamo il colore ovunque nel nostro quotidiano di gente comune, lo abbiamo anche collegato ad un genere o a una condizione: tutto il mondo dell’infanzia, ad esempio, sembra miseramente separato tra il rosa e il celeste, il verde invece è il colore delle nostre tasche durante la crisi, mentre la pace ha i colori dell’arcobaleno . imgres

In passato, però, il colore ci ha anche ingannati, perché è stato usato come pretesto per alzare  barriere tra gli uomini:  il colore della pelle ha fatto la differenza nella qualità della vita e nelle opportunità concesse.

Oggi mentre camminavo con il mio cane nel bosco pensavo che l’autunno è la stagione dei gialli, dei rossi e dei marroni e che il paesaggio della natura si rinnova un anno ancora per la gioia dei nostri occhi. imgres