Better water better job

world_water_day_2016Oggi, 22 marzo, è la giornata mondiale dell’acqua. Secondo un rapporto dell’UNICEF sono 750 milioni coloro che non hanno accesso all’acqua potabile, e con il World Water Day le Nazioni Unite si propongono di dare visibilità ai problemi inerenti l’elemento vitale per eccellenza. Ogni anno l’organismo preposto alla coordinazione dei lavori a proposito dell’acqua designa per questa giornata un tema centrale, che corrisponde a sfide correnti o future. L’edizione di quest’anno è dedicata al ruolo centrale che l’acqua svolge nella creazione di posti di lavoro. L’acqua è di vitale importanza per sostenere lo sviluppo economico, sociale e umano ed oggi infatti quasi metà dei lavoratori nel mondo sono occupati in settori in qualche modo legati all’acqua, tuttavia i diritti fondamentali di questi lavoratori spesso non sono riconosciuti né rispettati. Ma la disponibilità di acqua di qualità e in quantità può cambiare la vita e i mezzi di sussistenza dei popoli, e al contempo trasformare le società e le economie. La giornata verrà celebrata attraverso diverse iniziative. A Milano ad esempio il Politecnico, propone il workshop “L’acqua e l’ingegneria: oggi e domani”, uno spazio espositivo intitolato “I mille volti dell’acqua” (l’esposizione permetterà di capire come si muove l’acqua nella falda o si crea un’alluvione, come si misura la qualità delle acque naturali, potabili e fognarie, come si usano i droni e il webGIS per indagini a distanza, come funzionano i circuiti idraulici e le valvole verdi, come si rende l’acqua potabile e come si fa a depurare l’acqua generando energia grazie a batteri che producono metano), il concorso fotografico “Acqua: sfide e opportunità”, oltre a seminari e conferenze. Green Cross Italia, ong ambientalista per lo sviluppo sostenibile, lancia invece la quarta edizione della campagna Salva la goccia e chiede a scuole, insegnanti, studenti, famiglie e singoli cittadini di contribuire al risparmio idrico.

Nel nostro piccolo possiamo celebrare la giornata Mondiale dell’Acqua attenendoci almeno per oggi a 10 regole d’oro per salvaguardare il patrimonio idrico.

10 AZIONI PER RIDURRE IL CONSUMO DI ACQUA

    1. Chiudi il rubinetto mentre ti insaponi;
    2. per lavarti i denti usa un bicchiere;
    3. installa i riduttori di flusso ai rubinetti;
    4. fai una doccia (breve!) anziché il bagno;
    5. ripara i rubinetti che perdono;
    6. per lavare la frutta non usare l’acqua corrente: basta una bacinella;
    7. fai funzionare elettrodomestici, lavatrice e lavastoviglie solo a pieno carico;
    8. riempi un catino per lavare piatti e stoviglie;
    9. se hai un giardino, d’estate irriga le piante al mattino presto o di sera;
    10. lava l’automobile in una stazione self-service.

Regole semplici semplici ma che possono fare la differenza!

Ripensare le baraccopoli

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Baraccopoli, bidonvilles, slums. Tutte parole che indicano un’unica realtà: quella di un buon 30% dell’umanità che vive in alloggi precari, fatti con materiali di fortuna, senza accesso ad acqua potabile, servizi igienici, fognature e così via.

Talora sono enormi: ospitano fino al 60% della popolazione di alcuni grandi agglomerati urbani in certi paesi africani. Mostri che sono il risultato di tanti fallimenti legati alle politiche sociali, alla pianificazione urbana, al modello di sviluppo economico adottato e così via. Non voglio parlare qui delle ragioni che hanno favorito il crearsi degli slum (il miglior libro da leggere, se siete interessati a questo argomento, rimane quello scritto anni orsono da Mike Davis: Planet of Slums, pubblicato da Verso nel 2006).

Vi voglio invece parlare di cosa ha pensato un architetto cileno, Alejandro Aravena,vincitore quest’ anno del premio Pritzker (da tanti chiamato il Nobel per l’architettura), per migliorare la situazione abitativa degli abitanti di alcuni slum nel suo paese. Aravena è partito dal fatto che mancano oggi case decenti per almeno un miliardo di persone e che il ruolo dell’architetto è quello di contribuire alla soluzione dei problemi sociali del nostro tempo. Aravena pensa che le Università non mettano gli studenti di architettura in grado di affrontare problemi come quello delle baraccopoli e delle loro unità abitative di base.

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Aleyandro Aravena

Se ne è uscito con un’idea: quella della mezza casa decente, ossia un’unità larga quanto una casa monofamiliare di base, ma riempita solo a metà. Tetto, fondamenta e infrastrutture sono completi, ma solamente un paio di stanze sono finite. Ciò consente di cominciare a offire un riparo decente, con mezzi ridottissimi e, al tempo stesso, consente ai proprietari di completare la casa coi propri mezzi, investendo in materiali durabili, poco più di ciò che metterebbero comunque nell’acquistare materiali per una casa precaria (il che è reso possibile dal lavoro di base – tetto etc. –  già compiuto e finito).

Nel quartiere disagiato della Quinta Monroy a Iquique, nel nord del Cile, nel 2004, ha costruito 93 alloggi col budget previsto per farne 30 completi. Fare di più con ciò che si ha a disposizione; abituarsi a lavorare in condizioni di scarsità: questa è la filosofia di Aravena, che implica anche una grande pulizia mentale nella fase di progettazione. Del resto, lui ritiene – in linea con la sociologia del nostro tempo – che le diseguaglianze siano anche frutto di fattori culturali e che il ruolo della pianificazione e della gestione urbana sia fondamentale per eliminarle.

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Aleyandro Aravena

Aravena ha costruito 2500 alloggi sino ad oggi. Va detto che si è anche attirato delle critiche per  la gestione dei suoi progetti, che hanno prodotto le case ma non sono stati completati da un lavoro di miglioramento urbano necessario per un habitat salutare: così oggi nella Quinta Monroy si trovano le sue case inserite in spazi pubblici insalubri e sporchi. Una critica più forte è poi venuta dal fatto che Aravena ha legato i suoi progetti a un grande gruppo di costruttori cileni, che così hanno avuto accesso a zone ove non ne avrebbero avuto alcuno, e che il supervisore e coordinatore nazionale cileno per la ricostruzione urbana – quindi il “controllore” del suo lavoro – è un membro fondatore del suo studio di architetto (riportato dal numero di questo mese di: Le Monde Diplomatique).

La critica più radicale è contro la sua filosofia: rischia, invece di favorire la redistribuzione di ricchezza a favore dei più svantaggiati, di lasciare le risorse in loro possesso immutate, facendo di meno con quello che hanno.

Tutte critiche che possono essere giuste. Ma un punto rimane: nessuna disciplina professionale può ormai esimersi dal confrontarsi coi problemi del mondo di oggi. La sfida è quella della sostenibilità e vale per tutti. Anche per gli architetti e per chi gestisce le città. E un mondo col 30% della gente che vive nelle baraccopoli è tutto fuor che sostenibile. Magari dal lavoro di Aravena si può prendere spunto per fare meglio in materia di sviluppo urbano. E non mi sembra poco.

La sconfitta dell’omeopatia

L’omeopatia fu fondata da un medico tedesco nel XVIII secolo, Samuel Hahnemann, il quale teorizzò “il principio di similitudine del farmaco”, concetto privo a tutt’oggi di fondamento scientifico. Secondo tale ipotesi ogni malattia può essere curata da quella sostanza, vegetale o minerale, che nella persona sana provocherebbe gli stessi sintomi della malattia. A questo punto non rimarrebbe che fare assumere all’ammalato il principio curante fortemente diluito per sconfiggere il problema.

Fin dal suo primo apparire l’omeopatia ha raccolto schiere di sostenitori, personaggi famosi, imprenditori, giganti della letteratura, leader religiosi, personaggi del mondo dello spettacolo e opinion-leader, tutti conquistati dai principi semplici e “sensati” che la disciplina promuoveva e dalle mode del momento. Vennero aperti ambulatori omeopatici, i “principi curativi” conquistarono nel tempo una larga fetta di mercato. Addirittura negli Stati Uniti all’inizio del ‘900 si contavano 22 scuole mediche omeopatiche, più di 100 ospedali omeopatici. In Gran Bretagna l’omeopatia fu la medicina preferita della famiglia reale. Essa si diffuse velocemente in tutta Europa, si calcola che in Germania ci siano più di 3500 medici omeopati e 10.000 Heilpraktiker (naturopati con l’autorizzazione a praticare l’omeopatia).

omeopatia granuliOggi tuttavia il successo dell’omeopatia scricchiola e pare proprio che il tempo di questa disciplina sia finito. Nel 2005 sulla testata scientifica inglese The Lancet apparve il primo articolo fortemente negativo in cui l’omeopatia veniva accusata di avere un semplice effetto placebo e, pur non essendo in sé pericolosa, di non poter curare alcun genere di malattia. E gli esiti di tutti i test scientificamente condotti fino ad ora hanno costantemente confermato che non vi è differenza tra un rimedio omeopatico e un placebo. I detrattori proseguono puntando il dito contro tutti quei medici che prescrivendo rimedi omeopatici compirebbero una grave omissione contro i pazienti che attendono una cura efficace, e delineano dunque non solo un problema di tipo scientifico, ma anche deontologico.

Le cose per l’omeopatia stanno precipitando rapidamente, nonostante il giro d’affari miliardario che ruota attorno ad essa. All’Università di Barcellona ad esempio è stato cancellato il Master in Omeopatia, in Gran Bretagna e in Australia i prodotti omeopatici non vengono più passati dai servizi sanitari nazionali. Altrove vengono venduti grazie alla zona grigia alla quale appartengono: se non curano, almeno non danneggiano.

Chi non ha mai provato almeno una volta nella vita un prodotto omeopatico? Io faccio parte della schiera degli scettici da sempre, tuttavia credo anche che contare fermamente nel potere di prodotti che non sono potenzialmente pericolosi possa aiutare la guarigione infondendo fiducia nei pazienti e nella possibilità di uscire dalla malattia. Certo è allettante e consolatorio pensare di poter guarire senza ricorrere ai farmaci tradizionali, tuttavia, ormai è stato provato, l’omeopatia non basta.

Tutti in piazza

images-1A Ginevra in questi giorni, nella piazza grande di Plainpalais, forse uno dei luoghi più vivi della città è stata realizzata una nuova installazione. Si perchè Plainpalais è la vera piazza di Ginevra: è lì che  si tengono mercati di ogni genere; vi si esibisce due volte l’anno il  famoso circo Knie, ed è sempre lì che i più giovani hanno uno spazio per giocare con gli skates. Se poi ci passeggi di sera e guardi i tetti dei palazzi vedrai  delle insegne luminose, opere di artisti contemporanei. Una molto ironica è quella  di Sylvie Fleury, che dall’alto incita ad un approccio più diretto alla vita con la frase Yes To All.

Questo nuovo lavoro posto sul rondpoint di Plainpalais non sarà permanente, si compone di cinquanta ritratti fotografici di persone che in questo momento ichiedono alla vizzera il riconoscimento dello status di rifugiati politici. Questi ritratti sono stesi sull’asfalto come fossero una nuova pavimentazione. Si vedono volti di uomini dai 18 ai 28 anni, di tanti paesi diversi con tante lingue e storie diverse, mentre guardano dritto l’obiettivo . L’opera, della giovane artista Jessica Tabary  con le  fotografie di Mark Henley ,è uno degli avvenimenti dedicati alla settimana contro il razzismo.

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Jessica Tabary

Mostrare i volti di queste persone , metterle orizzontali sul pavimento con i loro occhi rivolti verso di noi ha  senz’altro un effetto spiazzante e non può non interrogarci sul nostro modo di sentire. Ho letto che questa opera restituisce un volto agli invisibili di Ginevra, è vero, e inoltre mette in mostra  la nostra indifferenza, mostrandoci ciò che ci rifiutiamo di  vedere: gli occhi di tante persone che ci chiedono aiuto .

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Jessica Tabary

“Va sossopra il mio cervello, nella testa ho un campanello…”

Glass Brain Project, Adam Gazzely, UCSFIl cervello umano è composto da circa 80 miliardi di neuroni, i quali sono in connessione fra loro grazie a migliaia di filamenti. I circuiti cerebrali formano una rete di 160.000 chilometri di fibre nervose, che danno vita a tutto ciò che pensiamo, che sentiamo e che percepiamo. Il nostro cervello è la sede del tatto, del dolore, del movimento, della visione, della memoria e dell’apprendimento. È qui che accumuliamo lo stress, e oggi sappiamo che è in grado di rispondere ai segnali provenienti dal sistema immunitario e dai tessuti lesionati. Inoltre è il cervello che regola gli stati di sonno e veglia, regolando di conseguenza le nostre vite.

Il cervello ha una funzione primaria nella nostra esistenza poiché disciplina una quantità impressionante di funzioni, ma se qualcosa va storto? È qui che entra in gioco la neuroscienza che attraverso la mappatura completa del cervello, forse riuscirà a venire a capo di molti dei segreti ancora nascosti di questo organo fenomenale.

“La Settimana del Cervello è una ricorrenza annuale dedicata a sollecitare la pubblica consapevolezza nei confronti della ricerca sul cervello”. Quest’anno il tema al centro della VI edizione della Brain Week (14-20 marzo) è: Il Tempo è Cervello. Gli studiosi infatti vogliono dimostrare “come l’approccio urgente alle malattie del cervello ad esordio acuto limiti i danni; come la diagnosi precoce delle malattie neurologiche consenta di risparmiare sofferenza e disabilità; infine, come un trattamento appropriato e tempestivo dei danni evolutivi del cervello nelle varie fasi della malattia prolunghi l’autonomia del paziente, limitando le conseguenze individuali e sociali di tali condizioni”.

“Una diagnosi precoce delle patologie neurologiche è necessaria per l’avvio di un tempestivo trattamento terapeutico. Il mondo delle terapie dedicate alle Malattie del Sistema Nervoso, con particolare riferimento a quelle del cervello, hanno assunto particolare rilievo nel corso degli ultimi anni in ragione della grande rilevanza sociale, anche in rapporto all’aumentata sopravvivenza e alla conseguente crescita delle malattie neurodegenerative” (Prof. Leandro Provinciali, Presidente Società Italiana di Neuroscienze).

La Settimana Mondiale del Cervello (Brain Awareness Week, BAW) è promossa a livello internazionale dalla European Dana Alliance for the Brain in Europa e dalla Dana Alliance for the Brain Initiatives e dalla Society for Neuroscience negli Stati Uniti. Ad essa aderiscono ogni anno Società Neuroscientifiche di tutto il mondo – tra cui, dal 2010, anche la Società Italiana di Neurologia – oltre a numerosissimi enti, associazioni di malati, agenzie governative, gruppi di servizio ed organizzazioni professionali di oltre 82 Paesi.

Non c’è più tempo nell’arte

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Recentemente ho avuto la possibilità di confrontarmi con alcune persone nell’ambito dell’arte contemporanea.  E siccome un’idea su ciò che succede in questo mondo non si può trovare dentro nessun manuale cercherò di riassumere cosa mi hanno spiegato.

I giovani artisti accreditati come “i più interessanti” dalla critica o dalle gallerie hanno come caratteristica quella di non avere tempo. Il loro lavoro è così incessante e le richieste cosi numerose (arrivano da tutto il mondo), che trascorrono molto tempo viaggiando da un luogo all’altro per presentare le proprie  opere. Ne consegue che non hanno tempo per seguire del tutto le fasi di realizzazione delle opere. Niente di nuovo penserete ma sembra che adesso sia diventato un modus operandi legato alla necessità di non “sprecare” tempo, per produrre di più. L’artista comunque sembra assicurare sempre la presenza il giorno dell’inaugurazione. I costi per questo genere di vita professionale sono alti: viaggiano, preferibilmente in business.

Il tempo è denaro e chi può permettersi di perderlo?

Insomma, oggi un artista giovane affermato entra a pieno titolo nel mondo del business. Resta poco spazio per la libertà di pensiero, mentre conta moltissimo la presenza nei posti giusti. Pensando a questo un suggerimento per il prossimo anno ce l’avrei, abito a Ginevra e sono dieci giorni che migliaia di visitatori sono accalcati a vedere il Salone dell’auto. Tutti vengono per vederlo: alcuni ci vanno anche più di una volta ed è un gran successo; dunque è chiaro è questa la direzione da seguire. Curatori, galleristi direttori di musei cosa aspettate ad andargli dietro: mettete le automobili firmate da artisti e il successo di pubblico è garantito.

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Blu,Managua, 2005

Eppure questo pessimismo non racconta tutta la realtà dell’arte e rimane  sempre qualche artista folle che ama l’arte per l’arte. Una dimostrazione ad esempio in questi giorni ce l’ha data Blu, l’artista di strada,  che, per rimanere libero da tutti i condizionamenti, ha deciso di cancellare i suoi murales a Bologna, prima che finissero nel prezioso “circuito dell’arte”.

Chi volesse saperne di più su Blu e la cancellazione dei murales  a Bologna può leggere  http://www.wumingfoundation.com/giap/?p=24357

Blucancella i suoi murales

Nuove vite e tendopoli…

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Il neonato di Idomeni (Getty Images)

Questa foto di copertina è diventata virale. Il neonato che viene lavato con l’acqua di una bottiglietta di plastica si chiama Bayane. Con la sua famiglia sta nella tendopoli di Idomeni in Grecia presso il confine con la Macedonia. Quella di Bayane e della sua mamma è solo una delle storie dei sedicimila bloccati in questo inferno di fango e freddo. E tutti coloro impantanati qui, come nelle decine di altri campi profughi, testimoniano del radicale cambiamento di tendenza di coloro che arrivano dalla Siria, per la maggior parte, ma anche dall’Afghanistan, e dall’Iraq. Non si tratta solo più quasi esclusivamente di uomini (lo scorso anno il 73% dei rifugiati), ma lungo la rotta balcanica ora si ammassano donne e bambini che rappresentano ad oggi il 53% di coloro che sbarcano in Grecia. A Idomeni partoriscono in genere 4 donne alla settimana, in condizioni assolutamente impossibili. Alcuni bambini non ce la fanno, altre volte sono le loro mamme a cedere, e tutti vanno ad ingrossare i numeri delle statistiche, come se non si parlasse di esseri umani veri ma di variazioni e misurazioni, insomma di semplici percentuali.

È troppo facile, guardando questa foto, rallegrarsi dicendo che in fondo la vita continua a scorrere prendendosi la sua parte anche nei momenti di totale disastro, che questo bambino forse è uno di quelli che ce la farà e con ciò tacitare la coscienza. L’inasprimento un po’ in tutta Europa delle pratiche di ricongiungimento delle famiglie spinge ormai soprattutto donne e bambini a sfidare le onde dell’Egeo e la rotta balcanica, un percorso a ostacoli rappresentato non solo dai baluardi naturali ma soprattutto da quelli burocratici e politici.

Noi auguriamo a Bayane e alla sua famiglia di farcela e domandiamo ai potenti di raddrizzare il corso degli eventi, mentre da normali cittadini, per quello che può valere, forse più per noi stessi e per la nostra tranquillità, raccogliamo indumenti caldi e tutine per neonati da inviare in questi luoghi

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C’eravamo tanto amati

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Gilbert and George

Credete nell’amore? Pensate che dalla relazione amorosa possa scaturire qualcosa di unico? Quanto è necessario avere un progetto comune per mantenersi una coppia solida? Cosa conta di più: l’attrazione sessuale o  quella mentale?

Una risposta a queste domande si trova leggendo la biografia di alcune delle coppie dell’arte più celebri del Novecento.

La vita comune è stata fonte d’ispirazione per opere d’arte? Leggendo il libro  di Elena Del Drago C’eravamo tanto amati, Electa sembrerebbe che la creatività di coppia sia “vitale quanto ambigua”.

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Elmgreen e Dragset

Troviamo diverse coppie nel libro. Si parte da Auguste Rodin e Camille Claudel per arrivare ai giorni nostri con Elmgreen e Dragset. Vi divertirete a scoprire le ripercussioni sull’arte della vita di coppia, come accadde per la coppia Felice Casorati e Daphne Maugham. Conoscerete il lavoro a quattro mani di Ilya Kabakov e Emilia Kanefsky che, divenuti una coppia nel 1988, gradualmente diventano “complementari (…). Ilya vive nel suo mondo , è incapace di staccarsi da quanto ha vissuto , è un uomo introverso. Emilia invece è determinata e concreta”  Ci sono poi coppie estreme come Abramovic e Ulay, le  cui celebri performance degli anni Settanta spingono al limite dell’umanamente sopportabile la loro relazione e i loro corpi. Oppure coppie come Gilbert and George “ we are two people but one artist” una cosa sola come artisti, una cosa sola nella vita.

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Felice Casorati e Daphne Maugham

Non pensiate che tutte le coppie in questione abbiano restituito all’usura del tempo e del lavoro. Molte si sono separate, molte hanno sofferto per il loro legame, ma alla fine la loro arte non si può capire fino in fondo  senza fare riferimento alla loro unione.

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Marina Abramovic e Ulay

Perché il “cattivo” ci attira…

House-of-Cards-Parlare di una serie televisiva mi da l’occasione di introdurre un argomento difficile da approcciare. Parlare infatti di House of Cards, mi offre la possibilità di discorrere del “fascino perverso del male”. Le vicende di Frank Underwood – nella serie in cui uno splendido Kevin Spacey, un po’ imbolsito e con i capelli imbiancati dall’età, fa la parte di un presidente americano senza scrupoli, né morale – sono paradigmatiche di quanto ognuno di noi possa essere attirato “dal lato oscuro della forza” (come conferma la saga di Star Wars).

Ebbene è incredibile quanto le morbose vicende del protagonista della serie ci inducano a fare il tifo per un personaggio abietto e senza scrupoli, che agisce solo per ottenere potere personale e prestigio, calpestando diritti e legge. Il male, tuttavia, nella sua rappresentazione, svolge un compito importante, poiché assicura allo spettatore la libertà di prendere le distanze da chi compie azioni riprovevoli e ciò lo aiuta a renderlo diverso ma soprattutto migliore del “cattivo”.
Il male “attrae” in quanto rappresenta la trasgressione, la rottura intenzionale di divieti su cui si fonda la società civile.

Lo spettatore mette in atto un meccanismo istintivo e inconscio che lo porta ad ottenere ogni informazione che gli consenta un possibile coinvolgimento.
Le domande che ci si pone davanti alla rappresentazione di un evento drammatico sul senso della vita e della morte, sulla presenza del dolore, della colpa e del male in generale ci danno anche l’illusione di poter tenere questi sentimenti lontani da noi, sublimandoli, ricacciandoli nell’oscurità cui appartengono.

Questa è la ragione di serie di successo quali Gomorra, Breaking bad, House of cards, che ci catapultano in vicende riprovevoli dandoci la possibilità di “viverle” come attraverso un cannocchiale al contrario, che le sposta lontane da noi.

Non piangere più

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Il mio desiderio di diventare mamma, di cullare  un esserino, di coccolarlo, di non farlo piangere, di spogliarlo, rivestirlo per poi spogliarlo e rivestirlo ancora, mi è sorto un bel po’ di anni fa quando i miei genitori, in occasione di un natale dei primi anni Settanta, mi regalarono l’unico e inimitabile Cicciobello. Non c’è dubbio che la mia generazione si divideva tra quelli che giocavano con Cicciobello e quelli che,  molto più alla moda, si baloccavano con le Barbie. I primi andavano piano, seguendo  la tradizione, gli altri  sentivano già aria di cambiamento e, dando molta importanza all’aspetto fisico e al look, facevano mille esperienze con costumi smaglianti, sandali di ogni colore e scampagnate dentro un camper rosa di plastica.imgres-1

E così quando ieri ho saputo che era morto il designer Gervasio Chiari, inventore di Cicciobello,  ho fatto un tuffo indietro negli anni. Ricordo esattamente perché questo bambolotto mi sembrava incredibile: prima di tutto piangeva come un matto e io potevo consolarlo e quindi calmarlo, poi il corpo morbido di tessuto con le gambette di plastica mi permetteva di tenerlo in braccio come fosse un vero bambino; cosa impossibile con le bambole tutte rigide, perché interamente in plastica o troppo morbide perchè di tessuto. E poi ho nell’orecchio le parole di una cara zia che spesso mi diceva: “Quando è nato, tuo fratello aveva dei grandi occhi blu; era così bello che sembrava Cicciobello”.

E con queste parole il bambolotto si è fatto mito e dunque per me è indimenticabile.