Prove di Natale 3: gli struffoli

struffoliPer chi non lo avesse ancora capito le mie origini derivano dal Sud, il Sud classico, cioè la Campania. Molti dei miei ricordi di bambina sono legati a questo Sud, quando le vacanze si passavano dai nonni nel sole bollente dell’estate e dai nonni nel sole avvolgente dell’inverno.

A Natale, dunque, era un’esplosione di tradizioni che confluivano tutte più o meno in cucina. La mia prozia, la signorina Laura, era la maestra di queste cerimonie fra il religioso e il pagano. Era lei che officiava in cucina, era lei che comandava un esercito di nipoti e pronipoti, era lei che definiva i menu, le quantità, gli ingredienti seguendo un’antica sapienza che va ormai disparendo. La nonna no… La nonna supervisionava, si recava di rado in cucina e solo per constatare che tutto filasse per il meglio, il resto del tempo lo passava a intrattenere gli ospiti che passavano a porgerle gli auguri per le feste o giocando a carte con i nipotini più piccoli, naturalmente “a soldi” puntando le 5 e le 10 lire che servivano a far partire l’ascensore (non so se tutti mi possono capire, ma un tempo per far salire gli ascensore era necessario buttare in un apposito congegno una monetina. Con le monetine ottenute venivano pagate le spese dell’ascensore. Chi non era d’accordo nel pagarle poteva salire a piedi!). Questa lunga prefazione solo per raccontare che nei miei ricordi natalizi un posto speciale lo hanno gli struffoli, il classico dolce di Natale partenopeo, la cui storia si fa risalire all’antica Grecia  e che sulla tavola delle feste hanno un posto speciale.

Esistono tante ricette degli struffoli quante sono le cuoche e i cuochi che li preparano, comunque vengano fatti e presentati sono un dorato e croccante tesoro.

La ricetta che segue è quella della signorina Laura, sulla quale sono intervenute varianti provenienti dalla mamma di mio marito (soprattutto per quanto riguarda l’uso del burro al posto dello strutto e la punta di lievito per rendere le “palline” di pasta un po’ più morbide e gonfie, non me ne voglia il purista dello struffolo!)

Per un bella montagnetta di struffoli

600 gr di farina

quattro cucchiai du zucchero

15 gr lievito (controverso, controverso…)

150 gr di burro

4 uova più un tuorlo

una bustina di vaniglina

un bicchierino di limoncello

la scorza grattugiata di mezzo limone

un pizzico di sale

400 gr di miele, rigorosamente di acacia o millefiori

confettini colorati e argentati

canditi (per chi li ama, io no)

Olio per friggere (meglio sarebbe l’evo ma il costo sarebbe proibitivo, ancora meglio lo strutto… ma già senza lo strutto si parla di 500 calorie a porzione!)

Impastate farina, zucchero, vaniglia, lievito con le uova a temperatura ambiente, il burro ammorbidito e il limoncello, la scorza del limone e il sale. Lavorare a lungo l’impasto fino a renderlo liscio ed abbastanza elastico. Fatelo riposare a lungo (3/4 ore). Poi dividetelo in panetti e ricavatene delle strisce di pasta che taglierete a pezzettini piccoli (un po’ come si fa per gli gnocchi). Arrotondate i pezzettini rendendoli delle palline (piccole). A questo punto friggete le palline (meglio una friggitrice che tiene l’olio a costante temperatura) e scolate quando sono perfettamente dorate (attenzione non brunite, dorate!). Sciogliete il miele a bagnomaria e condite gli struffoli (è l’ora di aggiungere i canditi per chi li ama). Disponete i dolcetti a corona in un piatto da portata tondo e spolverizzateli di confettini. Aspettate che il tutto si raffreddi e si solidifichi, magnifico, un piacere per la vista… ma aspettate a gustarli almeno fino alla Vigilia!

Le mille luci dell’arte

Antonello Ghezzi, Luminarte,2013
Antonello Ghezzi, Luminarte,2013

La città di Pistoia è un gioiello in Toscana. La sua piazza del Duomo è considerata come una delle più belle d’Italia. In questi giorni, durante le feste natalizie, l’intero centro storico è diventato un’opera d’arte con uno spettacolare allestimento di luminarie.  Luminarte 2013 è il primo appuntamento di un’iniziativa ideata dall’associazione Utopias! e finanziata dai commercianti pistoiesi per rilanciare la città.

Antonello Ghezzi
Antonello Ghezzi, Luminarte 2013

Immaginatevi un grande allestimento di luci pensato da due giovani artisti, Nadia Antonello e Paolo Ghezz,i e con loro immaginatevi il lavoro di una delle  più importanti ditte costruttrici di allestimenti luminosi: la De Cagna di Maglie, in provincia di Lecce. Insieme hanno istallato una grande apparato di luci, dal carattere onirico e fantasmagorico, nella piazza del Duomo, a ridosso dell’antico palazzo del Tribunale e di fronte a quello del Comune. Un’opera che si relaziona con la piazza aprendo prospettive straordinarie e creando suggestioni da set cinematografico. Inoltre le vie del centro sono addobbate da stelle luminose che conducono a questa grande istallazione. Tutta la città è pervasa da luci diverse dal solito che la trasformano in un luogo incantato, un paesaggio fiabesco. Ma c’è di più. Antonello e Ghezzi hanno scritto un racconto di Natale che ha una particolarità: non ha una fine. Contiene un segreto. L’arcano è stato celato all’interno della grande luminaria e sarà svelato soltanto alle 18 del giorno di santa Lucia, il 13 dicembre. Il giorno più corto dell’anno, quello dove c’è maggior bisogno di luce, tutta la città, i visitatori, i curiosi e i turisti, si ritroveranno ad attendere lo svelamento del segreto. Gli artisti – noti per la loro capacità di creare opere che si relazionano fortemente con il contesto sociale – hanno lavorato sul concetto più profondo del Natale, quello dell’attesa, dell’avvento, in un progetto dalle caratteristiche veramente uniche.

In questo modo, quest’anno per la prima volta, i pistoiesi potranno dire che qualche volta le favole, con la partecipazione di tutti, si possono avverare!

MADIBA!

mandela

Sarebbe davvero scontato poter dire qualcosa su Nelson Mandela, allora abbiamo deciso di ricordarlo semplicemente  mostrando la copertina del New Yorker della settimana prossima a lui dedicata, che lo celebra attraverso le parole e il ritratto fattogli da un giovane artista africano, Kadir Nelson:

“From looking at the photos of the time, I could see that the energy around him was very strong and that his peers were very much with and behind him, he was clearly a leader. I wanted to make a simple and bold statement about Mandela and his life as a freedom fighter. The raised fist and the simple, stark palette reminded me of posters and anti-apartheid imagery of the nineteen-eighties. This painting is a tribute to the struggle for freedom from all forms of discrimination, and Nelson’s very prominent role as a leader in the anti-apartheid movement.” (dal sito on line di The New Yorker, 5 dicembre 2013).

L’irruzione dell’insolito assoluto…

MAnoscritto trovato a SaragozzaAnnoiata dalla letteratura contemporanea, che a volte si propone con arroganza e prosopopea (ma non rivelerò il nome del libro che ho appena chiuso con stizza…), ho deciso di disintossicarmi con un vecchio classico che non tutti conoscono.

Ho deciso di ri-leggere Manoscritto trovato a Saragozza, (Adelphi, 1990) per trovare conforto.

Non è un’opera « facile » anzi si potrebbe forse perdere la pazienza, ma se si sopravvive alle pagine iniziali vale la pena di portare a termine l’impresa.

Trovo che questo libro si realmente un gioiello. Il conte Jan Potocki, rampollo di un nobile famiglia polacca, lo scrisse in francese ed esso rimase praticamente sconosciuto fino al 1958 quando venne pubblicata una parte dell’opera. Vale la pena, per meglio comprenderlo, spendere due parole sull’autore. Infatti Potocki rappresenta l’incarnazione dell’erudito settecentesco. Studioso appassionato di antichità, ma allo stesso tempo avventuriero, fu un personaggio singolare e un grande viaggiatore. Frequenta i salotti parigini e fraternizza con le frange Giacobine della capitale francese, diviene consigliere privato dello zar Alessandro I di Russia, visita l’intera Europa dal Marocco fino alla Mongolia, raccoglie una vastissima esperienza che lo porta a scrivere diverse opere erudite e questo strano e originale romanzo, prima di suicidarsi nella sua tenuta in Podolia nel 1812 (anche il metodo scelto per l’ultimo atto della sua vita è eccentrico, in quanto utilizza come proiettile la pallina d’argento posta sul suo samovar, limandola fino alla grandezza necessaria per essere posta all’interno del caricatore della sua pistola…)

Manoscritto trovato a Saragozza un romanzo complesso, in cui si intrecciano diversi livelli di comprensione, inutile tentare di scriverne la trama, sarebbe come sminuire il tutto. È stato definito come uno dei maggiori esempi di « romanzo a compartimenti », tali compartimenti si innestano l’uno sull’altro a definire una struttura caleidoscopica, vero e proprio labirinto di storie, specchio delle molteplici prospettive attraverso si può guardare (o sognare) la realtà.manoscrittosaragozza1

Romanzo che racchiude in se una molteplicità di generi: romanzo d’iniziazione, fantastico picaresco, storie di briganti e amori impossibili, saggio filosofico e romanzo nero.

Sebbene sia un romanzo del XIX secolo esso prefigura le grande inquietudini del romanticismo attraverso uno dei temi più cari quello del « doppio », la dualità, l’ambivalenza sono sovrane nelle pagine di Potocki ed emergono nel sentire collettivo dell’epoca moderna.

« La construction rigoureuse, équilibrée et cohérente, est organisée à la différence d’une juxtaposition de récits comme une architecture grandiose. Le livre se présente donc non seulement comme la somme de tous les savoirs et de tous les faits du monde, mais aussi comme la somme de tous les mondes possibles » (Thomas Barin, Quotidien des lettres, 7 juin 1989).

Da rileggere.

Senti chi parla

POntormo,
Pontormo, Visitazione, Carmignano, 1528-30

Abbiamo sempre avuto il desiderio di dare vita alle  cose inanimate, un retaggio forse di quando eravamo bambini e riuscivamo a parlare e a dare voce agli oggetti.

Bill Viola, Greetings, 1995
Bill Viola, The Greeting, 1995

Massimo poi sarebbe  poter far parlare le opere d’arte, dare voce a  quel dipinto o a quella scultura che l’artista ha realizzato e ha bloccato nella materia.

In questo campo il cinema ha giocato un ruolo decisivo. Memorabile la cavalcata di Mary Poppins e Bert, quando entrano nel paesaggio disegnato  con il gesso per terra. Egualmente sorprendenti sono le voci  dei personaggi dipinti della quadreria della scuola di Hogwarts nella saga di Harry Potter. E che dire  della visita animata che ci propone il museo di storia naturale di New York, nel film Una notte al museo! Oppure (ma la lista sarebbe lunghissima) della statua equestre di Garibaldi che nel film di Soldini Il comandante e la cicogna parla e discute con un altra statua?

La scuola di Ho
La scuola di Hogwards, tratto dal film Harry Potter

Far parlare le opere d’arte ci aiuta ad immergerci in esse, nell’ambiente sociale e nel mondo culturale dal quale provengono. Insomma,  serve ad avvicinarle maggiormente. Di questi tentativi ne sono stati fatti tanti. In questi giorni avevo tra le mani un libretto edito da Polistampa nel 2011, a cura di Maria Valbonesi, intitolato Donne di quadri. Il libro si compone di sedici dialoghi inventati tra figure di dipinti famosi. Così, per esempio, si può leggere il dialogo tra  Salomè e Giovanni Battista, la cui testa finì sul piatto durante il banchetto per il compleanno di Erode (la scena è stata mirabilmente affrescata dietro l’altare maggiore del Duomo di Prato, nel XV secolo, da Flippo Lippi). Oppure leggere un dialogo dei due coniugi Lydig  ritratti da Giovanni Boldini (1842-1931) nel quadro la Passeggiata al Bois de Boulogne. Le parole cercano di riportare l’atmosfera del tempo. Ad esempio : “ dove stiamo andando così in fretta?” chiede la signora “Nowhere, mia cara , nowhere- L’unico luogo verso il quale valga la pensa correre”risponde il marito .

Filippo Lippi, Danza di Salomè,
Filippo Lippi, Danza di Salomè, dal ciclo di affreschi con storie di Santo Stefano e San Giovanni Battista, Duomo di Prato, 1452-1465

A  volte capita invece che la fortuna voglia che a raccontarci l’arte del passato sia un’artista contemporaneo. In tal caso è ancor più bello: l’arte si somma all’arte e viene fuori qualcosa che difficilmente si può dimenticare. Mi viene subito in mente la famosa video installazione The Greeting, dell’artista Bill Viola. Tramite quest’opera Bill Viola ci ha permesso di avvicinare e incontrare nuovamente e in maniera diversa il quadro della Visitazione del Pontormo, di Carmignano. Il video ha la forza di far  riaffiorare l’intensità e l’energia che sprigiona l’incontro tra Maria e Sant’Elisabetta  e in questo caso le parole sono superflue.

 

Prove di Natale 2: Amazon

drone di amazonVolete un completo per fare kite surf ? Siete orientati su un caramellizzatore ? O piuttosto sentite l’impellente bisogno di acquistare uno scacciatalpe ? Magari vi basta l’ultimo libro del vostro autore preferito?  E tutto rigorosamente seduti alla vostra scrivania attraverso Internet ? Dove trovare tutto, ma veramente tutto con un click ?

Ma su Amazon naturalmente…

No, la mia non é una celebrazione dell’arcinoto gigante della vendita on line (che, secondo me, ha contribuito ad accentuare il lato più deleterio della globalizzazione) è la constatazione di un dato di fatto.

Leggo oggi la notizia che per sveltire la consegna dei prodotti acquistati dal pubblico, Amazon sta studiando la possibilità di recapitare i propri pacchi attraverso un fattorino speciale: un drone, che in meno di mezz’ora dall’ordine depositerà davanti alla porta di casa, guidato da un GPS, il pacco contenente gli acquisti. Droni con otto motori, denominati «Octocoper», puliti, ecologici (emissioni zero), economici. Già mi ci vedo ad aspettare il mio drone nel vialetto di casa (si, perché, ahimè, io sono una compratrice compulsiva!) e a beccarmi il pacco giallo contenente la pirofila dei miei sogni sulla testa!

Che si tratti di una bufala prenatalizia o della verità, una cosa mi consola: che almeno questi droni non sono programmati per spiarci…

Prato, una città multietnica

In passato avrei sognato di andare a vivere a Prato è lì che ho studiato fino al liceo e lì sono le origini della mia famiglia.

Prato è sempre stata sinonimo di lavoro e dinamicità, poca paura del rischio e desiderio di fare subito e presto. A volte però subito e presto non prevede la pianificazione e così il binomio subito e presto non ha voluto dire necessariamente bene.

Prato è sempre stata anche sinonimo di generosità e innovazione. Il Museo d’arte contemporanea, sorto nel 1988, nasce come primo tentativo in Italia di collaborazione tra gestione pubblica e privata.

Prato ha avuto da sempre una vocazione internazionale, corre forte e sperimenta, tocca punte massime di successo, ma si scontra anche con grandi fallimenti. I pratesi non temono di demolire e poi ricominciare, corrono sempre in linea con i tempi e accettano senza troppo ponderare i cambiamenti  in corso della società .

Due giorni fa a Prato per un incendio dentro un capannone sono morte sette persone,il capannone fungeva da dormitorio e luogo di lavoro. Le sette vittime erano cinesi e vivevano “sotto la soglia dei diritti umani”.

Quando è cominciato questo sfruttamento delle persone e chi deve opporsi e fermarlo?

Oggi, non  vorrei più vivere a Prato, anche se sono certa che quella città ha ancora molto da offrire, è ormai la città  più multietnica d’Italia e il luogo dove sta nascendo la nuova generazione di italiani.

Un po’ di ciò che è in atto a Prato in questi anni lo racconta bene il documentario dal titolo Muro di carta di Fabio Mollo, che vi abbiamo presentato, dedicato ai giovani italiani di seconda generazione del territorio pratese. Nel video si ascoltano le storie di sei ragazzi di provenienze diverse che vivono a Prato che si incontrano per la prima volta e si scambiano le loro esperienze.

Il video Muro di carta è un progetto di ::

2012
Cliente: Azienda USL4 Prato – Educazione e Promozione della Salute; con 
Michael Chen
Hamza Ed Daoudy
Maria Teresa De Porziae
Monique Kabanda
Valentina Stefanini
Pamela Veliraj, Rielaborazione idea a cura di
Lorenzo Cipriani, Simone Giuliani, Barbara Guarducci, Claudia Guarducci, Silvia SquarciottaRegia
Fabio MolloProduzione
Barbara Guarducci, Ideazione e conduzione laboratorio teatrale
Cristina Pezzoli Coordinamento e supervisione
Azienda USL4 Prato – Educazione e Promozione della Salute
Lucia Livatino
Lucia Carollo, Musiche originali
Simone Giuliani, Ricerca e registrazione canti tradizionali
Claudia Guarducci,Co-regia
Marco Modafferi,Montaggio
Filippo Montemurro, Post-produzione Audio
Tom Gambale, Realizzato in collaborazione con
Associazione Utopias!

Chiacchiere del lunedì

Delphine Boël, The Golden Rule blabla
Delphine Boël, The Golden Rule blabla

È giusto ridurre il liceo di un anno?

Io non sono in grado di affrontare la questione con dati alla mano o come professionista, ma ciò che posso raccontarvi è la nostra esperienza di italiani all’estero. I nostri figli infatti seguono un corso di studio di quattro anni e alcuni di loro sono già entrati all’Università. Nell’insieme il sistema funziona, ma sono convinta che non si può cambiare il liceo se non si modifica anche l’accesso all’Università. Entrambi i corsi di studi non sono distinti ma devono stare in stretta comunicazione.

Vi faccio un esempio, i ragazzi in Svizzera vengono indirizzati molto presto ad immaginare e programmare il loro futuro. Nel modello inglese addirittura si fa scegliere da subito le materie utili ad accedere all’Università. Questo fatto procura non poco stress nei ragazzi che ancora troppo giovani faticano a pensare al futuro.

È come se il corso  scolastico fosse impregnato di un realismo brutale, se non sei in grado di tenere la media in certe materie, verrai da subito orientato a studiare altro. I voti del terzo anno di liceo saranno già tenuti in considerazione dall’università alla quale si farà richiesta di entrare. Fin da giovanissimi ognuno si costruisce il proprio corso di studio e quando si arriva alla sospirata università tutto è più naturale e non c’è un vero e proprio scollamento con il liceo.

Contaminazioni

saucisse de ToulouseNe vogliamo parlare? Ma che significa innanzitutto? Il termine è mutuato dal linguaggio letterario: “Fusione di elementi di diversa provenienza nella composizione di un’opera letteraria o simile” (dal Vocabolario della lingua Italiana Treccani). Ora senza voler affatto accomunare la cucina alla letteratura (anche se di operazioni del genere ne sono già state fatte tante e con successo), il termine, però, è molto di moda in ambito culinario. “La cucina è contaminazione, nonché un’arte in movimento che non si può fermare. E di fronte alle correnti di immigrazioni, sempre più le cucine diventeranno un crogiuolo di prodotti, sapori e profumi. La vera cucina italiana sarà quella che riuscirà, ferma sulle proprie diversità culturali dei territori, anche ad aprirsi alla contaminazione” (Il sole 24 ore, 16 giugno 2013).

Forte di questa convinzione ieri sera ho provato ad abbandonarmi alle contaminazioni. Galeotte furono delle lenticchie rosse, regalatemi da una cara amica di origini indiane, e le salsicce di Tolosa acquistate nel supermercato francese.

Che fare di tutto ciò? La cosa più semplice sarebbe stata affidarmi alla “tradizione”: lenticchie alla moda di capodanno e salsiccia in padella… ma no! Troppo semplice e di poco effetto sulla famiglia sempre più esigente.

Dunque l’idea è stata quella di preparare un piatto indiano con riso basmati accanto a salsicce preparate come si fa in Piemonte, con un buon vino rosso corposo.

Il Dhal (che significa semplicemente lenticchia) è uno dei piatti della tradizione vegetariana indiana è una sorta di purè che si ottiene attraverso una lunga cottura della lenticchia che deve sfaldarsi perdendo la propria forma e rilasciando tutto il sapore di cui è capace. Si può gustare da solo o accompagnato dal riso basmati, semplicemente bollito in abbondante acqua salata.

Per il dhal

150 g  lenticchie rosse

1 pomodoro

½ cipolla rossalenticchie rosse

mezzo spicchio di aglio

mezzo peperoncino

½ cucchiaino di tamarindo

6 bacche di cardamomo

½ cucchiaino di curcuma

½ cucchiaino di cannella

cumino

Dopo aver tagliato finemente la cipolla e aver affettato il pomodoro, poneteli insieme  alle lenticchie e a tutte le spezie in 6 dl di acqua. C’est tout, fate cuocere a lungo in modo che le lenticchie di sfaldino. Tenete il tutto al caldo, mentre cuocete il riso basmati.

Passate poi a cuocere la salsiccia

Salsiccia al vino rosso

400 g salsicce

200 g vino rosso

aglio

olio

sale e pepe

rosmarino

Scottate le salsicce, pungetele e portatele a cottura nel vino rosso. Un quarto d’ora dovrebbe bastare.

L’importante è preparare con tutti gli ingredienti un piatto unico: letto di riso, due mestoli di crema di lenticchie e di fianco una bella e succulenta salsiccia…

Ok ora posso affrontare l’inverno!

L’arte è una forma di lusso?

Thomas Struth, Art Institute of Chicago II
Thomas Struth, Art Institute of Chicago II

I musei sono spesso fonte di polemica. Il numero troppo basso di visitatori, sempre commisurato a costi ritenuti eccessivi, è un ragionamento sentito migliaia di volte. Questa volta però la polemica viene dalla Francia, o meglio dal Centre Pompidou di Metz, creato tra 2007 e 2009 ad opera degli architetti Shigheru Ban e Jean de Gastin. Il museo è nato come luogo d’incontro tra la cultura francese e la dimensione della creatività. Si basa sullo spirito del Centre Pompidou di Parigi e ha una sua programmazione indipendente e multidisciplinare, che talvolta si appoggiata anche alle collezioni del fratello maggiore di Parigi.

Centre Pompidou, Metz
Centre Pompidou, Metz

Nel Centro ci  sono, oltre alle sale espositive, un auditorium e un caffè. E’ circondato da giardini. L’architetto Shigheru Ban è un ricercatore, un innovatore, famoso per aver inventato “le case di cartone” . Il museo è costruito interamente in legno coperto con fibra di vetro; il concetto è quello di uno spazio espositivo che possa essere il più modulare ed elastico possibile e che concili l’ambiente esterno con gli spazi interni,  in “un rapporto sensoriale immediato con l’ambiente”.

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Pablo Picasso, Rideau de scene du Parade, 1917

Il Centro è nei pressi della stazione in modo da facilitarne la visita. Risultato: viene poco frequentato (i visitatori si sono dimezzati in tre anni)  e la sua sopravvivenza è a rischio, tanto che il ministro della cultura francese è corso ai ripari annunciando che verranno trasferite a Metz una serie di opere capolavoro dal Pompidou di Parigi ( come le scene realizzate da Picasso per il balletto Mercure, del 1917, oppure alcune opere di Mirò e Dan Flavin). Le opere parigine rimarranno in deposito per un paio di anni. Inoltre è stato assegnato un nuovo finanziamento al Centro di Metz, per 500.000 Euro.

Dunque, la lezione che sembra scaturirne è che per avere visitatori nei musei più periferici occorrono continui rinnovi e soprattutto opere famose che attirino turisti. Mi viene da pensare che questa scelta, quasi forzata, di doversi basare sempre su nomi e opere accattivanti è un po’ come scegliere una borsa firmata. Ma, si sa, il lusso costa caro e va alimentato con  molta pubblicità e giusta comunicazione.

Sylvie Fleury
Sylvie Fleury

Solo così orde di persone si accalcano per vedere una mostra nata, non da una ricerca o dal desiderio di aggiungere qualcosa alla conoscenza, ma solo per lo  scopo di essere un richiamo civetta, un evento da non perdere. Non possiamo fare a meno di domandarci quanto ripaghi in termini di cultura vera questo continuo spostamento di opere per attirare visitatori. Spostamento che crea anche usura nelle opere stesse. Ricordo una professoressa molto snob della facoltà di storia dell’arte dell’Università Firenze che, venti ani fa, aveva l’orrore dei primi  quadri pubblicizzati, per le mostre, sulle fiancate degli autobus e inferocita ci incitava a boicottarle.