
In giro per mostre quest’estate ho scoperto un aspetto di noi italiani: abbiamo la coda di paglia.
Mi spiego meglio. Per ben due volte mi sono trovata in mezzo ad una polemica in nome della nostra italianità negata. La prima a Venezia: durante la biennale un signore si è arrabbiato moltissimo perché nei padiglioni internazionali le opere e le relative spiegazioni erano molto spesso in lingua del paese invitato e in inglese ma non c’era traccia di italiano. L’altra alla mostra Modigliani et l’Ecole de Paris, in Svizzera alla Fondazione Pierre Giannada, dove una famiglia italiana discuteva animatamente perché risentita dal fatto che nella biografia di Modigliani non si trovava menzione della sua provenienza italiana.
Che ci succede? E’ come se facessimo fatica a tenere testa agli avvenimenti culturali o come se la cultura ci sfuggisse di mano e ci sentissimo limitati o impossibilitati di giocare un ruolo nello scenario internazionale. Coda di Paglia?
Devo dire che, se la polemica alla Biennale mi sembrava giusta, quella sulla mostra di Modigliani mi è sembrata esagerata, perché l’italianità del nostro pittore usciva da ogni aspetto della mostra, tanto che non era possibile nasconderla.

Consiglio senz’altro la visita alla Fondazione Pierre Giannada e alla mostra Modigliani et l’Ecole de Paris che resterà aperta fino al 24 novembre. La mostra è una vera perla per la fine dell’estate. Organizzata in collaborazione con il Centre Pompidou di Parigi e alcune collezioni svizzere, vi lascia godere di ottanta capolavori che illustrano l’opera di Modigliani a partire dal suo arrivo a Parigi, nel 1906. Nella mostra seguirete le trasformazioni dell’opera di Modigliani, ma potrete capire da vicino l’impatto e l’influenza esercitati dalla città culturale più viva del momento sul giovane pittore. E così vedrete nelle tele di Modigliani l’incontro con le opere di Toulouse-Lautrec e poi il suo incontro decisivo con la scultura e con l’opera di Brancusi. La mostra poi non tralascia di raccontarci l’arrivo a Parigi di Chaim Soutine e di Chagall e non è difficile immaginare la vita nel piccolo studio a Montparnasse e poi nella casa a Montmartre. Vi si incontra anche il suo ultimo amore, la modella diciannovenne Jeanne Hebuterne, che si suicidò il giorno dopo la morte del pittore, nel 1920.
Alla fine della mostra consiglio poi una visita al giardino della fondazione, dove troverete un nucleo di sculture tra cui Henry Moore, Calder, Max Bill e Dubuffet.







Pochi sanno che a Manchester nella fredda Inghilterra esiste un museo che contiene una delle più grandi e importanti collezioni di manufatti dell’Antico Egitto del Regno Unito. Come molti altri musei britannici il Museo di Manchester nel corso del 19° e 20° secolo ha sostenuto finanziariamente molte campagne di scavi archeologici e in cambio di tale supporto finanziario ha ricevuto parte dei reperti che via via venivano trovati. Il Museo ha così ricevuto materiale dagli scavi della Scuola Britannica di Archeologia in Egitto, della Exploration Society, e della Scuola di Liverpool di Archeologia. Insomma in tutto conserva circa 16.000 manufatti provenienti da quell’area e portati nel Regno Unito prima del 1952, anno in cui l’Egitto costituitosi come repubblica impedì la dispersione dei reperti nel mondo.
Nel 2012 è uscito un libro intitolato Global Weirdness in cui scienziati e meteorologi di tutto il mondo hanno cercato di rispondere alla domanda se il surriscaldamento globale del pianeta è la causa di eventi meteorologici estremi. A questa domanda non esiste risposta purtroppo poiché le conclusioni si basano su osservazione e statistica entrambe troppo giovani per poter offrire un quadro della situazione esauriente. La cosa sicura è che il riscaldamento globale amplifica di sicuro i fattori di rischio.

