La terra trema. In Italia tutto sembra diventato fragile, ascolto per radio le notizie e vedo le immagini di luoghi che non ci sono più e di monumenti distrutti.
Il futuro da ora in poi è fatto di “rammendi”. Ricordo che l’architetto Renzo Piano un po’ di tempo addietro ha usato questa parola scegliendola per spiegare quali interventi occorra fare nelle nostre periferie. il suo intervento parlava di “rammendare le nostre periferie con i centri delle città”. I rammendi ora li dobbiamo fare dappertutto nei piccoli centri senza periferie, tra i diversi monumenti.
Cerco nell’arte per scegliere un’ immagine che possa venirmi incontro per questo momento angoscioso. L’immagine la prendo dall’artista Kader Attia. Lo scelgo perché l’artista francese di origine algerina lavora sul concetto di riparazione. La prima volta che ho visto il suo lavoro, era un paio di anni fa alla Biennale di Lione, Attia aveva ricucito le spaccature del vecchio pavimento di cemento. Bellissima idea, l’opera è dura come un cicatrice ma ogni punto è anche la ricerca e la speranza di ricostruire l’intergrità perduta. Il tentativo di ricucire tutti gli strappi e lacerazioni di questa terra malridotta.
Ognuno di noi ha un destino segnato, nel mio c’è un marito che viaggia e lavora in Africa. Qui di seguito il suo testo delle cose sorprendenti e belle che ha visto in questi giorni a Ouagadougo:
Si chiama Koteba: e’ il teatro del Mali e del Burkina Faso improntato a temi sociali. Anima molti dei lavori in scena alle récréatrales di Ouagadougou. Nella capitale del Burkina Faso ogni due anni un’intera strada viene chiusa al traffico per 10 giorni e diviene sede di un festival teatrale. È un bel viale, largo e fiancheggiato da case basse, tutte col giardino e una corte, come si usava un tempo in molte città africane, prima dello sviluppo selvaggio degli ultimi anni. Ogni abitazione ospita uno spettacolo, mentre sulla strada si tengono concerti o performance artistiche. Ogni tanto passa una banda di fiati e percussioni, che cammina avanti e indietro suonando a un ritmo indiavolato.
Baracchini di venditori di cibo spargono nell’aria l’odore della carne o delle verdure arrostite sulla brace. Ambulanti vendono acqua o birra (la Brakina!). Bambini giocano per strada, adulti vanno qua e là, artisti di tutto il mondo francofono dell’Africa e oltre si abbracciano, raccontandosi cosa hanno fatto per tutto il tempo in cui non si sono visti.
Al festival ho visto un lavoro koteba, ispirato a Frantz Fanon e al suo “I dannati della terra”. La storia (scritta da Ali Ouedraogo e Freddy Sabimbona.) è quella di due compagni di lotta per la libertà e la democrazia che si ritrovano dopo tanto tempo: Franck e Tiibo. Il primo è appena rientrato nel paese dopo un esilio dovuto a persecuzione politica, mentre il secondo vi è sempre restato, passando attraverso detenzione e tortura, per poi integrarsi nella nuova Africa di oggi, fatta di democrazia puramente formale ed esclusione brutalmente sostanziale per la maggior parte delle persone. Il primo desidera riprendere la lotta contro un potere sordo alle istanze sociali, in mano a poche élites rapaci che si sono indebitamente impadronite del mito legittimante dell’indipendenza, il secondo è ormai scettico e gli risponde che bisogna entrare nel sistema e prenderne ciò che si può.
Il pubblico era rapito e rispondeva alle invocazioni degli attori. Ragazzini adolescenti erano spettatori attentissimi. Mi dicono che sia così per ogni spettacolo.
Mentre vi assistevo, pensavo che eventi come questi sono il miglior antidoto contro il radicalismo islamico che si avvicina, come un’ombra maligna, ma anche contro il mettersi in mano a trafficanti di esseri umani per tentare una migrazione disperata. Creano coscienza civile e senso di appartenenza una comunità di destino e di vita. Stasera c’è Pinocchio: sembra che Lucignolo sia un giovane DJ e il grillo parlante una ragazza seria, che studia e vuole una vita migliore. Il gatto e la volpe sono due faccendieri legati a giri d’affari loschi, come il traffico di esseri umani (e migranti). Credo che a Carlo Lorenzini (Collodi) piacerebbe moltissimo.
Ho sempre sospettato chi afferma:l’arte innanzitutto deve sapermi emozionare. Forse perché l’emozione è un moto che dura un attimo ed è troppo legato alla sfera affettiva.
Malgrado questo, cerco il suo significato sul dizionario : emozione, sentimento molto intenso, come paura, gioia, angoscia che può provocare alterazioni psichiche.
Un’opera d’arte può causare un’alterazione psichica? cerco di capire meglio, leggo che tra i vari fenomeni causati dalle alterazione psichiche si trova l’iperprosessia ovvero un aumento nell’attenzione e l’ iperestesia ovvero un aumento delle percezioni e infine un aumento di euforia. Queste tre singole funzioni le riconosco, le ho provate e anche se non sono tutto, sono valide compagne nel campo dell’arte.
William Kentridge, The Refusal of Time, 2012
Ho provato qualcosa del genere in questi giorni quando ho avuto la fortuna di andare a visitare la mostra di William Kentridge alla Whitechapel Gallery di Londra. La mostra si intitola Thick Time ed è eccezionale. Si compone di sei installazioni e chi conosce l’artista sudafricano, lo sa, nel suo lavorotutte le arti si fondono assieme: teatro, disegno, performance, letteratura, collage, poesia, cinema, danza sono i suoi strumenti e li dirige come un pittore il suo pennello. L’installazione, che vi accoglie all’entrata, si intitola The Refusal of Time, è un lavoro del 2012 ed è dedicato al tempo. Kentridge in dialogo conlo storico scienziato Peter Galisonmette in discussione tutto il nostro modo di scandire il tempo, le ore, il giorno e la notte. Un modo che sembra avere come unico scopo lo sfruttamento delle risorse della terra e delle persone.
William Kentridge, Second-Hand Reading, 2013
William Kentridge è un uomo sapiente ed intelligente, con il suo modo di raccontare le storie mi ha fatto trascorrere una mattinata bellissima. Esilarante è l’opera Right Into Her Arms dove in una storia di desiderio e amore, ho visto la tela di un quadro cercare di conquistare il cuore di un’altra tela, tutta l’azione avviene su una specie di teatrino che mi ricordava l’opera dei pupi di Palermo.
William Kentridge è andato sulla luna con l’inchiostro e una semplice tazza di caffè nel suo cortometraggio Journey to The Moon , io ho potuto toccare la luna attraverso i suoi lavori.
Bonet in piemontese significa cappello ed è il nome di un dolce antichissimo. Le ipotesi sul suo significato sono due. Bonet era chiamata infatti la pentola di rame nella quale veniva cotto questo antichissimo e succulento dolce al cucchiaio, Bonet è anche il cappello dei contadini che si indossa per ultimo prima di uscire, come il dolce che come ultima portata chiude il pasto.
Dato che non se ne esce, scegliete voi la versione preferita!
Esistono poi due varietà di Bonet, quello alla monferrina ricetta più antica e ormai in disuso, che non prevede l’uso di rhum e cioccolato, ingredienti arrivati con la scoperta del “nuovo mondo”, e quella attuale, più saporita e internazionale.
L’ingrediente principe del Bonet è però sempre lo stesso: l’amaretto, biscotto che si fa con la pasta di mandorle dolci e amare, probabilmente di origine araba, ma diffuso in tutto il bacino del Mediterraneo, che è sulle tavole piemontesi fin dall’antichità poiché difficilmente deperibile.
Ingredienti
– 4 uova
– 6 cucchiai di zucchero semolato
– mezzo litro di latte intero
– 50 grammi di amaretti semolati
– 2 cucchiai di cacao amaro in polvere
– 2 cucchiai di rhum
150 gr di zucchero per caramellare
Sbattere le uova in una terrina, unire 4 cucchiai di zucchero, il cacao, gli amaretti polverizzati, il rhum e il latte. Dopo aver amalgamato il composto con l’aiuto di una frusta, si prepara il caramello scaldando 2 cucchiai di zucchero in un pentolino fino a farlo diventare biondo nocciola, si aggiunge poi un po’ d’acqua facendo diventare lo zucchero filante e si mescola. Versare il caramello in uno stampo tiepido in modo che veli il fondo e le pareti. Quando il caramello sarà freddo, si versa il composto nello stampo e si cuoce nel forno, pre riscaldato a 180°C, a bagnomaria per 45 minuti circa. Quando il composto è ben rappreso, si lascia raffreddare in frigorifero per 2/3 ore.
Un vaso è un’opera d’arte? E una fotografia, con i suoi multipli, ha lo stesso valore di un dipinto? Un video nasce per essere proiettato al cinema o in un museo? Trent’anni fa chi studiava arte all’università non studiava la fotografiae materiali come ceramica o vetro venivano classificati come arti minori. Dimenticate tutto questo. Ora le cose sono cambiate: la fotografia ha preso possesso di musei e gallerie e il video è un linguaggio affermato nel mondo dell’arte contemporanea. Infine, la definizione arti minori è stata sostituita da arti applicate.
Quindi immagino che quando a Ginevra nel 1985 si decise di organizzare una biennale dedicata alla video art la cosa risultò molto interessante e in linea con lo spirito delle ricerche più avanzate. Dal 2014 il Museo Mamco, sotto la direzione del direttore Andrea Bellini, ha deciso di riprendere questa tradizione e tra poco, a Ginevra, potremo andare a vedere la 15esima Biennale de l’Image en mouvement. Dal 9 al 13 novembre il Mamco sarà un fiume di proiezioni, tavole rotonde e performance. Tra gli aspetti più interessanti di questa edizione c’è da mettere in evidenza che 27 delle opere presentate sono inedite e prodotte dallo stesso Centre pour l’art contemporain. Dunque, si tratta di un tesoro costruito dal museo per la città di Ginevra.
In un’epoca in cui tutto è veloce, fruibile immediatamente tramite dispositivi elettronici, effimero, a Toronto nella sua “notte bianca” si è pensato di onorare il potere illuminante del libro di carta e celebrarne la consistenza.
Si tratta di un’installazione ideata dal collettivo di artisti spagnolo Luzinterruptus, gruppo artistico anonimo che si è specializzato in installazioni luminose. Il loro fine è quello di sensibilizzare il pubblico alle questioni sociali e politiche o abbellire angoli anonimi e oggetti esistenti, le loro opere trasformano sempre lo spazio, utilizzando spesso materiale riciclato o donato e avvalendosi di una schiera sempre più consistente di volontari. L’installazione di Toronto “ruba” per qualche ora lo spazio al traffico cittadino, creando un vero e proprio tappeto di libri che alla fine della nottata il pubblico potrà portare a casa. Nelle intenzioni dell’artista il libro attraverso la modestia della parola scritta conquisterà la strada e, alla fine, fra nostalgia del media e tensione verso il futuro, il fiume di libri illuminato costituirà un ricordo duraturo.
Il 23 ottobre 1920 nasceva dalle mie parti, ad Omegna sul Lago d’Orta, Gianni Rodari artista inventore di storie. Giornalista, scrittore, ci ha lasciato una messe di scritti, appunti, novelle, poesie incredibile tutte sul dialogo fra adulti e bambini, nell’intento di educare attraverso la favola per rendere il messaggio più facilmente fruibile dai più piccoli, ma mai banale o scontato. Abbiamo scelto di celebrarlo pubblicando una sua poesia che oggi, con lo smantellamento della “Giungla” di Calais ci sembra particolarmente adeguata. Per non dimenticare anche la nostra storia.
Il treno degli emigranti
Non é grossa. Non é pesante
la valigia dell’emigrante…
C’è un po’ di terra del mio villaggio,
per non restare solo in viaggio…
un vestito, un pane, un frutto,
e questo è tutto.
Ma il cuore no, non l’ho portato:
nella valigia non c’è entrato.
Troppo pena aveva a partire,
oltre il mare non vuole venire.
Lui resta, fedele come un cane,
nella terra che non mi dà pane:
un piccolo campo, proprio lassù…
Ma il treno corre: non si vede più.
Ha fatto scalpore la settimana scorsa la scelta delle Nazioni Unite di proclamare ambasciatrice onoraria per la promozione dei diritti delle donne Wonder Woman, l’eroina creata da William Moulton Marston nel 1941. Le contestazioni si sono fatte subito ruggenti. Le Nazioni Unite sono state accusate di non veicolare il giusto messaggio attraverso questa figura femminile, piuttosto fasulla in realtà, in costume a stelle e strisce con una corona in testa che qualche funzionario ha paragonato alle orecchie delle conigliette di Play Boy…
La scelta in effetti sembra piuttosto azzardata, ma soprattutto datata: un modello che poteva essere vincente negli anni in cui il personaggio era comparso nei fumetti, un’eroina che oggi non sembra avere spessore.
In effetti se si vuole dare credito al pubblico e si vuole restare più vicini al sentire comune, un’eroina come Wonder Woman dovrebbe essere sostituita da un altro personaggio nato dalla penna di Jody Houser, creatrice di fumetti americana che quest’anno ha rilasciato la sua personale interpretazione della “super eroina”. È nato infatti il personaggio di Faith Herbert, super eroina telecinetica nell’universo dei fumetti della Valiant Comics. Lei vola indossando un brillante tuta bianca e blu, salvando i cuccioli, e svelando la corruzione dietro ogni angolo. Lei è anche grassa, e non “grassa” nel modo meraviglioso in cui la cultura popolare descrive modelli plus-size come Ashley Graham. Lei è proprio una “cicciona”. Faith ha il doppio mento, e la tuta attillata non le dona per niente non riuscendo a nascondere la ciccia debordante. E la parte migliore per molti lettori di fumetti è che nessuno sembra accorgersene… Come la stessa disegnatrice afferma “Faith rappresenta un gruppo di persone che non sono mai entrate a far parte del mondo dei fumetti” ma il fatto che lei è la super eroina grassa non è la cosa più importante di lei. Lei è un personaggio a tutto tondo e il lettore dopo la sorpresa del momento passa sopra il fatto che si trattai una over size.
Faith mi piace, è intelligente, piena di risorse inoltre nella vita di tutti i giorni è una blogger! Dunque ho alcuni punti di contatto con lei… ma purtroppo non volo!
Questo autunno, caratterizzato dall’apertura di nuovi Musei, ci offre la possibilità di pensare a nuove gite, da organizzare per le prossime festività. Nella mia città, a Prato, è appena stato riaperto, dopo dieci anni di chiusura, il MuseoPecci. E’ stato tutto rinnovato e cambiato, sotto la guida dell’architetto olandese Maurice Nio.
La nuova forma esterna del museo è ispirata a quella di un’astronave: un grande oggetto spaziale atterrato nel cuore di Prato, con una lunga antenna sul tetto che cercherà di captare i segnali delle ultime ricerche nel campo dell’arte contemporanea.
MAAT , Lisbona
Intanto a Lisbona, sempre in Ottobre, si è aperto il MAAT Museu de arte, Arquitetura e Tecnologia. Il museo è dedicato alla cultura contemporanea attraverso le arti visive, i nuovi media, la tecnologia e la scienza. Realizzato da Amanda Levete, dello studio londinese AL_A, il museo è stato inaugurato con una grande installazione interattiva dell’artista franceseDominique Gonzales-Foerster, dal titolo Pynchon Park.
Per chi non l’avesse ancora visitata, c’è la nuova ala – inaugurata sempre nel 2016 – della Tate Modern. Opera diHerzog & de Meuron; gli stessi che avevano progettato la ristrutturazione del primo edificio.
Nuova ala Tate Modern
E le cose non si fermano qui: è notizia recente cha anche in Svizzera sono in atto dei rinnovamenti presso la celebre Fondazione Beyler. E’ stato scelto lo studio Peter Zumthor per ampliarla e rinnovarne la sede (storico progetto di Renzo Piano). Si prevedono 80 milioni di franchi di spese.
Nel 2017 si apriranno anche le porte del nuovo Louvre, progettato da Jean Nouvel ad Abu Dhabi. L’edificio è costruito come “una struttura a cupola galleggiante”.
Tutto un fermento di novità ed investimenti. Mentre i nuovi musei si stanno preparando per ricevere i primi visitatori,ce n’è uno a Metz, in Francia, non troppo vecchio, nato come distaccamento del Centre Pompidou, che proprio in questi giorni ha inaugurato una mostra dal titolo: Un Musée Imaginé: et si l’art disparaissait? La mostra vuole farci riflettere sul valore dell’arte e sull’importanza di preservarne la memoria: ci si immaginadi essere nel 2052 e che l’arte sia minacciata di estinzione. Il gruppo di opere esposte dovrà cercare di preservare e trasmettere alle generazioni future il senso e la memoria di cosa sia l’ arte. Una mostra intelligente che ci chiede se dobbiamo davvero lottare perché le nostre città conservino e promuovano l’arte, con una domanda di fondo: l’arte è essenziale per la nostra società?
Risale al 2015 questa start up danese che aiuta gli utenti al consumo consapevole e allo smaltimento eco compatibile di derrate alimentari invendute di negozi e ristoranti. In brevissimo tempo la app ha avuto un successo incredibile, perché le porzioni di cibo messo in vendita anche da importanti ristoratori, non deve costare più dell’equivalente di 3/4 sterline. Si può ordinare il cibo direttamente dalla app facendo una ricerca dei ristoranti che offrono il servizio sulla mappa dei dintorni messa a disposizione, oppure si può cercare un tipo di cibo e appare l’indicazione di dove reperirlo e a che ora passare al negozio o al ristorante per ritirarlo.
L’idea consente di arginare lo spreco alimentare e il motto dell’app è: mangia bene, risparmia e salva il pianeta. La mission dell’app è quella di mettere a disposizione il surplus alimentare, che prima finiva senza appello nella spazzatura, pronto per essere consumato e ritirato all’orario di chiusura dei negozianti e ristoratori che compongono la rete di vendita. Ogni piatto venduto con la app alleggerisce di 2 kg la produzione di emissioni di carbonio.
Naturalmente, incuriosita ho scaricato la app e ho constatato che dalle nostre parti (Ginevra e dintorni) gli esercizi che aderiscono sono veramente pochi, in genere solo le catene di distribuzione di fast food. In Italia va decisamente meglio. Molti ristoranti hanno aderito e dopo l’approvazione della legge contro gli sprechi alimentari, l’Italia si trova in pole position nella lotta allo strazio del cibo buttato.