L’altro

jean Michel Basquiat
Jean–Michel Basquiat

Sarà che in questo periodo ci guardo di più, ma ogni volta che una notizia dell’Italia raggiunge la Svizzera, non mi rallegro mai. E’ mattina presto, sono in attesa del treno in una stazione, guardo un video con le notizie e due sono dedicate al mio paese:

Maxi retata: sgominata la banda dei bagagli che operava in otto aeroporti italiani.

Offese e frasi razziste contro il nuovo ministro dell’integrazione Cecile Kyenge, di origini congolesi.

Tralasciamo la prima notizia che dà subito un’immagine del nostro paese fatto di furbini e ladruncoli, e che non ha mancato di far sorridere le persone che attendavano il treno con me.

Un commento meritano invece agli attacchi subiti dal ministro. Quelli mi arrivano dritto in testa e mi fanno male perché vengono da persone che fanno parte della nostra classe politica. Povero paese mio, mi dico, mentre il mondo si trasforma  e tutto corre velocemente, tu fatichi un sacco e non ti decidi a vedere ciò che di buono ti offre la modernità.  Le tue parole di disprezzo per persone che non sono come te, in cui tu non ti riconosci per il colore della pelle o per qualsiasi altra differenza, dimostrano solo che sei troppo vecchio, decadente.

Cosa mi propone la ristretta faccia dell’Italia razzista ? Quella che pensa che  “loro, gli extracomunitari, non sono dei nostri”, che li possiamo usare per tutto senza considerare i loro diritti perché tanto sono più deboli e non possono reagire?

E qui sta l’errore: l’altro, in un mondo come quello in cui viviamo, è una ricchezza per tutti noi e non dobbiamo averne paura. La paura di chi è apparentemente diverso da noi si fonda su una società che fa di tutto per omologarci. Spende tutte le sue energie per rassicurarci, per farci aspirare a una vita di recinto. Dentro al recinto possono convivere solo tutti quelli  come me ( si riconoscono perché hanno un certo modello di macchina, un vestito, un orologio, una tipologia di famiglia, una religione ): E invece così ci fregano perché il bello sta fuori e si manifesta nell’imprevedibile e nell’incontro con persone con tradizioni e culture  diverse dalle mie.

Chiacchiere del lunedì

Prova mafalde

Da uno studio britannico si è determinato che il momento in cui o gli uomini o le donne sono inclini a dire la parola Ti amo è il sabato sera  intorno alle 22.

Gli specialisti hanno anche constatato che dopo qualche anno di relazione, un persona su dieci non dice più  “ti amo” e questo perchè si dice convinta che la sua dolce metà ormai conosca i propri sentimenti.

Vogliamo commentare assieme? Per come vedo i giovani non mi sembra che  nel vocabolario di relazioni sentimentali la parola Ti amo sia la più gettonata anzi gli approcci mentali e spirituali sono molto più frenati e si cerca quasi sempre di tenere separato, per quanto possibile, l’aspetto emotivo da quello fisico.
Tanta fatica dunque per arrivare a dire Ti amo e poi non dirlo più. Perché? Forse perché  pesante come il piombo, sprigiona un’ansia da prestazione e fa presagire impegni e cappi al collo? oppure perché  troppo banale, non risuona dentro di noi come dovrebbe?.

Io sono dell’idea che ci ha rovinato il cinema! Provate a contare in una serata televisiva (oltre agli immancabili morti ammazzati) quante volte qualcuno dice “Ti amo” a qualcun altro… c’é da morire di diabete. E così come ormai le morti più orrende non suscitano in noi altri sentimenti che un voyeurismo abbastanza malato, così le parole “Ti amo” non ci fanno più né caldo né freddo! Come competere con i belloni di turno? Tutto sembra già detto e già visto. Non è terribile? 

Per concludere se volete esprimere il vostro amore, provate a farlo di sabato sera verso le 22 e tutto vi sembrerà più facile.

Della follia creatrice

CopertinaSto faticosamente leggendo un libro di quelli che possono essere definiti “difficili”, bellissimo e straziante allo stesso tempo, a metà fra il saggio scientifico e l’opera letteraria. Innanzitutto qualche parola sul suo autore, Eugenio Borgna, definito il più grande psichiatra italiano, colui che nelle sue opere ha indagato l’intero ventaglio delle emozioni umane dalla nostalgia ai sentimenti di colpa, dall’inquietudine e dalla disperazione, all’ansia e ai rimpianti, dalle attese e dalle speranze, alla gioia e alla solitudine.

Il tema di questa sua nuova fatica è la follia, indagata non in senso clinico ma come presenza ineluttabile nella vita di ognuno di noi. Di armonia risuona e di follia infatti si riferisce proprio alla nostra vita che quando è colpita inevitabilmente dal dolore e dalla sofferenza diviene follia. Tale follia non è destinata a divenire patologica ma  può squarciare il velo della cosiddetta “normalità” e preludere addirittura alla creazione artistica. Il tentativo dell’autore è “di cogliere le radici umane della follia, che rifiuta le razionalizzazioni spietate per cui solo la cruda calcolante ragione cartesiana può confrontarsi con il senso della vita e tiene invece conto della crepuscolare legge pascaliana che allude alla presenza del dolore come una fatale compagna del nostro cammino”. La follia dunque come esperienza ineliminabile della vita, che comunque in tempi quali i nostri si cerca di normalizzare più rapidamente possibile.

Una parte importante del libro è dedicata all’influenza che la follia così interpretata svolge “sulla immaginazione creatrice di persone geniali”, l’autore si concentra infatti sulla “dimensione creativa della sofferenza psichica” e sulla possibile connessione dell’esperienza artistica con questo tipo di stato d’animo. Dall’altra parte Borgna afferma: “Le opere d’arte aiutano la psichiatria a conoscere meglio gli sconfinati orizzonti delle emozioni, e delle loro forme di espressione, che nei volti e nei gesti, nei paesaggi dell’anima, si condensano, e si fondono, in arcobaleni impensabili ai linguaggi e ai modi di guardare della psichiatria clinica. Ogni radicale creazione artistica si fa mediatrice, e generatrice, di risonanze emozionali che la vita di ogni giorno tende a rimuovere, e che dilatano vertiginosamente i confini della nostra anima. Ci immergiamo così in relazioni palpitanti di vita con quelle che sono state le emozioni, e l’immaginazione, degli autori delle opere d’arte; partecipando del loro dolore e della loro tristezza, della loro angoscia e della loro inquietudine, della loro gioia e della loro speranza”.

Dunque la scintilla della follia, come risultante del dolore che è inevitabilmente presente accanto a noi, fa parte del nostro essere e come avverte l’autore: “Solo se si seguono sentieri diversi da quelli abituali è possibile guardare alla follia con occhi rinnovati dalla esperienza mai finita del dolore, dalle letture dei testi non solo psicopatologici ma poetici e filosofici, dalle intuizioni improvvisamente riemergenti della vita dal mettere fra parentesi ideologie, e tradizionali modi di pensare”.

Un avvertimento per non avere paura delle nostre fragilità…

Elogio del coraggio e della partecipazione

Barbara Krugher
Barbara Kruger

Ieri leggevo su La repubblica un articolo che mi ha molto colpito di Salman Rushdie dal titolo “Elogio del coraggio da Gandhi alla Pussy Riot”. Rushdie metteva in luce come il coraggio del pensiero oggi sia molto meno apprezzato della prodezza fisica. Attraverso molti esempi dimostrava come tutti noi siamo molto più diffidenti verso coloro che reagiscono e prendono posizione contro le ingiustizie. L’ articolo era centrato su tutti gli intellettuali che si schierano contro l’ortodossia, gli abusi di potere concludendo che tutti coloro che lottano per un mondo diverso e migliore e sono perseguitati e oppressi non devono essere lasciati soli ma hanno bisogno del nostro sostegno e della nostra partecipazione.

La partecipazione e il sostegno è necessario in tutti i campi e vorrei segnalare un’iniziativa organizzata all’Aquila che si terrà il 5 maggio prossimo. In quel giorno infatti sono invitati tutti gli storici dell’arte del mondo che vorranno andare a visitare la città per affermare con forza e intensità che è giunto il momento di ricostruire e restaurare il centro della città devastato dal terremoto del 2009. L’evento, dal titolo Storici dell’arte e ricostruzione civile vuole dimostrare come restituire il centro dell’Aquila voglia dire salvare l’intero tessuto civile della nazione.

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Chi parteciperà visiterà la città facendo un corteo nei luoghi simbolo del patrimonio culturale della città colpiti dal sisma e poi nel pomeriggio potrà intervenire ad un’assemblea condotta da Tommaso Mantanari, ideatore di questo incontro che si concluderà con un intervento di Salvatore Settis.

Ecco io credo che tutti gli storici dell’arte che vi parteciperanno, dimostreranno di sostenere la battaglia per la ricostruzione e come ha scritto molto bene Rushdie “dichiarando pubblicamente la nostra posizione. Ogni frammento è importante”.

Chi volesse leggere in dettaglio il programma del 5 maggio può andare http://www.laquila5maggio.wordpress.com

20 anni fa… il web

webIeri, 30 aprile il web ha compiuto 20 anni.

Sembra impossibile che in un periodo così breve questa tecnologia, inizialmente inventata presso il CERN di Ginevra dal fisico britannico Tim Berners-Lee per mettere in contatto più velocemente gli studiosi, abbia rivoluzionato in modo così radicale le nostre vite.

La decisione del CERN infatti di concedere gratuitamente la tecnologia web a tutti “consentì la diffusione esplosiva di Internet” come ha sottolineato il web manager del CERN Dan Noys.

Per festeggiare questo storico avvenimento lo staff del CERN ha deciso di restaurare la prima pagina web, la prima “homepage” della storia: una pagina bianca con testo in nero con una serie di “collegamenti ipertestuali” visibile al seguente indirizzo web http://info.cern.ch/hypertext/WWW/TheProject.html

Lo scopo è quello di mostrare alle nuove generazioni le origini di Internet, Diamo anche l’indirizzo web del documento che ufficialmente offre la possibilità di utilizzo della nuova tecnologia https://cds.cern.ch/record/1164399.

A coloro di noi che hanno la nostra età tutto ciò in qualche misura commuove. Le nuove generazioni invece considerano questi “pezzi “ di storia realmente preistorici.

The great complotto radio

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Ho sentito ieri su Radio 3 che sul web è nata una radio dedicata agli italianintransito la radio si chiama: http://www.thegreatcomplottoradio.com

E’ una radio molto seguita aperta a tutti con un’attenzione particolare alla nuova generazione di italiani che hanno lasciato l’italia e vivono e lavorano all’estero. E’ una radio libera, indipendente attiva 24 ore al giorno. E’ stata fondata da Stefano Diana un super cuoco appassionato che vive a Stoccolma. La radio presenta sei trasmissioni dall’estero  (Stoccolma, Londra, Dublino, Parigi) ma si sta per aprire con trasmissioni trasmesse dall’America, India e Giappone.Naturalmente alcune trasmissioni sono anche condotte dall’Italia. La radio ha un sito dalla quale si può ascoltare e dove i giovani possono scrivere e recensire di arte, musica, cinema e tutto a che fare con la cultura. Un’ora alla settimana poi viene offerto anche uno spazio autogestito dove chi vuole può avere uno spazio tutto per se.

Il nome scelto del sito e della radio mi ha incuriosito ho poi scoperto che the greatcomplotto è stato il nome di un movimento artistico giovanile nato a Pordenone (città di origine di Stafano Diana) sorto a metà degli anni Settanta in parallelo al punk inglese e americano.

The great complotto è una radio che si sta allargando, è molto seguita e si è posta come obiettivo  quello di trasformarsi in un network, un punto di incontro tra giovani italiani e non, in Italia e fuori.

A questo punto non so se chi scrive sul nostro blog si può considerare giovane e magari un grande esperto di musica underground ma senza altro diamo il benvenuto a questa Radio che costruisce ponti e permette scambi di esperienze culturali, un’attività in cui anche noi crediamo e di cui sentiamo la necessità.

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Chiacchiere del lunedì

Prova mafalde

Cosa può farci la televisione? Entra nelle nostre case, imponendo degli appuntamenti fissi nel corso della settimana, attraverso le sue trasmissioni, e può capitare che certi personaggi diventino un po’ come degli zii, dei conoscenti. Non mi fate esagerare nel dire che ci si affeziona, ma davvero accade qualcosa del genere. Ma chi poteva immaginare che l’ispettore Derrick, o più precisamente l’attore Horst Tappert, aveva fatto parte, durante la seconda guerra mondiale, delle SS?  Ma come, mia nonna lo seguiva, è sempre stato l’ispettore integerrimo, gentile e comprensivo; sempre ligio alla legge. Per la verità era anche un po’ grigio, ma restava un punto di riferimento del giallo televisivo.

In effetti la vicenda di Horst Tappert suscita in me due ordini di pensieri. Il primo è quanto sia facile venire a patti con la propria coscienza. Vivere e lasciarsi vivere anche con un passato non esattamente cristallino. La seconda è quanto sia facile che l’oblio e il tempo coprano le tracce di ciò che si è stati, basta – come dire – non svegliare il cane che dorme ed anche un ex SS può vivere una vita tranquilla diventando addirittura una star della TV.  In genere ci si consola dicendo che alla fine la vita ti presenta il conto, ma non sempre è così (bisognerebbe riguardarsi a tal proposito Crimini e misfatti di Woody Allen).  

Partendo dalla notizia choc su Derrick pensavo che, certo, ne ha di potere il video. Ci influenza, ci inganna e ci dà delle illusioni: sarà mica per questo che ogni sera i nostri politici trascorrono il loro tempo in televisione a parlarci, a spiegarci cosa faranno e a cercare di convincerci di qualcosa? e mi domando ma noi li conosciamo davvero, sappiamo chi sono? sarà vero quello che ci raccontano?

Illuminanti sono le parole scritte da Roman Gary nel suo libro Biglietto Scaduto quando riferendosi a se stesso dice “mi fa orrore cambiare. Le apparenze finiscono per essere convincenti” Ogni volta che facciamo l’abitudine a qualcosa o a qualcuno poi finisce che ci fidiamo”.

È proprio dell’essere umano cercare certezze, affidarsi e fidarsi degli altri in quanto “essere sociali”, ma nella sua natura é anche essere doppio, infido e apparire piuttosto che essere, forse allora l’unica via d’uscita per conoscere veramente gli altri è quella di continuare a pensare con la propria testa, mantenendo un sano spirito critico capace di salvarci dalle situazioni complicate… 

Un calcio in bocca fa miracoli

Pensate all’ironia disincantata di Snoopy quando a pancia in su riflette sul tetto della sua cuccia, aggiungetevi poi un po’ di sana cattiveria e scorrettezza del gatto Garfield e vi sarete avvicinati al protagonista, l’ultra settantenne protagonista del libro Un calcio in bocca fa miracoli, di Marco Presta (edito da Einaudi).imgres

E’ lui infatti che mi ha fatto ridere e divertire, leggendo il libro, e ho capito solo dopo che Presta mi fa ridere quasi tutti i giorni perché è il conduttore insieme ad Anotonello Dose del “Il ruggito del coniglio”, la trasmissione di  Radio 2.

Il vecchietto del libro, cinico e poco incline al garbo, spesso disdicevole con tutti e contro tutti, ci diverte e ci fa più di una volta sentire solidali con lui. E’ separato e ha una figlia che in piena crisi matrimoniale sceglie di tornare a vivere col padre, mettendolo in profonda crisi . Esilaranti gli incontri scontri con la ex moglie Orietta, oppure il rapporto con il suo unico amico Armando che è anche il suo opposto: ben disposto nei confronti di tutti. Leale all’amico e corretto con tutti, per sempre. Le riflessioni di questo protagonista squinternato sono sempre spassose;  scoprirete che non ama frequentare i vecchi perché troppo noiosi e che è piuttosto indifferente a qualsiasi manifestazione  gioiosa dei bambini nel passeggino.

C’è un passaggio che mi è piaciuto proprio tanto, quando il nostro vecchietto smaliziato sostiene che, trovandosi di fronte ad un babbeo intento a dire la sua su tutto, occorrerebbe comminargli una sanzione economica: “sei un imbecille, parli del crollo delle Borse, trecento euro di multa”. Bellissimo, caro Presta io lo sottoscrivo e sono certa che, se questa mozione passasse, colmeremmo in poco tempo tutto il debito italiano!

Per me è un libro da leggere: voto 8

L’oblio e l’identità dei popoli

Minareto di AleppoVorremmo parlare brevemente e in modo differente dal solito della guerra civile in Siria. Il grido di dolore lanciato da Papa Francesco per fermare la strage, soprattutto dei i più piccoli (finora si stimano 8000 bambini morti), sovrasta ogni nostra possibile riflessione e da’ la misura della strage che si sta compiendo in quella terra. Neppure vogliamo prendere in considerazione le ragioni di una parte o dell’altra convinti che, comunque, una guerra con il carico di orrore che si trascina dietro non è mai giustificabile.

Vogliamo affrontare l’argomento da un altro punto di vista, infinitamente meno importante rispetto alla perdita di vite umane, ma che può far capire come, preso nella morsa degli eventi, un intero popolo possa dimenticare se stesso e la propria identità.

Identità che è scritta nella cultura, nell’arte, nei monumenti prodotti nei secoli che modellano le città e le rendono uniche. Cosa sremmo noi senza un Colosseo, senza una basilica di San’Ambrogio, senza una mole Antonelliana: infatti quel filo che ci unisce al passato e che ci rende unici senza di loro sarebbe irrimediabilmente reciso.

Purtroppo questo é ciò che sta accadendo in Siria. È di ieri la notizia che l’antico minareto della Grande Moschea Omayyade di Aleppo è stato distrutto. Simbolo di un’intera nazione, proclamato patrimonio dell’umanità dall’Unesco è stato abbattuto, forse per errore, il che rende ancora più tragico l’accaduto, come se non si trattasse di un pezzo della storia siriana, come se non appartenesse a quel popolo.

Sul sito dell’Unesco si legge che la città vecchia di Aleppo riflette le ricche e diverse culture che in essa si sono non solo sviluppate, ma susseguite. Resti che risalgono agli Ittiti, all’epoca ellenistica, romana, bizantina si mescolano con più recenti costruzioni arabe. La Grande Mosche fondata dagli Omayyadi nel 715 e ricostruita totalmente nel XII secolo, si trova in un fitto tessuto di suqs, khan e madrase (scuole coraniche) fra le quali la più famosa è quella che racchiude le vestigia dell’antica cattedrale cristiana di Aleppo: la madrasa Halawiye. Sulla moschea fino ad oggi svettava il minareto dei Mamelucchi, che era stato costruito nel 1090 ed era sopravvisuto a saccheggi e catastrofi naturali, con la sua forma sottile e le sue iscrizioni cufiche, splendido esempio di architettura araba.

Su tutto ciò ha prevalso l’oblio, l’odio di parte, un pezzo della storia siriana è stato cancellato e noi non possiamo fare altro che rammaricarci della perdita, ma ancora prima di questo, non possiamo che provare orrore e dolore per un popolo che ha perso se stesso e che, speriamo, possa presto riprendere a vivere.