Autore: italianintransito
La sala di lettura (NOW ALSO IN ENGLISH)

Fin dall’inizio di questa rubrica avevamo deciso di dedicare questo spazio chiamato la Sala di Lettura non solo alle recensioni di libri più o meno famosi, ma anche alle case editrici virtuose, che si distinguono per il loro coraggio, ai giornali che parlano di libri, come The New yorker, che ha segnato la storia della letteratura contemporanea, e a tutti quegli altri argomenti che gravitano attorno all’universo “libro”.
Oggi dunque vogliamo raccontare una storia, decisamente “italiana”, che appunto riguarda l’amore per i libri.
La storia si svolge in una delle città più belle e culturalmente vivaci non solo d’Italia, ma dell’intero pianeta: Firenze. È la storia che nasce dalla chiusura di una libreria nata nel 1996, quando ancora gli e.book erano lontani, quando ancora era un piacere recarsi in queste cattedrali della cultura per leggere le quarte di copertina, chiedere consiglio ai librai, toccare i volumi e annusarne il profumo oppure… come accadeva a molti, per ripararsi dal freddo dell’inverno o dalla canicola dell’estate, tutti erano ben accolti all’Edison, questo era il suo nome. Gli spazi erano ampi e modernamente arredati, migliaia i titoli, ma era la gente che vi lavorava che faceva la differenza. La Edison era uno spazio vivo, in cui esisteva a un rapporto concreto fra il lettore e il libraio. Come aveva scritto Mario Di Maglie dalle colonne on line del Fatto quotidiano, nell’ottobre del 2012, proprio parlando della chiusura dell’Edison, “chi va a comprare le sue letture sa bene che l’arrivo alla cassa è solo la fase finale e materiale di un processo che si avvia ben prima e che di materiale ha ben poco. Scegliere un libro per il proprio piacere può essere un lungo ed inestimabile processo mentale che può avere avuto luogo già prima di entrare in libreria oppure può avvalersi del classico ed incomparabile girovagare tra gli scaffali in cerca di non si sa bene cosa e, anche quando lo si scopre, non sempre diventa un buon motivo per rinunciare all’esplorazione. Il prendere in mano un volume e toccarne la sua consistenza dà quasi l’idea di possedere la cultura, idea innocentemente falsa, ma potentemente simbolica”.
L’Edison, tuttavia, per come era conosciuta è stata chiusa nell’autunno del 2012, poco importa cosa è sorto al suo posto. La notizia confortante però è che sei ex librai della Edison hanno deciso di rimettersi in pista, e replicare con l’apertura di una libreria indipendente, decisi a fare i librai “come una volta”, maneggiando i libri e non cappuccini, consigliando i lettori e concentrandosi sui giovanissimi “Ripartiamo dai bambini, dall’educazione alla prima lettura” affermano i sei “La nostra è una libreria generalista, dove si potrà trovare di tutto. Abbiamo un grande reparto ragazzi e molte idee da mettere in pratica. Vogliamo ripartire dall’esperienza Edison come laboratorio di idee, proponendo mostre fotografiche, concerti, presentazioni e dibattiti, e siamo pronti ad accogliere le proposte del Quartiere”. È così che il 16 marzo ha aperto i battenti la libreria MARABUK, non in centro (gli affitti erano proibitivi) ma in un quartiere periferico della città, pronta a prestare il proprio servizio non solo alla cultura, ma soprattutto alla gente, grazie ai sei coraggiosi librai.
ENGLISH VERSION
Ever since the beginning of this rubric we have dedicated this space that we called ‘the Reading Room’ to arguments like books, but always intended for this segment to also explore virtuous publishers, that stand amongst the rest for their courage, publications that talk about books, like The New Yorker, that left its mark on contemporary literature, and to all those other topics that gravitate around the universe of books and literature.
Today, then, we want to tell you a story, one that is entirely ‘Italian’. It is a story about the love for books.
The story takes place in one of the most beautiful and culturally rich cities in the world: Florence. It begins with the closing of a bookshop opened in 1996, when e-books were still but a futuristic dream, when heading to one of these cultural cathedrals was still a pleasure, when holding the bundle of papers and reading the back cover was the norm, when asking the librarian for tips on the latest published works while smelling that smell of books that everyone loved was the best way to know which one to choose. Or, as it often happened, to simply retract to the comfortable heated interior during a cold winter’s day or to find shelter from the heat on hot summer afternoons. Everyone was welcome at the Edison bookshop. The spaces within it were large and modernly furnished. Thousands of books, thousands of titles covered the walls. But it was the people working in it that made the Edison so special. The bookshop was a lively place, one where a true relationship formed between the bookseller and the reader. As columnist Mario di Maglie wrote on a digital edition of the ‘Fatto Quotidiano’ regarding the closing of the beloved Edison in 2012, ‘People that go to bookshops to buy literature know that paying is but the final step of a process that began long before and that, materially, it matters very little. Choosing a book for your own reading pleasure could potentially be a long and invaluable process that often originates before stepping foot into the bookshop itself, or one that can happen naturally by roaming around the endless rows of books when you are unsure of what to embark on. And even when you do find the book that seems to be to your liking, it sometimes isn’t a good enough reason to stop exploring. Holding the physical copy of a book in your hand and feeling its consistence almost gives the idea of owning culture, and, although being a naively false idea, it becomes powerfully symbolic’.
The Edison bookshop, however, closed in the autumn of 2012, and little matters what appeared in its place. The comforting piece of news, the light at the end of the tunnel, is that the former book keepers stationed at the Edison decided to fall back on the radar, and through the opening of an independent bookshop chose to replicate the strong values of their original workspace, worrying about books and not serving cappuccino, giving readers tips about their reading, and, perhaps most importantly, concentrating on the youngest readers. ‘We are begin over from children, educating them from their first
Pasqua per mostre. In Italia, Città di Castello. In Svizzera, Basilea (NOW ALSO IN ENGLISH)

Si avvicinano le brevi vacanze di Pasqua, ottime per le gite fuori porta. Per chi è in Italia consiglio una mostra aperta in questi giorni alla fondazione Palazzo Albizzini, di Città di Castello, initolata: Burri – cento anni. La mostra è stata organizzata per le celebrazioni del Centenario della nascita di Alberto Burri.
Alberto Burri è stato l’artista italiano per eccellenza del ventesimo secolo. E’ lui che ci rappresenta all’estero, nelle grandi collezioni di arte del secolo passato. Pioniere, dopo l’ultima guerra mondiale, di un nuovo linguaggio visivo – chiamata arte informale, a livello internazionale – ha saputo guidare la sua opera verso una nuova vera e propria rivoluzione formale. Con lui la materia più povera, come i sacchi, le plastiche, il legno, ha parlato con la stessa autenticità e splendore con cui il marmo e le forme degli antichi parlano ancora ad ogni tempo.

Chi invece è in Svizzera prenda tutto il giorno e vada a visitare due mostre in corso a Basilea, la prima dedicata a Paul Gauguin e la seconda – non meno interessante e curiosa nel taglio curatoriale – all‘odore dell’arte. Paul Gauguin viene presentato, attraverso cinquanta opere, presso la bellissima Fondazione Bayler. L‘occasione è di quelle da non mancare anche perchè in mostra ci sono opere bellissime che, nelle sale disegnate a stretto contatto con la natura da Renzo Piano, regalano un viaggio in un paradiso perduto.

Si continua al museo Tinguely dove non sono mai mancate l’ironia e la beffa. Qui fino, al 17 maggio, sarà possibile vistare una mostra dedicata all’olfatto. Quali artisti hanno usato l’odore come materia per il proprio lavoro? lo scoprirete e vedrete, tra le altre, opere di Marcel Duchamp, Ernesto Neto e del nostro immancabile Piero Manzoni.
ENGLISH VERSION
The short but anticipated Easter holiday is drawing in, presenting wonderful occasions for weekend trips. For those living in Italy, I suggest a vernissage that recently opened at the Palazzo Albizzini Foundation, in Città di Castello, Umbria, titled ‘Burri – cento anni’ (Burri – one hundred years). The show was organised for the celebration of one hundred years since the birth of artist Alberto Burri.
Alberto Burri could be described as the quintessential twentieth century Italian artist. It is he who represents our country around the world in the greatest collections of the past century’s art. After World War II, he became an international pioneer of a new visual language, now known as informal art, that lead him and his technique into a true ‘formal revolution’. After being worked by the artist, even the simplest materials such as plastics and wood gained the permanence only comparable to that of the marble worked by the greatest artists that ever lived.
If Umbria is out of hand for the short amount of holiday time, and you are looking for something more local, a day trip to Basel will be enough for you to visit two art shows, one dedicated to the art of Paul Gaugin, and the other to the smell of art, through an interesting and peculiar curatorial experience. Paul Gaugin is presented through fifty beautiful works by the artist, exhibited at the renowned Beyeler Foundation. This occasion is not to be missed, as it gives the opportunity to observe the skilled artist’s work in the setting of Renzo Piano’s 1982 creation, designed to keep nature and art in close contact, providing a voyage in a seemingly lost haven.
The day trip then ends at the Tinguely Museum, where irony and mockery did not go amiss. Here, until May 17, you will be able to take a wonder through the show dedicated entirely to the sense of smell. Which artists used smell as a material in their work? At the Tinguely you will be able to discover this hidden portion of art, amongst works of the great Marcel Duchamp, Ernesto Neto, and our very own Piero Manzoni.
Educazione alla felicità (NOW ALSO IN ENGLISH)
Flaubert nel 1869 proponeva l’Educazione sentimentale, Salvatores, nel suo film del 2012, raccontava l’Educazione siberiana, poi esiste l’educazione civica, l’educazione all’arte, quella fisica, quella stradale e chi più ne ha più ne metta, insomma esiste un’educazione per ogni gusto.
Etimologicamente educare deriva dalla particella latina e (fuori) aggiunta al verbo ducere che significa condurre, trarre. Dunque come recita il dizionario etimologico “condur fuori l’uomo dai difetti originali della rozza natura, instillando abiti di moralità e di buona creanza” (F. Bonomi, Vocabolario etimologico della lingua italiana).
Alcuni ricercatori dell’Harvard University sostengono che esista un metodo per educare alla felicità. Cioè esiste la possibilità di “condur fuori” il cervello umano e portarlo ad apprendere l’arte dell’essere felice in tre semplici step.
Innanzitutto concedetevi un attimo per voi stessi prima di andare a dormire e scrivete tre cose belle della vostra giornata, tre cose che sono andate bene e perché. Incominciate a praticare il “confronto virtuoso”, cioè cominciate a paragonarvi senza vergogna a chi è meno bravo di voi ed alimentate la vostra autostima. Infine non abbiate paura e raccontatevi la versione corretta di ciò che vi accade. Una falsa visione della propria vita può infatti portare alla depressione.
Inoltre ricordate sempre di vedere tutte le cose con ottimismo soprattutto quando considerate il vostro futuro.
La ricetta sembra semplice, ma sarà vero? Si può davvero esercitare il cervello ad acquisire la felicità come un esercizio fisico?
La felicità allora non è più dunque quello che poeti e scrittori hanno sempre sostenuto: un flash, un attimo sfuggente, che dura il battito delle ali di una farfalla o come scriveva Pratolini nel suo libro La costanza della ragione “La felicità è un sentimento segreto, esclusivo, inquisitorio, dolcissimo e supremamente crudele. Vi si sta arroccati come in un palazzo di ferro e cemento, dalle grandi vetrate; nello stesso tempo è un riflesso sull’acqua che non solo la brezza, ma l’ombra di un passante può alterare….La felicità non si narra. Si può appena, come la pioggia scorrendo a rivoli sui vetri traccia e scancella delle figurazioni, annotare i momenti salienti che ci consentono di intravederla”.
Sarebbe bello…
ENGLISH VERSION
In 1869, Flaubert published his renowned Sentimental Education. Salvatores, in his 2012 motion picture, recounted of a Siberian Education. On top of these we find civic education and artistic education, as well as physical education, road safety education and so on and so forth. Everything, when analysed, can be attributed to a certain type of education.
Etymologically, the verb ‘to educate’ derives from the Latin particle ‘e’, meaning externally, added to the verb ‘ducere’, which translates to ‘conduct, draw’. Therefore, quoting a popular etymological dictionary, literally meaning ‘to conduct man out of the original defects of its crude nature, dressing it with morality and good manners’ (F. Bonomi, Etymological vocabulary of the Italian language)
Some researchers from Harvard University believe that there is a method to educate oneself into feeling happy, that the possibility of ‘conducting’ the human brain and teaching it to learn the art of being happy does exist, and can be achieved in three steps.
First of all, concede a moment to yourself before going to bed, and list three positive things about your day along with why you believe they were so. Begin practicing the idea of ‘virtuous comparison’, or shamelessly comparing yourself to those that in your eyes is not as talented at a certain thing as you are, therefore boosting your self-esteem. Finally, do not be afraid and convince yourself of the real version of what is happening around your life. An unconvinced, false edition of life events can eventually dive one into depression.
Furthermore, always remember to look at everything with optimism, especially when you consider your future.
The recipe is simple enough, but is it true? Can you really train your brain to acquire happiness as if it were a physical exercise?
Happiness, then, in no more than what poets and writers have always sustained: a flash, a fleeting moment that lasts no more than a butterfly’s flap of wings, or as Italian writer Pratolini wrote in his 1963 novel ‘La costanza della ragione’ ‘Happiness is an emotion that is secret, exclusive, inquisitive, massively sweet and supremely evil. You perch to it as if in a building made of iron and cement with vast windows; and at the same time it is a reflection on water that not only a breeze, but even the mere shadow of a stranger can alter… Happiness cannot be narrated. It purely allows us to remember the moments that allow us to take a peak at her, as with rain flowing on glass panes drawing and erasing figures’.
Wouldn’t it be nice…
Chiacchiere del lunedì

Tra una settimana è ufficiale: si entra nella primavera e quindi abbandoniamo il nero e cominciamo a scegliere i colori. Mettiamoli addosso, coi nostri vestiti, nella casa, sul terrazzo e nel giardino. I colori sembrano donarci energia e buon umore: non ci si sorprende se, camminando in un bosco o in un giardino, si sente una strana gioia nel vedere spuntare le prime violette e i primi fiori di un giallo pallido. Con in testa l’arrivo della primavera, prepariamoci a trovare un po’ di tempo per esplorare tutte le novità che la natura ci offre. E se pensate che anche in ogni città ci dovrebbe essere uno spazio per la natura e vorreste dare una mano a far nascere più fiori e dunque più colore, andate sul sito www.eugea.it dove in modo semplice ci spiegano come partecipare ad una lotta biologica nelle nostre città.
Sondaggio
Secondo il National Health and Medical Research Council australiano, che ha da poco pubblicato i risultati di un’analisi durata due anni in cui ha valutato 225 ricerche scientifiche sull’effetto dei farmaci omeopatici in oltre 68 differenti patologie, l’approccio omeopatico non ha reale efficacia sulla soluzione delle malattie.
Oggi vi chiediamo
La sala di lettura

Ci sono libri d’arte di tutti i generi : cataloghi delle mostre, saggi critici, monografie, libri illustrati che raccontano con parole o immagini le opere d’arte. Poi ci sono dei libri particolari che non fanno parte alcuna categoria. Uno di questi libri è L’Amalassunta di Pier Franco Brandimarte, edito dalla Giunti. 
Il libro si legge come un romanzo, ma è anche un tuffo nell’opera e nella vita del pittore Osvaldo Licini. Siamo dentro ad una storia in cui l’autore cammina sulle tracce del pittore, nel comune di Monte Vidon Corrado, nelle Marche – dove Licini visse- ma anche a Parigi, dove incontrò Modigliani per arrivare a Venezia, con il critico Marchiori,quando vinse il gran premio della Biennale del 1958.
Si segue l’autore, si segue la vita di Licini, ma ci vengono offerte anche delle letture delle sue opere illuminanti. Un esempio ne è la spiegazione del dipinto Bilico del 1934, letto attraverso la struttura del trabucco ; oppure la descrizione dei suoi quadri astratti che “sono mappe, rotte e registrazioni di avvistamento” , capaci di condurre fino a luoghi sconosciuti in cui si è guidati da personaggi come “la sirena,il drago,l’abisso o l’Amalassunta”
Un libro di visioni e di vissuto personale. Una forma nuova tutta da scoprire per avvicinarsi al mondo dell’arte.
Il libro ha vinto il Premio Calvino 2014. Nelle motivazioni si legge: « un testo in elegante equilibrio tra finzione e saggio, per l’abilità e l’originalità dimostrate nel ricostruire, secondo molteplici registri narrativi e con scrittura impeccabile e compatta, la vicenda umana e artistica del pittore Osvaldo Licini compenetrandola con la vicenda esistenziale del narratore.”
Original unverpackt
Quando aprite il frigorifero o guardate nella vostra dispensa non venite presi da un’ansia sempre maggiore calcolando la quantità di imballaggi non riciclabili che contengono i nostri cibi e le nostre bevande? Beh, se non ci avete mai pensato è ora che cominciate a preoccuparvene. La quantità degli imballaggi monouso prodotti in Europa è di circa 44 milioni di tonnellate, 9 tonnellate solo in Italia. Ognuno di noi consuma in media 30 kg di plastica all’anno, cifra destinata a salire fino agli stimati 100 kg pro capite. L’impatto ambientale per lo smaltimento e l’incenerimento di oltre la metà di questi prodotti è impressionante, dunque è necessario pensare ad un metodo nuovo di distribuzione che consenta di contenere questa marea di rifiuti, che inevitabilmente si accompagna ad un enorme spreco di cibo non consumato.
Due giovani imprenditrici di Berlino hanno dunque ideato l’Original unverpackt, un punto vendita ad imballaggio zero. Un supermercato originale in cui invece delle porzioni impacchettate e pronte, gli oltre 600 prodotti, tutti accuratamente selezionati e di qualità, con particolare attenzione a quelli a km zero, vengono venduti sfusi attraverso degli erogatori dai quali il pubblico può servirsi da solo portandosi i contenitori da casa. L’obiettivo di questo super mercato decisamente fuori la norma è la ricerca della sostenibilità, cioè la riduzione dell’impatto sociale e ambientale non solo dei consumi ma anche dei processi produttivi.
L’idea è geniale e speriamo di vederla sviluppata ed esportata quanto prima, chi di noi infatti non tirerebbe un sospiro di sollievo nell’agire fattivamente per il bene del nostro pianeta?
La furia distruttrice dell’ideologia
Pochi giorni fa parlando dello scandalo nell’arte abbiamo fatto riferimento agli episodi del museo di Mosul e alla distruzione di opere d’arte millenarie, perpetrata da chi erroneamente crede di poter cancellare il passato, avvertito come una minaccia e non come un’eredità da difendere.
Alle Nazioni Unite sono stati segnalati 290 siti che hanno subito devastazioni: 24 irrimediabilmente distrutti, 189 gravemente danneggiati, 77, a tutt’oggi irraggiungibili, da verificare.
Ninive, Hatra, Nimrud i siti archeologici della “mezza luna fertile” dove tutto è nato (scrittura, arte, storia) che in tanti di noi suscitano ricordi scolastici, sono state spazzate via dalla furia iconoclasta che caratterizza purtroppo i momenti bui della storia. Se infatti facciamo una lista parallela dei fatti storici e delle distruzioni dell’arte capiamo che questa è pratica ricorrente. Ai tempi dei romani c’era ad esempio la damnatio memoriae a causa della quale tutte le effigi e i simboli che potevano ricordare un personaggio pubblico caduto in disgrazia erano cancellati, l’iconoclastia bizantina fu alimentata dal desiderio dell’impero di oriente di riportare sotto il proprio controllo i vasti possedimenti del clero bizantino, i roghi dei libri dell’epoca nazista avevano un senso dettato dalla propaganda che impediva la lettura di autori che si opponevano in qualche misura all’ordine stabilito, così come durante la rivoluzione culturale cinese furono distrutte opere storiche e religiose.
La storia è dunque piena di episodi del genere. Certo giunti nel XXI secolo avremmo desiderato non vedere mai più tali scempi. Avremmo preferito che il martello pneumatico venisse usato per costruire strade e ponti e non per cancellare vestigia che, sebbene appartengano ad un passato reputato scomodo o inutile, fanno pur sempre parte della storia dell’evoluzione umana.
La mappa della “storia distrutta” si allunga e gli studiosi assistono impotenti dall’alto, attraverso il monitoraggio dai satelliti, a questa ultima sistematica violazione.
Ora, ci si può chiedere se accanto alle ragioni puramente dottrinarie di questa devastazione esistono altri significati reconditi. Alcuni hanno affermato che in tal modo si allontana l’accusa diffamatoria di ottenere finanziamenti del terrorismo attraverso la vendita al mercato nero delle opere d’arte. Ma basta ciò a giustificare tale scempio?
Intanto tutto il mondo assiste impotente augurandosi giorno dopo giorno che la follia finisca e ritornino i giorni del dialogo.
Chiacchiere del lunedì

Siamo entrati, mi sembra, nell’epoca degli eventi metereologici estremi. Tempeste di vento, bombe d’acqua, caldo e temperature medie crescenti, tutti fenomeni che sempre più interessano l’Italia. Non ne ho memoria nella mia infanzia e nella mia giovinezza. Certo, le catastrofi naturali non mancavano, purtroppo. Però adesso mi sembra che si stia assistendo a qualcosa di nuovo: quasi ogni anno una bomba d’acqua o una tempesta di vento squassano questa o quella zona. Eventi eccezionali che andranno a scomparire, o cambiamenti permanenti ai quali occorrerà abituarci? Fossimo attorno all’anno mille ne trarremmo conclusioni improntate a pessimismo e a visioni escatologiche. Ma oggi bisogna ragionare. Il che richiede due capacità: quella di ascoltare gli scienziati, assieme a quella di usare il nostro cervello. I primi dicono tante cose, ma il consenso è che ci siamo avviati su un percorso di cambiamento climatico che porterà anche a novità di cui ancora non sappiamo misurare la portata. Il nostro cervello, invece, ci fa ragionare su ciò che abbiamo sempre vissuto proiettandolo nel futuro, il che rende gli eventi di cui sopra assolutamente assurdi, dato che non ne abbiamo molta esperienza. Ma ci fa anche capire che qualcosa qui è cambiato e che se non diamo una sterzata al nostro modo di vivere, il bel paese del passato, dal clima temperato e dalla meteorologia prevedibilmente stabile, lo vedremo solo nei ricordi.
Intanto è domenica sera guardo il cielo e spero “rosso di sera bel tempo si spera”.

