Nessun uomo è un’isola

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Il calvario dei migranti e la bellezza della solidarietà passano accanto alla vita di un ragazzino di Lampedusa, che gioca e cerca una propria dimensione, mentre affronta le paure e le sfide della crescita. Accade in un bel film-documentario di Fancesco Rosi, Fuocammare, ove alla vita grama dei pescatori e degli isolani si accosta alla sofferenza, incommensurabile, dei migranti in arrivo dal mare. Due dimensioni di vita si accostano, sembrano lontane anni luce. Ma è la compassione, quella meravigliosa capacità di sentire la sofferenza altrui ed esserne smossi nel profondo, che crea un ponte attraverso il quale storie lontane si incontrano. Così si vedono gli addetti della marina Militare e della guardia costiera italiane, con i tanti volontari che si adoperano senza sosta. E si vedono i cadaveri di tanta povera gente stipati nella stiva di una carretta del mare, si vedono le mamme sfinite coi bambini moribondi al collo, si ode il canto di un gruppo di nigeriani che rivive, esorcizzandole, le peripezie atroci d’un viaggio degno d’una discesa nell’inferno. Si vede una donna piangere un pianto che non si immaginerebbe possibile per un essere umano. E a un certo punto eccolo: Pietro Bartolo, il medico condotto dell’isola. Uomo di mezza età, con gli occhiali, una faccia da persona comune. E’ proprio lui che pronuncia le parole più belle sul perché si devono aiutare queste persone; lo fa in maniera semplice e bellissima, come fanno tutti coloro che dinanzi al male e al dolore scelgono la via dell’umana compassione. Nessun uomo è un isola, disse un famoso poeta, e così questo dottore, isolano di Lampedusa, con le sue parole e il lavoro quotidiano in frontiera, col prendersi su di se’ il peso dell’umanità più derelitta, dalla quale sente di non essere disgiunto, ci sembra grande quanto una pietà michelangiolesca. In quel momento il documentario e’ un film, ossia un opera d’arte.images

Stolto e infelice e’ chi questi sentimenti non li capisce e usa questa tragedia per farsi una carriera politica.

 

 

 

 

 

Silenzio… finalmente!

muzoChi non sogna il silenzio perfetto? Chi almeno per 5 minuti non vorrebbe isolarsi dal rumore dell’esterno per concentrarsi o semplicemente per riposare? Chi non vorrebbe ascoltare più le futili discussioni del tavolo di fianco? Infine chi non vorrebbe essere ascoltato dall’impiccione di turno mentre racconta i fatti suoi?

Pare che il risultato sia stato raggiunto. Infatti è stato creato un apparecchio capace di attenuare i rumori fino ad annullarli. Si chiama MUZO ed è un dispositivo sviluppato dalla Celestial Tribe di San Francisco, che per realizzare il progetto ha raccolto un consistente gruzzolo attraverso il crowdfunding.

Di MUZO si raccontano grandi cose. Come tutte le invenzioni geniali parte da un concetto semplice, infatti utilizza una tecnologia “anti vibrazione”. O meglio,  riesce a sviluppare vibrazioni che contrastano e annullano quelle del suono e della sua propagazione.

Insomma una sorta di amplificatore al contrario. Ma non basta, mentre MUZO vi isola dai rumori esterni può anche diffondere suoni piacevoli o creare una zona isolata in cui avere la privacy completa (ristorante, sala d’aspetto, mezzi di trasporto, open space).

Un sogno? Si vedrà. Per ora è in prevendita ad un prezzo non proprio popolare. Dovrebbe entrare a breve in produzione e se funziona davvero certamente costerà in futuro molto di più. Certo sarebbe un gadget veramente interssante, aspettiamo fiduciosi… e in silenzio!

Ode alla “dechetterie”

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C’è un posto, nella cittadina svizzera dove vivo, che vorrei tanto trasferire in Italia. Questo posto è la Dechetterie, dove ci si reca una volta a settimana per portare la parte dei nostri rifiuti da riciclare. E’ composta da un largo cortile con tutti i container  per la raccolta differenziata: carta, vetro/alluminio, plastica, legno  e tutto ciò che riguarda il giardino. Un piccolo container ospita ben separati tra loro, i rifiuti speciali come medicinali, pile , cartucce, lampadine. Dentro al cortile, poi, c’è anche una rimessa dove la gente deposita i piccoli elettrodomestici ma anche altre cose che non servono più ma potrebbero essere utili ad altri. Il posto è aperto secondo orari stabiliti e vi si trova sempre un responsabile a controllare che tutto vada nel posto giusto: di solito  è un ragazzo giovane che fa questo come lavoretto extra scolastico. Da un po’ di tempo qualcuno vi ha portato una vecchia libreria e ora in molti portano i libri  e se li scambiano.

Sarà perché mi piacciono le scatole e le sorprese che le contengono, ma la dechetterie è per me come una grande scatola dove si riversano un sacco di oggetti con le loro storie e t2ec16hhjie9qso-stsbqlf6ye7w-60_35curiosità. Una volta ho riportato a casa una serie di cappelliere mentre questo sabato vi ho trovato un libro che mi ha subito incuriosito: Les chefs d’oeuvre du sourire.

Dimenticavo, qualcuno aveva smesso di andarci in dechetterie e aveva cominciato a buttare tutto dentro i cassonetti tradizionali da dove viene prelevata la spazzatura non differenziata, una volta alla settimana. A questo punto  il Cantone ha optato per una una maniera drastica di intervento e, per convincerci della necessità di andare in dechetterie  e dividere la spazzatura, ha alzato a due franchi (all’incirca due euro) il costo del sacchetto della spazzatura generico.

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Possiamo usare solo quello e come per incanto tutti ora fanno attenzione a buttarci dentro il meno possibile.

L’invidia: forza propulsiva o vizio morale e intellettuale?

scarIl rapporto dell’EURISPES sull’Italia del 2016 inizia così

L’invidia è il vizio che blocca l’Italia. Una vera e propria sindrome che l’Eurispes definisce “sindrome del Palio” che non ci permette di trasformare la nostra potenza in energia.

“L’Italia è infatti rallentata da una diffusa e radicata sindrome del Palio di Siena la cui regola principale è quella di impedire all’avversario di vincere, prima ancora di impegnarsi a vincere in prima persona. Sempre senese era l’anima nel XIII Canto che dice a Dante: «Fui molto più lieta delle sfortuna altrui che della mia fortuna».

L’invidia e la gelosia, se volte in positivo, diventano il propellente indispensabile alla crescita e allo sviluppo. Stimolano la concorrenza nel mercato privato; spingono a comportamenti più virtuosi, apprezzabili e spendibili sul piano del ruolo e dell’immagine, nel pubblico. Di fatto, nel nostro Paese ciò non accade. Invidia e gelosia si traducono in rancore e denigrazione. Odiamo e denigriamo il nostro vicino più bravo e, invece di impegnarci per raggiungere risultati migliori e superarlo in creatività, efficienza e capacità, spendiamo le nostre migliori energie per combatterlo, per mortificarne i successi, per ostacolarne o addirittura bloccarne il cammino. Insomma un vero e proprio “spreco di potenza”, una filosofia del contro invece che del per”.

L’invidia, il “vizio che non dà piacere” come asserisce il filosofo Salvatore Natoli (ripassatevi un po’ i sette peccati capitali e capirete di cosa parlo, persino l’accidia nasce da uno stato di soddisfazione), pare sia lo sport nazionale italiano. Non rattristiamoci, però, siamo in buona compagnia! Infatti uno studio portato a termine da un pool di Università spagnole sottolinea come l’invidia sia il tratto caratteristico del 30% degli individui. Cioè 3 persone su 10 provano invidia, sentimento che si traduce non nel raggiungimento di un risultato, quanto piuttosto nel bieco desiderio di primeggiare, e tuttavia l’invidioso “distrugge e impoverisce il mondo senza riuscire in alcun modo a valorizzare se stesso” (S. Natoli, Dizionario dei vizi e delle virtù, Milano, 2009, p. 65). Gli antichi romani addirittura mettevano in relazione l’invidia con il malocchio, del resto è facile comprendere questa posizione considerando l’etimologia del verbo latino, in + videre, che significa guardare con malanimo.

Ma come superare l’impasse davanti alla quale ci pone l’invidia. Forza propulsiva o vizio morale? Bernard Russell nel suo libro La conquista della felicità ci suggerisce saggiamente come risolvere la questione, indicandoci una possibile strada non solo per liberarci dell’invidia, ma anche per utilizzarla come sprone : “l’unico rimedio contro l’invidia per gli uomini e le donne comuni è la felicità… Ci si può liberare dell’invidia gustando le gioie che si trovano sul proprio cammino, svolgendo il lavoro che si deve svolgere, ed evitando di fare confronti con coloro che reputiamo, forse erroneamente, più fortunati di noi”. Una ricetta in fondo semplice, un carpe diem virtuoso insomma per spendere al meglio tempo e risorse.

 

Una mostra che non voglio perdere

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Tino Sehgal, performance Tate Modern, 2012

Una mostra che voglio veramente vedere  si aprirà il 12 ottobre a Palais de Tokyo, dell’artista Tino Sehgal. Sono sicura che sarà un’esperienza che non dimenticherò, come accadde la prima volta che vidi l’opera di Sehgal nel padiglione tedesco alla biennale di Venezia del 2005. Non so, pero’, se il verbo vedere sia quello giusto, perché il lavoro di Tino Sehgal non si vede: si vive. Non si può definire  un semplice performer, anche se il suo lavoro parte dal teatro;  lui si definisce un “costruttore di situazioni”. Non puoi afferrare con le mani la sua opera, non ci sono opere da vedere, ti devi accontentare il ricordo di un momento in cui ti ha coinvolto nella sua arte, con le sue parole, gesti e momenti di incontro.

Ho letto di questa mostra su Beux Arts di ottobre . Il suo intervento rientra in una manifestazione dal titolo “Cartes Blanches”, che offre all’artista la possibilità di lavorare in tutto lo spazio del Museo (13.000 quadrati).

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Tino Sehgal, Performance Biennale di Venezia 2013

Leggo nella rivista l’articolo di Emmanuelle Lequeux e già penso a come devo organizzarmi per andare a Parigi a visitarla. La mostra leggo sarà : “ Come un’odissea dove il visitatore farà esperienza della sua propria complessità , della sua soggettività. Confrontato  con delle opere che sollecitano un’energia folle, ciascuno può’ scoprire la sua scrittura individuale e risvegliare quella materia prima dormiente che costituisce i legami fra tutti noi, soggetti”. Leggo che per la mostra Sehgal ha invitato altri artisti come Daniel Buren o Philippe Parreno che presenteranno delle opere in dialogo con il  suo lavoro. Si rifletterà su alcuni concetti  come la sparizione dell’oggetto, la dipendenza tra opera e visitatore. Insomma Palais de Tokyo si trasformerà in un teatro perpetuo, un labirinto di percezioni diverse.

 Mentre penso a questa mostra vedo incroci di linguaggi artistici che si sfiorano e che partecipano insieme al lavoro più difficile che l’arte deve compiere : risvegliare la nostra attenzione e i nostri sensi. Allora penso ad una forma di teatro che non è lontana dalla ricerca di Sehgal . E’ il teatro sensoriale del drammaturgo e antropologo Enrique Vargas. Il teatro de los Sentidos,  che ho potuto conoscere grazie al lavoro dell’attrice Patrizia Menichelli, da decenni parte della compagnai teatrale dello stesso Vargas www.arsinteatro.it.

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Patrizia Menichelli

Monforte Contemporanea/Edizione zero

monforte-contemporaneaCosa accade quando un collezionista di arte contemporanea svizzero incontra la bellezza di un paese delle Langhe, i cui vicoli medievali rimandano ai secoli passati e il contesto si pone in “contrasto” con ciò che è l’oggetto dell’evento?

Monforte Contemporanea/Edizione zero è un vero e proprio esperimento, come lo stesso patron – lo svizzero Philippe Jacopin – afferma. “Il progetto, un evento annuale della durata di 2 mesi, (fra settembre e novembre 2016 ndr) esplora l’incontro tra la quotidianità della cittadina, il meraviglioso scenario delle langhe piemontesi e l’arte contemporanea, promuovendo un rapporto diretto tra il contesto pubblico e interventi artistici”. Partecipano all’evento gli artisti Olivier Estoppey, Nicus Lucà, Paolo Grassino, Valerio Berruti, Mimmo Borrelli, Jessica Carroll, Davide Rivalta, Marcel Mathys, Alessandro Sciaraffa. E “il fruitore principale del progetto Monforte Contemporanea è la popolazione della cittadina, con cui il progetto vuole porsi in dialogo, adattandosi alle abitudini e all’ambiente che animano il paese”.

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Il festival renderà la cittadina una galleria a cielo aperto e gli organizzatori hanno faticato non poco per convincere la popolazione della bontà dell’idea. “Ho trovato persone entusiaste, ma la popolazione è in generale un po’ chiusa, restia alle novità. Ci si è scontrati con resistenze pratiche: quel muro è privato, quella tratto è privato!” afferma Philippe Jacopin. Tuttavia si mostra sicuro del fatto che già dall’anno prossimo l’iniziativa verrà accettata con più serenità e benedetta dalla popolazione. Comunque “l’invito è a porre la prima pietra di un progetto a lungo termine, lasciando aperte tutte le possibili strade che tale avventura potrebbe intraprendere”.

Auguriamo fortuna a questo progetto, sicuri che i visionari possano vederci giusto!

I favolosi quattro

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Il film “The Beatles: Eight Days a Week” è arrivato anche nelle sale di Ginevra. Assieme alle mie due figlie, di 17 e 19 anni, siamo state a vederlo. Ho fatto un po’ fatica a spiegare loro che il regista, Ron Howard, era il personaggio di Rickie Cunningham della serie televisiva Happy Days: non ne sapevano niente e questo te la dice lunga di quanto siano lontane dagli anni Sessanta.

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Ron Howard in Rickie Cunningham

Il Film-documentario nasce con la collaborazione fra Paul McCartney, Ringo Star e le vedove Yoko Ono Lennon e Olivia Harrison. Dura due ore e al termine è possibile rimanere seduti per vedere  30 minuti di un concerto dal vivo, mai mostrato prima. Il tempo ci è volato, il documentario ha ricucito una trama di episodi fatta di tantissimi filmati, di fotografie che ripercorrono la storia del gruppo, ma anche delle scene tratte dai loro trasferimenti, con i fans in delirio che si strappano i capelli ai concerti, con le loro personalità e l’energia che sapevano trasmettere. Insomma, ci è piaciuto: a tutte e tre. Immancabili, le scene del concerto dal tetto della Apple, la loro casa discografica, nel entro di Londra, con la gente che si ferma per strada, o esce dalle finestre dei palazzi vicini per riuscire a vederli da vicino. Sono incredibili i quattro: completamente diversi da quelli degli albori: coi capelli lunghi, paludati in un abbigliamento che prefigura gli ani settanta (Lennon e Harrison indossano due pelliccioni), cantano e suonano Get Back con un’energia unica.

Nel film ci sono anche delle belle testimonianze; alcune toccanti, come quelle dell’attrice nera Whoopi Goldberg, che spiega il significato di partecipare ad un loro concerto per una ragazza nera come lei,  tra migliaia di bianchi:  per lei i favolosi quattro furono fonte di ispirazione e coraggio. E in effetti i Beatles rifiutarono, in tournée nel sud degli USA, di suonare in locali per soli bianchi (ci sono delle scelte che ti mettono alla parte dei giusti davanti alla storia).

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Whoopi Goldberg

Dal documentario si comprende bene perché decisero di ritirarsi dai concerti e lavorare solo in studio, sulla musica: la popolarità e la macchina dei concerti erano divenute un peso esistenziale. E a quel punto che loro passano al genio, con albums che rivoluzionano la musica pop e non solo. Questo nel documentario è ben spiegato. Divengono produttori di pezzi musicali senza tempo. In certi momenti si prova grandissimo rispetto per questo gruppo di giovani che improvvisamente si sentono investiti di capacità fuori dal comune e le mettono a frutto.

Appena uscite, con le figlie, ci siamo confrontate sul mito dei Beatles e ci siamo accapigliate sul fenomeno  One Direction, una band di pochissimi anni fa dalla popolarità enorme fra gli adolescenti.

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One Direction

E’ partita subito la polemica: una figlia li accostava ai Beatles per la velocità con cui sono arrivati al successo, il numero dei fan e il numero dei dischi venduti; l’altra non accettava neanche di metterli a confronto, accusando i One Direction  di essere stati solo un prodotto commerciale. Io non riuscivo a pendere né per l’una né per l’altra : come si possono comparare due fenomeni intercorsi a mezzo secolo di distanza l’uno dall’altro? Anche il documentario ci fa capire che il tutto è contestualizzato in un’altra epoca. Erano gli anni del baby boom,  il mondo era pieno di giovani che praticamente non avevano conosciuto la guerra e che volevano il cambiamento, con quella stessa energia che oggi vedo – mi viene di pensare mentre rientriamo in macchina – negli occhi e nella determinazione di tutti quei giovani che attraversano il Mediterraneo per scappare dall’Africa  venire da noi in Europa. Anche loro vogliono un mondo diverso, ma non possono cercarselo a casa.

Se sembri vecchia sei saggia?

sale-pepe“Perché sì, quando si arriva ai cinquanta è ora di smetterla di fare le ragazze.
Anche se si resta ragazze dentro.
Ci si taglia i capelli, si smette di tingersi del colore che si aveva da giovani, si va verso il grigio e le sue varianti.
Ci si trucca appena, si cura la pelle con molta attenzione, si mette una spolverata di fard e un po’ di mascara. Al limite dell’invisibile.
Ci si veste. Anche con forme decise e colori forti. Che se si accompagnassero ad una chioma fintamente giovane e ad un trucco marcato ci renderebbero ridicole. Se invece, come ha fatto Daria, sono abbinati ad una testa naturale, significano il nostro stile, la nostra voglia di affermarci, di continuare a vivere la vita con pienezza ed entusiasmo”(Anna Da Re, Donna Moderna, 4 luglio 2016, a proposito del nuovo look di Daria Bignardi).

La signora Da Re, è fashion blogger, e creatrice del blog Chic After Fifty “un fashion blog per donne, non ragazze. Donne che hanno più o meno cinquant’anni. Quando diventa difficile vestirsi in un modo che piaccia ma che sia anche comodo, bello, interessante”.

Ed eccola lì, un’altra che sollecita all’austerità senile, da indossare come uno scudo quando non siamo più al top delle nostre condizioni estetiche, come se un look “dimesso” potesse falsamente regalare alle donne quell’autorevolezza di cui vanno in cerca! Mi sembra di essere ricaduta negli anni 50. Ancora un altro modello imposto in nome dell’empowerment della carriera. Ancora una volta come se non fosse la testa (e solo quella), il motore che porta avanti una donna.

Cliché, anche quest’ultimo dei capelli bianchi, che fa il paio con quello delle “bionde stupide” o delle “baffute geniali”.

A quando la liberazione da questi stereotipi che non fanno che ricalcare un modo di pensare decisamente “maschile”? Quando incominciare a considerare la donna una “dea” capace e degna di esprimere se stessa nel modo in cui preferisce senza per questo divenire oggetto delle brame o delle invidie altrui? Quando si smetterà di dare “giudizi” o cavalcare pregiudizi sulle donne che in un modo o in un altro non si “adeguano”?

Allora evviva la Pantera di Goro, evviva Vivienne Westwood!

 

Ma tu hai buon naso?

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Ficcare il naso in qualche cosa è quello che ho fatto l’altro giorno, entrando a Parigi in un’ edicola. Avevo un po’ di tempo e mi divertivo a vedere i titoli e le copertine dei giornali. E’ stato a quel punto che mi sono  imbattuta in Nez, il primo numero di una rivista con un bel naso ritagliato sulla copertina sotto alla scritta:  rivista olfattiva/società/scienze / arte/ cultura / profumo.couverture-nez-1-detoure-850

Mi sono ritrovata a sfogliarla rapidamente e sono subito stata attirata da due articoli:  Itinerario di un odore” che indaga come le informazioni arrivano al cervello e “La memoria dell’odorare”, dove si racconta come gli odori, al pari di tutte le nostre esperienze sensoriali, diventano compagni delle nostre esperienze . L’articolo si domanda che ruolo giochino gli odori nel far riemergere le emozioni.  Mentre continuavo a sbirciare questa bella rivista, dall’elegante formato cartonato,  il tempo passava e rischiavo di perdere il treno. Volevo saperne di più:  così mi sono decisa ad acquistarla ( il prezzo non è certo basso: 19,90 euro). Mi sono incuriosita leggendo la storia dei profumi francesi nati nel dopoguerra e ho scoperto che il profumo Vent Vert fu creato da Germaine Cellier la prima donna profumiera del dopoguerra. Vi ho anche letto che il profumo Miss Dior fu presentato nel 1947 in un flacone a forma di anfora in cristallo di Baccarat realizzato solo in 300 esemplari.  Ci sono tanti spunti per chi è interessato o curioso di tutto ciò che attiene al naso. Anche una citazione di Salvator Dali  Dei cinque sensi, l’olfatto è indiscutibilmente colui che dona la meglio idea dell’immortalità”.

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Ernesto Neto,2007

Alla fine sono soddisfatta di aver scoperto questa rivista; non sono una estimatrice di profumi e anzi non ne capisco molto, ma tutto ciò che gira attorno ad un senso è affascinante e apre le porte a mille altri percorsi mentali che, ahimè, come sempre, mi riconducono all’arte contemporanea. In modo particolare mi fa ricordare  la prima volta che ho visto il lavoro dell’artista brasiliano Ernesto Neto: era una stanza dal cui soffitto pendevano una serie di reti colorate piene di diverse spezie.  Bellissimo. Non so cosa mi attrasse di più se la forma a goccia delle reti , i colori delle spezie o i forti odori che emanavano. Certo quel giorno il mio naso e i miei occhi mi fecero fare una gran bella esperienza.

Medicina Narrativa e approccio empatico al malato

listen-to-your-heartBasta essere medici per curare al meglio le malattie oppure per far guarire coloro che si affidano alle cure di un medico è necessario che egli rappresenti qualcosa in più di una figura professionale, sebbene specializzata e competente?

Recenti studi rivelano come la tendenza a trascurare la componente dell’umanizzazione delle cure provochi un calo dell’empatia del medico che ben presto si ripercuote negativamente sulla guarigione del paziente.

Si è calcolato che in media un medico offre al paziente solo una ventina di secondi della propria attenzione durante la visita e in genere non si preoccupa di capire come il paziente viva la propria malattia. A questo vuole porre rimedio la Medicina Narrativa, una branca della medicina tradizionale che si è sviluppata negli Stati Uniti, e si occupa di recuperare il legame “umano” che unisce il paziente al medico. L’umanizzazione delle cure che ne consegue non è una forma di buonismo o peggio di pietà verso l’ammalato ma una competenza di base legata al patrimonio delle scienze sociali che contribuisce a migliorare il modo di lavorare, fornendo gli strumenti concreti per un approccio di cura basato sull’ascolto.

Secondo i dettami della Medicina Narrativa la pratica efficace della medicina richiede competenza narrativa, cioè la capacità di riconoscere, assorbire, interpretare, e agire sulle storie e sulle difficoltà di altri. Attraverso di essa i medici, ma anche altre figure del panorama sanitario, possono raggiungere e unirsi ai loro pazienti nella malattia, riconoscere il proprio personale viaggio attraverso la medicina, colmando il divario che separa il medico dal paziente. La narrazione dell’esperienza personale, dunque, dovrebbe avere un ruolo significativo nelle relazioni di cura perché quando la sofferenza viene inserita in racconti reali e diventa condivisibile si trasforma in risorsa.

Si tratta di una bella sfida, basata soprattutto sulla volontà di “mettersi in gioco” da parte del medico. Un accostarsi verso chi soffre privi di quella corazza che crea una distanza più facilmente gestibile a livello emozionale, ma che rende colui che dispensa le cure un essere algido e irraggiungibile.