Al Jarreau: «La musica è spirito»

All’età di 76 anni a Los Angeles si è spento Al Jarreau una leggenda del jazz.

Figlio di un pastore evangelico, aveva iniziato a cantare, come tanti grandi artisti prima e dopo di lui, nel coro della chiesa. Ma non era stata questa sua esperienza giovanile a metterlo sulla via del successo quanto piuttosto una profonda preparazione vocale e musicale. Con un diploma in Psicologia e un altro in Riabilitazione vocale Al Jarreau si da al jazz dapprima in un trio, che aveva al pianoforte George Duke, che Al sempre considererà come un maestro, poi da solo. Saranno gli anni 70 e 80 quelli del grande successo, con la colonna sonora di una famosa serie televisiva americana, Moonlighting, ma anche con illustri collaborazioni che lo vedono a fianco di Quincy Jones, Chick Corea e Joe Sample.

La commistione di jazz, soul, funk e acrobazie vocali, che gli avevano valso il successo si sposta negli anni via via verso il pop, ma la particolarità di Al Jarreau è che qualsiasi fosse il tipo di musica alla quale si dedicava il risultato era sempre di estrema eleganza ed innovazione.

Lo vogliamo ricordare con l’interpretazione di un classico della musica jazz, il brano Take Five, scritto da Paul Desmond nel 1959 e qui rivisitato da un indimenticabile Al Jarreau

La La Land che divertimento!

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Non sono l’unica a dirlo e  forse vincerà addirittura l’Oscar ma La la Land è proprio un bel film. E’ ciò che ti aspetti da una serata al cinema. Un musical coi controfiocchi. Jazz, come sottofondo: perché il vero musical, quello che ti prende per la pancia e ti fa venir voglia di ballare, ha sempre e solamente il ritmo scappato del jazz. Balletti che richiamano gli anni ruggenti di Fred Astaire e Ginger Rogers, piuttosto che Gene Kelly. Il protagonista (un Ryan Gosling spettacolare) è un pianista che ricorda Bill Evans, ma rappresenta tutti quanti i jazzisti: quel popolo di geni che ha cambiato la musica. Lei, la bellissima Emma Stone, fa trasparire una galleria di dive, senza identificarsi con alcuna di esse, perché quegli occhi magnetici non si erano mai visti. Una storia romantica, un ritorno indietro a tanti film che porti nel cuore e con cui sei cresciuto. Esci che non ti sei neanche accorto del tempo trascorso. Segui il tuo sogno e credici fino in fondo, sembra dire il film.

Anche il gioco dei colori, in ogni ambientazione, mi ha anche colpito: in dei momenti mi sembrava di vedere la luce di Edward Hopper oppure la tavolozza dei rossi, dei blu e dei verdi di Chagall con Bella e Marc Chagall stesso che volano, amanti, alti nel cielo.

Qualcuno mi ha detto che sono esagerata e qualcuno lo ha definito un “filmettino” leggero e anche troppo sopravvalutato: non  mi sento d’accordo. E’ un film leggero come possono essere leggeri i quadri di Joan Mirò, dove dietro alle forme colorate e libere si sentiva sprigionare  l’energia positiva e divertita dell’artista.

Quando poi, tornando a casa, ho scoperto che il  regista Damien Chazelle , di cui tra l’altro avevo già visto un altro lavoro (Wiplash), ha solo 32 anni, sono rimasta davvero sorpresa; a dire il vero sono rimasta di stucco.

Bravissimo Chazelle: chissà quante altre belle cose ci farà vedere.la-la-land

La melodia di Vienna

Ernst Lothar non è un nome molto conosciuto, soprattutto in Italia. Della sua vasta opera, in effetti, non abbiamo inteso che qualche debole eco.

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Se avete amato le atmosfere di Downton Abbey, però, non potete non leggere il suo romanzo più famoso, pubblicato nel 1944 negli Stati Uniti come The angel with the trumpet, ma oggi universalmente conosciuto come La melodia di Vienna (E/O, Gli intramontabili, 2014). Può essere considerato la versione austriaca dei ben più famosi Buddenbrook di Thomas Mann o della Saga dei Forsyte di Galsworthy, la storia dunque di una famiglia dell’alta borghesia viennese tra la fine del XIX secolo e l’annessione al Terzo Reich del 1938. La storia della famiglia Alt, costruttori di pianoforti, è la storia di come il mondo della sicurezza, dell’ottimismo liberale, rappresentato dall’Austria Felix, lentamente si sgretola su se stesso. Le vicende si dipanano attraverso la storia con i protagonisti della cultura di un’epoca, da Mahler a Strauss, da Freud e Jung a Rilke e von Hofmannsthal, da Zweig e Schnitzler a Klimt e Schiele, che appaiono sullo sfondo di una società animata da una commovente fiducia nel governo ma anche nel futuro, fiducia che verrà frantumata dalla brutalità della Grande Guerra e da ciò che ne seguì.

Il libro è una struggente elegia dedicata alla città di Vienna, un’ode animata da quel sentimento austriaco che la rese una delle capitali della cultura mondiale, una città che l’autore dovette abbandonare a causa delle sue origini ebree al dilagare del nazismo e che è la vera protagonista dell’intera vicenda. Il fallimento del sogno austroungarico di convivenza tra culture diverse coglie impreparati i protagonisti del libro, rendendoli gli ultimi privilegiati dell’ottimismo borghese che aveva animato un’intera epoca. Con loro infatti termina non solo un periodo storico ma anche una sorta di “età dell’innocenza” austriaca.

Sicuramente da annoverare fra la Letteratura del ‘900 con la L maiuscola.

Frammenti di vita

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Domenico Gnoli , Mise en plis, 1964

Ci sono immagini che ti rimangono in mente fin da bambina e ti accompagnano nel corso di tutta la vita: io ho un quadro di Domenico Gnoli. Una testa vista di spalle, con dei bigodini. Colori tonali, dal grigio al verde, su una superficie quasi materica, come se la figura fosse davanti a un muro. Non ho mai pensato al volto di quella figura: in effetti non riesco a immaginarmi se sia uomo o donna. La figura assume il valore di un oggetto; la composizione è come una natura morta con quel tanto di ambiguo che ti lascia in sospeso. La testa prende tutto il quadro: è solida e imponente.

Gnoli è stato un grande artista italiano,  nato negli anni tenta e morto nel 1970. Si fa fatica ad inserirlo in un qualsiasi movimento artistico. Negli anni dell’astrattismo espressionista ha sempre continuato a disegnare immagini figurative; ha collaborato con il teatro come scenografo ed è stato anche illustratore.

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Domenico Gnoli, Lumaca su un divano, dalla serie What is a Monster, 1967

Muore giovane, a soli 37 anni, e molte delle sue opere sono raccolte nella fondazione creata dalla moglie Yannik e da Ben Yacober, a Maiorca, dove lo stesso pittore trascorse molto del suo tempo.

Di lui ci rimangono gli ingrandimenti pittorici degli oggetti o le bellissime grafiche che dimostrano la sua originalità e bravura.

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Domenico Gnoli, Girocollo 15 1/2, 1966

Il critico Walter Guadagnini ha raccolto le lettere e gli scritti dell’artista in un bel libro, pubblicato da Abscondita nel 2004. E pensando a quella testa di bigodini, ho trovato nel libro questa spiegazione illuminante: “Ho dipinto un sacco di personaggi immaginari(…)e poi molti ritratti , ma con una differenza, che invece essere persone viste di faccia , sono persone viste di spalle. Perché, mi sono chiesto, si dipingono le montagne viste da ogni angolo e così le case, i fiori, gli animali, gli altri tutto. Gli uomini e le donne no , fanno eccezione e si dipingono solo di faccia , di tre quarti o di profilo . Perchè ?”.s-l225

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È il nome della dea greca della notte, ma non solo. È anche il nome di una nuova catena di hotel che ha scelto per la prima apertura in Europa la città di Milano. Vi chiederete “e allora”? Beh, scopo dichiarato di questo nuovo brand è quello di unire l’accoglienza, il design e l’arte contemporanea. Infatti la promessa a coloro che risiedono in questi hotel, per ora aperti in Messico a Cancun e in Israele a Tel Aviv,  è di avere la possibilità di assaporare l’opera di artisti locali che rendono gli ambienti unici.

A Milano, nell’hotel che verrà inaugurato a fine febbraio sono stati coinvolti 13 street artist e writers: Andrea Casciu, Corn 79, Etnik, Joys, Jair Martinez, Moneyless, Neve, Orion, Peeta, Seacreative, Skan, Urbansolid e Yama11. A ognuno di loro il curatore,  Daniele Decia – contattato dalla fondazione legata alla proprietà di questi alberghi – ha chiesto di disegnare quello che più avrebbe voluto mostrare. Il committente non chiedeva altro: “niente ghirlande o fiorellini dipinti che piacciono all’arredatore, solo la libera interpretazione dello spazio da parte dell’artista. Uno studio dello spazio che fonde il muralismo con il design d’interni, senza vincoli poetici se non il richiamo alla strada”.

Una sorta di albergo/museo della street art, una torre di 12 piani nei pressi della Stazione Centrale di Milano, destinata a divenire centro di incontro non solo per viaggiatori, ma anche per coloro che, pur non essendo ospiti dell’hotel, avranno desiderio di visitare gli ambienti trasformati dagli artisti.

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Tuffi

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Buttarsi da un trampolino di dieci metri, mica è facile. Ci vuole voglia di provarci, coraggio e, qualche volta, qualcuno vicino a te che ti spinga.

Entrare in contatto, parlare, condividere con persone che non conosci, lontane da te in tutto e passarci un pranzo, una serata è un po’ come lanciarsi da un trampolino.

Ci piace stare con coloro nei quali ci si possa riconoscere. I pregiudizi non finiscono mai di limitare le nostre esperienze.

Oggi più che mai vale il detto “ la mia casa è molto piccola , ma le sue finestre si aprono su un mondo grande e meraviglioso”.

Tuffiamoci e buon lunedì

Ikea, non solo librerie Billy!

Si chiama Better Shelter ed è un prodotto Ikea, come appunto la libreria Billy o la cassettiera Nornäs. Non ho ancora conosciuto una persona che non abbia in casa almeno un pezzo d’arredamento Ikea, genialmente semplice e facilmente assemblabile, anche dagli inetti (ve lo assicuro in prima persona). Credo, però, che con questo progetto realizzato dalla Ikea Foundation il gigante svedese abbia superato se stesso. Infatti in sole due confezioni di cartone contenenti tutto l’occorrente (dalle istruzioni di montaggio agli attrezzi) arrivano presso i centri di prima accoglienza delle Nazioni Unite delle casette alimentate da pannelli solari, di 17,5 metri quadrati, isolate dal freddo, dal caldo e dalla pioggia. Un superamento eccellente della tenda.

“La filosofia progettuale di Better Shelter richiama, opportunamente trasposta e adattata nella scala e nell’utilizzo, la stessa filosofia che ha portato alla progettazione dei mobili commercializzati da Ikea, frutto di un alto livello di ingegnerizzazione di prodotto e processi che, permettendo un facile trasporto e montaggio “fai da te”, hanno reso Ikea famosa nel mondo insieme ai costi contenuti e al design nordico e minimale.

Al pari dei mobili, i moduli arrivano dove serve completi di istruzioni e stipati ordinatamente all’interno di due scatole di cartone (“flat-pack” è l’appellativo che la lingua inglese ha coniato e accosta al marchio Ikea), pesano meno di 100 kg e possono essere assemblati “fai da te” sul posto senza richiedere attrezzature e utensili particolari. Hanno inoltre la caratteristica del riuso: molti dei loro pezzi costitutivi possono infatti essere nuovamente impiegati”. (architetto.info/…/il-rifugio-ikea-better-shelter-entra-in-produzione-per-lunhcr).

Dopo due anni d sperimentazione l’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i rifugiati ha ordinato 30.000 unità di Better Shelter, che è stato premiato ultimamente con il premio internazionale Beazley Design of the Year Award, dedicato ai migliori progetti di design dell’anno e assegnato dal Museo di Design di Londra.

Un piccolo passo verso la normalizzazione di tante vite strappate alle loro case e alla loro terra.

La più eccitante è a Venezia

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2017 anno di Biennali d’arte. Tutti lo sanno e tutti si stanno già preparando. Cominciano già i primi commenti e le prime classificazioni. La rivista Beaux Arts di gennaio ad esempio ha così schematizzato:

La Biennale di Atene ( 8 aprile-16 luglio) sarà quella più politica. In collegamento con Documenta di Kassel si focalizzerä sulla crisi europea e sull’incertezza del futuro.

La Biennale di New York ( 17 marzo-11 giugno) sarà la più angosciosa. Infatti i 63 artisti americani invitati al nuovo Whitney Museum dovranno confrontarsi con l’arrivo di Donald Trump e coi valori di nazione e identità nazionale.

La Biennale del Québec ( 18 febbraio .-14 maggio) sarà la più gioiosa e questo perché la sua curatrice Alexia Fabre ha scelto come tema “l’arte della gioia”.

La Biennale di Venezia (13 maggio-26 novembre) Beux Art l’ha definita la più eccitante. Viva Arte Viva questo è il titolo del progetto della curatrice di questa edizione Christine Macel, promette bene, e comunque  la Biennale di Venezia mantiene ancora il  ruolo della più antica e importante di tutte le biennali nel mondo.

Ma a cosa serve una biennale? lo spiega bene  Gillo Dorfles  La Biennale dovrebbe cercare di dare un ordine al presente. Dovrebbe esporre quanto di meglio c’è in un determinato momento storico. Ma dovrebbe anche saper valorizzare le prove di un bravo studente dell’Accademia, fuori dal sistema sociale”.

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Emilio Vedova. Milena Milani, Giuseppe Santomaso, “Pittura francese oggi”,Cà Pesaro, 1946

Ci riusciranno? staremo vedere.inviato-alla-biennale_431x431px_2010

Intanto però chi volesse fare una carrellata sulle cose accadute a Venezia dagli anni Quaranta fino al 2010 può leggere un interessantissimo libro dal titolo Inviato alla Biennale, Libri Scheiwiller dove vengono raccolti tutti gli articoli e recensioni fatti da Gillo Dorfles in tutti questi anni.

Vi sorprenderete quanto artisti presenti alla Biennale sono poi finiti nel dimenticatoio, al contrario quanti giovani segnalati invece sono diventati famosi e come cambia e si muta il gusto. Molto interessante infine vedere come negli anni la pittura e la scultura hanno ceduto il passo all’installazione, al video e alla fotografia e siamo entrati nel  tempo definito da  Dorllfes “della deregulation linguistica”.

L’Italia che crea, crea valore

“Italia Creativa è il primo studio che presenta l’Industria della Cultura e della Creatività italiana attraverso una visione globale: quantitativa e qualitativa, di situazione e di prospettiva. L’obiettivo è quello di focalizzare l’attenzione del pubblico su questo settore di fondamentale importanza, nel quale la nostra leadership è indiscussa ma non sufficientemente valorizzata né riconosciuta. Creatività e cultura fanno parte delle espressioni più alte del retaggio di un popolo, costituendo al contempo la ricchezza di una società. L’Italia, in particolare, gode di un passato creativo e culturale prestigioso, unico al mondo. Basti pensare che il nostro Paese vanta il maggior numero di siti dichiarati patrimonio dell’umanità dall’UNESCO. Creatività e cultura hanno però anche un valore economico e sociale importante, sia in termini di volume d’affari, sia di occupazione. Lo studio nasce proprio dall’intuizione che questo mondo, nel suo insieme, rappresenta uno dei principali motori di sviluppo presente e futuro del Paese. Vogliamo evidenziare la necessità di sostenere questa Industria, affinché il suo ruolo possa divenire ancora più centrale per il nostro sistema economico. Il nostro desiderio più grande è quello di poter lavorare insieme. Vorremmo che tutti i settori e tutte le persone dell’Industria Culturale e Creativa italiana potessero trarre beneficio dal progetto di Italia Creativa. Speriamo di riuscire a compiere un primo passo, tutti insieme, verso la costruzione del marchio Italia Creativa”.

L’eredità del passato ci traghetta  verso il futuro. Dunque la cultura può e deve essere strumento di rilancio e crescita dell’Italia. Meditiamo… e che il messaggio arrivi sempre più potente alle nuove generazioni!

Che bella Amsterdam!

Che bello passeggiare per il quartiere dei musei di Amsterdam, una domenica  pomeriggio, di ritorno da Rotterdam, dopo aver assistito al Film festival di Rotterdam.

La zona è piena di persone di ogni età, che passano da un museo all’altro o che semplicemente si divertono all’aria aperta col pattinaggio. Entrare in un museo è sempre un bel momento , ma qui lo è ancora di più, dal momento che sembra la cosa più naturale del mondo.

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Stedelijk Museum Amsterdam

Allo Stedelijk Museum tra le altre cose, aveva in cartellone una mostra sull’artista svizzero Jean Tinguely. Tante delle sue opere-macchine e delle sculture in movimento. Arte e vita coincisero sempre lavoro di Tinguely e questa mostra lo mette bene in luce. Il poeta delle macchine, come venne definito, è inserito in un percorso esistenziale di cui si rintracciano le influenze artistiche assieme agli sviluppi interiori e di consapevolezza. E’ lo stesso Jean Tinguely a spiegare la sua passione per il movimento, nelle opere, con un bel pensiero riportato sui muri del museo. Da giovane, lui dice, dipingeva e dipingeva, senza mai riuscire a mettere la parola fine a un singolo lavoro. A un certo punto decise di fare opere in movimento, perché rispecchiavano la sua condizione naturale. Il movimento gli consentiva di considerare compiuta un’opera.machinespektakel-678x381

Una volta, anni fa, visitai un piccolo museo a lui dedicato nella sua città natale: Friburgo. Rimasi colpita, tra le altre cose, da un breve video girato sul suo funerale: era una processione di gente in movimento, cui partecipavano anche alcune delle sue macchine e una banda di allegri suonatori.zaalopnametin_original

La mostra Jean Tinguely Machinespel  rimarrà aperta fino al 5 marzo nei giorni della mostra è possibile anche partecipare con i bambini ad un atelier fantastico realizzato con due macchine tingheliane: una per disegnare, azionata dal pedale di una macchina da cucire, l’altra per azionare un nastro trasportatore (carico di oggetti) per mezzo di due biciclette.