Helen Fielding, autrice del famosissimo Diario di Bridget Jones, sta per pubblicare, per l’esattezza il 10 di ottobre, il seguito della storia della ex trentenne che, dopo diverse disavventure trova finalmente l’amore e corona il sogno della sua vita convolando a giuste nozze con il nobile Mark Darcy.
La trama del feuilleton, uscito agli inizi degli anni 2000, che ha fatto piangere e sorridere le trentenni singles di mezzo mondo, che si calavano nei panni della protagonista, era costruito sulla falsa riga di Orgoglio e pregiudizio (prima edizione 1813, peraltro inarrivabile!) e aveva reso famosa non solo l’autrice, ma anche gli interpreti (maschile Colin Firth e femminile Renée Zellweger) della successiva trasposizione per il grande schermo.
Le anticipazioni sul nuovo romanzo di questa eroina nazional-popolare (il titolo dovrebbe essere Mad about the boy) la vedono ormai vedova del bel Darcy e con due figli a carico (cosa che ha gettato nel panico molte fans del Regno Unito).
Ma mentre aspettiamo che il libro giunga in libreria per poterne parlare (o anche no!) possiamo fare una riflessione sul potere di vita e di morte che possiede l’autore sui personaggi usciti dalla sua penna, e su come essi vengono percepiti dal lettore a seconda del modo in cui si affronta il testo.
Sicuramente Helen Fielding per poter dare un seguito alle vicende di Bridget doveva strapazzare la sua protagonista. A chi infatti può interessare una storia di tranquillità e appagamento familiare? E così il marito viene fatto fuori. Avevamo appena tirato un sospiro do sollievo per lei ed eccola ripiombare nei problemi (ci sarà un nuovo lieto fine?).
Ma quanti autori nel corso dei secoli hanno maltrattato i protagonisti infliggendo loro pene d’amore, sconvolgimenti economici, tragedie familiari e quant’altro solo per poter avere un lieto fine d’effetto o per poter dare, con la sorte miserevole loro destinata, insegnamenti morali o civili? Non si contano naturalmente.
Alcuni di questi personaggi sono entrati nel mito: Penelope e la sua fedeltà di sposa di Ulisse, costretta a tessere una noiosissima tela invece di spassarsela con i Proci; i due sfigatissimi Promessi Sposi, obbligati sadicamente a rincorrersi fra epidemie di peste, carestie e tranelli dell’Innominabile, per tante, troppe pagine.
Spesso gli scrittori sono più malvagi dei loro personaggi e le situazioni in cui li fanno vivere ed agire sono costruite in maniera che i poveretti non possono in alcun modo spezzare le catene delle avventure/disavventure nelle quali sono calati.
E allora ? Beh, a questo punto che nessuno di noi lettori si senta in colpa se avverte un moto di sollievo nel momento in cui Anna Karenina finisce sotto un treno o urla «Evvai!» quando finalmente Madame de Tourvel cede alle lusinghe del Visconte di Valmont. E neppure meravigliamoci di aver tifato per la balena bianca o di aver finalmente ricominciato a respirare solo dopo la distruzione di Macondo.
Teniamo sempre presente infatti che come lettori abbiamo i diritto di lasciar perdere, di abbandonare una lettura che non ci convince, che non ci piace sia essa un classico della letteratura o le cinquanta sfumature… a volte capita di fare del bene in questo modo agli stessi personaggi!










O lo si ama o lo si odia. Questa è la conclusione alla quale sono arrivata dopo aver letto Kafka sulla spiaggia di Haruki Murakami. Questo romanzo è stato definito onirico, visionario, inquietante. In effetti il lettore ci si può perdere, a iniziare dal genere al quale esso può essere ascritto, ma non è lecito chiedersi se si tratta di un’opera di pura fantasia, di un diario intimo, di un racconto filosofico, di un di romanzo più reale del reale o di una novella on the road.
Volete sapere come acquistare punti agli occhi di un figlio ormai emancipato e in grado di muoversi solo per tutto il mondo? Fate come me vivete spericolatamente per 48 ore. Vi spiego. Prendete una donna di mezza età, casalinga per sbaglio, mamma a tempo pieno e all’occorrenza cuoca, veterinaria, guardarobiera e quant’altro. Piazzatela su un volo a corto raggio per un paese straniero. Fatele prendere, treni veloci, metropolitane affollate, ancora treni e infine taxi. Fatela arrivare ancora intera a destinazione. Ma non finisce qui. Fatele affittare un’auto con guida al contrario e fatele percorrere strade per imboccare le quali deve prima riflettere a lungo (diciamo un paio di giri di rotonda almeno). Il risultato sono io in trasferta in Inghilterra. Una sfida per chi, come me, ha sempre viaggiato in compagnia, prendendosi pochissimi rischi. Una soddisfazione enorme nel riscoprire capacità inutilizzate da tempo o dirottate in altre attività.