Chiacchiere del lunedì

Louise Bourgeoise,
Louise Bourgeois, Petite maman, 2008

Per tutto il giorno oggi ho in mente una frase che ha detto Papa Francesco: Se inseguite tutta la vita il nulla sarete nulla.  Questa frase mi ha molto colpita perché vale per tutti, credenti o no. Abbiamo voglia di eroi? Piuttosto cerchiamo esempi di persone autentiche che non  hanno paura di mettersi in gioco per gli altri.

E questo lunedì proprio di questo esempio vorremmo parlare: si tratta di suor Angelique Namaika. Oggi, proprio qui a Ginevra, le verrà consegnato un riconoscimento  dall’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i rifugiati . Riceverà il premio Nansen per aver dato rifugio e sostegno alle tante donne scappate dalle violenze dell’Esercito di Resistenza del Signore (LRA: Lord Resistance Army), un’armata di assassini che ha disseminato morte e distruzione fra Uganda e Repubblica democratica del Congo.

Suor Angelique ha accolto e aiutato tante donne, ragazze, giovani abusate. Si legge dal comunicato dell’UNHCR che “ molte delle donne aiutate da suor Angelique raccontano storie di rapimenti, lavori forzati, percosse, assassini stupri e altre violazioni dei diritti umani. Il suo approccio individuale aiuta queste donne a riprendersi dai traumi e dai danni subiti. ”

La stessa suora ha sofferto nel 2009 le stesse violenze che ora cura. I mezzi del centro di aiuto da lei gestito sono al minimo e le sue risorse quasi inesistenti.

Quando ha saputo del premio ha così detto: “È difficile immaginare quanto abbiano sofferto le donne e le ragazze vittime di abusi del LRA. Porteranno per tutta la vita le cicatrici di queste violenze. Questo premio significa che altre persone sfollate a Dungu (dove lei vive e opera ndr) potranno ricevere l’aiuto di cui hanno bisogno per ricominciare le loro vite. Non smetterò mai di fare il possibile per dar loro la speranza e l’opportunità di vivere ancora”.

Donne oltraggiate, percosse, umiliate, donne che hanno subito ogni violazione dei più fondamentali diritti umani, ora hanno tanto dolore da curare. Mi direte: “per noi è un dolore lontano”. Non è così: il dolore di chi subisce violenza è universale. E poi, se ne trova eco ben forte anche nella nostra Italia, dove le donne continuano a essere vittime di ogni forma di violenza, anche delle più gravi.

Cookisto e il consumo collaborativo

Il logo di Cookisto
Il logo di Cookisto

Innanzitutto due parole sul significato di “consumo collaborativo”.

All’indomani della grande crisi economica del 2008 si è moltiplicato nel mondo il concetto che l’utilizzo condiviso dei beni di consumo, poteva essere la via vincente per uscire dall’impasse. La condivisione (sharing), il baratto (bartering), il prestito (lending), il commercio (trading), il noleggio (renting), la donazione (gifting) e lo scambio (swapping) potevano essere reinventati e si è fatta largo l’idea che invece di dissanguarsi per acquistare beni o servizi, essi potevano essere messi a disposizione di coloro che ne avevano bisogno da coloro che ne possedevano, attraverso l’utilizzo delle nuove tecnologie. Mutuato dal linguaggio informatico è nato il P2P (peer to peer) una rete condivisa d’informazioni e materiali concordata tra i vari utenti, irrealizzabile solo fino a dieci anni fa, in quanto con le nuove tecnologie è possibile garantire piattaforme affidabili per le transazioni e, soprattutto, creare attorno a questi nuovi prodotti delle comunità affidabili. Questo in poche parole il significato di consumo collaborativo. Questo modello economico è stato applicato con successo alla mobilità e sono nati Lyft (ride-sharing), Liquidspace (space rental) e Taskrabbit (deliveries and errands); e al turismo con, ad esempio,  Airbnb (bed and breakfast).

Nessuno aveva ancora pensato di applicare il consumo collaborativo alla cucina! E personalmente trovo questa idea davvero geniale.

Il format, forse lo possiamo chiamare così, é nato da una reale esigenza. Infatti il fondatore di Cookisto, il giovane greco Michalis Gkontas, studente di economia all’estero, trovandosi in critiche ristrettezze economiche e incapace di produrre alcunché di commestibile, ha l’idea di creare una comunità di cuochi basata sulla fiducia, che, per una manciata di spiccioli, cucina per coloro che non sanno o non hanno il tempo o la voglia di cucinare. Tutto funziona grazie a Internet. Infatti basta rintracciare il cuoco (anche la casalinga del piano di sotto che ha fatto troppi gnocchi per la famiglia ed è quindi disposta a vendere la soverchia quantità di cibo) più vicino alla tua zona, mettersi d’accordo sul prezzo (ripeto pochi spiccioli), su come ritirare il cibo e il gioco è fatto.

Si parla soprattutto di fiducia (infatti è impossibile monitorare parametri quale l’igiene o la bontà delle materie prime) e dunque la comunità di Cookisto è formata da una parte da inguaribili golosi che non hanno la possibilità per qualsiasi ragione di cucinare e dall’altra da volenterosi cuochi disposti a cucinare in modo sano e (si spera) genuino.

Cookisto 2

La novità è che non esistono mediazioni. Una volta che ti sei aggiunto alla comunità hai un contatto diretto con “l’altro” sia esso cuoco o mangione! Puoi ordinare i tuoi piatti preferiti o proporre i menu in cui sei più forte accedendo al sito e poi attraveso via e-mail, facebook o twitter definire i dettagli.

Cookisto è diventato in breve tempo una realtà in Grecia, tanto che il modello sta per essere esportato nel Regno Unito e probabilmente da lì ovunque.

In attesa di potervi accedere anche qui, devo mio malgrado dedicarmi anche questa sera alla cucina!

Viaggi, letture e altro

<Chiara Guidi

Ancora un post dedicato a chi ama viaggiare, per chi lo fa spesso, per chi non lo fa quanto vorrebbe e per chi si accontenta di studiare i posti e poi il viaggio se lo sogna. Io, ad esempio, sogno spesso di andare per festival. In Italia ormai ce ne sono tanti e per tutti i gusti. Mi sembra un bel modo per prendersi un po’ di tempo, rigenerati dalla possibilità di godersi dibattiti e incontri di qualità. Inoltre andare per festival ti fa scoprire anche  le  città che li ospitano. E poi il costo non è molto alto e molti eventi sono spesso gratuiti . Così il festival che vi propongo oggi  è il perfetto connubio di quanto detto sopra: si apre oggi a Roma, si tiene soprattutto al Palazzo delle Esposizioni, e resterà aperto fino al 29 settembre; si tratta del Festival dedicato alla Letteratura di viaggio.  Vi potrete trovare mille cose da fare e seguire; ci saranno laboratori di scrittura e di fotografia di viaggio. Una sezione sarà dedicata al Brasile, con un mostra dedicata ad Ermanno Stradelli geografo e fotografo , esploratore dell’Amazzonia di fine ‘800. Potrete assistere anche all’incontro con i  direttori delle riviste più prestigiose dedicate ai viaggi come il National al Geographic o Reportage. Il 29 settembre c’è poi un incontro dedicato al viaggio ai tempi di internet, animato da diversi blogger. Il programma è poi ricco di  letture, musiche, teatro. Il festival assegna anche dei premi: quest’anno il premio Kapuscinski  andrà allo scrittore e giornalista Paolo Rumiz, autore di molti reportage fatti per l’Europa.  Altra premiazione sarà la Navicella d’oro, organizzata   dalla Società Geografica italiana, che verrà consegnata a Ennio Morricone. Il festival sembra promettere cose molto interessanti e per chi come noi è cosciente di essere sempre in transito potrebbe essere un’occasione per fermarsi e riflettere.

Dedicato alle bambine… e non solo

Una tavola di Advice to little girls, da Brain pickings
Una tavola di Advice to little girls, da Brain pickings

Mark Twain, al secolo (il XIX per l’esattezza) Samuel Langhorne Clemens, era nato nel Sud degli Stati Uniti. Da oltre un secolo è definito autore di libri per ragazzi, essendo usciti dalla sua penna capolavori quali Le avventure di Huckelberry Finn, quelle di Tom Sawyer, Il principe e il povero, Un Americano alla corte di re Artù. Tuttavia non è così. Simpaticamente politically incorrect, egli fu un attento castigatore dei comportamenti ipocriti e conformisti dei suoi tempi (a tal proposito si legga il suo volume postumo Lettere dalla Terra). Irriverente, sarcastico, pur tuttavia geniale si indignava a causa di una società sempre più centrata sull’individuo, corrotta e priva di scrupoli (e le cose, pare, non siano cambiate di molto). I più recenti studiosi della sua opera lo definiscono coscienza critica del suo Paese, l’America, di cui racconta nel modo più puro il mito della Frontiera, quella linea che non è baluardo e demarcazione di un territorio, bensì luogo che genera iniziative, che rende liberi, che porta a fare grandi cose.

Consigli alle bambine
Consigli alle bambine

Solo così si riesce a comprendere un libretto (in realtà pochi aforismi prodotti da lui che ne era il genio) dedicato alle bambine. Titolo americano: Advice to little girls; titolo italiano: Consigli alle bambine (Donzelli Editore). Si tratta di una sorta di galateo per signorine fatto da consigli poco ortodossi attraverso i quali Twain sobilla le creature ad una virtuosa resistenza alle rigide regole dell’educazione. «Non devi mai dimenticare che sono i tuoi cari genitori a mantenerti e a darti il permesso di non andare a scuola quando fai finta di stare male. Ecco perché è bene rispettare le loro piccole fissazioni, assecondare i loro capricci, tollerare le loro piccole manie, almeno finché non diventano insopportabili»

Ma c’è di più la nuova edizione di questa chicca è più libro d’arte che libro per ragazzi, infatti è illustrato dal grande artista Vladimir Radunsky, il quale crea libri non convenzionali, riccamente diversi quanto a testo e immagini, impiegando stili di volta in volta differenti che ben legano con le storie contenute nei volumi: il suo stile va dalle illustrazioni realistiche ai poster stilizzati ai collages astratti. Lo stesso artista afferma che non illustra semplicemente dei testi egli “crea” dei libri.

Da leggere e meditare.

L’arte di Francisco de Zurbaràn

Francisco de Zurbaràn, Una tazza d'acqua e una rosa su un piatto d'argento, 1630
Francisco de Zurbaràn, Una tazza d’acqua e una rosa su un piatto d’argento, 1630

Il Palazzo dei Diamanti a Ferrara ha aperto da poco  una mostra che guarda alla pittura spagnola del  Seicento spagnolo (Siglo de oro)  attraverso l’opera dell’artista Francisco de Zurbaràn. L’artista coevo a Velàzquez e Murillo è forse meno conosciuto al grande pubblico . Originario di Siviglia è stato fin dai suoi primi esordi al servizio della religiosità riformista che lo ha portato a ritrarre esclusivamente immagini sacre. In mostra troverete opere come San Serapio, del 1628, dove il santo è raffigurato nel corso del martirio con addosso una veste bianca, il volto inclinato ma sereno. Oppure troverete il ritratto di San Francesco ritratto nel buio incappucciato  con in mano un teschio capovolto.

Francisco Zurbaràn, San Serapio, 1628
Francisco Zurbaràn, San Serapio, 1628

Oltre a queste tele più devozionali, potrete  ammirare in mostra anche le nature morte  a cui Francisco de Zurbaràn si dedicò, per un breve tempo, dal 1630. Questa serie come la Tazza con rosa ( 1633, già a Firenze, collezione Contini Bonaccossi, dal 1996 alla National Gallery di Londra ) rimane per l’assoluta purezza e bellezza  uno dei suoi capolavori.  In queste tele ritroverete  il suo solito gusto per le inquadrature nette e noterete una maggiore attenzione alla limpidezza e un uso della luce che trasforma gli oggetti dipinti in oggetti  reali.  Questo naturalismo però  è venato di un senso di mistero e immerso in un’atmosfera quasi irreale che ricorda la metafisica e le composizioni  di Giorgio Morandi . Una relazione con il sentimento dell’arte moderna che poco ha di scientifico ma molto di emotivo.

Francisco de Zurbaràn,San Francesco, 1635
Francisco de Zurbaràn,San Francesco, 1635

In  mostra traverete all’incirca 50 tele, con importanti prestiti ( molti dal Prado di Madrid e altre istituzioni europee e americane): resterà aperta fino al 6 gennaio. L’esposizione è organizzata dalla Fondazione Arte Ferrara e il Centre for Fine Arts di Bruxelles, chi volesse saperne di più può consultare il sito www.palazzodeidiamanti.it

Orrore in Kenya

Testa d'ostaggio,1945
Jean Fautrier, Testa d’ostaggio,1945

Dopo un week end di sangue che ha portato alla morte di tanti tanti civili indifesi in due differenti parti del mondo, oggi non ce la sentiamo di affrontare altri argomenti e lasciamo la parola a chi veramente conosce la situazione, almeno in Africa, per un aggiornamento di prima mano.

Un attentato terroristico, odioso e vigliacco come tutti gli atti di terrorismo, ha colpito il Kenya. Lo abbiamo visto tutti in televisione e su internet. L’attacco a un centro commerciale frequentato dalla comunità internazionale di Nairobi è un modo per colpire il Kenya, che è il centro logistico per il business e il turismo in Africa Orientale e che è intervenuto  militarmente in Somalia per riportare la pace. I terroristi sono infatti riconducibili all’organizzazione somala di al shabab, una delle più scellerate cellule della galassia di Al Quaeda. E adesso l’Africa è al centro delle strategie di Al Quaeda: è un continente con povertà e soldi al tempo stesso: gente disperata e risorse. Molti paesi presentano caratteristiche fisiche favorevoli a nascondersi: baraccopoli, deserti, montagne. Nel Sahel Al Quaeda si riorganizza: dopo l’intervento francese in Mali i suoi guerriglieri si stanno riorganizzando a cavallo di Mali, Libia, Algeria e Niger. In Africa Orientale c’e’ la Somalia, enorme hub che cerca adesso di espandersi nella regione. E il panorama è più vasto. Sarà mica che Al Quaeda ha scelto la via dell’Africa come hub per il proprio sviluppo. Avremo tanti Afghanistan in Africa? Per il momento il Kenya reagisce bene. Combatte, lotta. Ma una cosa è certa per le classi di governo africane: la lotta al terrorismo passa anche dallo sviluppo e dalla lotta alla povertà. Levare braccia al terrorismo, vuol dire eradicare la disperazione, la povertà estrema. Se non si comincia a portare lavoro in Africa e a gestire bene gli stati, ci troveremo davanti a una realtà inconcepibile.

Difficile Murakami

MurakamiO lo si ama o lo si odia. Questa è la conclusione alla quale sono arrivata dopo aver letto Kafka sulla spiaggia di Haruki Murakami. Questo romanzo è stato definito onirico, visionario, inquietante. In effetti il lettore ci si può perdere, a iniziare dal genere al quale esso può essere ascritto, ma non è lecito chiedersi se si tratta di un’opera di pura fantasia, di un diario intimo, di un racconto filosofico, di un di romanzo più reale del reale o di una novella on the road.

In effetti tutti questi aspetti si mescolano creando un oggetto letterario unico nel suo genere. Un romanzo giocato sulla doppia progressione di due storie diverse, di due personaggi lontani anni luce l’uno dall’altro, le cui vicende si intersecano senza che essi mai si tocchino realmente.

Da un lato un ragazzino di quindici anni, abbandonato dalla madre piccolissimo, che decide di scappare da casa portandosi via tutte le cose a lui più care, accompagnato dal suo alter ego, “il ragazzo chiamato Corvo” – un doppio di sé stesso che lo incita alla crescita e alla realizzazione personale intraprendendo il viaggio -, e da una misteriosa profezia, una sorta di maledizione scagliatagli dal padre.

Dall’altro il vecchio Nakata, personaggio che ha alle spalle una storia misteriosa che lo ha reso una tabula rasa incapace di ricordare o apprendere alcunché, che sembra agire per ordine di una volontà superiore e che incrocia il destino del giovane Tamura Kafka poiché ne uccide il padre, scultore geniale e satanico.

La storia si dipana fra una pioggia di sardine e sgombri, dialoghi del vecchio Nakata che parla con i gatti (unica capacità rimastagli dopo il misterioso incidente di cui è stato vittima), personaggi indimenticabili e talmente complessi che solo una lettura attenta può  rendere merito, intrecciando sogno e realtà, metafora e mito in un insieme deliziosamente giapponese.

Cosa significa tutto ciò? Lo stesso Murakami in diverse interviste ha affermato di non voler trasmettere nessun insegnamento, nessuna verità. Dunque si lascia al lettore la completa possibilità di leggere in Kafka sulla spiaggia ciò che più sente vicino al proprio essere.

Per me il romanzo rappresenta il percorso iniziatico di un giovane verso la vita adulta: “… e naturalmente dovrai attraversarla, quella violenta tempesta di sabbia. È una tempesta metafisica e simbolica. Ma per quanto metafisica e simbolica, lacera la carne come mille rasoi… Poi quando la tempesta sarà finita, probabilmente non sparai neanche tu come hai fatto ad attraversarla e a uscirne vivo. Anzi, non sarai neanche sicuro che sia finita per davvero. Ma su un punto non c’è dubbio. Ed è che tu uscito da quel vento non sarai lo stesso che vi era entrato”, queste sono le parole che il ragazzo chiamato Corvo sussurra all’orecchio del giovane protagonista all’inizio del libro… e da qui la storia incomincia.

Scontri nei dibattiti: perchè?

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Molto spesso la televisione ci offre dibattiti e scontri politici. Sono diventati così frequenti sullo schermo che sembrano diventati veri e propri spettacoli, più che modelli di informazione e approfondimento.

Gli scontri verbali pubblici, i battibecchi, non mancano mai assieme a colpi di scena per lo più squallidi.

La cosa che più mi ha fatto riflettere è come vengono percepiti da chi li guarda da casa. Vi faccio un esempio: l’ultimo scontro tra Travaglio e la signora Santanchè. Parlando con diverse persone, che lo avevano visto, mi sono resa conto che il risultato era letto in modo completamente diverso a seconda dell’appartenenza politica.

Non erano i contenuti che determinavano chi avesse torto o ragione, ma gli aspetti visivi dello scontro.

La facciata era piu’ importante dei contenuti, l’impostazione della voce più incisiva delle parole, le offese più degne di attenzione dei fatti infine la mimica facciale (il risolino dei due era sempre presente come segno di sfida) più determinante del loro pensiero.

Questi dibattiti non cambiano niente.

Mi domando: a chi servono veramente?

 

Tutto in 48 ore

Volete sapere come acquistare punti agli occhi di un figlio ormai emancipato e in grado di muoversi solo per tutto il mondo? Fate come me  vivete spericolatamente per 48 ore. Vi spiego. Prendete una donna di mezza età, casalinga per sbaglio, mamma a  tempo pieno e all’occorrenza cuoca, veterinaria, guardarobiera e quant’altro. Piazzatela su un volo a corto raggio per un paese straniero. Fatele prendere, treni veloci, metropolitane affollate, ancora treni e infine taxi. Fatela arrivare  ancora intera a destinazione. Ma non finisce qui. Fatele affittare un’auto con guida al contrario e fatele percorrere strade per imboccare le quali deve prima riflettere a lungo (diciamo un paio di giri di rotonda almeno). Il risultato sono io in trasferta in Inghilterra. Una sfida per chi, come me, ha sempre viaggiato in compagnia, prendendosi pochissimi rischi. Una soddisfazione enorme nel riscoprire capacità inutilizzate da tempo o dirottate in altre attività.

Senza parlare della difficoltá di postare questo articolo semiserio…

Che dire? La riscossa delle stagionate? No, no per carità non abbiamo niente da dimostrare! Piuttosto un modo deliziosamente italiano per dire a un figlio “ti bog lip bene”.

In arte è difficile dire mi piace

Pablo Bronstein,
Pablo Bronstein, Pair of House a la Greque,2011

Non sono certo la prima a dire che dentro di me si nascondono mille persone. Ma le cose si complicano quando tutte quelle persone escono allo scoperto, nel momento in cui visito una mostra d’arte contemporanea, specialmente se si tratta di un ‘artista che non avevo mai conosciuto prima.

Esiste un impatto emotivo nell’arte? Facciamo un ‘esempio: sono stata a visitare la mostra di Pablo Bronstein  dal titolo A is building, B is architecture che si è aperta pochi giorni fa al Centre d’Art Contemporain di Ginevra.  Appena sono entrata al primo piano una grande installazione di due edifici identici che paralleli coprono tutto lo spazio della grande sala. Al primo piano una  serie di disegni realizzati dall’artista, che proponeva sezioni di edifici e architetture realizzate con uno stile antico tutte  incorniciate in tono con l’epoca ritratta nell’opera. Ho subito pensato che il quadro incorniciato ha comunque un effetto rassicurante. Ben presto, poi, mi sono resa conto della qualità di quei disegni e anche della subdola piacevolezza che nascondono una volta attaccati nelle pareti di una casa.

Dopo il momento emotivo, arriva lo sforzo di capire senza seguire spiegazioni scritte.  Per l’artista l’architettura fa da padrona e questo messaggio è chiaro già dalla prima installazione. L’artista parte dall’architettura, rilegge il passato  in modo lucido, non sembra interessato a darci la sua interpretazione. Ciò che descrive è la versione fedele di una sezione di elemento architettonico.  Queste architetture primeggiano nei suoi disegni , sono monumentali sovrastano le figure e quasi inquietano, questo stesso effetto lo avevo provato di persona al primo piano dove primeggiavano le due grandi architetture.  L’effetto dei disegni di insieme ti sembra un po’ decadente;  sembra di essere lontani dalle parole di Barnett Newman quando affermava  “l’impulso primario dell’arte moderna è consistito precisamente nel desiderio di distruggere la bellezza”.Qui la bellezza si cerca e un po’ ti soffoca .

Pablo Bronstein
Pablo Bronstein, Relocation of Temole Bar,2009

Tutte questi spunti, queste impressioni, però, sono solo appunti, perché l’artista lo scoprirò solo una volta uscita dalla mostra dopo aver approfondito il suo lavoro  e aver scoperto che si è specializzato nei suoi studi in disegno a china di schizzi architettonici. Da lì sono nate le sue architetture inventate, realizzate come lo facevano nel Sette-Ottocento, leggo sul sito di Saatchi (www.saatchigallery.com)” Bronstein utilizza l’architettura per entrare in contatto con il potere: di storie, di monumenti e degli ambienti costruiti”e si interessa a tutto  ciò che lega l’ architettura classica a l’urbanismo contemporaneo. Ma i disegni non sono tutto, Pablo Bronstein è interessato anche alla scultura, alla performance e alla danza.  Nel suo lavoro si cerca di tracciare i confini, le  relazioni tra lo spazio fisico e i ballerini.

Architettura, arte e musica mi vengono in mente allora le esperienze degli anni Quaranta al Black Mountain College dove la musica di Jhon Cage  si incontra con la danza di Merce Cunningham e poi con l’arte di Rauschenberg.

Mi fermo qui, lo sforzo di cogliere da sola il senso della mostra non era stato sufficiente: i temi che sembrano del passato sono in verità molto attuali e interessanti e si intersecano con tanta arte del XX secolo.

Quando esco da una mostra e mi chiedono se ti è piaciuta  o meno, non rispondo quasi più perché la risposta è molto complessa e di una cosa sono certa: dire se ci piace o meno un’artista non sarà mai come dare il like su facebook.