
In casa mia la scorsa settimana è entrato per la prima volta il braccialetto per restare in forma. L’oggetto, tenuto per sempre al polso, mi dà indicazioni utili alla mia vita: mi dice se ho mangiato in modo moderato, come sta il cuore, se devo fare più attività sportiva e infine se le ore concesse al sonno ristoratore sono state sufficienti. Me lo metto al polso e mentre lo faccio mi domando se quel laccio è più simile a una manetta o a uno spirito guida che mi porterà alla salvezza.
Sul venerdì di Repubblica leggo che in Giappone finalmente sarà messo in vendita il reggiseno che si slaccerà solo quando la donna che lo veste sarà veramente innamorata (Silvio Piersanti, “Il reggiseno giapponese che scatta solo se c’è l’amore vero” Il venerdì de La Repubblica), di cui abbiamo parlato qualche settimana fa. Diabolico: ci metteranno dei sensori nella coppe che saranno in grado di individuare i cambiamenti dei ritmi cardiaci. Ma, sentite bene, il sensore è così intelligente che saprà distinguere se questi cambiamenti del cuore sono causati da sforzi, da sport o dall’incontro con il vero amore.
L’attacco al corpo e alla mente dell’essere umano è stato sferrato. Il computer saprà di noi più di quanto noi siamo in grado di percepire. Prevedo che accadrà cosa mi è successo con il navigatore della macchina: ora non posso più farne a meno dal momento che mi ha reso la vita più semplice, inoltre arrivo prima ovunque e più velocemente. E poi è inutile negarlo: usandolo ho perso il mio sesto senso, la capacità di orientarmi e un po’ di memoria. Come potrei adesso tenere a mente tutte le indicazioni chieste a passanti? O ancora, ditemi quanti di voi ricordano a memoria i numeri di telefono o le dosi per i dolci?
Il computer sempre di più diventerà la mia sfera di cristallo, e presto con un semplice clic saprò un sacco di cose su di me. Ma in cambio cosa cederò e cosa riceverò?
Guardo meglio quel braccialetto: un aggeggio tecnologico, un attentato alle mie capacità. Così decido di rimandare: lo indosserò il prossimo lunedì
Per ora, buona settimana







Ho già parlato altrove della mia passione per la fantascienza. Da giovanissima (ma anche oggi) mi appassionavano i romanzi della storica collana Urania, di Mondadori, che negli anni ’70 era curata da due editor del calibro di Fruttero e Lucentini. Trovati per caso due libretti durante un’assonnata estate al mare, ancora non capivo esattamente di cosa si trattasse, ne sono rimasta fulminata. Questo genere di letteratura, che per anni è stata considerata di serie B, è madre non solo delle storiche saghe spaziali cinematografiche tipo Star Wars o Dune, ma anche di Blade Runner ad esempio, o dei più recenti Hunger Games, Elysium e chi più ne ha ne metta.





Divisa fra il desiderio di scrivere dell’empatia come valore universale – dopo aver letto un articolo di Giulio Giorello sul Corriere della Sera (che per altro consiglio vivamente) – e la noiosa incombenza di preparare una cena accettabile per la famiglia, pur profondamente convinta, insieme al filosofo, che “la pietà è quel tipo di affetto che connette l’interiorità dell’uomo alla realtà esterna, la sua coscienza alle vicende altrui, attraverso la cognizione del dolore”, mi sono dovuta piegare al fardello quotidiano… come dire, il ventre ha la meglio sul cervello!