Non voglio cominciare a parlare di luoghi comuni ma gli italiani hanno un’arma segreta con la quale si può sempre ritrovare un po’ di pace e allegria: il caffè. Chi la sfodera e la offre è perché ama stare in compagnia. C’è chi, come a Napoli, lo paga in anticipo a chi non può permetterselo e chi lo usa come pausa contro lo stress e il troppo lavoro.
Ancora non riesco a capacitarmi come lo si possa ordinare in un bicchiere di plastica e poi berlo camminando per la città, per noi è improponibile, nella frase “Ci beviamo un caffè, ti va un caffè, vorrei un caffè” è sottinteso un momento di respiro e di condivisione.
Il caffè fa parte del nostro DNA, della nostra identità culturale. Qui preferisco non berlo, perché é troppo cattivo, e poi devo sedermi, perdere un sacco di tempo… qui è inconcepibile berlo in piedi al bar.
Se a casa diventa un rito, fuori casa il coffe break deve essere un momento conviviale.
Non ci porta via troppo tempo berlo, noi lo beviamo ristretto, ma così ristretto che la prima volta che un mio amico è venuto in Italia se la prese con il suo vicino al bancone del bar perché guardando la tazzina ordinata semivuota pensava lo avesse bevuto per metà lui.
Corto, veloce ma intenso.
A questo punto è lunedì e immaginandosi una pausa:
Che cosa pensereste se al ristorante invece di stappare davanti ai vostri occhi una costosa bottiglia di vino il cui colore rosso intenso si intuisce attraverso il bel vetro pesante e scuro, vi aprissero una bottiglia di cartone?
Attenzione non sto parlando del tetra pack (quello del vinello e delle confezioni del latte), e nemmeno di una bottiglia di plastica, ma di una vera e propria bottiglia di cartone rivestita all’interno con un sottilissimo film di plastica le cui sembianze ricopiano quella classica.
La GreenBottle, questo il nome del prodotto e del produttore, è stata introdotta in UK dal gennaio del 2012 ed ha incontrato il favore di moltissimi consumatori. Essa campeggia sugli scaffali dei supermercati inglesi per un gran numero di prodotti liquidi (non me ne vogliano gli enofili se considero, in questo contesto, il vino un “prodotto liquido” alla stregua dell’ammorbidente!). Essa ha innegabili qualità che se gettano nello sconforto bevitori e produttori, rendono felicissimi gli ambientalisti.
La GreenBottle ha, infatti, degli indubbi benefici: un eccellente visibilità unita alla piacevolezza tattile; è riciclabile, facilmente compostabile o biodegradabile (nel giro di 55 giorni di degrada); è fabbricata con materiale riciclato; il footprint (il consumo umano di risorse naturali rispetto alla capacità della Terra di rigenerarle) del Carbonio è infinitamente minore che per un prodotto uguale in plastica; utilizza un terzo della plastica utilizzata per gli altri contenitori simili; infine è decisamente preferita dai consumatori; pesa 55 grammi contro i 500 della bottiglia in vetro, cosa che abbatterebbe anche i costi di soedizione.
Ma senza arrivare alla bottiglia in cartone, nel mondo dell’enologia il rispetto per l’ambiente si sta facendo decisamente importante. Ad esempio un’altra introduzione che potrebbe limitare il consumo di tappi di sughero e il conseguente disboscamento della pianta di sughero, è quella di utilizzare “tappi di vetro”, sfruttando un ‘idea di un medico tedesco, viticoltore per hobby, il quale rifacendosi ai tappi utilizzati nelle antiche farmacie ha adottato efficacemente questo sistema, oggi prodotto su vasta scala da una multinazionale tedesca.
Insomma, dopo le bottiglie di champagne e spumante alleggerite (da 900 a 835 grammi), produzioni ecocompatibili di uva da vino, il regime biologico adottato da molti produttori, è giunta l’ora della bottiglia di cartone.
Tuttavia si sono alzate molte voci che criticano l’introduzione di questo prodotto per il vino. Adam Lechmere, enologo inglese, si è detto perplesso da questa scelta, sottolineando “come il rapporto col vino riguardi sentimenti arcani e prescinda dalla coscienza ecologica”. E allo stesso modo si mostra scettico Roberto Perrone che sul Corriere della Sera afferma che di certo la novità “aiuterà l’ecosistema ma non le cene romantiche”.
Eduardo Paolozzi, I was a Rich Man’s Plaything,1947
Vi ricordate alcune immagini monumentali dove bambini di tutti i paesi sorridevano e ci facevano le linguacce? O quelle con tanti ragazzetti in magliette colorate che ci aprivano il cuore per la loro allegria? il messaggio arrivava diretto: quella marca sapeva di giovane, di buono e di superamento di tutte le barriere culturali. Con quella marca ti vestivi convinto di essere in un mondo migliore. In fondo non sono passate molte generazioni, da quando la moda ha cominciato a farci credere che dietro al logo ci sia anche un certo tipo di approccio alla vita. Mia figlia di 14 anni mi dice: quest’anno voglio cercare la mia personalità e per cominciare mi concentrerò su un look diverso. Io penso che personalità e look ormai vadano assieme e che il vestito sia divenuto il biglietto da visita che mi inquadra.
Se così è, allora è bene ricordare che il 24 aprile scorso, in Bangladesh, è crollato un palazzo fabbrica di otto piani, uccidendo più di mille lavoratori che stavano cucendo vestiti da immettere nel nostro mercato. Vestiti appartenenti anche ad alcuni di quei marchi che mi figlia indossa per cercare la sua personalità. E non è finita qui. Tra le ditte coinvolte in questa tragedia si sono trovate anche due aziende italiane: Benetton e Piazza Italia; così almeno hanno riportato diversi quotidiani. Ieri a Ginevra si è tentato di riunire tutte le aziende che avevano le proprie produzioni in quella fabbrica maledetta. Lo si è fatto sotto la supervisione dell’International Labour Organization e con la partecipazione del sindacato internazionale Industriall Global Union. Ebbene, ho letto che proprio Benetton e Piazza Italia non c’erano all’incontro di Ginevra: non si sono presentati. Che brutto: così queste due aziende rischiano di farci perdere la faccia davanti al mondo.
Eppure me lo rivedo come fosse ora, quel gran cartellone nella periferia di Firenze: sovrastava tutti con le immagini di facce di bambini felici, italiani e indiani, cinesi e africani; giovani di mezzo mondo che sorridevano fiduciosi per il futuro, perché quella marca lo prometteva da tempo che con lei il mondo sarebbe stato migliore.
Delusione. Penso che l’arte mi dica la verità, quando parla per immagini; mentre quando lo fa la pubblicità si tratta di immondizia. Adesso lo dico a mia figlia: la personalità offerta attraverso la moda e la pubblicità è da gettare.
All’inizio di settembre un elegante signore che lavora nella City di Londra, tornando verso la sua automobile, scorge un capannello di gente che sta fotografando qualcosa. Incuriosito domanda a un ragazzo che si sta affannando a scattare cosa sia capitato e scopre con grande sorpresa che oggetto dell’interesse generale é la sua automobile, una Jaguar, che si è letteralmente sciolta, come se fosse stata colpita da un’arma aliena.
Il problema è che non si è trattato di un attacco alla terra, ma di un raggio di sole dirottato sull’auto da un grattacielo in costruzione li vicino, la cui realizzazione costerà oltre 200 milioni di sterline. E l’auto non è il solo danno provocato da quello che è chiamato il Walkie Talkie per la sua originale forma, pare infatti che decine di proprietari dell’Estcheap di Londra hanno lamentato danni dovuti ai raggi solari deviati dalle pareti concave e ricoperte di specchi dell’edificio. Cosa che l’architetto Rafael Viñoly, non aveva considerato quando ha disegnato questa bellezza di vetro. Intonaco a bolle, zerbini bruciati, inizi di piccoli fuochi dovuti al « fenomeno » che i realizzatori stanno attentamente valutando per debellare.
Ma storie su grattacieli che si trasformano in « specchi ustori », come quelli di Archimede a Siracusa, non sono però prerogativa della capitale del Regno Unito.
Esistono infatti diversi precedenti. Scalpore ha fatto anche il cosiddetto « raggio della morte di Vdara » (come è stato denominato dagli stessi dipendenti dell’hotel) dal nome del grattacelo a Las Vegas, progettato, guarda caso, dalla prestigiosa Rafael Vinoly Architects dove si trova l’elegantissimo MGM Resort International, costato 8,4 miliardi di dollari. Qui erano i bicchieri e le sdraio della piscina ad andare in fiamme a causa della forma concava della costruzione e si è corso ai ripari ricoprendo tutte le finestre dei piani intermedi con una costosissima pellicola che impedisce la riflessione del sole, che in Nevada è ben più forte che in pieno centro di Londra.
Ma a las Vegas anche l’AdventureDome at Circus Circus (Architects Rissman and Rissman Associates) e il Mandalay Bay hanno problemi di riflessione. Inoltre anche la Disney Concert Hall di Frank Gehry a Los Angeles, per problemi analoghi, ha dovuto essere smerigliata in alcune sue parti.
Insomma architettura che scotta non solo a causa degli astronomici costi di realizzazione di queste cattedrali moderne, che impreziosiscono gli skyline delle città, ma anche per l’utilizzo, in questi casi, « ardito » di tecniche e materiali innovativi.
Certo un grattacielo di legno non avrebbe lo stesso impatto sul paesaggio…
Il prossimo week end si potrebbe tutti andare al festival della filosofia, che si svolgerà a Modena, Carpi e Sassuolo. Ci saranno tanti appuntamenti tenuti da filosofi, psicologi e scrittori che dibatteranno sul significato e sulle conseguenze del verbo “amare” .
Niente di più calzante per me: sono giusto reduce dal bel matrimonio di due giovani che, sulle note di un flauto traverso, si sono giurati amore davanti ad una moltitudine di amici pronti a far festa in piena allegria. Un’allegria e un ottimismo davvero contagiosi al punto tale da farmi pensare che, molto spesso, la gioventù sia meglio di noi persone di mezza età.
Gohar Dashti,Today’s life and War, 2008
L’età adulta, appunto, è il momento giusto per cominciare a stare in silenzio. A tale proposito, mi è ritornato in mente un libro che scrisse Carlo Maria Martini, dal titolo Le età della vita; vi si diceva che sta all’adulto il sapere riconoscere i suoi limiti e fare un passo indietro. E’ vero, dice Martini, l’adulto ha una visione complessiva di come vanno le cose del mondo, ma ciò può essere un tranello e può limitare i giovani nei i loro ideali, nella loro carica positiva. E io aggiungo: ciò limita anche la voglia di sperimentare l’amore eterno.
In un intervento sul Corriere della sera di domenica scorsa, la psicologa Silvia Vegetti Finzi, che sarà presente al festival di Modena, ha rivisto la celebre frase di Cartesio “cogito ergo sum” con l’espressione “amo ergo sum”. Ricordo come Robert Indiana, negli anni Sessanta, abbia fatto delle quattro lettere LOVE un’icona della pop arte americana. E che dire dell’artista Barbara Kruger che ha realizzato un’installazione fatta di lettere cubitali recanti la scritta “LOVE IS SOMETHING YOU FALL INTO” .
Robert Indiana, Love, 1966
Tanto interesse per un sentimento inventato e inutile? Non credo.
Al festival della filosofia ci saranno molti appuntamenti gratuiti chi fosse interessato alla rassegna vada sulla pagina web del festival della filosofia
Oggi, dopo aver letto sul Corriere della Sera la Top 20 delle cose che bisogna assolutamente saper fare per poter sopravvivere nell’era moderna, vi presentiamo la lista completa delle “competenze necessarie” stilata in Gran Bretagna e frutto di un sondaggio condotto su duemila adulti inglesi.
Saper usare Google
Saper usare uno smart phone
Connettersi ad un WiFi
Saper usare l’online banking
Imparare a cucinare
Sapere chiudere la chiave principale dell’acqua
Sapere con esattezza quale bidone utilizzare per il corretto riciclaggio dei rifiuti
Sapere impostare le funzioni per conservare la privacy online
Saper usare una calcolatrice
Saper usare una cassa automatica al supermercato
Cercare un lavoro online e inviare il curriculum
Usare Google maps
Installare programmi sul computer
Saper usare un navigatore satellitare
Scrivere alla tastiera senza guardare
Riscaldare il cibo nel microonde
Fare il check in del proprio volo on line
Caricare fotografie
Usare Facebook
Cambiare il settaggio del termostato
Riservare voli low cost
Usare un tablet
Usare una chiavetta USB
Sapersi orientare in metropolitana
Usare gli sconti trovati sui siti web
Impostare una stampante wireless
Scaricare musica da Internet
Sintonizzare una TV ad alta definizione
Ordinare un pasto in un fast food
Avere un account di Amazon
Sapere come si usa una SD card
Impostare la TV digitale
Fare shopping su siti di aste on line
Guardare in rete le serie televisisve
Saper usare un social media
Saper usare il Bluetooth
Cambiare l’ora al proprio forno
Saper usare Skype
Saper usare il vivavoce in auto
Far funzionare una Smart TV
Acquistare biglietti del cinema online
Sincronizzare iTunes
Saper usare Twitter
Fare le ricariche al cellulare
Connettere il laptop alla TV
Come attivare un messaggio “out of office”
Saper usare YouTube
Sapere come scaricare film da Internet
Pagare il parcheggio con il cellulare
Cercare il miglior prezzo facendo la scansione del codice a barre con lo smart phone
Avete fatto mente locale, a che numero siete arrivati? Possedete 10? 20? 30? 40? tutte queste capacità? Ma poi, sono proprio necessarie?
Si riferiscono tutte o quasi tutte a un mondo digitale che non mi appartiene! Per me, infatti, mancano cose fondamentali come saper usare con competenza la propria lingua, sapersi godere senza fretta i piccoli fatti della vita, saper raccontare una favola ai propri bambini… Ma pare che tutto ciò in un’era come la nostra sia obsoleto e non funzionale!
In attesa che la mi scrittrice “noir” preferita, Fred Vargas, pubblichi un nuovo titolo, sono andata alla ricerca di un valido sostituto per saziare la fame estiva di crime stories.
Dallo scaffale del libraio un titolo ha richiamato la mia attenzione immediatamente, ancora prima di vedere la fascetta che lo dava come uno dei finalisti del premio Bancarella: Vipera di Maurizio de Giovanni.
Possiamo definire questo romanzo giallo partenopeo, ambientato in una Napoli particolare, che vive gli anni del regime. Siamo infatti nel 1932 e la città che descrive l’autore è quella del periodo fascista in cui il perbenismo borghese di una parte della città nasconde le mille voci dei vicoli che nonostante tutto risuonano ad ogni passo.
Il protagonista è il commissario Ricciardi, e la vicenda si dipana durante i giorni precedenti la Pasqua. Ma la reale protagonista del volume è la città stessa con il suo ventre molle nel quale si confondono ricchezza e povertà, orgoglio e miserie.
In una Napoli tumultuosa che rimane sospesa in attesa dei riti della Pasqua, in cui antiche tradizioni, come quella della pastiera (il dolce della Pasqua per eccellenza) o dell’uccisione del “capretto” per il pranzo della domenica di festa, si intrecciano con le nuove ideologie e fanatismi del Fascio, il commissario Ricciardi deve districare un complesso caso di omicidio avvenuto al “paradiso”, la casa di tolleranza più famosa della città. Qui, infatti, è stata uccisa Vipera, bella e sensuale prostituta, la cui vita verrà scandagliata per capire l’identità dell’assassino. Fra una sfogliatella con caffè al “Caffè Gambrinus” e un colloquio con il dott. Modo, medico legale e fiero antifascista, il commissario darà prova di arguzia e intuito, aiutato dal “dono” maledetto di cui è silenzioso portatore. Egli infatti riesce a vedere gli ultimi istanti di vita dei morti, fantasmi che incontra ad ogni angolo di strada, ad ogni passo, in ogni vico, che lasciano nel nostro mondo una scia di dolore, che solo il commissario è in grado di vedere.
Strano personaggio quello inventato da de Giovanni, al quale ci si affeziona proprio a causa di quel dolore universale che con umiltà fa suo, ma che allo stesso tempo gli impedisce di vivere una vita di relazioni normali.
Poiché sono una lettrice seriale ho continuato a leggere i romanzi del commissario Ricciardi, trovandoli tutti molto piacevoli. Un plauso alla scrittura di de Giovanni: ottima, cristallina, precisa, attenta, mai ridondante. Una piacevole sorpresa la sua capacità di descrivere i personaggi e le situazioni. Napoli… bellissima!
Si apre a giorni la dodicesima Biennale d’arte a Lione. Quest’anno la rassegna è curata da Gunnar Kvaran direttore del Museo d’arte di Astrup Fearneley di Oslo ( un museo che a fine settembre si trasferirà nella nuova sede, progettata da Renzo Piano) .
La biennale di Lione è più piccola e diversa da quella storica per eccellenza, di Venezia, ma resta sempre un appuntamento importante. Appartiene alle cosiddette biennali d’autore, ossia rassegne basate sull’ esperienza personale del curatore, che racconta cosa ha captato in giro per il mondo.
Quest’anno il tema è la narrazione. Essa infatti, per Kvaran, è oggi uno dei temi emergenti dell’arte contemporanea: il desiderio da parte degli artisti di esprimersi attraverso il racconto. E così ha deciso di invitare artisti da tutto il mondo che si caratterizzano per il desiderio di trovare nuovi modi di raccontare storie, sia attraverso il video, che con la fotografia, l’installazione o la pittura o qualsiasi altro mezzo.
Vediamo il titolo scelto: Entre-temps…brusquement et ensuite un titolo che introduce il senso di un’azione e anche la cornice per qualcosa che accade in uno spazio di tempo, proprio come fosse il ritmo di una storia.
Sono stati selezionati settanta artisti di ventuno paesi diversi. Nelle mostra troveremo artisti di fama internazionale come il pittore Errò con le sue tele pop vicine alla struttura del fumetto, o la performer concettuale Yoko Ono, o anche Matthew Barney con il suo mondo immaginario di storie raccontate in modo del tutto originale attraverso il video per poi sconfinare nelle sculture nella performance . A fianco troveremo un grande numero di artisti più giovani di tutto il mondo.
Yoko Ono
Per visitare la biennale troverete tutte le informazioni sul sito www.biennaledelyon.com . Il tempo per visitarla non manca perché aprirà il 12 settembre ma resterà aperta fino al 5 gennaio. Come accade in tutte le biennali le mostre sono sparse in più sedi; certo una buona occasione per conoscere dei luoghi dimenticati della città. Unico neo: un po’ disagevole da vedere in un giorno solo (ma ci si può provare).
Martin Luther King davanti alla folla radunata al Lincoln Memorial di Washington (AFP/Getty Images)
Il 28 agosto del 1963, cinquant’anni fa, 250.000 persone si radunarono davanti al Lincoln Memorial di Washington per quella che venne definita la Marcia per il Lavoro e la libertà.
Qui il reverendo Martin Luther King tenne il discorso più famoso della sua carriera di attivista per i diritti umani, che è rimasto nella coscienza collettiva e ha fatto la storia dell’America contemporanea.
Quello che viene universalmente definito come « I have a dream » fu pronunciato davanti « a uno tsunami, a un’onda d’urto, a un muro, a un monumento vivente, a un mosaico umano, a un vero e proprio miracolo », secondo un testimone di eccezione, Clarence B. Jones, che quelle parole aiutò a scrivere.
Questo discorso è forse uno dei pezzi più studiati dell’intera storia dell’umanità. Esperti di comunicazione, teologi, linguisti, politici lo hanno analizzato e spesso hanno cercato di riprodurne l’effetto.
Sebbene le parole del reverendo, e nello specifico I have a dream, erano già state usate in altri contesti, in quel rovente giorno di agosto, assunsero un nuovo vigore e nuovi significati. I have a dream divenne il simbolo della lotta per i diritti umani non solo degli Afro americani, ma di tutti coloro che subivano l’ingiustizia. La lotta non violenta, portata avanti da King, da quel momento fu capace di infervorare anche quella parte di America più reazionaria e immobile, che finalmente comprese la portata storica della campagna del reverendo.
La potenza dirompente di poche semplici parole, unita alla capacità comunicativa di Martin Luther King fecero il miracolo : « I have a dream: that one day this nation will rise up and live out the true meaning of its creed: “We hold these truths to be self-evident, that all men are created equal” »
Nel testo originale del discorso, che il reverendo doveva tenere davanti alla folla, queste parole non erano previste. Egli le aggiunse sul momento, come ricorda ancora una volta Clarence B. Jones, pressato dalla cantante di colore Mahalia Jackson, che urlando lo spingeva a « raccontare il suo sogno ». Solo allora egli mise da parte i fogli che diligentemente aveva preparato e incominciò a parlare a « braccio », traducendo in parole e in tempo reale i sentimenti che quella folla impressionante davanti a lui provava.
Un discorso, quello di Martin Luther King, in fondo semplice e schietto, ma citato con tutta l’anima e il cuore.
Chissà se mentre parlava a quella folla immensa, il reverendo ebbe la consapevolezza di pronunciare parole che avrebbero fatto la storia lasciando un segno indelebile.
Amedeo Modigliani, Nu couché,les bras derriere la tete, 1916
In giro per mostre quest’estate ho scoperto un aspetto di noi italiani: abbiamo la coda di paglia.
Mi spiego meglio. Per ben due volte mi sono trovata in mezzo ad una polemica in nome della nostra italianità negata. La prima a Venezia: durante la biennale un signore si è arrabbiato moltissimo perché nei padiglioni internazionali le opere e le relative spiegazioni erano molto spesso in lingua del paese invitato e in inglese ma non c’era traccia di italiano. L’altra alla mostra Modigliani et l’Ecole de Paris, in Svizzera alla Fondazione Pierre Giannada, dove una famiglia italiana discuteva animatamente perché risentita dal fatto che nella biografia di Modigliani non si trovava menzione della sua provenienza italiana.
Che ci succede? E’ come se facessimo fatica a tenere testa agli avvenimenti culturali o come se la cultura ci sfuggisse di mano e ci sentissimo limitati o impossibilitati di giocare un ruolo nello scenario internazionale. Coda di Paglia?
Devo dire che, se la polemica alla Biennale mi sembrava giusta, quella sulla mostra di Modigliani mi è sembrata esagerata, perché l’italianità del nostro pittore usciva da ogni aspetto della mostra, tanto che non era possibile nasconderla.
Consiglio senz’altro la visita alla Fondazione Pierre Giannada e alla mostra Modigliani et l’Ecole de Parische resterà aperta fino al 24 novembre. La mostra è una vera perla per la fine dell’estate. Organizzata in collaborazione con il Centre Pompidou di Parigi e alcune collezioni svizzere, vi lascia godere di ottanta capolavori che illustrano l’opera di Modigliani a partire dal suo arrivo a Parigi, nel 1906. Nella mostra seguirete le trasformazioni dell’opera di Modigliani, ma potrete capire da vicino l’impatto e l’influenza esercitati dalla città culturale più viva del momento sul giovane pittore. E così vedrete nelle tele di Modigliani l’incontro con le opere di Toulouse-Lautrec e poi il suo incontro decisivo con la scultura e con l’opera di Brancusi. La mostra poi non tralascia di raccontarci l’arrivo a Parigi di Chaim Soutine e di Chagall e non è difficile immaginare la vita nel piccolo studio a Montparnasse e poi nella casa a Montmartre. Vi si incontra anche il suo ultimo amore, la modella diciannovenne Jeanne Hebuterne, che si suicidò il giorno dopo la morte del pittore, nel 1920.
Alla fine della mostra consiglio poi una visita al giardino della fondazione, dove troverete un nucleo di sculture tra cui Henry Moore, Calder, Max Bill e Dubuffet.