Il Babà… un gran signore!

Nella nostra mente rimangono impressi vividamente non solo persone, luoghi, fatti o personaggi, restano indelebili anche gusti, colori, profumi o situazioni (quali lo sciabordio del mare o il frinire delle cicale o ancora il rumore del vento fra gli alberi). I ricordi che vengono scatenati da queste sensazioni sono tanto più profondi quanto più esse sono intense, e hanno la capacità di riportarci indietro nel tempo, spesso direttamente alla nostra infanzia e al suo mondo magico.

Così, non posso stappare una gassosa, che il rumore del gas in uscita mi riporta direttamente al chiosco sul lungomare, dove il mio papà nelle sere di luglio ci comprava il succo di limone emulsionato con acqua ghiacciata, zucchero e bicarbonato; oppure non posso sentire l’odore del giornale appena stampato, perché immediatamente mi ritrovo sulla spiaggia, in fila per comprare la «zeppola» appena fritta, abbondantemente passata nello zucchero e cannella e appoggiata proprio sul giornale del mattino per farle «sudare» tutto l’olio in più…

… scusate, mi rendo conto che tutto ciò è molto «proustiano», ma mi serve per introdurre un argomento al quale tengo molto.

Se, infatti, sento nell’aria il classico profumo di dolce appena sfornato, il ricordo che si staglia chiaro e gigante nella mia mente è il babà! Lucido, di color ambrato, a forma di grosso porcino, con o senza crema, con o senza ciliegina, adagiato mollemente ad aspettarmi nella sua carta arricciata e piena di delizioso sciroppo di zucchero e rhum.

Per anni mi è stato detto (la mia prodigiosa prozia, seguita da mia madre e dalle sue sorelle) col sorrisetto agli angoli delle labbra: «é inutile cercare di rifare il babà a casa… tanto non verrà mai», ed io, ligia al divieto famigliare, ho sempre badato a comprarlo in pasticceria.

Ora però che sono fuori dall’Italia il babà dove lo trovo? Allora mi sono messa di buzzo e ho iniziato a provare tutte le ricette sulle quali sono riuscita a mettere le mani (libri, internet, una cugina lontana grande cuoca) fino a trovarne una che, almeno in parte, mi riportasse al delizioso sapore conosciuto.

Che gli avi mi perdonino per ciò che sto per dire !

In effetti, la ricetta che mi ha dato finora i migliori risultati non arriva da qualche voluminoso compendio di cucina napoletana o dalla bocca di un vecchio pasticcere che prende un po’ di fresco nel vico, ma… (ahimè) dal Mastering the art of French Cooking di Julia Child (sì sì proprio quella del film Julia and Julia interpretato da Meryl Streep).

Del resto, per placare le mie ansie, posso dire che il babà pare non essere stata neppure un’invenzione napoletana, infatti, risalgono alla metà dell’Ottocento circa le prime fonti partenopee, mentre notizie di un dolce simile ci arrivano addirittura dalla lontana Polonia. Il babka ponczowa, era, infatti, una specie di ciambellone che veniva riempito di crema, poco dolce e un po’ soffocante, che fu rivisitato dal sovrano Stanislao Leszczyński, che si dilettava di cucina, il quale, per renderlo un po’ più appetibile, lo «bagnò» per la prima volta con una miscela di Tokaj e zucchero!

Dunque vi passo la ricetta di Julia, aggiungendo qualche avvertenza preliminare:

Il babà è un gran signore e come un gran signore vuole essere trattato. Lavoratelo in un luogo caldo, ponetelo a crescere in posto lontano dalle correnti d’aria. Una volta cotto aspettate che l’umidità della pasta venga completamente eliminata prima di imbibirlo dello sciroppo. Può essere congelato facilmente e con successo, ma prima di essere inzuppato di sciroppo lo dovete far scongelare nel forno a 150 gradi per 5 minuti.

Che altro ? Ah, sì seguite le dosi (per 12 babà) e i tempi di crescita e cottura con esattezza. Darò la ricetta con le misure americane (tazze, cucchiai da tavola ecc.) perché non mi azzardo a farne la conversione (su internet si trovano programmi appositi e se non avete i misurini americani potete dilettarvi a convertire le dosi).

Pronti?

4 Tb di burro

1 Tb di lievito di birra fresco (che profumo!)

3 Tb di acqua calda

2 Tb di zucchero

un pizzico di sale

2 grandi uova

1 cup e 1/3 di farina

Mescolate l’acqua calda con il lievito finché si sia sciolto bene. Aggiungete le uova, lo zucchero e il pizzico di sale e lavorate finché tutto sia ben amalgamato con un cucchiaio di legno. Aggiungete la farina e continuate a mescolare. Ora, dopo che l’impasto è ben amalgamato, con la mano a coppetta continuate a impastare in modo circolare, poi staccate l’impasto dalle pareti, mescolatelo e sbattetelo violentemente contro di esse, ripetendo questa operazione, che sembra scema ma é fondamentale,  per almeno 5 minuti. All’inizio l’impasto è appiccicoso e si incollerà alle dita, ma mano a mano che procedete con questa operazione si staccherà sempre più facilmente da dita e recipiente. Una volta arrivati ad una consistenza che vi permetta di tenere l’impasto in mano (senza cioè che scivoli via…) fatene una palla, con un coltello fate un’incisione leggera a croce e deponetelo in un contenitore, ricoperto con un panno pulito in un luogo caldo (fra i 25 e i 45 gradi) per 1 ½ – 2 ore.

Una volta cresciuto l’impasto (sarà enorme !) gentilmente con una mano staccatelo dalle pareti e dividetelo in 12 stampini da babà (se non li trovate vanno bene anche quelli per i muffin, il risultato finale sarà però un po’ diverso) già spalmati di burro e infarinati. Ora ai babà occorrono altre due ore di lievitazione, ognuno nel proprio stampino, nello stesso luogo caldo e senza sbalzi di temperatura e correnti d’aria, fino a che la pasta non arrivi quasi al bordo, prima di essere pronti alla cottura che dovrà essere breve ma intensa (250 gradi per 15 minuti).

Ce l’abbiamo quasi fatta !

Mentre i babà cuociono preparate lo sciroppo al rhum con

2 cup di acqua calda

1 cup di zucchero

½ cup di Rhum (quello scuro, se vi piace un po’ piu alcolico potete aggiungere altro rhum)

In un pentolino fate scaldare lo sciroppo finché tutto lo zucchero sarà sciolto. Togliete dal fuoco e fate raffreddare.

Quando i babà saranno cotti aspettate che si raffreddino e poi procedete al bagno nello sciroppo.

Se tutto è andato bene il risultato sarà dolcetti morbidi e spugnosi, ma sodi (tanto che se li strizzate ritorneranno alla loro forma) che affogati nel liquido si gonfieranno deliziosamente.

Alla fine potrete spennellarli con una miscela di marmellata di albicocche e acqua, che li renderà lucidi, ma io preferisco sbranarli così.

Il ragazzo con il panciotto rosso

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Il ragazzo con il panciotto rosso di Paul Cézanne è tornata da pochi giorni in Svizzera. L’opera, rubata quattro anni fa a Zurigo, è stata ritrovata in Serbia. Non si sa molto del suo ritrovamento: le autorità non hanno voluto spiegare dove e come ciò sia avvenuto.  Il dipinto fa parte di un gruppo di quattro tele che vennero rubate alla Fondazione Emil G.Bührle di Zurigo il 10 febbraio 2008: oltre alla tela di Cézanne sparirono Il  Campo di papaveri a Vétheuil, di Monet, Il Ramo di castagno di Van Gogh e  Ludovic Lepic e le sue figlie, di Degas. Le prime due vennero ritrovate dopo un settimana abbandonate dentro ad una macchina vicino alla fondazione,  mentre l’opera  di Degas  non è ancora riemersa.

Ogni ritrovamento di opere d’arte fornisce motivo di festeggiare a tutti.

Tra i furti del secolo scorso più noti rimane quello della GiocondaQuando la mattina del 23 agosto dl 1911 Vincenzo Peruggia, pittore e decoratore italiano, portò via la Gioconda levandola dalla cornice  e nascondendola sotto il cappotto, tutto il mondo ne fu scioccato. La faccenda venne seguita da tutti i giornali e la notizia del furto dilagò. L’opera rimase nascosta per più di un anno. Se ne ebbe notizia solo grazie a una lettera inviata a un antiquario fiorentino. Nella lettera il ladro si diceva disposto a renderla all’Italia in cambio di cinquecentomila lire, pretese come rimborso spese. Sostenuto dal conservatore fiorentino degli Uffizi, l’antiquario in questione si dichiarò interessato all’offerta, così Pontiggia prese il treno da Parigi e portò l’opera a Firenze. Gallerista e conservatore, dopo aver appurato che l’opera era l’originale,  chiamarono la polizia e fecero arrestare il ladro. Il governo italiano poi rispedì la Gioconda al Louvre.

Un’altra opera, che ha visto ben due furti nell’arco di dieci anni, è l’Urlo di Munch, che si trova a Oslo; l’opera infatti è stata rubata prima per tre mesi nel 1994 poi ancora una volta nel 2004.

L’Italia che di ruberie e sottrazioni illecite, anche con opere spedite all’estero, ne ha viste molte ha  redatto una Banca dati dei Beni Culturali illecitamente sottratti, per orientare e facilitare le indagini delle autorità.

Fa onore al nostro paese la figura di Rodolfo Siviero, che visse a Firenze e fece dell’inseguimento e del recupero delle opere d’arte italiane rubate dai nazisti durante il Secondo Conflitto Mondiale la ragione principale della sua esistenza. Era quasi un agente segreto e tutta la sua opera si concentrò prima nel contrastare ed impedire la cessione delle opere e poi nel recuperare ciò che era sparito in mani naziste. Il museo in quel caso più colpito fu quello degli Uffizi che fu praticamente svuotato. Tra le opere più importanti salavate si ricorda l’Annunciazione del Beato Angelico, il dipinto si trovava nel convento francescano di Montecarlo presso San Giovanni Valdarno. Siviero saputo in anticipo che i tedeschi avevano deciso di prendere l’opera, la portò via e la fece nascondere prima dell’arrivo dei militari.

Oggi la sua casa è diventata un Museo, si trova sui Lungarni di Firenze e conserva la sua collezione. L’opera di Siviero rimane di esempio per  quella parte di Italia che ha a cuore il proprio patrimonio culturale.

Museo dell’Innocenza, l’anima di Istanbul in 83 teche

Orhan Pamuk, premio Nobel per la letteratura 2006 – con la motivazione «che con la sua ricerca dell’anima melanconica della sua città (Istanbul) ha scoperto nuovi simboli per rappresentare lo scontro e il legame fra le diverse culture» – ha inaugurato il 28 aprile scorso il suo Museo dell’Innocenza. Un progetto accarezzato per 15 anni, tanto il tempo necessario alla sua realizzazione, e che finalmente ha visto la luce.

Museo dell’Innocenza è anche il suo ultimo romanzo pubblicato da Einaudi nel 2009 e l’uno e l’altro sono intimamente legati e interconnessi.

Come lo stesso autore ha affermato in un intervista, libro e museo sono stati concepiti assieme. Nel Museo «Ci sono tutti gli oggetti descritti nel testo. Qui i lettori possono venire con il volume in mano, oppure consultarlo su questi banchi in tutte le lingue. So bene che dopo un po’ di tempo ognuno finisce per dimenticare la trama dei libri. Però qui si può ricordare il romanzo. E anche ricostruire la storia della città» (Tratto da Kataweb)

Il museo conta 83 vetrine, tante quanti sono i capitoli del suo romanzo, che narra di una storia d’amore lunga una vita fra Kemal ricco borghese e una sua lontana parente la bella, ma povera Fusun «dalle braccia color del miele», che fa letteralmente perdere la testa al protagonista. Nel museo trovano posto migliaia di oggetti che Pamuk ha trovato in mercatini dell’usato e rigattieri che narrano la storia di un’intera epoca (gli anni in cui nasce e cresce l’amore dei protagonisti). Tutto ciò che non è stato trovato in vendita è stato pazientemente ricostruito grazie all’opera di capaci artigiani.

Ma, viene da chiedersi immediatamente, tutto questo perché ?

L’autore lo spiega candidamente, quella fra i due protagonisti del romanzo/museo non è una semplice storia di amore è la storia di una intera città e di un’intera epoca, un documento su una Istanbul che non esiste più e che continua a vivere nel cuore dello scrittore. Ogni singolo oggetto che fa parte della collezione del museo rappresenta tangibilmente un momento della vita dei protagonisti, che sebbene vivano e agiscano solo sulla carta fanno rivivere atmosfere che senza la presenza visibile e reale di qualcosa che le ricordi sarebbero irrimediabilmente perdute.

L’ambizione di Pamuk è quella di ricreare nel visitatore le sensazioni vissute leggendo il libro una sorta di percorso letterario in cui tutti i sensi vengono coinvolti.

Una sorta di nuova performance artistica o semplicemente la realizzazione delle stravaganze di un letterato?

Credo che chi ha la fortuna di fare un viaggio a Istanbul possa prendersi un attimo di pausa percorrendo le sale di questo museo situato nella città antica, nel quartiere di Cukurcuma per rivivere un’intensa storia d’amore e per imparare ad amare come Pamuk l’anima divisa di una città la cui vocazione occidentale contrasta con la sua anima orientale!

Francesca woodman: artista per poco ma per sempre

Ancora una storia di donna: un’artista, fotografa americana.

Nata nel 1958 morta nel 1981.

Nel panorama dell’arte ci sono artisti che vengono cancellati facilmente dalla memoria, anche se in vita hanno avuto molto successo. Ma vi sono anche figure, magari meno appariscenti, che tuttavia non si riescono più a cancellare e che assumono nel tempo, senza sapere come questo accada, il ruolo di fonte di ispirazione per tanti altri artisti. Questo è il caso di Francesca Woodman, la cui opera è oggi al centro di una bellissima mostra al  Guggenheim di New York organizzata dal  San Francisco Museum of Modern Art.

Francesca Woodman era già una fotografa a tredici anni. Era così precoce che quando entrò, nel 1975, alla Rhode Island School of Design era già un’artista indipendente e consapevole della propria ricerca. Tutte le sue foto  si riassumono in nove anni di lavoro, dopodiché muore suicida. Tutto il suo percorso è, come ha scritto Corey Keller nel catalogo della mostra, “Haunting and intimate, direct and visceral” ossia “Appassionato e intimo, diretto e viscerale”.

Le sue fotografie sono per la maggior parte il suo autoritratto: ci sono pochissimi scatti dove appaiono figure maschili. Il suo interesse è per la donna, per il suo corpo, molto spesso nudo, usato per leggere lo spazio della foto attraverso il suo movimento. Per molto tempo è stato messo in risalto il suo ruolo di femminista e questo aspetto certamente l’ha resa ancor più famosa.

Gli sfondi scelti per il corpo sono spesso muri vecchi e scalcinati;  molte volte il corpo non appare nella sua interezza ma è presente solo come frammento dentro lo spazio o sotto forma di ombra, come un apparizione.

Francesca Woodman cresce in una casa di artisti. E’ figlia della famosa ceramista Betty Woodman e del pittore George Woodman e da essi trae e respira la disciplina e il lavoro dell’arte. La cosa che risalta dalla sua biografia è il rapporto che l’artista e la famiglia hanno sempre avuto con l’Italia, un vero amore che convincerà più tardi i suoi genitori ad  acquistare una casa all’Antella (provincia di Firenze), dove si sono ritirati a vivere e a lavorare.

Una bella mostra un bel catalogo da non perdere:  Retrospective of Francesca Woodman on view at th Guggenheim in Spring 2012. (16 marzo-13 giugno).

… non ci piace

… non ci piace quello che Beppe Severgnini riportava sul Corriere della Sera di sabato 28 aprile a proposito del grado di preparazione delle nuove generazioni. Uno studio americano, condotto dalla University of Harvard, infatti ha tristemente accertato che, per la prima volta nella storia dell’uomo, le prossime generazioni avranno studiato meno di quelle dei padri. Per gli Stati Uniti ciò dipende da molteplici fattori, fra gli altri  il costo sempre maggiore degli studi che, al contrario di quanto accadeva nei decenni passati, non garantiranno migliori prospettive di lavoro anzi sottraggono tempo prezioso. Severgnini notava che anche in Europa la situazione non é migliore. In Italia poi l’incertezza sul futuro regna sovrana e i giovani continuano ad essere i più penalizzati. Le cose cambiano quando si guarda all’Asia: qui il progresso sociale e non solo, ha creato generazioni di studenti agguerritissimi e motivati che si sono sparsi per il mondo a macchia d’olio, supportati da genitori che finalmente possono concedersi il lusso di far studiare all’estero i propri rampolli.

La situazione dell’Occidente è decadente e dà la misura di quanto necessarie siano le politiche che riguardano i giovani. Nella storia dell’evoluzione i nostri figli sono più vecchi di noi, speriamo che dimostrino, al contrario di noi, un po’ più di saggezza…

Never let me go

Letto e dimenticato. Già… lo avevo letto, con fastidio, e dimenticato in un cassetto della memoria, volutamente.

Quando mi trovai per le mani Non lasciarmi di Kazuo Ishiguro, ero ancora guidata dall’impossibilità di lasciare un libro a metà (poi per fortuna mi è venuto in aiuto Pennac con il suo Come un romanzo) e dunque mi trascinai penosamente fino alla fine del volume, soffrendo, profondamente, con i protagonisti di questa ingiusta, intensa e visionaria storia d’amore. Era il 2006 e presa da mille altre cose non ero riuscita ad apprezzare questo duro e improbabile romanzo. A metà fra fantascienza e feuilleton.

Ricordo che non potevo rassegnarmi al tragico destino dei protagonisti, ma soprattutto non potevo rassegnarmi al loro immobilismo, al fatto che neanche per una volta, nell’intero libro, nessuno di loro aveva pensato solo per un momento a ribellarsi con risolutezza al fato.

Ringrazio ora di aver avuto l’occasione di leggere questo romanzo, che mi è ritornato in mente dopo averne visto la versione cinematografica, superbamente interpretata da Carey Mulligan (splendida protagonista di An education), Andrew Garfield (l’Eduardo di Social Network) e Keira Knightley.

In un mondo parallelo al nostro, in un’epoca che combacia quasi con la nostra, si dipana la storia dei tre personaggi, Katy, Tommy e Ruth, legati fra loro da profonda amicizia e amore. I ragazzi sono sospesi per tutta la durata del romanzo in un presente di cui non conoscono e non capiscono le regole.

La fanciullezza viene passata a Hailsham, un collegio nella campagna inglese, in un clima ovattato, lontano persino dagli echi della “civiltà”, dove i piccoli sono accuditi e lasciati volutamente nell’incertezza sulle loro origini, ma allevati nella convinzione di essere in qualche modo speciali. Qui i bambini sono invitati a coltivare la loro creatività attraverso l’arte, la letteratura, la musica e solo alla fine del racconto si scoprirà che tutto ciò fa parte di un esperimento per provare che anche i cloni, ciò che questi bambini sono in realtà, sono forse più umani degli umani. Ad Hailsham, infatti, i bambini (e il lettore) iniziano lentamente a comprendere il tragico destino al quale sono chiamati: divenire “parti di ricambio” per un’umanità malata.

Nel secondo capitolo i ragazzi, ormai cresciuti passano gli anni del compimento degli studi, della definizione della personalità, della consapevolezza del tempo che rimane loro ai Cottages, dove godono di una certa libertà. Il terzo capitolo racconta l’età della fine, del compimento dello scopo per il quale i cloni sono stati creati.

La storia è condotta in modo delicatamente orientale, senza contrasti o atti di ribellione al destino, cosa che nel lettore (abituato più spesso ad un agire eroico) lascia spazio allo sconcerto, fatta di atmosfere attutite e lievi. Si è condotti per gradi a scoprire la devastante verità e quasi non la si vuole scoprire tanto è agghiacciante e scioccante.

Così Ishiguro ci lascia il suo messaggio che non credo sia una riflessione morale sulla bontà o meno della creazione di cloni come parti di ricambio e neppure sulla bontà o meno di una società che accetta questa pratica. Credo piuttosto che il desiderio dell’autore sia quello di comunicarci che, alla fine, solo l’arte e l’amore restano all’uomo per dichiararsi tale, al di là di ogni volontà di cancellazione e annullamento.

Non è la prima volta che Ishiguro da prova della sua maestria nel raccontare con suprema bravura il viaggio interiore dei suoi personaggi (vorrei solo ricordare un altro suo capolavoro: Quel che resta del giorno). Detto ciò, fra le mille sensazioni che questo libro singolare lascia, si preferirebbe che questi cloni, tanto gentili, indifesi e inoffensivi fossero fornitori di organi senza anima… tutto sarebbe più accettabile. Da non perdere.

C’è posto per lei?

Cosa risponderebbe il primo cittadino della vostra città se ricevesse in dono da un altro paese una scultura composta di una colonna  in metallo alta 8 metri ?

La mia città, credo, troverebbe un modo per collocarla. A Ginevra, invece, una situazione del genere ha creato qualche imbarazzo. Ciò è accaduto a causa del dono, fatto alla città dallo stato del  Marocco, di una scultura in forma di colonna che rappresenta una serie di acrobati stilizzati, opera dello scultore marocchino Karim Alaoui. La scultura  rende omaggio a cinquanta anni di relazioni diplomatiche con la Svizzera.  Gli amministratori ginevrini si sono detti molto contenti del dono, ma hanno anche fatto sapere che, per ora, non sono in grado di stabilire se e dove verrà collocata.

Staremo a vedere come andrà a finire, non è la prima volta che la città riceve dei doni di questo tipo:  nel 2007 l’India ha regalato una grande statua con la figura di Gandhi; l’opera è stata collocata  nel parco dell’Ariana e non è difficile trovare persone che la visitano e si fanno fotografare vicino ad essa.

Questa notizia che ho letto sul periodico Gh.ch del 18 aprile scorso mi ha riportato al tema dell’arte pubblica, cioè quell’arte inserita in contesti urbani.  Anche io, a dire il vero, temo i doni e preferisco quando le opere nascono a seguito di un invito fatto ad un artista dalla città: questo perché l’arte non è mera decorazione urbana.

Perché un’opera possa veramente  entrare a fare parte della città deve vivere in relazione con l’ambiente scelto . “La cosa più importante diventa il valore del contesto, dell’ambiente – scrive l’artista russo Ilya Kabakov – della situazione già presente nel luogo dove si realizzerà il progetto culturale” (Quaderni del Corso Superiore di Arti visive, Public Projects or the Spirit of a Place,  Charta 2001). Queste parole secondo me danno ragione all’arte, che ricopre sempre un ruolo importante nelle nostre città.

 

Basti pensare alla grande opera specchiante Claud Gate, realizzata nel 2004 da Anish Kapoor a Chicago e diventata quasi un simbolo della città. Anche la piccola Calenzano, in provincia di Firenze, accoglie gli automobilisti che lasciano l’autostrada con una bellissima opera realizzata da Dani KaravanA Berlino, per tornare a una grande città, l’aggressiva installazione di Richard Serrra, Berlin Curves (1986) è volutamente ingombrante al punto da consentire ai cittadini un incontro continuo con essa, collegato a una forte esperienza sensoriale.

Infine, ma non perché la lista sia conclusa, vi parlo dell’opera lasciata nella mia città d’origine, Pistoia, dall’artista Gianni Ruffi, che ha progettato un lavoro per  l’angolo di una piazza antica e piena di significato storico e culturale. L’opera è una grande luna di acciaio Corten che scompare dentro un pozzo: è un lavoro poetico che rende concreto un sogno, e ogni volta che lo vedo mi sembra che mi guardi in modo ironico e che mi attiri come un miraggio.

Da donna a donna

Asma AssadA metà aprile è stato postato su You Tube un importante appello. Le mogli degli ambasciatori tedesco e britannico presso l’ONU a New York, Huberta von Voss Wittig e Sheila Lyall Grant, si sono messe personalmente in gioco inviando una lettera pubblica alla moglie del leader siriano Bashar al-Assad, Asma, pregandola di intervenire presso il marito per fermare il massacro che si sta perpetrando nella regione.

Il video di quattro minuti si rivolge direttamente alla moglie del premier nata ed educata in UK, che é sempre stata attiva nella promozione della figura all’estero di Bashar. Icona di bellezza ed eleganza, Asma era il volto rassicurante che fungeva da trait d’union fra il regime medio orientale e l’occidente. Attivissima presso il suo popolo, all’inizio del 2012 aveva stupito tutti supportando, attraverso una lettera al Times di Londra, la dura linea repressiva del marito.

Alcuni osservatori ne avevano giustificato l’atteggiamento affermando che come moglie di un premier non avrebbe potuto e dovuto fare altro… ma la storia è piena di donne che con coraggio si sono ribellate allo staus quo innescando circoli vituosi. È prerogativa femminile.

Il filmato su You Tube è duro, molto duro, e invita tutti a firmare questa lettera. Il video è capace di toccare le corde del cuore di una donna, rende più vicino lo strazio di madri, mogli, sorelle che giorno dopo giorno si vedono sottrarre dalla guerra le persone amate senza avere la possibilità di fermare il bagno di sangue.

Non so se Asma in questo momento può e vuole ascoltare le parole di altre donne, ma credo che un atto di amore incondizionato verso il proprio popolo, come solo una donna può fare, con un appello pubblico contro la violenza di questi ultimi mesi, potrebbe aiutare a riportare un po’ di pace in questa terra martoriata.

Arte contemporanea in Italia siamo al capolinea?

In questi giorni mi sono trovata a seguire un filone di notizie che mi ha molto turbata e che mi ha indotto a chiedermi  se rimarrà qualcosa di ciò che da sempre sembra essere una delle componenti importanti della nostra società: i musei e il loro rapporto con la vita culturale.

Mentre sulla  prima pagina del Giornale dell’Arte leggevo che va al Brasile – e più precisamente al  Centro Cultural Banco do Brasil, di Rio de Janeiro – il titolo di museo più visitato al mondo (battendo così i musei d’Europa e d’America), sui quotidiani italiani, trovava spazio (se non risonanza) la notizia che l’Italia si prepara a mollare al proprio destino alcuni dei suoi principali musei d’arte contemporanea: il MAXXI di Roma è ormai sull’orlo del commissariamento e il Madre di Napoli ha già chiuso al pubblico un piano del palazzo.

Cosa sta accadendo? Non ci sono più soldi, certo: siamo in piena crisi  e questo non era stato previsto. Ma mi domando: chi aveva fatto i conti delle spese di funzionamento di questi musei? Come aveva pensato di gestirli? Qualcuno ha sbagliato quando si pensava alla governance di queste istituzioni, oppure non ci ha pensato affatto?

Niente di peggio che ingannarci con grandi progetti culturali e poi lasciare che tutto decada, per abbandonare il campo. Tutto questo è lì a denunciare ancora una volta la nostra debolezza, e si presenta come una ulteriore sconfitta che ci allontana dal mondo delle idee e della crescita culturale internazionale .

E allora mi viene di pensare all’artista Antonio Manfredi che, in qualità di direttore del museo, cerca vendetta per tutto questo abbandono. Da quando ha capito che non riesce più a tenere aperto il suo centro per le arti contemporanee, ha reagito come un’artista infuriato: d’accordo con tutti gli altri artisti presenti in collezione (più di mille da tutto il mondo), ha cominciato a bruciare le opere del suo museo.  Un atto estremo che non lascia possibilità di tornare indietro e  annulla tutto il lavoro portato avanti dal 2005.  Molti direttori e intellettuali seri si sono accinti quasi a sorridere e hanno detto che in fondo il  Cam non è mai stato propriamente un museo, ma solo il risultato delle azioni di un’artista. Questa scarsa sensibilità e questo superficiale istinto superiorità non fanno loro onore: io credo che questo artista si meriti più rispetto e attenzione, non fosse altro per la passione con cui ha condotto in questi anni il centro, nel tentativo di contribuire all’interazione del pubblico con gli artisti contemporanei.  Ma anche questo oramai sembra niente e mi domando: tutto ciò ha ancora un valore?

…ci piace

Ci è piaciuta molto l’iniziativa  che si chiama Nonnet: orti urbani digitali che si tiene in Campania. Voluta e sostenuta da Legambiente e Mondo digitale, il progetto prevede  uno scambio alla pari intergenerazionale. In poche parole, dal 2010 mentre i cittadini pensionati di Succivo e di Eboli, insegnano agli studenti campani la coltivazione biologica i ragazzi a loro volta  sono i loro tutor  per l’alfabetizzazione digitale.  E’ un baratto, gli anziani insegnano a zappare e a curare la terra i giovani insegnano loro ad esplorare la rete internet.

L’iniziativa coinvolge per ora oltre 60 orti e a noi è piaciuta moltissimo perchè ci sembra  un esempio semplice di volontariato dove si unisce la tradizione e l’innovazione e si apre una strada alla coesione sociale.