Italians do it better

Papa-don-t-preach-Madonna-sur-le-tournage-58-photos_3028775-XLITALIANS DO IT BETTER si leggeva sulla maglietta indossata da una giovanissima Madonna nel video di Papa don’t preach nel 1986. Beh, lei la portava perché da sempre è provocatrice, inoltre ci stava con il testo della canzone. Sono passati 30 anni ma il mito americano degli italiani che “lo fanno meglio” non accenna a tramontare, anzi. Oltre ad essere divenuto dal 2006 il label di una casa discografica indipendente di Portland, lo stereotipo viene con successo utilizzato per ogni sorta di prodotto.

È il caso di uno spot pubblicitario mandato in onda a più riprese durante il Super Bowl (un po’ una nostra finale di Coppa ma con una risonanza mediatica mondiale…) di domenica sera che ha visto i New England Patriots vincere sui Seahawks di Seattle in una partita mozzafiato giocata intensamente fino alla fine. Confezionato negli Stati Uniti, diretto da un regista americano – Antony Hoffman – pensato e creato per il mercato di oltreoceano lo spot è stato voluto dalla FIAT per pubblicizzare la nuova 500X (Bigger, more powerful and ready for action).

È la storia di un nostrano “anzianotto” che, sperando di avere un’avventura galante, si appresta ad assumere la magica “pillola blu”, che gli darà senz’altro un aiutino. La sfortuna vuole che la pilloletta dispettosa scivoli via e in modo rocambolesco finisca nel serbatoio di una 500 ferma a fare benzina. L’effetto è portentoso, e in men che non si si dica l’automobile si trasforma nel formato extra large della versione italiana: più grande, più potente e pronta all’azione… Lo spot girato con grazia è davvero divertente, per la cronaca è stato girato nel borgo di Pitigliano in Toscana, ed è naturalmente la “fiera” dei doppi sensi

Per un minuto di break!

 

 

Memoria

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Ieri il il giorno della memoria. Memoria che si vorrebbe cancellare, che ancora brucia terribilmente, che alcuni, folli senza il senso della storia, addirittura negano.

Vogliamo affrontare questo argomento senza premere ancora una volta sul pulsante delle emozioni che a tutt’oggi sono suscitate dalle storie dei protagonisti sopravvissuti, certe che nessuna parola sarebbe abbastanza adeguata a descrivere la follia della shoa.

Gettiamo allora uno sguardo alla produzione “artistica” tedesca di quei terribili anni, per dimostrare come anche una parte dell’arte avesse subito il fascino perverso delle idee nazional socialiste del Terzo Reich. Vogliamo parlare di un film girato nel 1940, un film il cui regista all’epoca non solo vinse un premio dalla Universum Film Archiv, casa di produzione tedesca molto famosa nella prima parte del Ventesimo secolo, ma addirittura fu presentato alla ottava Mostra Internazionale del Cinema di Venezia: Suss l’ebreo di  Veit Harlan. Prodotto del più bieco e rozzo antisemitismo, in realtà il soggetto è tratto da una novella di Lion Feuchtwagner del 1926, che narra la storia di Josef Süss Oppenheimer, tesoriere del Ducato di Wurttemburg nel ‘700, giustiziato a Stoccarda per appropriazione di fondi dello stato. La storia non aveva nessun contenuto antisemita, a maggior ragione perché l’autore stesso era ebreo. Fu la propaganda del Terzo Reich, nella persona del  primo ministro Goebbels a suggerire l’adattamento antisemita del soggetto, dopo aver assistito alla proiezione della prima versione cinematografica della novella realizzata in Inghilterra negli anni ’30. Fu così che la pellicola si trasformò in una delle più incredibili armi di propaganda del regime nazista tanto che venne imposto da Himmler alle truppe della Wehrmacht come visione obbligatoria e edificante.

L’opera dunque occupa un posto d’onore in quella che fu la ben oliata macchina propagandistica nazista, tanto ben alimentata che indusse un intero popolo a condividere la follia omicida di alcuni.

Parola d’amico

Alberto Burri, Scanavino
Alberto Burri, Emilio Scanavino

Tutti abbiamo sentito parlare del critico d’arte, una figura più o meno simpatica che interpreta, spiega e – a volte – rende accessibili gli arcani dell’arte. Le sue parole, il suo gusto e le sue scelte dovrebbero orientare tutti coloro che girano attorno a questo ambiente e quindi, perché no, influenza anche il mercato.

Gli artisti però non sempre li amano, questi critici, e faticano ad aprirsi a loro, fino addirittura ad averne diffidenza.

I critici, del resto, sono un po’ come i politici coi cittadini: a volte si chiudono nel loro mondo e credono di essere in grado di capire l’opera, senza veramente interagire con l’artista. E cosî spesso i racconti più belli, gli aspetti piu illuminanti, per entrare nell’universo dell’artista non vengono da uno specialista, ma da chi era loro un amico.

Riflettevo su questo perchè alla radio in questi giorni mi è capitato di ascoltare due testimonianze sull’opera e sulla vita di Alberto Burri. Quest’anno infatti ricorre il centenario della sua nascita e in Italia e all’estero vengono lanciati studi, mostre, approfondimenti su questo grande artsta italiano del XX secolo (per vedere la varietà di eventi in programma consiglio consultare da subito il sito www.burricentenario.com) . La sua diffidenza per la critica era proverbiale. Ora, la trasmissione che ho ascoltato riportava appunto due interviste: quella a un critico d’arte e quella al fotografo, e amico di Burri, Aurelio Amendola.

Le due interviste suonavano molto diverse: colta e oscura quella del critico, vera e sincera quelle del fotografo e amico dell’artista. Quest’ultimo ne ha fatto un ritratto intressante ricordandoci l’incontro tra Burri e lo scultore Marino Marini, ma anche citando un episodio di vita e amicizia che dice molto sull’opera di questo grande artista. Una volta, infatti, Burri accettò di essere fotografato mentre realizzava le sue prime combustioni, lavorando con foga e intensità come era solito fare. Ma lanciò al fotografo un avvertimento preliminare, che in verità racchiudeva la chiave di interpretazione del suo operare. Gli disse: “guarda che quando comincio a bruciare le plastiche, io non mi posso fermare per farmi fotografare”. Questa semplice frase spiegava il processo di automatismo mentale che avrebbe guidato l’artista, deciso a operare senza alcuna riflessione progettuale. E questo è un punto essenziale per l’opera informale di Alberto Burri.

Alberto Burri,
Alberto Burri, Plastica, 1962

A volte la lettura di un opera da parte di un critico puo farci raggiungere il cuore dell’opera stessa, ma resto altresì convinta che esista un patrimonio di memorie, contatti, scambi e conoscenze dirette, capace di raccontare e illuminare la vita di grandi artsti: sono testimonianze importanti da salvare e fare conoscere.

Forte come il ferro ostinata come la ruggine: l’opera di Beverly Pepper

Beverly Pepper
Beverly Pepper

Riprendendo un filone che abbiamo seguito la scorsa settimana oggi vorrei parlare di un’ altra scultrice, nata nella prima metà del XX secolo e riconoscibile in quel gruppo di donne che hanno sfidato con forza e con monumentalità il campo delle plastica. L’artista è l’americana Beverly Pepper. Nata a Brooklyn, ha studiato con Fernand Leger e André Lhote a Parigi. Da sempre legata alla cultura italiana, nel 1962 venne invitata dal critico Giovanni Carandente a lavorare nelle fabbriche dell’Italsider con gli scultori Alexander Calder e David Smith. Le opere realizzate in quell’occasione verranno esposte nel contesto urbano della città di Spoleto.

Dal 1951 vive a Todi.

A parte i suoi primi lavori in legno e cera, il suo materiale è il ferro e il suo laboratorio ideale è l’officina. In seguito, quando scopre l’effetto della ruggine, diviene una delle prime artiste ad usare il corten.

Beverly Pepper, Sentinels, New York
Beverly Pepper, Sentinels, New York

Le sue opere passano da essere totem di grandi dimensioni, che riecheggiano le forme di grandi utensili industriali a elementi che si inseriscono nel paesaggio e ne seguono le linee.

In questo momento il lavoro dell’artista è visibile a Roma nello spazio urbano attorno all’Ara Pacis: vi sono grandi forme concentriche in corten che vibrano nello spazio.

Beverly Pepper, Drusila, 2014, Ara Pacis, Roma
Beverly Pepper, Drusila, 2014, Ara Pacis, Roma

Sono forme ben salde e possenti , ma allo stesso tempo sono come tracciate con una mano su un foglio, restando quindi il frutto di un segno di pura energia vitale. L’effetto è messo tanto più in evidenza dal loro equilibrio instabile. Questa installazione presenta la dicotomia di esprimere un libero gesto formale ma allo stesso tempo di dar vita anche ai valori più alti della scultura. Anche per questo la sua modernità dialoga in modo autentico con l’opera architettonica di Richard Meier e con il grande monumento classico romano dell’Ara Pacis.

Beverly Pepper, mostra all'Ara Pacis, Roma, 2014
Beverly Pepper, mostra all’Ara Pacis, Roma, 2014

L’installazione sarà visibile fino al 15 marzo un occasione per conoscere come l’artista sia riuscita a fondere bene la cultura americana con il suo amore per l’arte e la vita italiana.

Beverly Pepper all’Ara Pacis”, Museo dell’Ara Pacis, Roma 3 dicembre-15 marzo.

Catalogo della mostra ital-ingl, con scritti di Paolo Luccioni, Roberta Semeraro, Gianluca Marziali, Anna Imponente, edizioni Gli Ori.

SOS influenza!

flueBeh! qui da noi sta nevicando copiosamente! Fiocchi grossi e pesanti alternati a minuscoli cubetti di ghiaccio, che strato dopo strato si stanno depositando a grande velocità. Domattina si vedrà che fare… L’inverno, quest’anno tanto atteso, finalmente è arrivato. E dopo aver superato ieri il blue monday, il giorno più triste dell’anno, ci tocca affrontare anche la seccatura peggiore che il freddo ci può regalare… la maledetta “influenza”. Innanzitutto due parole per spiegare da cosa deriva il nome italiano di questa malattia virale delle vie respiratorie. L’influenza è antichissima: i sintomi furono descritti da Ippocrate 2400 anni fa quando si pensava che la principale causa a determinare l’insorgere del male fosse, appunto, l’influenza maligna degli astri, che provocava sintomi tuttavia comuni anche ad altre malattie virali. Se in Italia e in Inghilterra la malattia fu denominata “influenza”, in Francia essa divenne la “grippe” dal verbo  “agripper” che significa afferrare bruscamente.

A che punto siamo a tutt’oggi? in Italia si stima che il picco dell’epidemia stagionale di influenza verrà raggiunto a metà febbraio, e ci aspetta una vecchia conoscenza. Infatti la maggioranza dei casi sarà dovuta al virus A-H1N1, vale a dire la mitica “suina”, chiamata amichevolmente “la maiala”! Chissà se noi, che un paio di anni fa ci vaccinammo contro questo ceppo, saremo immuni oppure (accertati gli imbrogli delle case farmaceutiche che cavalcando l’onda della paura produssero e vendettero quantità enormi di vaccino forse inutile) brilleremo di una luce verdognola nel buio della notte… Questo ceppo comunque è divenuto meno aggressivo e i soggetti più anziani hanno sviluppato nel tempo un’immunità notevole.

Gli esperti di influenza tuttavia nutrono alcuni timori su un nuovo ceppo influenzale che si sta diffondendo in Europa del Nord e Stati Uniti, l’A-H3N2, che pare tuttavia di non essere di marcata gravità.

Rassegnamoci, se ci tocca ci tocca. L’importante è non fare eroismi inutili. L’influenza, come diceva la mia nonna, si cura a letto, al calduccio, bevendo brodi caldi e succhi d’arancia. Non vi chiedo di giocare con i mattoncini del Lego (come si faceva quando eravamo malati, un milione di secoli fa), ma prendiamoci il tempo di guarire, dormendo e riposandoci. Nessuno è indispensabile!

La sala di lettura

Roberto Barni
Roberto Barni

Oggi riprendiamo la giornata dedicata ai libri.  Il 29 gennaio potremo commentare tutti Verso Nord, di Willy Vlautin.

 Nasciamo fratelli nella natura poi ci distingue l’educazione” con questa frase comincia la breve storia che vorrei presentare oggi dal titolo I dieci figli che la signora Ming non ha mai avuto scritta da Eric-Emmanuel Schmitt. Schmitt è uno scrittore francese, romanziere e autore teatrale, da alcuni dei sui romanzi sono stati tratti dei film come l’indimenticabile Ibrahim e i fiori del Corano.

Il libro si legge in un giorno. Nello svolgersi della storia si conoscono i dieci figli della signora Ming che sono tutti sorprendenti: hanno storie avvincenti, ma fin dal principio ti domandi se sono il frutto della sua immaginazione. Lo scoprirete alla fine. Ogni figlio descritto dalla signora è un occasione per fare delle osservazioni sull’essere umano. Come i pestiferi gemelli Kun e Kong pasticcioni, che, si scopre avevano gran talento e finiscono a lavorare nel circo Nazionale. La signora Ming con loro ha capito che “gli eletti riescono solo nello strordinario e falliscono nell’ordinario”. E poi “Il talento è ingiusto sia per chi lo riceve sia per chi ne è privo”.

È un libro che consiglio perché l’autore è riuscito con una storia semplice a farmi sorprendere e commuovere.images

Leggiamo più che si può, leggiamo di tutto, cerchiamo di capire gli eventi e i fatti a cui assistiamo perché alla fine come ha ben espresso la hashtag ieri di Radio3 #più cultura meno paura.

Eric-Emmanuel Schmitt, I dieci figli che la signora Ming non ha mai avuto, edizioni e/o

Bill Gates e l’Omniprocessor

OmniprocessorMa stavolta non si tratta di processori per computers!

La Fondazione Bill e Melinda Gates, infatti, nel 2011 istituì un premio per coloro che avrebbero ripensato in modo critico e funzionale al problema della… toilette. Infatti il programma promosso, che spronava le maggiori università in tutto il mondo e un notevole numero di industrie private, a presentare progetti che servissero a migliorare le condizioni di vita di circa due miliardi e mezzo di persone che non hanno la possibilità di accedere a servizi igienici-sanitari efficienti, si chiamava REINVENT THE TOILET CHALLENGE GRANTS.

La sfida era quella di creare un dispositivo che avesse i seguenti requisiti:

• rimuovere gli agenti patogeni dai rifiuti umani e recuperare risorse preziose come l’energia, l’acqua pulita e sostanze nutritive.
• operare “off the grid”, senza cioè collegamenti con l’acqua (la cosa più semplice infatti è riversare i rifiuti nel più vicino fiume o lago o mare), fogna, o linee elettriche.
• costare meno di 5 centesimi per utente al giorno.
• promuovere esercizi igienico-sanitari sostenibili e finanziariamente redditizi e creare aziende che operino negli ambienti urbani poveri.
• che si tratti di un prodotto ispiratore, di nuova generazione che tutti vorranno utilizzare.

A distanza di 4 anni Bill Gates nel Novembre del 2014 ha presentato l’Omniprocessor, un impianto di riciclaggio innovativo realizzato dalla Janicki Bioenergy, di Seattle, che converte i rifiuti organici umani in acqua potabile ed energia.

Le cifre sono notevoli. Il sistema può trattare i rifiuti di 100.000 persone producendo 86.000 litri di acqua potabile al giorno, ma la cosa stupefacente è che si auto alimenta, producendo nel contempo l’energia di cui ha bisogno.

Il progetto pilota sarà realizzato in Senegal a Dakar. Se tutto funzionerà per il meglio questa macchina potrà contribuire a risolvere un problema che costa la vita a più di 700.000 bambini ogni anno. Chissà se come Bill Gates riusciranno presto a bere un bicchiere di acqua perfettamente potabile e pulita!

Volume e leggerezza, forza e intimità nelle opere di Ursula Von Rydingsvard

Ursula Von Rydingsvard, Right Arm Bowl
Ursula Von Rydingsvard, Right Arm Bowl

Le sculture di Ursula Von Rydungsvard ricordano le forme misteriose di certi alberi millenari, sono grandi possenti e monumentali, ma più di una volta possono stupirti perché diventano traforate come un merletto oppure ricordano i ritagli di carta.

Ursula Von Rydingsvard, Collar with Dots, 2008
Ursula Von Rydingsvard, Collar with Dots, 2008

Alcuni lavori si ispirano anche a semplici oggetti quotidiani o ricordano attrezzi agricoli del passato, cornici, collari appena abbozzati, oggetti tondi che ricordano dei vecchi specchi o una serie di cucchiai giganti che si staccano dal muro. Ma la maggior parte del suo lavoro è fatto di semplici forme che ricordano le zolle di terra, tracce di cortecce impresse sulla carta.

Ciò che fa affascina è anche il frequente uso del legno – il cedro per la precisione – da lei scelto come l’essenza più neutrale, e che lei utilizza fin dagli anni Settanta assemblando pezzetti di formato 4X4 .images

C’è tutta una generazione di artiste nate intorno nella prima metà del XX secolo che hanno lavorato la scultura cercando di conciliare la forma e la forza della materia con la sensibilità di uno sguardo interiore. Anche Ursula è tra quelle: lavora con grandi dimensioni che ispirano monumentalità, ma allo stesso tempo nascondono una leggerezza e un’intimità tutta femminile.

Ursula Von Rydungsvard nasce a Deensen nel 1942 in Germania e ancora bambina si trasferisce in America dove studia alla Columbia University. Ora vive e lavora a Brooklyn.

Lavora il legno e la carta con grande originalità. Al legno è legata anche da ricordi d’infanzia, ricordi duri legati alla permanenza con la sua famiglia nei campi di lavoro in Germania dopo la guerra vicino alla foresta di Holzminden. La sua famiglia infatti originaria della Polonia ha vissuto durante la guerra il dramma dell’esilio e dei campi lavoro in Germania. Il legno era l’unico materiale a disposizione per scaldarsi, per costruire le baracche, per realizzare utensili come i cucchiai.images

Il legno dunque diventa per lei compagno di vita e di lavoro, materia per i suoi ricordi e per le sue creazioni più suggestive.

Quest’anno chi andrà a vedere la Biennale di Venezia la cerchi perché lei ci sarà, con il suo lavoro, fuori dal percorso ufficiale, presentata tra l’altro dal Yorkshire Sculpture Park dove in questo momento ha una bellissima mostra.

Ci vuole coraggio per investire nella cultura

Museé des le confluences
Museé des le confluences

Si è da poco inugurato a Lione il Museo delle Confluenze.

Che coraggio ha la Francia:`un museo di antropologia, di etnografia, di sociologia, dedicato alla storia dell’uomo, dalle origini fino ai nostri giorni, vista in relazione sia all’ambiente naturale che a quello sociale.

Copyright (2014 ) Daniel F ValotQuando mi ci sono trovata davanti, ho pensato che il museo sembrasse un colosso. Enorme, quattro piani fatto di cemento, cristallo e acciaio. Fin dall’entrata ti sembra di essere scaraventato nel futuro da un’architettura legata al movimento decostruttivista: le altezze, le scale mobili tutto è sospeso lo spaesamento e lo stupore sono le prime sensazioni per il visitatore. Gli architetti che hanno lavorato al progetto sono austriaci e sono l’agenzia Coop Himmelb(l)au. E’ un museo concepito per starci bene e per passare con piacere una giornata. Ci sono naturalmente bar, ristorante (presto anche con un celebre chef, sembra), libreria, biblioteca e centro di documentazione. Non manca la didattica: vengono organizzati percorsi per ragazzi e adulti, con vari laboratori.

Tutto il museo è concepito come palestra di conoscenza. Bellissima la sezione dedicata all’eternità dove si riflette sul significato della morte per la nostra società e ci si confronta con gli tradizioni delle altre culture.

La Francia è convinta che investire in cultura voglia dire investire nel futuro; ci crede e non si rassegna neanche davanti alla crisi economica e al sorgere di tante barriere di un mondo eternamente diviso. Anche noi siamo con lei.

Adesso, ancora più di prima. Ogni iniziativa di questo genere è anche è un monumento alla libertà, perché ci aiuta a capire come la nostra storia sia passata attraverso processi di complessità enorme, tutti superati grazie alla passione per la conoscenza e alla capacità di metterci liberamente in relazione. Se non avessimo sempre cercato di parlare e pensare liberamente, anche a costo di sacrifici enormi, adesso saremmo ancora all’età della pietra. 

Che cosa c’è di nuovo nel 2015?

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In questi giorni di festa dove hai incontrato vecchi e giovani, amici lontani e familiari, ti fai un’idea di cosa bolle in pentola nelle aspettative e nei desideri di tutti. Sono rimasta sorpresa che la maggioranza delle persone che ho incontrato esprimesse un unico desiderio per il nuovo anno: trovare il grande amore.

Non si cercano più avventure fugaci, si conta poco sul lavoro e sono diminuiti i sogni di gloria, ma tutte le ernergie sono concentrate sulla ricerca di un amore vero. Lo cercano i single di tutte l’età, si disperano i trentenni che non lo hanno, ma lo attendono anche i ventenni per non dire l’ansia dei quarantenni e di chi è ancora più in là negli anni.

Le occasioni non mancano e anche la tecnologia ci viene incontro nel gioco di società degli incontri inattesi vedi il successo Tinder programma per incontrare persone.

Allora, caro 2015, non ci resta che sperare che tu possa essere ricordato come un anno di passioni, crocevia di incontri e unioni.

E poi cosa è meglio: un amore subito travolgente o un amore semplice che nel tempo diventa grande?

Tutto il segreto è nella resistenza e nel saper aspettare.