Procuratevi una “seduzione etrusca”

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È il titolo della mostra che è in corso a Cortona, nel palazzo Casali e fino al prossimo 31 luglio. Titolo quando mai appropriato se del caso cambiabile con termini più forti: fascinazione, forte attrazione, innamoramento.  Perché la mostra ha proprio un livello seduttivo, per chi volesse sia iniziare che approfondire gli studi sulla civiltà dell’antica Etruria. Civiltà – oggi lo si sa bene – non più “misteriosa”, come si pretendeva un tempo, quando si disquisiva sul come fosse nata ( la controversia questione delle origini), come sviluppata lungo i vaticinati dieci secoli (non però di consueta durata, ma contrassegnati entro eventi peculiari), quali i rapporti con i romani che li assorbirono, subendone e serbandone una profonda attrazione. Magari anche politica e culturale, se è vero che alcuni dei famosi re di Roma furono etruschi e che l’imperatore Claudio fu il primo etruscologo.

La seduzione viene dal fatto che questa mostra, una delle moltissime che negli ultimi decenni sono state fatte, per la prima volta presenta e documenta criteri informativi sulla nascita di quella disciplina che chiamiamo etruscologia. Sappiamo che fu iniziata nel Settecento, quando cominciarono ad emergere reperti dalle necropoli nelle cui ricche tombe giacevano da secoli raffinati arredi, opere d’arte, sculture, pitture che registravano i contatti con il mondo greco, testimoniavano un’ elegante cultura dominata dall’ignoto, garantivano che fra le popolazione italiche pre- romane gli etruschi avevano un ruolo di spicco.

Arringatore, Museo Archeologico di Firenze
Arringatore, Museo Archeologico di Firenze

La mostra di Cortona prende l’avvio dal viaggio che un giovane nobile inglese Thomas Coke (1697-1759) fece, imbarcandosi a Dover nel 1712, per il continente; accompagnato dal suo precettore e da un valletto. Quest’ultima figura risulta, ai nostri fini, importante : perché aveva fra i suo compiti di servizio quello di registrare tutte le mete del viaggio, le spese effettuate, i siti notevoli e quant’altro poteva comporre una specie di diario del memorabile. Cosi sappiamo che il giovane Thomas (poi primo conte di Leicester) compì quello che ai suoi tempi, come richiesto dal ceto cui apparteneva, era il Gran Tour nei paesi delle civiltà classiche. Sostò a Roma ed a Firenze si interessò, d’arte e di storia, rimase affascinato da questa civiltà che stava emergendo da un passato di cui poco si sapeva. Quel poco, però, faceva capire che era stata una grande civiltà : ed il giovane si procurò opere ( che grazie ai tombaroli – allora e non solo allora – erano disponibili ), insieme ad un trattato in latino dall’ erudito Thomas Dempster, la cui pubblicazione in Firenze fu finanziata proprio da Lord Coke: De Etruria Regali. Un titolo che è tutto un programma e che fa comprendere perché molti collezionisti, da allora, volessero reperti archeologici riconducibili a questa “regale” Etruria. Molti reperti, trovati nel territorio di Cortona ( al centro di quell’ Etruria classica compresa tra il Tevere e l’Arno) andarono a finire al British Museum; che ora, per la prima volta, li ha dati in prestino a Cortona nella quale, fin dal settecento era nata l’Accademia Etrusca. Cui si erano iscritti i più noti intellettuali dell’epoca e che aveva attirato l’attenzione di molti inglesi. Assai opportuno, quindi, il prestito generoso del British Museum; che unisce, al materiale dato altre opere ( la più conosciuta è la statua dell’ Arringatore dell’Archeologico di Firenze) che compongono un ampio e originale compendio culturale.

“The world’s greatest rock ‘n’ roll band”

Come erano
Come erano

Brian Jones, Mick Jagger, Keith Richards, Charlie Watts e Bill Wyman. Chi sono? Sicuramente avrete riconosciuto i Rolling Stones, che da sempre si autodefiniscono “The world’s greatest rock ‘n’ roll band”.

Il 16 aprile 1964, 50 anni fa, usciva il primo LP della band londinese, The Rolling Stones, e fu subito battaglia con un’altra band altrettanto famosa, i Beatles.

Insomma come dire il Pop garbato, accattivante, orecchiabile, contro il Rock sguaiato, nevrotico, perfettamente incarnato dal frontman della band, il satanico Mick Jagger.

Come sono oggi senza Brian Jones, morto nel '69 in circostanze poco chiare, devastato dall'alcool e dalla droga
Come sono oggi senza Brian Jones, morto nel ^69 in circostanze poco chiare, devastato dall’alcool e dalla droga

Il disco, che li lanciò verso il successo planetario, è la rielaborazione di grandi classici del rhythm and blues e del rock ‘n’ roll, tra cui Route 66 e I Just Want To Make Love To You di Dixon, Carol di Berry e I’m A King Bee di Slim Harpo, contiene inoltre il primo brano firmato Jagger & Richard: Tell Me.

Una leggenda vivente!

Viva la cuccagna

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Il Medioevo non è stato solo quel periodo buio e repressivo che gli autori del Romanticismo hanno indicato; anzi è stata un’epoca apportatatrice di idee ed innovazioni che hanno lasciato ampie tracce nella storia dell’umanità. Ma certo con rigidi schemi di comportamento, negli ambiti della società, della mentalità, del costume. Eppure troviamo nella sua letteratura, soprattutto nella novellistica e nelle leggende trobadoriche, il mito -come è stato definito- della Cuccagna, dove chi più dorme più guadagna; il paese di Bengodi secondo una notissima novella del Boccaccio. Nel quale si può mangiare a crepapelle, perché vi si trova un monte di cacio grattugiato sulla cima del quale si cuociono in continuità ravioli che si gettano giù perché giungano ben conditi in pianura; nella quale scorre un fiumicel di vernaccia senza gocciol d’acqua. Mangiate finchè volete e potete; ed i migliori vestiti sono tutti disponibili sui cespugli delle strade. Ognuno è giovane, nel fiore dell’età e delle forze, e le pulsioni sessuali possono con chiunque ed ovunque essere soddisfatte. Anche le donne possono scegliere il loro partner senza remore o timori. Che pacchia!

Emanuele Luzzati, Il paese dei balocchi
Emanuele Luzzati, Il paese dei balocchi

Ma esisteva un paese del genere? No, ovviamente: era un mito consolatorio d’evasione da una realtà di povertà, fissità, diversità tra ceto e ceto, sesso e sesso. Anzi, ha scritto uno dei padri della moderna storiografia, il medievista da poco scomparso Jacques Le Goff, non un mito; ma un’utopia. Perché l’utopia non è un semplice racconto ( riferimento all’etimo greco di “mito”) : è un contromodello, che ha un aggancio mentale più consolatorio. Come si cercasse di ricostruire nella fantasia un mondo virtuale che almeno facesse evadere-virtualmente, appunto – dalla realtà quotidiana.

Le Goff in un suo saggio, da uomo attento alle modifiche della storia, ha aggiunto che modelli del genere esistono in tutte le epoche: cioè sono un portato della mente e della fantasia umana. Infatti per fare un esempio, nel Sessantotto francese ed europeo, lo slogan proibito proibire non ha questa valenza? E allora, sempre ed ovunque, ma soprattutto in un momento come questo contrassegnato dalla globalizzazione (quindi alieno dalla consolazioni localistiche) e dalla crisi, ( quindi economicamente incerto): VIVA LA CUCCAGNA!

La vita, l’universo e tutto quanto…

Guida galattica per autostoppistiHo già parlato altrove della mia passione per la fantascienza. Da giovanissima (ma anche oggi) mi appassionavano i romanzi della storica collana Urania, di Mondadori, che negli anni ’70 era curata da  due editor del calibro di Fruttero e Lucentini. Trovati per caso due libretti durante un’assonnata estate al mare, ancora non capivo esattamente di cosa si trattasse, ne sono rimasta fulminata. Questo genere di letteratura, che per anni è stata considerata di serie B, è madre non solo delle storiche saghe spaziali cinematografiche tipo Star Wars Dune, ma anche di Blade Runner ad esempio, o dei più recenti Hunger Games, Elysium e chi più ne ha ne metta.

Comunque, allora, nella mia beata ignoranza, mi passarono per le mani, senza che me ne rendessi conto, autori quali Dick, Arthur C. Clarke, Asimov, A. E. van Vogt e tanti tanti altri, letti avidamente e che entrarono a far parte della mia “formazione” personale.

Ad un certo punto mi imbattei in Douglas Adams, che rappresenta il lato ironico della FS. Inglese, collaborò alla stesura di episodi della serie inglese Monty Python Flying Circus e Doctor Who,ma soprattutto nel 1979 pubblicò Guida galattica per autostoppisti, derivato dall’omonima serie, prima radiofonica poi televisiva della BBC, e capolavoro non solo di Fantascienza, ma soprattutto di humor inglese (a partire dal fatto che Adams scrisse una trilogia… in cinque romanzi) in cui la riflessione filosofica sull’esistenza umana si intreccia saldamente con la fantascienza, appunto, e una enorme dose di umorismo.

La Guida galattica per autostoppisti “era il libro più notevole che fosse mai stato stampato dalla grande casa editrice dell’Orsa Minore, della quale pure nessun terrestre aveva mai sentito parlare. Ma non soltanto è un libro notevolissimo, e anche un libro di enorme successo, più popolare di Costruitevi la seconda casa in Cielo, più venduto di Altre 53 cose da fare a gravità zero e più controverso della trilogia filosofico-sensazionale di Oolon Colluphyd Anche Dio può sbagliare, Altri grossi sbagli di Dio e Ma questo Dio, insomma chi è? La Guida ha già soppiantato la grande Enciclopedia galattica, diventando la depositaria di tutto il sapere e di tutta la scienza, perché nonostante presenti molte lacune e contenga molte notizie spurie, o se non altro alquanto imprecise, ha due importanti vantaggi rispetto alla più vecchia ed accademica Enciclopedia. Unocosta un po’ meno; due, ha stampate in copertina, a grandi lettere che ispirano fiducia: NON FATEVI PRENDERE DAL PANICO reca la scritta […] E, nel caso che ci fosse un’inesattezza tra quanto riportato nella Guida e la Vita, ricordate che in realtà è la vita ad essere inesatta” (Guida Galattica per autostoppisti, p. 10).

A far parte della “trilogia” di Adams sono: Ristorante al termine dell’Universo, La vita l’universo e tutto quanto, Addio e grazie per tutto il pesce, Praticamente innocuo.

Inutile farne un sunto, tanto è intrecciata e complicata la storia dei due protagonisti Arthur Dent e Ford Prefect, protagonisti di avventure surreali e improbabili, costretti ad allontanarsi dal pianeta Terra perché la Commissione per la pianificazione dell’interspazio galattico aveva previsto la costruzione di una superstrada iperspaziale che rendeva sfortunatamente necessaria la demolizione di alcuni pianeti, fra i quali proprio la Terra.

Attorno all’opera di Adams, vuoi per l’ironia di cui è permeata, vuoi per le anticipazioni tecnologiche o il gergo assurdo che l’autore ha inventato, vuoi per le dure critiche di costume da lui avanzate si è creata una vera e propria mitologia che culmina ogni 25 maggio nella celebrazione del Giorno dell’asciugamano (Towel Day), in cui i fans della trilogia rendono omaggio ad Adams indossando un accappatoio e soprattutto portando con sé un asciugamano che, nella Guida galattica, “é forse l’oggetto più importante che l’autostoppista galattico possa avere. In parte perché è una cosa pratica […], ma soprattutto perché l’asciugamano ha un’immensa utilità psicologica (p. 29).

Saga filosofico-spaziale. Da leggere per rilassarsi!

 

Chiacchiere del lunedì

Delphine Boël, The Golden Rule blabla
Delphine Boël, The Golden Rule blabla

Furbi o bischeri?

Siamo in Toscana. Ho letto sabato scorso su La Repubblica la preparazione di una mostra fiorentina che si inaugurerà mercoledì prossimo 16 aprile a Palazzo Panciatichi dedicata ad un presunto quadro di Van Gogh dal titolo “Il fienile protestante”. Il quadro  esposto nel 2012 a Recanati aveva già suscitato non poche polemiche, perché è di attribuzione molto incerta.

Il fienile protestante opera attribuita a Van Gogh
Il fienile protestante opera attribuita a Van Gogh

Ho pensato quindi ad un aspetto che per un toscano è di pragmatica:  si tratta di furbi o di bischeri? la questione sembra ancora sub iudice; però emerge che si citano prove improbabili ( tracce di sangue, impronte, capelli dell’artista) e smentite autorevoli, anche in chiave critica. Si capisce bene che la polemica continuerà anche perché – se conferma ci fosse- il valore dell’opera sarebbe molto ingente.

Il toscano già a suo tempo scafato dalle false teste di Modigliani che coinvolsero illustri specialisti ( ma che poi fecero ridere mezzo mondo), è legittimato a chiedersi : ma si tratta di furbi ( coloro che hanno scoperto questo ignoto capolavoro) o di bischeri ( che cercano di gabellare con inidonei mezzi una crosta) ? il Medioevo fiorentino – se volgiamo restare in loco- conosceva gli uni e gli altri: i primi scrisse il Boccaccio sono quelli che hanno la “saviezza” che sanno vivere e cavarsela anche a scapito dei “pecoroni” come Calandrino. gli altri sono i membri dell’illustre famiglia dei Bischeri, che non vollero vendere al Comune le case da demolire per edificare il nuovo Duomo.Subito dopo il complesso  bruciò: ed ai Bischeri rimase un pugno di mosche. Ma anche l’attributo che ancora non onorevolmente li ricorda.

Antichi volti delle civiltà mediterranee a confronto

 

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Nel grande Musée d’art et histoire di Ginevra, uno dei maggiori contenitori di cultura della città elvetica fino dalla sua nascita agli inizi del Novecento, ricco oltre mezzo milione di opere, con frequenza le sale al pian terreno – disposte sulla destra dell’atrio d’entrata – vengono impegnate in mostre temporanee relative ad un qualche filone storico, archeologico, artistico. Quest’anno ( dal gennaio all’ aprile) è aperta un’ esposizione dal titolo appena riassuntivo di Corps et Esprits (visitabile fino al 27 aprile) ma dal contenuto ben più intrigante perché mette al confronto i modi di rappresentazione della figura umana ( dai suoi lineamenti, agli atteggiamenti, alla composizione dei corpi, agli abbigliamenti, alle pettinature e cosmesi), nelle più antiche e note civiltà dell’ antico Mediterraneo: quelle medio orientali, egizie, greche ed infine romane.Corps-esprits-Carrousel-expos_01

Si scorrono le sale soffermandosi davanti alle teche: e vediamo per prime le statuette ( di incredibile modernità, sembrano uscite dall’ atelier di Picasso) della misteriosa civiltà cicladica; poi apprezziamo l’aspetto di un dignitario assiro che sembra uscito dallo Stendardo di Ur, con la sua testa rasata, l’atteggiamento composto, il gonnellino (in realtà un gonnellone) formato da fiocchi di tessuto ; di seguito ci guardano impassibili le maschere funerarie egizie e di contro vediamo le vivaci rappresentazioni delle attività che all’ombra del faraone si svolgevano; e ci incantiamo davanti alle splendide statue greche di Afrodite e a quelle dei corpi umani nel graduale passaggio – come i critici d’arte hanno scritto – “ dal mito al logos”; vediamo anche le signore romane con le loro elaborate pettinature ed i ricchi sarcofagi del tardo impero.thCAZBIDFU

Infine usciamo all’aperto, e – di là dalla strada , su una verde collinetta – abbiamo di fronte l’opera di Henry Moore, una sua figura reclinata la cui modernità sembra aver assorbito e riproposto precendenti e storici modelli. Anche noi abbiamo fatto il nostre viaggio nell’ arte figurativa.

Alimentarium : fra cultura e marketing

Alimentarium, Vevey
Alimentarium, Vevey

In questi giorni ho visitato l’Alimentarium un museo dedicato all’alimentazione nella cittadina di Vevey in Svizzera.Ero in compagnia di un giornalista che si occupa della storia dell’alimentazione e dalla conversazione con lui è scaturito questo commento:

Sulle rive del lago di Lemano, dove ha la sua sede principale, la Nestle ha organizzato un museo intitolato “Alimentarium”, intendendo occuparsi in chiave moderna di cultura dell’alimentazione umana. Dopo le opere di Massimo Montanari, uno dei maggiori storici dell’alimentazione, è divenuto comune lo slogan “alimentazione come cultura”: per intendere che il cibo dell’ uomo è stato nei secoli, com’è oggi, un prodotto artificiale e quindi culturale. I modi di cucinarlo, ammannirlo, presentarlo, gustarlo sono derivati dalle diverse e svariate manifatture delle civiltà che nei secoli si sono succedute ed hanno trasformato il prodotto naturale in alimento connaturato alle mode ed a i gusti correnti. La cucina non è mai “naturale”: è stato scritto che da quando l’homo sapiens è passato dall’economia di predazione all’economia di produzione (alcune decine di migliaia di anni fa) ci siamo sempre procurati il cibo artefacendolo, cioè modificandone la naturale composizione, quindi il sapore e il gusto, con elaborazioni e fantasia. Cioè con la cultura. “Sapori per mezzo dei saperi”; si dice oggi che c’è un solo cibo che possa dirsi interamente naturale. Quale? Un piatto di ostriche, sempre che non siano cotte, scottate, condite con salse e via dicendo.

Quindi è in letteratura fiorente l’abbinamento fra alimentazione e cultura; sono sorti i trattati di culinaria, gli studi della storia d’alimentazione, le riflessioni sul gusto. Perché, ci ha insegnato Marvin Harris, non è vero che è buono ciò che piace. Invece è buono ciò che ci hanno insegnato a considerare buono: non buono da mangiare, ma buono da pensare. Anche il gusto quindi, è un risultato culturale.

In questo fecondo (ed oggi molto battuto) filone si è inserita la Nestlé, aprendo un museo che espone gli svariati modelli alimentari delle varie epoche, i meccanismi della cucina (anch’essa variata nel tempo), gli strumenti della produzione e della culinaria, del galateo, fino all’esposizione di opere d’arte che hanno fatto riferimento al cibo del uomo.

Quasi a farsi perdonare per l’enorme e brutto opificio moderno che spicca sulle sponde del lago, il museo è stato ospitato nella splendida villa primo-novecentesca che è stata la prima sede della ditta. Come oggi si conviene c’è una sezione didattica in cui sciamano i bambini, una più direttamente culturale con i riferimenti al passato e al presente, un self service, le illustrazioni ed esposizioni su supporto elettronico. Senza dimenticare che la Nestlé è un’ impresa commerciale: quindi – con discrezione e buon gusto – è ben presente anche lo scopo del marketing, con opportuni richiami anche storici al gustoso prodotto che da Vevey si sparge in tutto il mondo.

Chi volesse saperne di più sul museo: http://www.alimenterium.ch

I riferimenti bibliografici sulla storia dell’alimentazione sono quelli offerti dalle diverse opere del professor Massimo Montanari, Università di Bologna

“Durezza, spine e amaritudine molto più vi trovi che bontade…” Ariosto

Carciofi2Divisa fra il desiderio di scrivere dell’empatia come valore universale – dopo aver letto un articolo di Giulio Giorello sul Corriere della Sera (che per altro consiglio vivamente) – e la noiosa incombenza di preparare una cena accettabile per la famiglia, pur profondamente convinta, insieme al filosofo, che “la pietà è quel tipo di affetto che connette l’interiorità dell’uomo alla realtà esterna, la sua coscienza alle vicende altrui, attraverso la cognizione del dolore”, mi sono dovuta piegare al fardello quotidiano… come dire, il ventre ha la meglio sul cervello!

Pensando a come riconciliarmi personalmente con la realtà esterna, ahimè troppo spesso più amara che dolce, ho deciso di seguire proprio questi due gusti che raffinatamente si intrecciano in un vegetale che è principe del gusto: il carciofo.

Il carciofo è arrivato dal Medio Oriente in epoca remota e fu usato dapprima come medicamento e solo in seguito in cucina. I Romani, buongustai, lo usarono moltissimo anche perché l’Agro Romano ne produceva quantità incredibili. Il nome romano era Cynaria (vi ricorda niente?) probabilmente legato al fatto che con la cinis (la cenere) si concimavano i terreni in cui coltivare l’ortaggio. Certo la storia che ci consegna il mito è più gradevole. Infatti Cynaria era una ninfa che aveva fatto impazzire d’amore il re degli dei, Giove, e aveva naturalmente mandato in bestia Giunone, sua moglie, che per ripicca la trasformò proprio in una bella pianta di carciofo. In italiano il nome deriva dall’arabo harshùf, che è stato declinato in tutte le lingue europee in modo simile: alcachofa, in spagnolo, artichaut in francese, artichoke in inglese e Artischocke in tedesco.

Per cena lo facciamo trifolato! Non mi dilungherò sulla pulizia del carciofo (oltremodo noiosa e sgradevole), inoltre li ho trovati già “capati” come dicono a Roma, quindi lavati, puliti e pronti all’uso. Quindi prendete 8 carciofi e tagliateli a spicchi. In una pentola mettete due cucchiai di olio di oliva e uno spicchio di aglio (vi diranno di esagerare con l’aglio, ma il rischio è quello di coprire il gusto dei carciofi) che farete soffriggere leggermente, in modo che sprigioni tutto il suo aroma. Aggiungete i carciofi e un mazzetto di prezzemolo tritato sottile. Lasciate saltare i carciofi qualche minuto e poi aggiungete il brodo vegetale (se lo fate voi è una raffinatezza, se il tempo manca va bene il brodo vegetale con il dado) e continuate a bagnare ii carciofi ogniqualvolta si asciughi il sughetto. Basteranno 15/20 minuti per cuocerli, ma attenzione a che non diventino troppo molli. Appena cotti, altra spolveratina di prezzemolo e poi subito in tavola.

Un contorno si, ma anche piatto unico all’occorrenza per il valore nutritivo che questi ortaggi posseggono.

 

 

Racconto autobiografico di Eugenio Scalfari

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Per i novant’ anni di Eugenio Scalfari la casa editrice Einaudi e le testate che il giornalista ha fondato e cui ha atteso da un’intera vita, l’Espresso e La Repubblica, hanno pubblicato la biografia di questo autore, un paio d’anni fa apparsa in apertura di un “Meridiano” contenete i sui scritti. Un racconto autobiografico, lo ha definito Scalfari; perché è lui stesso che si racconta – con stile piano ed accattivante – dipanando in oltre un centinaia di pagine la narrazione della sua lunga vita, nella quale la sua vicenda si è intrecciata, grazie al lavoro che ha fatto ed ancora svolge, con quella dell’Italia post-bellica; gli studi, le amicizie di un’intera esistenza con uomini e donne di pensiero e di azione, il giornalismo, la politica, l’economia.

È nato in una cittadina laziale e le prime pagine del libro sono dedicate alle sue ascendenze paterne e materne: già segnate da un destino, risorgimentale e post-unitario, che prefigurava una solida base familiare per gli impegni che il giovane Eugenio avrebbe affrontato, consapevole di tali maggiori. Poi il decollo verso lavori sempre più complessi, importanti, intriganti; la memoria di tutte le persone che ha incontrato ed intervistato, il contenuto rimpianto per i tanti (e famosi) amici che non ci sono più. Questa è una linea costante che pervade tutto il libro, ma che traccia come la costante d’affetti volta a descrivere un’Italia che forse a Scalfari sembra tramontata. Ma il giornalista, il cronista sempre attento all’oggi e al futuro non lo dice. Dalla lettura però emerge la consapevolezza che i tempi in cui si è formato avevano quella marcia in più che ha consentito al Paese di decollare nel difficile dopoguerra, di incamminarsi verso il boom economico, di collocarsi degnamente nel contesto Europeo, di cambiare modi di vivere, gusti, mentalità.

Un libro di non esibita, ma evidente, dignità; che costituisce una gradevole lettura di ispirazione e d’esempio.