
Sarà che in questo periodo ci guardo di più, ma ogni volta che una notizia dell’Italia raggiunge la Svizzera, non mi rallegro mai. E’ mattina presto, sono in attesa del treno in una stazione, guardo un video con le notizie e due sono dedicate al mio paese:
Maxi retata: sgominata la banda dei bagagli che operava in otto aeroporti italiani.
Offese e frasi razziste contro il nuovo ministro dell’integrazione Cecile Kyenge, di origini congolesi.
Tralasciamo la prima notizia che dà subito un’immagine del nostro paese fatto di furbini e ladruncoli, e che non ha mancato di far sorridere le persone che attendavano il treno con me.
Un commento meritano invece agli attacchi subiti dal ministro. Quelli mi arrivano dritto in testa e mi fanno male perché vengono da persone che fanno parte della nostra classe politica. Povero paese mio, mi dico, mentre il mondo si trasforma e tutto corre velocemente, tu fatichi un sacco e non ti decidi a vedere ciò che di buono ti offre la modernità. Le tue parole di disprezzo per persone che non sono come te, in cui tu non ti riconosci per il colore della pelle o per qualsiasi altra differenza, dimostrano solo che sei troppo vecchio, decadente.
Cosa mi propone la ristretta faccia dell’Italia razzista ? Quella che pensa che “loro, gli extracomunitari, non sono dei nostri”, che li possiamo usare per tutto senza considerare i loro diritti perché tanto sono più deboli e non possono reagire?
E qui sta l’errore: l’altro, in un mondo come quello in cui viviamo, è una ricchezza per tutti noi e non dobbiamo averne paura. La paura di chi è apparentemente diverso da noi si fonda su una società che fa di tutto per omologarci. Spende tutte le sue energie per rassicurarci, per farci aspirare a una vita di recinto. Dentro al recinto possono convivere solo tutti quelli come me ( si riconoscono perché hanno un certo modello di macchina, un vestito, un orologio, una tipologia di famiglia, una religione ): E invece così ci fregano perché il bello sta fuori e si manifesta nell’imprevedibile e nell’incontro con persone con tradizioni e culture diverse dalle mie.
Domenica si è chiuso a Ginevra il salone del Libro. Fra le consuete novità editoriali si sono distinti quest’anno i « mooks » o « magbooks » di produzione per lo più francese a metà strada fra il libro e la rivista patinata. Curatissime dal punto di vista editoriale e grafico queste riviste contengono foto, disegni e fumetti di grande valore e articoli che più che giornalistici, ricalcano il saggio letterario. Infatti i megbooks si basano sull’incrocio dei vari generi, l’informazione, anche la più attuale, viene trattata in modo letterario, grandi firme del giornalismo e della letteratura si rincorrono e creano un nuovo modo di fare informazione, catturando un pubblico, quello delle librerie dove sono venduti, più esigente e più attento. Siamo nel categoria dell’ « infoitament », un termine coniato dal sociologo svizzero Michaël Meyer per definire il melange fra divertimento e informazione. Ancora Meyer afferma che « i mooks sono il segnale di una stampa che cerca nuove maniere per reinventarsi ». I mooks sono « begli oggetti » assolutamente privi di pubblicità, che si divorano come dei romanzi. Se infatti andiamo a curiosare sulla pagina web di presentazione di uno fra i più famosi di questi « oggetti », XXI, appare chiaro il progetto che essi sottendono : « XXI assembla tutti i talenti del reportage: romanzieri agguerriti che amano raccontare il reale, giornalisti di talento che sono in grado di scrivere da 20 a 30 cartelle, fotoreporter sul territorio, autori di fumetti che hanno voglia di confrontarsi con il reportage ».

Sto faticosamente leggendo un libro di quelli che possono essere definiti “difficili”, bellissimo e straziante allo stesso tempo, a metà fra il saggio scientifico e l’opera letteraria. Innanzitutto qualche parola sul suo autore, Eugenio Borgna, definito il più grande psichiatra italiano, colui che nelle sue opere ha indagato l’intero ventaglio delle emozioni umane dalla nostalgia ai sentimenti di colpa, dall’inquietudine e dalla disperazione, all’ansia e ai rimpianti, dalle attese e dalle speranze, alla gioia e alla solitudine.

Ieri, 30 aprile il web ha compiuto 20 anni.

Vorremmo parlare brevemente e in modo differente dal solito della guerra civile in Siria. Il grido di dolore lanciato da Papa Francesco per fermare la strage, soprattutto dei i più piccoli (finora si stimano 8000 bambini morti), sovrasta ogni nostra possibile riflessione e da’ la misura della strage che si sta compiendo in quella terra. Neppure vogliamo prendere in considerazione le ragioni di una parte o dell’altra convinti che, comunque, una guerra con il carico di orrore che si trascina dietro non è mai giustificabile.