Se andate a Parigi per le vacanze o siete italianintransito che vivono là vi vorrei segnalare una mostra che si è aperta il 14 novembre e resterà aperta fino al 14 marzo presso la Fondazione Cartier (261,boulevard Raspail F-75014) dedicata ad un pittore cinese contemporaneo Yue Minjun.
Le sue opere pittoriche sono molto inquietanti e strane, la mostra si intitola Yue Minjun . L’ombre du fou rire (l’ombra del ridere folle), egli propone nelle sue tele il suo ritratto mentre ride con una grande bocca aperta. Francois Juillien nel catalogo della mostra ha scritto “ Questo suo ridere stereotipato serve come schermo , è un muro , che impedisce di penetrare nell’interiorità della persona e blocca tutta la sensibilità”. La risata è la chiave dei suoi dipinti, la sua faccia ride ed è come se avesse la figura dipinta vestisse una maschera, guardandola lo spettatore rimane come ghiacciato.
L’artista nato nel 1962 a Daqing, nella provncia del Hei Long Jang in Cina ha debuttato come artista negli anni Novanta a Pechino. La risata fin dal principio è stata per lui un’arma di denuncia ed è stata associata al movimento chiamato del realismo cinico. Guardando il suo volto nei quadri sembra come se la sua faccia avesse un grande forno, la sua bocca,con i contorni rosa , le labbra, una collana bianca, i denti e un grande nero nel centro nel quale potremmo essere mangiati come nelle fiabe dell’orco. La sua viisione pessimistica e sarcastica sui fatti del mondo sembrano dirci che è meglio ridere che piangere.
Le sue risate non alleggeriscono lo spettatore ma anzi lo inquietano e lo sconvolgono come nel caso della pittura ad olio del 1995 intiolata L’Esecuzione ispirata alla repressione del movimento democratico di Piazza Tienamen nel 1989.
Come tutti i lunedì – ormai lo avrete capito – facciamo un gioco di botta e risposta tra noi ( il corsivo serve, in questo gioco, per evidenziare il punto di vista dell’altro)
Il problema della Sanità in Italia è di antica data, e gli italiani son particolarmente sensibili a questo tema, tanto che bastano alcune frasi estrapolate dal contesto per far montare la polemica e portare chi le ha pronunciate (il premier Monti) alla rettifica o alla chiarificazione dei concetti.
Il presidente del consiglio, dunque, dopo aver suscitato un vespaio ha affermato che «Dobbiamo, in una società adulta, essere capaci e avere il dovere di parlare senza che le parole diventino veicolo di equivoci e fraintendimenti, ma parlare per vedere la realtà dei problemi», e il problema della Sanità in Italia è tangibile ed allarmante e sebbene Monti abbia detto che «affermare la necessità di rendere il servizio sanitario pienamente sostenibile non ha nulla proprio nulla a che vedere con la logica della privatizzazione» tuttavia ad alcuni operatori del settore il passo verso la privatizzazione del servizio sanitario nazionale sembra l’unica svolta possibile.
Per come la vedo io, fuori dai piedi le assicurazioni e tutto ciò che è dettato da politiche di profitto, nella sanità. Alla fine, cosa importa alle assicurazioni è garantire la salute a chi se lo può permettere. E io dico no e le parole di Monti mi fanno tremare.
Proviamo a pensare alla privatizzazione della Sanità in Italia, alla necessità per tutti i cittadini di stipulare un’assicurazione di malattia come accade in tanti paesi fra i quali la Svizzera… è chiaro che non si tratta del “toccasana” ma non pensate che tanti sprechi sarebbero evitati?
Tanti sprechi possono essere evitati anche senza l’aiuto delle assicurazioni: basta volerlo e rimettere in piedi in modo sostenibile ciò che non funziona.
È vero nella storia della nostra nazione la sanità pubblica e gratuita è sempre stata garantita, ma ciò non significa che con l’introduzione di un contributo, che dia fiato alle economie di ospedali e centri di ricerca, si infrange il sacrosanto diritto del cittadino ad essere curato.
L’italia è un esempio di grande rispetto per l’essere umano: fino ad ora tutti possono accedere all’ospedale tutti possono essere curati.
Ho provato sulla mia pelle l’efficenza del sistema assicurativo e informandomi sui dritti del malato ho anche constatato che coloro che non possono sostenere i costi di un’assicurazione, qui in Svizzera sono aiutati da finanziamenti cantonali. Non solo, anche i famosi “sans papier”, coloro che si trovano nella confederazione senza permesso regolare, possono avere (anzi sono spinti a farlo) un’assicurazione malattia senza essere denunciati a quelle autorità che potrebbero rimpatriarli, perché tutelati dalle leggi sulla privacy.
Anche io ho provato per esperienza personale (una lunga malattia di mia madre, in dialisi) a vivere quotidianamente dentro un ospedale italiano. Quando mia madre ha cominciato il suo calvario aveva più energia e poteva viaggiare con mio padre, così ha fatto dialisi in vari ospedali all’estero. Quando tornava mi diceva sempre che il nostro ospedale di Pistoia forse era meno bello, ma le offriva una garanzia maggiore: quella di non guardare al costo, ma a ciò di cui i pazienti avevano bisogno. Non voglio dire che le cose devono rimanere così come sono ora in Italia, chi spreca chi non sa amministrare deve lasciare il suo posto, ma aprire alle logiche del guadagno sulla nostra pelle mi fa rabbrividire.
Monti non si è spinto ad affermare la necessità della privatizzazione, ma pensate che sarebbe davvero così impensabile magari introdurre un sistema misto tale per cui chi ha di più dà di più e chi non può viene aiutato e supportato? Non è così che dovrebbero andare le cose o è utopia?
Sì, assolutamente impensabile e inaccettabile, perché con la privatizzazione alla fine chi ci guadagnerebbe sarebbe solo chi ha di più.
Caravaggio, Natività con i santi Francesco e Lorenzo,1609
Può capitare a volte di entrare in Libreria e scegliere un libro di cui non hai mai sentito parlare, perché ti ha incuriosito il titolo o perché sei interessato al soggetto. Non sempre hai fortuna, ma a me è andata bene l’ultima volta che lo ho fatto. Ero in Italia. I libri li prendo in Italia perché, ahimè, tra Ginevra e Losanna non esiste una libreria italiana (solo piccolissime sezioni in librerie che dedicano invece largo spazio al tedesco e all’inglese). Il libro, edito dalla Sellerio, ha come titolo Il Caravaggio rubato. E’ scritto da Luca Scarlini.
L’opera è sotto forma di inchiesta e tratta del furto della Natività di Caravaggio, avvenuto nel 1969, nell’Oratorio di San Lorenzo a Palermo. Scarlini nel libro racconta i fatti relativi al furto e dimostra come essi si leghino all’ambiente siciliano e alla mafia. Parla anche della divisione profonda, nelle scelte di tutela e prevenzione, tra la chiesa e lo stato. Leggendo il libro si ripercorre tutta la vicenda, sottolineando come tra il 1967 e 1969 i furti di opere d’arte in Sicilia siano stati in costante ascesa.
Nel libro si analizza la storia del furto. Nelle prime pagine si trova una bella descrizione del quadro. L’autore prosegue poi con un capitolo intitolato “Il lamento della tela”, dove prova a calarsi nei sentimenti della tela allorquando i ladri la ritagliano dalla cornice, la arrotolano e la portano via. Non si è mai saputo chi lo abbia rubato, perché lo abbia fatto e dove si trovi adesso il grande dipinto. Nel libro si formulano diverse ipotesi sul furto, passando dalla più accreditata idea di un furto compiuto dalla mafia, a quella di un amante dell’arte, o all’atto commesso per ottenere un riscatto.
L’autore scrive: “ la Natività di Caravaggio rapito racconta molte storie: narra del degrado di una città in uno dei suoi periodi più terribili(…) Parla però anche di un problema nazionale che negli stessi tempi divampa con una violenza mai vista prima”.
Tanto è tragica la storia della Natività quanto lo è quella della Sicilia e quanto lo è stata la vita di Caravaggio, coi suoi ultimi anni trascorsi in fuga tra Malta, Sicilia e Napoli.
Vi raccontiamo oggi una bizzarra vicenda tutta svizzera, il cui inizio risale a 655 anni fa.
La vicenda si svolge a Mollis, un ridente villaggio del Canton Glarona. Qui nel 1350 un mugnaio, tale Konrad Müller, commise un omicidio. Il colpevole si salvò per il rotto della cuffia facendo voto, a mo’ di espiazione, di alimentare in eterno una luce perpetua che donò alla chiesa locale. Egli impegnò se stesso e i futuri proprietari dei suoi averi, a prendersi cura di questa fiammella votiva e a provvedere ad essa bruciando l’olio proveniente dai suoi noci. Dal 1350 dunque nella chiesa di Mollis arde la luce perpetua a sempiterno ricordo del pentimento del mugnaio assassino…
Oggi le cose sono un po’ cambiate… Innanzitutto di noci non ce ne sono più, inoltre il nuovo proprietario di quello che il fu il fondo di Müller non è assolutamente d’accordo nel versare la somma annua di 70 franchi a compensazione delle spese di manutenzione della luce perpetua nella cappella di Mollis. L’attuale proprietario del luogo in cui erano piantati i noci infatti si rifiuta di sottostare all’imposizione siglata nell’atto notarile risalente al 1350, tanto più che non si tratta affatto dell’espiazione dei suoi peccati!
Per ricomporre il litigio fra proprietario del fondo e chiesa locale il parroco, documenti d’epoca alla mano, ha fatto ricorso presso il tribunale cantonale.
Come andrà a finire questa antica vicenda lo deciderà un moderno tribunale, ma voi cosa avreste fatto? Avreste continuato ad alimentare un’antica tradizione o anche voi, come vorrebbe il nuovo proprietario, avreste spento la luce perpetua in nome di moderne logiche economiche?
Italianintransito è impegnata a sostenere un centro caritatevole che offe sostegno, in maniera concreta e efficace, a migliaia di persone poverissime che vivono a Addis Ababa in Etiopia. Si chiama Centro san Giuseppe.
Perchè il Centro Sa Giuseppe ci rappresenta come italianintransito?
Perché chi gestisce questo centro è una signora, Almea Bordino, per metà italiana e per metà eritrea. Ha passato la propria vita in viaggio un po’ come noi. Almea si è trasferita da Asmara ad Addis quando era una ragazzina e lì ha costruito la sua vita, mai dimenticando il forte retaggio italiano della sua famiglia di origine. In lei convive un misto di culture. Lo stato italiano (i suoi genitori sono di origine italiana per via del nostro passato coloniale nella regione) le ha conferito la cittadinanza, ma lei rimane attaccata all’Etiopia per cultura e per radici: così parla italiano e amarico.
Ebbene questa donna è un’imprenditrice, ha una sua attività che conduce con grande intelligenza e ha una famiglia molto bella composta da due figli. Dopo aver dedicato tanta energia alla cura della propria casa e al lavoro, ha pensato di fare qualcosa di più e dedicare metà del suo tempo agli altri. Un giorno, mi ha spiegato, ha sentito forte il desiderio di dare da mangiare a tutte quelle persone che chiedevano disperati un aiuto in mezzo alla strada. Lei è una ristoratrice e così ha deciso di partire costruendo un piccolo luogo dove le persone potessero trovare un pasto caldo, con l’aiuto della parrocchia cattolica italiana di Addis. E’ partita in modo semplice, ma siccome è una donna con forte doti di organizzatrice è riuscita a far crescere il centro e così è passata ad aiutare migliaia di poveri non solo con il cibo ma con mille altre attività. Tanto per riassumerle diciamo che paga le rette scolastiche, le uniformi e i libri a tantissimi bambini e bambine; dà assistenza ai malati pagando loro le cure negli ospedali della città; ha aperto una serie di dormitori per accudire gli anziani che altrimenti dormirebbero sull’asfalto delle strade (vi dormono anche tante madri single poverissime).
Chi conosce Almea sa che è una donna molto forte, per niente arrendevole e prona a nessun compromesso. Ha dovuto combattere molto per arrivare a fare ciò che ha fatto; le difficoltà e le delusioni non le sono mancate.
Oggi il Centro è un luogo ove un povero che non ha niente viene ricevuto, ascoltato, vestito, ha di che sfamarsi e può curarsi. In questo luogo, l’ho visto io con i miei occhi, in più di un’occasione, ci si prende cura delle persone più povere: così povere che noi, con tutti i nostri studi e col nostro incessante viaggiare, nemmeno ci immaginiamo. Se solo per un momento provassimo a metterci nei loro panni, proveremmo terrore.
Allora, cara Almea, a te che hai dovuto sopportare l’emarginazione subita da chi si impegna davvero per gli altri, a te che vedi ogni giorno una dimensione di vita terribile, testimoniando il dolore infinito degli ultimi, noi teniamo a far sapere che ti sosteniamo e che siamo dalla tua parte in questa folle e meravigliosa corsa a consolare chi soffre.
Chi volesse in qualche modo unirsi a noi, tramite un’adozione a distanza o sostenendo il centro in qualsiasi altro modo, può contattarci.
La Tate Gallery, a Londra, ha inaugurato una mostra virtuale, intitolata Gallery of Lost Art, che cerca di ricostruire la storia delle maggiori opere del XX secolo andate perdute, rubate o distrutte. L’idea è quella di costruire un piccolo archivio visuale e storico di queste opere. L’archivio è un lavoro aperto e in divenire e quindi ogni settimana si arricchisce di dati e nuove opere. Jennifer Mundy, la curatrice di questo progetto, ha sottolineato come questa mostra si volesse focalizzare sulle opere che non si possono più vedere ma che hanno avuto un peso importante nello sviluppo dell’arte. E’ molto interessante da guardare: potrete partire dalla lista degli artisti presenti o da quella che elenca le cause per cui le opere si sono perse. Troverete le opere perse di Keith Haring, Calder o Bacon e scoprirete perché e quando il Rockfeller Center distrusse un affresco di Diego Rivera.
Vedrete anche per esempio, collocate su una scrivania, le cinque opere che furono rubate nel 2010 al Musee D’Art de la Ville di Parigi (opere di Modigliani, Braque, Leger, Picasso e Matisse) e molte altre notizie interessanti.
Fantastico ossimoro che per me esprime la difficoltà, ma anche la necessità del restare soli.
Mai come in questo periodo della mia vita percepisco il rumore del silenzio e ne rimango spaventata. Anche questa sera da sola davanti al computer è il silenzio che mi accompagna.
La mia bambina più piccola, che piccola non é più, fa i compiti e rincorre i suoi sogni ancora bambini.
Il figlio di mezzo, quello che è ancora qui con me (per poco, toccherà anche a lui andare via ed iniziare la sua vita) è a un concerto, dove spero si possa divertire.
Il più grande studia lontano, ed è lontano fisicamente, ma é accanto a me nel cuore…
In questo muto frastuono silenzioso che mi avvolge mi vengono in mente le parole di Kahlil Gibran mentre un groppo mi sale in gola :
I tuoi figli non sono figli tuoi, sono i figli e le figlie della vita stessa.
Tu li metti al mondo, ma non li crei.
Sono vicino a te, ma non sono cosa tua.
Puoi dar loro tutto il tuo amore, ma non le tue idee.
Tu puoi dare dimora al loro corpo, ma non alla loro anima, perché la loro anima abita nella casa dell’avvenire dove a te non è dato entrare neppure con il sogno.
Puoi cercare di somigliare a loro, ma non volere che essi assomiglino a te, perché la loro vita non ritorna indietro e non si ferma a ieri.
Tu sei l’arco che lancia i figli verso il domani.
Ma quanto può essere difficile acccettarlo?
Dedicato a tutti coloro che si sentono un po’ soli, che fino a ieri dovevano affrontare il rumore di una folla, ma che come me sanno quanto è necessario lasciare andare i figli e si consolano attaccandosi… al barattolo della Nutella!
Beh, l’accompagnamento musicale è scontato, almeno è un pezzo d’epoca
Abbasso il tempo trascorso nei centri commerciali.
Hai ragione ABBASSO i centri commerciali! Ma te li ricordi i negozietti in centro? Ecco un ricordo che i nostri figli non avranno: il negozio a misura d’uomo! Ancora sogno una drogheria della mia città dove c’era un enorme scaffale carico di caramelle e cioccolato. Lì vendevano anche il “perborato” e il sapone a scaglie e ricordo perfettamente i profumi deliziosi che ti avvolgevano quando entravi!
Per questo mi viene da dire che in Svizzera sono molto più indietro e quindi anche molto più avanti. Infatti non solo i loro centri non sono aperti di domenica e nemmeno i giorni prima delle feste. Ora che la crisi economica si sta facendo sempre più profonda, loro hanno anticipato la tendenza verso un consumo più responsabile, senza essere mai stati contagiati dal virus del consumismo.
Famosa, infatti, è rimasta dalle nostre parti la campagna pubblicitaria fatta contro l’apertura dei negozi di domenica, in cui si mostravano bambini in lacrime perché i genitori dovevano recarsi a lavoro… persino esagerata!
A dire il vero, quando entro in un centro commerciale, mi sento allegra, con tante persone attorno e tutto pulito e luccicante. I miei sensi mi trasmettono qualcosa di positivo, inizialmente, ma il problema è quando ci rimango un po’ troppo a lungo: allora comincio a vedere intorno a me bambini soffocati e innervositi, facce stressate e tutte compresse, gente assente: insomma, comincio a percepirmi come dentro a un acquario. È a quel punto che mi viene voglia di scappare.
Come al solito è questione di misura… certo che, con tutto il ben di dio che contengono, questi enormi scatoloni, in cui davvero trovi di tutto di più, sono difficili da digerire, ma anche difficili da lasciare… anzi il più delle volte sono loro a lasciarti… al verde!
Andando a zonzo attorno al lago Lemano, avrete la possibilità di vedere paesaggi davvero mozzafiato. Non per niente ad esempio la zona del Lavaux, ricca di vigneti e di piccoli e pittoreschi villaggi, è stata dichiarata Patrimonio dell’Umanità dall’Unesco e tutte le coste del lago sono conosciute nel mondo per il clima mite, la bellezza dei paesaggi e l’eccellente qualità di vita. Se poi avrete la fortuna passarci in questo periodo, magari verso il tardo pomeriggio di una giornata serena, i colori caldi dell’autunno in collina vi accompagneranno in modo calmo e struggente verso la sera.
C’è, tuttavia, un punto, non meno suggestivo, ma tutt’altro che rilassante, del Lemano che incute soggezione per la maestosità e la severità degli scorci. Quando, infatti, il Rodano finisce temporaneamente la sua corsa nel lago, il suo delta è sovrastato da montagne che incombono sull’acqua lambendo le rive del bacino. È un paesaggio che sorge dall’acqua e sul quale, per gran parte della giornata, il sole non riesce a fare breccia.
Sono le pareti scoscese del Grammont che si erge severo come un torrione naturale a chiudere il Vallese. Proprio questa montagna è stata protagonista di un evento, di cui si parla moltissimo in questi giorni, eccezionale che si produsse in queste terre nel lontanissimo 563. Si tratta dello tsunami che distrusse Ginevra proprio in quell’anno, di cui sono stati testimoni di eccezione Gregorio di Tours e Mario di Avanches, che descrissero il fenomeno nelle loro cronache medievali. I testimoni non offrono spiegazioni sull’onda anomala che si produsse nel maggiore specchio di acqua dell’Europa occidentale, colpendo e distruggendo gran parte dei villaggi della costa ed arrivando a Ginevra dopo aver sorpassato le mura portando distruzione in tutta la città. A fare chiarezza è stato uno studio condotto dalla dott.ssa Katrina Kremer e dai suoi collaboratori dell’Università di Ginevra, i quali studiando i sedimenti presenti nel lago sono arrivati a dimostrare che con ogni probabilità una parte del Grammont precipitò sugli strati sedimentari creati dal fiume sul fondo del lago facendoli collassare e provocando lo tsunami. Simulazioni al computer hanno dimostrato come un’onda di 13 metri raggiunse, 15 minuti dopo il distacco della roccia, Losanna (provocando pochi danni poiche la città è costruita a terrazze) e la stessa onda, di dimensioni un po’ ridotte (solo 8 metri!), raggiunse, dopo 55, minuti anche Ginevra (all’altro capo del lago). Ma non è finita qui. Lo studio mette in guardia sulla possibilità che questo evento si riproduca in tempi attuali, in effetti il livello dei sedimenti sottomarini che il Rodano continua ad accumulare al suo delta potrebbero collassare anche oggi a causa di un terremoto, o di una frana o di una violenta tempesta.
Lo studio della Kremer inoltre solleva anche la domanda se altri laghi possono essere a “rischio tsunami” e consiglia lo studio accurato dei sedimenti sottomarini. Da Loch Ness in Scozia al lago Tele nella Repubblica del Congo (in cui il mostro di turno è un serpentone di nome Mokélé-mbembé) innumerevoli sono le leggende che parlano di mostri sottomarini che agitano le acque… e se questi mostri in realtà non fossero altro che piccoli tsunami?
Se vi piace andare per fiere, perché vi diverte scoprire, comprare o soltanto curiosare ciò che si trova nel mondo dell’arte contemporanea, ricordatevi che si apre, tra pochi giorni, a Torino, Artissima. Lingotto Fiere ospita, dal 9 all’11 novembre, la fiera dell’arte contemporanea giunta alla sua diciannovesima edizione. Quest’anno saranno presenti 172 gallerie, di cui solo 53 italiane. Ci sarà la possibilità di vedere le gallerie che presentano maestri affermati e quelle che propongono i nuovi talenti. Quando in fiera, dalle espressioni sui volti, puoi capire chi è un appassionato d’arte sincero ma senza grandi possibilita’ economiche e si diverte in quel guazzabuglio di cose da vedere, chi è un collezionista e sente la visita come una sfida, una caccia alle opere migliori con un occhio sempre aperto all’investimento, chi è l’artista il critico o il gallerista (questi ultimi hanno spesso sul volto segni di stress e poco diletto).
Il nuovo direttore di artissima, con un contratto di tre anni, è per la prima volta una donna, la triestina Sarah Cosulich Canarutto, che al momento vive in Svizzera e lavora come art-advisor per alcuni collezionisti privati. Come direttrice di artissima ha pensato un programma di mostre ed eventi in tutta la città, che andranno dal 9 novembre fino al 6 gennaio. Gli eventi sono visibili alla GAM, al Museo di Rivoli a Palazzo Madama e in molti altri luoghi. Per il programma guardate su http://www.artissima.it.
Torino in questi giorni vale davvero una gita anche perché sono già accese per la città le Luci d’artista, ossia interventi d’arte contemporanea basati sulla luce, che arricchiscono le strade in modo originale. Quest’anno saranno 19 le strade che si illumineranno. Nel mio ricordo la più bella rimane quella di Luigi Mainolfi, intitolata Lui e l’arte di andare nel bosco, una fiaba scritta per la strada, che tutti possono leggere e condividere in un’atmosfera lirica e giocosa di quelle che solo Mainolfi riesce a creare.