Il nostro esperto, singolare e curioso collezionista, appassionato di tutto ciò che riguarda il passato, dalle antichità al modernariato Francesco Bernocchi ci ha proposto oggi un nuovo indovinello.
Vi raccontiamo la storia di un dolce, uno di quelli timidi, che non fanno troppa mostra di sé nelle vetrine delle pasticcerie, ma che conquista le papille gustative quando si decide di assaggiarlo.
Fa parte patrimonio culinario del Cantone di Vaud in Svizzera, e dunque si può capire perché si tratta di un dolce semplice!
Si chiama salée au sucre ed è un dolce rotondo a pasta lievitata guarnito con una miscela a base di zucchero e crème fraîche o burro o uova battute. Parlare di “salée au sucre” può sembrare paradossale quasi quanto l’espressione romanda “déçu en bien”, letteralmente “deluso in bene”, cioè piacevolmente sorpreso. In effetti, a dispetto del nome, questa preparazione è proprio un dolce e la parola “salé” serviva nel cantone di Vaud a indicare una torta sia salata (al formaggio, al lardo ecc) sia dolce.
Di salée au sucre si parla fin dal 1600, sebbene non si sappia con esattezza di che cosa si trattasse. A partire dal XIX secolo le ricette si fanno via via più precise e con il termine si designò un dolce che veniva cotto nel forno di casa o in quello del villaggio per i pasti delle feste e delle domeniche.
Per la pasta
250 gr di farina
25 gr di burro a fiocchi
1,5 dl di latte
15 gr de lievito fresco
1 cucchiaino da caffé di zucchero
1cucchiaino da caffé di sale
Pour la guarnitura
1,5 cucchiaio di farina
4 cucchiai di zucchero
3 dl di crème fraîche (di difficile reperibilità in Italia, ma che può essere preparata mescolando 200 g. di yogurt intero con 500 grammi di panna fresca, lasciati per 8/10 ore a 26-28 gradi e poi al fresco per lo stesso periodo di tempo).
Preriscaldare il forno a 200 °
In una scodella sciogliere il lievito fresco nel latte tiepido. Aggiungere il burro a scaglie e lo zucchero. Addizionare la farina e il sale mescolando fino a ottenere una pasta liscia. Non lasciare lievitare la pasta ma appiattirla su carta forno e solo allora lasciarla lievitare per 15 minuti.
Mescolare la farina per la guarnitura con due cucchiai di zucchero e spargerla sul fondo della pasta. Aggiungere un dl crème fraîche e il restante zucchero. Infornare per 20 minuti, passati i quali aggiungere il restante 0,5 dl di crème fraîche, proseguendo la cottura per altri 15 minuti.
Si mangia tiepido o freddo a seconda dei gusti e, se si passa sul milione di calorie che apporta, l’esperienza vi renderà senz’altro “déçu en bien”!
Jenny Holzer (avec Tibor Kalman) Lustmord, 1993-94
Dedico questa giornata alle belle ragazze giovani rapite da Boko Haram . Considerate ormai donne reiette che nessuno più vuole nel seno della loro società: in realtà sono le nostre compagne.
Hai perso la speranza, l’ispirazione, l’amore, la gioia, la rabbia, la tristezza, l’intuizione e la certezza? Niente paura dal 4 marzo a Zurigo lo si può denunciare a quello che è un ufficio oggetti smarriti del tutto particolare. Infatti qui si passa per rivelare la perdita dei beni immateriali che accompagnano la nostra esistenza.
L’Ufficio Oggetti Immateriali smarriti accoglierà la denuncia con l’obiettivo di far meditare sul numero dei sentimenti che vengono smarriti, ma soprattutto far riflettere sul valore che si è disposti ad accordare loro.
Allo stesso tempo ci si può recare al banco dell’Ufficio Oggetti Immateriali smarriti denunciando il ritrovamento di quegli stessi sentimenti di cui si parlava, lasciando così un messaggio positivo di speranza.
Naturalmente nessuna azione concreta seguirà le denunce, se non quella di mettere in contatto, se lo si desidera, coloro che hanno perso o ritrovato lo stesso sentimento. Si tratta di un momento di ascolto, accolto da professionisti formati per questo lavoro, e in una società come quella svizzera, in cui la discrezione sta alla base di ogni rapporto, in cui scoprire il proprio animo può risultare difficile, si tratta di un momento di sollievo e speculazione profonda.
L’idea è nata dalla fantasia del manager culturale Patrick Bolle e della giornalista Andrea Keller, che alla fine di questa esperienza, raccoglieranno in un libro i migliori esempi che l’ufficio raccoglierà. Gli ideatori sottolineano che le chance di ritrovare ciò che si è perduto “sono molto basse” e dipendono da chi denuncia la perdita, tuttavia è possibile che qualcuno venga aiutato dall’ispirazione o dalla fiducia che altri hanno ritrovato.
Jerzy « Jurry » Zieliński Polonais, 1943-1980 Prawo puszczy (La Loi de la Jungle), 1976
Una strana atmosfera circonda l’ambiente culturale e artistico ginevrino, in questo periodo: paura per l’ignoto, tenebre, dolore e orror. La riscontro nella mostra che si chiuderà il 19 marzo, presso il Museo Rath e intitolata L’imaginaire gothique depuis Frankenstein. Una mostra interessante, che si può considerare una seconda tappa del percorso avviato un anno fa dalla fondazione Martin Bodmer (Frankenstein, créé des ténèbres).
E’ strutturata in due parti. La prima parte dal romanzo di Mary Shelley (scritto, appunto, a Ginevra nel1818) e ripercorre il neogotico, fiorito in Inghilterra alla fine del Settecento con rinnovato interesse per l’architettura medievale e per il romanzo dell’orrore . La seconda invecepresenta tutti i temi gotici dell’arte visiva e letteraria, dalla fine del XIX secolo ad oggi. Mostra complessa: vi troverete temi come la trasformazione artificiale dei corpi, la loro caducità, il rigetto del realismo,visioni apocalittiche, immagini di figure mostruose o terrificanti. In mostra ho ritrovato due sculture dell’artista polacca Alina Szapocznikow, morta giovane e dal grande talento, che descrive la sua malattia attraverso la scultura, oppure le fotografie di Peter Hujar, con l’opera Portrait in Life and Death, realizzate nelle catacombe di Palermo e accostate a una serie di foto di malati terminali di leucemia.
Alina Szapocznikow, Ventre-coussin, 1968
Sempre lo stesso giorno sono stata a visitare la mostra, da poco inaugurata, di Roberto Cuoghi, al Centre d’Art Contemporain .E’ un artista italiano che vedremo prossimamente nel nostro padiglione alla Biennale di Venezia. Avevo già visto delle sue opere, ma mai così tanteassieme. Una bellissima mostra, impregnata però di tristezza e senso di decadimento. Davanti alle opere di Cuoghi ti senti di tornare indietro, come posta di fronte a paure ancestrali. Le sue opere non sono finite, sembrano organismi viventi, sono fragili, si possono distruggere facilmente e sembrano in un continuo processo di trasformazione. Sarà per come sperimenta la materia, ma l’effetto è quello di avvicinareun mondo sconosciuto, un mondo per certi aspetti anche terribile, che ha subito delle modificazioni genetiche e che ti pone continuamente davanti all’idea di ciò che non si conosce e della morte che avanza. Ogni cosa non è come la conosciamo, è alterata dai suoi esperimenti, tanto è vero che espone anche, come opere d’arte, la vita deibatteri e le muffe.
Dopo tanta decadenza e dolore, solo lo stare davanti agli affreschi di Masaccio alla cappella Brancacci di Firenze o il rimirarmi una serie di Wall Drawings di Sol Lewitt potrebbero avere la forza di tirarmi su di morale.
Bravi, più di uno ha indovinato, molti ci sono andati vicino. La scatola era piena di FUSELLI usati per il TOMBOLO strumento come quello che vedete qui sotto utilizzato per il ricamo.
Ma il tip tap è una cosa seria? Me lo chiedo da quando mi sono entusiasmata per La la land.
E allora ho ripensato ai musical del passato e a questa forma di ballo. In effetti si trova sempre assieme al jazz, in un contesto di divertimento spensieratamente complesso come sa esserlo solo la vita. Ogni giorno usciamo e viviamo in un turbine di incontri e di situazioni, come in un musical di Broadway, senza apparente canovaccio se non quello del nostro essere più profondo. Per me il tip tap e il suo jazz sono una metafora della vita.
E allora sono andata a rivedermi un classico show di Broadway: Anything Goes. Tip tap a mille e musiche di Cole Porter. Al libretto del musical collaborò anche PG Wodehouse. Una fila di equivoci su un transatlantico. Amore, malintesi, canzoni, balli. Un lieto fine, perché quando fu scritto si usava così. Ma ci può anche non essere.Io non credo che la vita sia una commedia scritta da un autore sadico, come dice il personaggio di un film di woody Allen. Credo che sia un lungo intrecciarsi di incontri e sentimenti al ritmo forsennato del tip tap e della sua musica.
Se vi troverete a passare il prossimo week end dalle parti di Milano, state certi che avrete di che divertirvi. In programma fra il 3 e il 5 marzo, infatti, c’è un’iniziativa volta a mettere in luce la grande realtà del patrimonio museale di Milano. Museocity trasformerà Milano per un intero fine settimana in un grande museo a cielo aperto. La città vivrà “per tre giorni la sua bellezza e il suo patrimonio artistico e storico grazie al coinvolgimento di oltre 70 tra musei d’arte, di storia, musei scientifici, case museo, case d’artista e musei d’impresa diffusi su tutto il territorio cittadino con alcune “incursioni” nell’area metropolitana”. Sono in programma “visite guidate, iniziative speciali, laboratori per bambini, aperture straordinarie, conferenze. Una tavola rotonda aperta al pubblico sarà l’occasione
per raccogliere alcuni dei principali protagonisti della scena culturale milanese e confrontarsi con loro su scelte, prospettive e novità nel panorama in grande sviluppo dei musei milanesi”.
L’iniziativa prevede diverse sezioni come quella del “Museo Segreto”, un progetto che prevede “l’esposizione e la valorizzazione, da parte dei musei aderenti, di un’opera poco nota scelta tra quelle non abitualmente esposte”.
Dal 5 marzo al 1 maggio “Palazzo Reale ospiterà nella Sala delle Cariatidi la mostra multimediale Muse a Milano. Accoppiamenti giudiziosi. Le nove Muse, simbolo della creatività, guideranno i visitatori nei luoghi dell’arte di Milano, invitandoli a seguirle in un percorso di emozioni fra tante immagini di opere milanesi”.
Ancora. Quindici tra case museo, atelier d’artista, studi di architetti e designer si sono uniti nel circuito “Storie Milanesi”, in un racconto inedito alla scoperta di Milano.
Nella tre giorni di Museocity sono previsti molti laboratori per bambini e famiglie organizzati nei vari musei aderenti.
Un’occasione per scoprire i tesori della città e avere la possibilità di godere di capolavori a volte dimenticati.
Chi frequenta, come me, i mercatini delle pulci lo sa bene che ormai i libri usati sono dappertutto: si vendono al chilo, te li regalano, tutti sembrano gettarli via. Sono improvvisamente diventati un ingombro nelle case di oggi, sempre più piccole.
Niente di più allarmante. Eppure c’è anche chi li salva: ho un amico, ad esempio, colto da questa mania; lui non smette di raccoglierli. L’ultima volta che l’ho incontrato era molto soddisfatto dopo che aveva acquistato ad un prezzo irrisorio l’enciclopedia ( ormai sorpassata) I Quindici. La ricordate?
Jukhee Kwon,
L’artista coreana Jukhee Kwon ci viene in aiuto, in questo, perché tutto il suo lavoro si basa su un’affermazione “ Un libro dimenticato è un libro morto”. Come non darle ragione e come non rimanere affascinati dalle sue opere, che appunto usano libri vecchi e abbandonati? Lei, i libri, li prende, li taglia, li modella e li trasforma in qualcosa d’altro.
Jukhee Kwon, Vita, 2013
Divengono opere sospese in grandi installazioni. Il libro che lei ha definito “La radice del suo lavoro” sembra svuotarsi, si apre e lascia cadere il suo contenuto per diventare materiale visivo . Fantasmi di carta, fiumi fatti come strisce che scorrono, o addirittura corpi sospesi. La carta del libro si è trasformata e il libro morto è risuscitato in qualcosa di diverso.
Jukhee Kwon, Redemption,2013
Chi volesse vedere il suo lavoro può andare a Milano presso la Galleria Patricia Armocida, dove rimarrà esposto fino al 10 marzo.