I favolosi quattro

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Il film “The Beatles: Eight Days a Week” è arrivato anche nelle sale di Ginevra. Assieme alle mie due figlie, di 17 e 19 anni, siamo state a vederlo. Ho fatto un po’ fatica a spiegare loro che il regista, Ron Howard, era il personaggio di Rickie Cunningham della serie televisiva Happy Days: non ne sapevano niente e questo te la dice lunga di quanto siano lontane dagli anni Sessanta.

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Ron Howard in Rickie Cunningham

Il Film-documentario nasce con la collaborazione fra Paul McCartney, Ringo Star e le vedove Yoko Ono Lennon e Olivia Harrison. Dura due ore e al termine è possibile rimanere seduti per vedere  30 minuti di un concerto dal vivo, mai mostrato prima. Il tempo ci è volato, il documentario ha ricucito una trama di episodi fatta di tantissimi filmati, di fotografie che ripercorrono la storia del gruppo, ma anche delle scene tratte dai loro trasferimenti, con i fans in delirio che si strappano i capelli ai concerti, con le loro personalità e l’energia che sapevano trasmettere. Insomma, ci è piaciuto: a tutte e tre. Immancabili, le scene del concerto dal tetto della Apple, la loro casa discografica, nel entro di Londra, con la gente che si ferma per strada, o esce dalle finestre dei palazzi vicini per riuscire a vederli da vicino. Sono incredibili i quattro: completamente diversi da quelli degli albori: coi capelli lunghi, paludati in un abbigliamento che prefigura gli ani settanta (Lennon e Harrison indossano due pelliccioni), cantano e suonano Get Back con un’energia unica.

Nel film ci sono anche delle belle testimonianze; alcune toccanti, come quelle dell’attrice nera Whoopi Goldberg, che spiega il significato di partecipare ad un loro concerto per una ragazza nera come lei,  tra migliaia di bianchi:  per lei i favolosi quattro furono fonte di ispirazione e coraggio. E in effetti i Beatles rifiutarono, in tournée nel sud degli USA, di suonare in locali per soli bianchi (ci sono delle scelte che ti mettono alla parte dei giusti davanti alla storia).

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Whoopi Goldberg

Dal documentario si comprende bene perché decisero di ritirarsi dai concerti e lavorare solo in studio, sulla musica: la popolarità e la macchina dei concerti erano divenute un peso esistenziale. E a quel punto che loro passano al genio, con albums che rivoluzionano la musica pop e non solo. Questo nel documentario è ben spiegato. Divengono produttori di pezzi musicali senza tempo. In certi momenti si prova grandissimo rispetto per questo gruppo di giovani che improvvisamente si sentono investiti di capacità fuori dal comune e le mettono a frutto.

Appena uscite, con le figlie, ci siamo confrontate sul mito dei Beatles e ci siamo accapigliate sul fenomeno  One Direction, una band di pochissimi anni fa dalla popolarità enorme fra gli adolescenti.

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One Direction

E’ partita subito la polemica: una figlia li accostava ai Beatles per la velocità con cui sono arrivati al successo, il numero dei fan e il numero dei dischi venduti; l’altra non accettava neanche di metterli a confronto, accusando i One Direction  di essere stati solo un prodotto commerciale. Io non riuscivo a pendere né per l’una né per l’altra : come si possono comparare due fenomeni intercorsi a mezzo secolo di distanza l’uno dall’altro? Anche il documentario ci fa capire che il tutto è contestualizzato in un’altra epoca. Erano gli anni del baby boom,  il mondo era pieno di giovani che praticamente non avevano conosciuto la guerra e che volevano il cambiamento, con quella stessa energia che oggi vedo – mi viene di pensare mentre rientriamo in macchina – negli occhi e nella determinazione di tutti quei giovani che attraversano il Mediterraneo per scappare dall’Africa  venire da noi in Europa. Anche loro vogliono un mondo diverso, ma non possono cercarselo a casa.

Se sembri vecchia sei saggia?

sale-pepe“Perché sì, quando si arriva ai cinquanta è ora di smetterla di fare le ragazze.
Anche se si resta ragazze dentro.
Ci si taglia i capelli, si smette di tingersi del colore che si aveva da giovani, si va verso il grigio e le sue varianti.
Ci si trucca appena, si cura la pelle con molta attenzione, si mette una spolverata di fard e un po’ di mascara. Al limite dell’invisibile.
Ci si veste. Anche con forme decise e colori forti. Che se si accompagnassero ad una chioma fintamente giovane e ad un trucco marcato ci renderebbero ridicole. Se invece, come ha fatto Daria, sono abbinati ad una testa naturale, significano il nostro stile, la nostra voglia di affermarci, di continuare a vivere la vita con pienezza ed entusiasmo”(Anna Da Re, Donna Moderna, 4 luglio 2016, a proposito del nuovo look di Daria Bignardi).

La signora Da Re, è fashion blogger, e creatrice del blog Chic After Fifty “un fashion blog per donne, non ragazze. Donne che hanno più o meno cinquant’anni. Quando diventa difficile vestirsi in un modo che piaccia ma che sia anche comodo, bello, interessante”.

Ed eccola lì, un’altra che sollecita all’austerità senile, da indossare come uno scudo quando non siamo più al top delle nostre condizioni estetiche, come se un look “dimesso” potesse falsamente regalare alle donne quell’autorevolezza di cui vanno in cerca! Mi sembra di essere ricaduta negli anni 50. Ancora un altro modello imposto in nome dell’empowerment della carriera. Ancora una volta come se non fosse la testa (e solo quella), il motore che porta avanti una donna.

Cliché, anche quest’ultimo dei capelli bianchi, che fa il paio con quello delle “bionde stupide” o delle “baffute geniali”.

A quando la liberazione da questi stereotipi che non fanno che ricalcare un modo di pensare decisamente “maschile”? Quando incominciare a considerare la donna una “dea” capace e degna di esprimere se stessa nel modo in cui preferisce senza per questo divenire oggetto delle brame o delle invidie altrui? Quando si smetterà di dare “giudizi” o cavalcare pregiudizi sulle donne che in un modo o in un altro non si “adeguano”?

Allora evviva la Pantera di Goro, evviva Vivienne Westwood!

 

Ma tu hai buon naso?

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Ficcare il naso in qualche cosa è quello che ho fatto l’altro giorno, entrando a Parigi in un’ edicola. Avevo un po’ di tempo e mi divertivo a vedere i titoli e le copertine dei giornali. E’ stato a quel punto che mi sono  imbattuta in Nez, il primo numero di una rivista con un bel naso ritagliato sulla copertina sotto alla scritta:  rivista olfattiva/società/scienze / arte/ cultura / profumo.couverture-nez-1-detoure-850

Mi sono ritrovata a sfogliarla rapidamente e sono subito stata attirata da due articoli:  Itinerario di un odore” che indaga come le informazioni arrivano al cervello e “La memoria dell’odorare”, dove si racconta come gli odori, al pari di tutte le nostre esperienze sensoriali, diventano compagni delle nostre esperienze . L’articolo si domanda che ruolo giochino gli odori nel far riemergere le emozioni.  Mentre continuavo a sbirciare questa bella rivista, dall’elegante formato cartonato,  il tempo passava e rischiavo di perdere il treno. Volevo saperne di più:  così mi sono decisa ad acquistarla ( il prezzo non è certo basso: 19,90 euro). Mi sono incuriosita leggendo la storia dei profumi francesi nati nel dopoguerra e ho scoperto che il profumo Vent Vert fu creato da Germaine Cellier la prima donna profumiera del dopoguerra. Vi ho anche letto che il profumo Miss Dior fu presentato nel 1947 in un flacone a forma di anfora in cristallo di Baccarat realizzato solo in 300 esemplari.  Ci sono tanti spunti per chi è interessato o curioso di tutto ciò che attiene al naso. Anche una citazione di Salvator Dali  Dei cinque sensi, l’olfatto è indiscutibilmente colui che dona la meglio idea dell’immortalità”.

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Ernesto Neto,2007

Alla fine sono soddisfatta di aver scoperto questa rivista; non sono una estimatrice di profumi e anzi non ne capisco molto, ma tutto ciò che gira attorno ad un senso è affascinante e apre le porte a mille altri percorsi mentali che, ahimè, come sempre, mi riconducono all’arte contemporanea. In modo particolare mi fa ricordare  la prima volta che ho visto il lavoro dell’artista brasiliano Ernesto Neto: era una stanza dal cui soffitto pendevano una serie di reti colorate piene di diverse spezie.  Bellissimo. Non so cosa mi attrasse di più se la forma a goccia delle reti , i colori delle spezie o i forti odori che emanavano. Certo quel giorno il mio naso e i miei occhi mi fecero fare una gran bella esperienza.

Medicina Narrativa e approccio empatico al malato

listen-to-your-heartBasta essere medici per curare al meglio le malattie oppure per far guarire coloro che si affidano alle cure di un medico è necessario che egli rappresenti qualcosa in più di una figura professionale, sebbene specializzata e competente?

Recenti studi rivelano come la tendenza a trascurare la componente dell’umanizzazione delle cure provochi un calo dell’empatia del medico che ben presto si ripercuote negativamente sulla guarigione del paziente.

Si è calcolato che in media un medico offre al paziente solo una ventina di secondi della propria attenzione durante la visita e in genere non si preoccupa di capire come il paziente viva la propria malattia. A questo vuole porre rimedio la Medicina Narrativa, una branca della medicina tradizionale che si è sviluppata negli Stati Uniti, e si occupa di recuperare il legame “umano” che unisce il paziente al medico. L’umanizzazione delle cure che ne consegue non è una forma di buonismo o peggio di pietà verso l’ammalato ma una competenza di base legata al patrimonio delle scienze sociali che contribuisce a migliorare il modo di lavorare, fornendo gli strumenti concreti per un approccio di cura basato sull’ascolto.

Secondo i dettami della Medicina Narrativa la pratica efficace della medicina richiede competenza narrativa, cioè la capacità di riconoscere, assorbire, interpretare, e agire sulle storie e sulle difficoltà di altri. Attraverso di essa i medici, ma anche altre figure del panorama sanitario, possono raggiungere e unirsi ai loro pazienti nella malattia, riconoscere il proprio personale viaggio attraverso la medicina, colmando il divario che separa il medico dal paziente. La narrazione dell’esperienza personale, dunque, dovrebbe avere un ruolo significativo nelle relazioni di cura perché quando la sofferenza viene inserita in racconti reali e diventa condivisibile si trasforma in risorsa.

Si tratta di una bella sfida, basata soprattutto sulla volontà di “mettersi in gioco” da parte del medico. Un accostarsi verso chi soffre privi di quella corazza che crea una distanza più facilmente gestibile a livello emozionale, ma che rende colui che dispensa le cure un essere algido e irraggiungibile.

Cervello 2.0

cervello-digitaleÈ indubbio che il cervello umano, con l’avvento dell’era digitale, stia cambiando radicalmente. Addirittura i neuro scienziati cognitivi hanno una teoria secondo la quale gli umani stanno sviluppando dei nuovi circuiti neurali per scorrere e catalogare più velocemente le notizie che arrivano on line. Il nostro cervello, o meglio il cervello delle nuove generazioni, crea scorciatoie, escamotage, cerca parole chiave alle quali appellarsi per capire il senso di una informazione, insomma si conforma a nuove abitudini di lettura. Gli occhi “rotolano” sulle pagine spesso senza capirne esattamente il senso. La cosa grave è che in tal modo lentamente il cervello umano perde quelle capacità cognitive che ha sviluppato attraverso i millenni. Infatti si fa strada la tendenza a trasferire le abitudini apprese linkando, passando da un pop up ad un altro o scorrendo le pagine a video, anche ad un altro tipo di lettura, quello che gli specialisti chiamano “lettura profonda”. La domanda che ci possiamo porre è “siamo ancora in grado di leggere un romanzo?”, attenzione, non di scorrerlo, ma di ruminarlo, di ritornare sui propri passi, su capitoli o pagine perdute. Nel libro The Gutenberg Elegies, Sven Birkerts, critico e saggista americano, parla delle origini della lettura profonda che si è sviluppata perché la stampa per secoli non ha offerto un prodotto di massa. Il libro era merce rara e preziosa, per cui alcuni passaggi venivano rivisitati dal lettore, rimasticati a lungo per coglierne il significato più profondo. È proprio questa ricerca di significato profondo che incomincia a sfuggirci.  La ricerca della verità richiede la profonda lettura che porta come corollario la profondità di pensiero. Le tecnologie più moderne rischiano di travolgerci con sovrabbondanza di informazioni o con informazioni spazzatura attraverso le quali annaspiamo senza trovare un senso. Sta ad ognuno di noi conservare la capacità di lettura profonda e trasmetterla alle nuove generazioni leggendo ai bambini storie e racconti fin dalla più tenera età, aumentando gradualmente la loro immersione non solo nell’era digitale e tecnologica, ma soprattutto nel mondo magico dei libri.

Eccoci qui

img_4600La pausa estiva, guazzabuglio di momenti diversi dal resto dell’anno, è finita. Dopo una serie di incontri, valigie fatte e disfatte, tanta aria aperta, qualche tuffo e molte altre cose belle e meno belle, possiamo riprendere a scrivere.

A bruciapelo ci siamo sfidate scegliendo a testa tre frasi pronunciate, lette o semplicemente sentite in questo periodo di assenza. Le frasi sono state mischiate e non sarà possibile risalire a chi ha scelto cosa. Cominciamo:

  • Io sono io, voi non siete un cazzo… (Alberto Sordi dal film Il Marchese del Grillo)
  • Se accetti un compito, portalo a termine con gioia, oppure non accettarlo. (Madre Teresa)
  • “Vergine madre, figlia del tuo figlio/  Umile ed alta più che creatura/ Termine fisso d’eterno consiglio/ Tu se’ colei che l’umana natura/ Nobilitasti si` che il tuo Fattore/ Non disdegnò di farsi sua fattura” (Dante Alighieri, Paradiso, XXXIII canto)
  • “Come comunicare la felicità di ogni atto semplice, di ogni passo, di ogni incontro nuovo… di visi, libri, tramonti e albe e pomeriggi domenicali sulle spiagge assolate?” (Goliarda Sapienza, L’arte della gioia)
  • “Guardate e ascoltate le arpe del Maestro Sciola, lasciate alle spalle i pregiudizi, accogliete lo stupore, forse intuirete il valore intrinseco dell’arte e sicuramente scoprirete che la nostra origine e l’origine dell’universo che ci circonda cantano” (Moni Ovadia)
  • “Stà senza penzieri!” (Ciro O’immortale, Gomorra 2)

Benedetta la scuola pubblica

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Mi è capitato, stamani, di accompagnare a scuola una bambina curda, figlia di rifugiati, arrivati qui in Svizzera tre mesi fa, senza niente a parte il desiderio di rifarsi una vita. La bambina è stata inserita nella scuola pubblica e proprio oggi partecipava alla prima gita scolastica. Niente di che: un giro da queste parti. Ma i suoi genitori avevano risparmiato 10 franchi dal loro povero sussidio, per darli alla bambina: “divertiti, vedrai delle cose belle”, le avevano detto.

imagesLa piccina era radiosa e mi ha mostrato i dieci franchi con tanta di quella felicità da commuovermi profondamente. Dieci franchi e una gita scolastica d’un giorno: una combinazione che forse non scorderà per tutta la vita. Ogni volta che un bambino è felice, il cielo sorride. Ma questa volta era come se fosse l’universo a esultare. Benedetta la scuola pubblica che dà a tutti la possibilità di ricevere un’educazione e di vivere questi momenti. E ben venga ogni forma di aiuto per l’inserimento di questi rifugiati. Una considerazione: Gesù fu un rifugiato, proprio come questa bambina, quando la sua famiglia scappò in Egitto a dorso di asinello. Come facciano dei paesi cristiani a rifiutare i rifugiati, io questo proprio non lo capisco.images-1

Art Basel 2016

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Frank Stella, Damascus Gate (stretch variation I), 1970

Solo immagini oggi, un piccolo assaggio per mostrare quella parte della fiera d’arte contemporanea di Basilea, che si rivela sempre la più interessante: Unlimited, il luogo in cui vengono raccolti i “grandi nomi”, che per i comuni mortali sono da “guardare” (con ammirazione e un tocco di invidia per chi può permetterseli) e “non toccare”.

Curata quest’anno da Gianni Jetzer, Unlimited è la piattaforma espositiva d’avanguardia per i progetti speciali che trascendono il limite classico dello stand. Vi trovano posto le grandi sculture, i dipinti di grande dimensione, le proiezioni video, le installazioni e le performances.

 

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Ai Weiwei, White House, 2015
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Anish Kapoor, Dragon, 1992
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Chiharu Shiota, Accumulation: searching for destination, 2014-2016

 

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Jonathan Monk, Site/Specific/Pallet/Rock, 2013-2014

 

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Robert Grosvenor, Untitled (yellow), 1966/2016

 

 

 

A Calais

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imgresLo scrittore Emmanuel Carrère l’ho scoperto da quando vivo in Svizzera, attraverso il suo libro sulla storia del dissidente russo Eduard  Limanov. Poi quest’estate ho letto una storia delle origine del cristianesimo: il Regno. La sua scrittura, il suo modo di farmi entrare nelle storie sue personali e degli altri, mi piace così tanto che quando pochi giorni fa ho trovato in stazione  sugli scaffali un nuovo piccolo libriccino, dal titolo A Calais, l’ho comprato subito.11400494cc0becc03c4408a247bdf8aa_w600_h_mw_mh_cs_cx_cy

E’ il racconto di una visita di Carrère a Calais dove si trova un accampamento di disperati denominato Giungla: richiedenti asilo, migranti, rifugiati, vi attendono in condizioni precarie un passaggio per il Regno Unito.

Sapevo che mi avrebbe fatto vedere le cose con occhi diversi da quelli di un semplice reportage giornalistico. Così è stato: in quelle poche pagine mi ha raccontato anche della città di Calais e dei suoi abitanti, di come vivono questa situazione, alcuni con reazioni di rabbia, perché  non è facile ascoltare discorsi del genere senza provare una certa spocchia di classe, perché più che discorsi di malvagi sono discorsi di poveri , poveri di cultura oltre che di denaro”.

In questo libro ho trovato ritratta la complessità delle cose, la rabbia la disperazione, le menzogne ma anche, dentro alla cosiddetta giungla  qualcosa “estremamente esaltante: un’energia una straordinaria fame di vita, quelle che hanno spinto tanti uomini e donne ad affrontare un viaggio lungo , travagliato, eroico , di cui Calis, che pure sembra un vicolo cieco, è solo una tappa”.

Quando ho finito il libro ho pensato: ci vogliono menti intelligenti, oneste intellettualmente,  capaci di raccontarci le cose come stanno. Questa è l’unica cosa che ci può salvare in questo momento, così pieno di tensioni e minacce, come quella di Calais “tutti ammettono che nella città grava una minaccia …i pro migranti la temono, chi è contro la auspica, ma tutti si aspettano che da un momento all’altro una catastrofe farà saltare questo equilibrio precario”.

Grazie Emmanuel Carrere per averci riportato quello che i tuoi occhi hanno visto e che la mente ha capito.