il colore come arma per leggere lo spazio: Daniel Buren al Grand Palais

Per chi fosse un italiano in transito a Parigi oppure per chi in questo periodo ha in programma un viaggio nella capitale francese, vorrei suggerire una visita al Grand Palais dove, nella cornice di Monumenta, potrà visitare la grande installazione di Daniel Buren.

Monumenta infatti è un avvenimento artistico molto atteso a Parigi, che si tiene ogni anno al Grand Palais e consiste nell’invitare ogni volta  un’artista di fama internazionale a produrre per quello spazio una monumentale installazione temporanea.  In passato sono stati ospitati gli artisti Anselm Kiefer, Richard Serra, Anish Kapoor e Christin Boltansky .

Come sempre le opere dell’artista francese Daniel Buren si presentano sotto la forma di installazione e  non nascono nello studio ma sono la realizzazione di un’idea nata in situ.  Il suo lavoro, infatti,  è sempre in relazione allo spazio. Anche in questo caso sembrerebbe voler mettere in risalto la complessità architettonica del posto.  Lo spazio viene riletto anche dall’uso del colore che per Buren ha un rulo molto importante, lui stesso definisce il colore “ L’ elemento visuale che appartiene alle arti plastiche. E’ connesso all’arte come il suono è connesso alla musica. E’ un pensiero puro che non può essere tradotto” .

Ogni volta il visitatore vive davanti alle opere di Buren  un susseguirsi di situazioni visuali in cui viene coinvolto in prima persona e diventa parte attiva dell’opera: è infatti il suo muoversi e immergersi dentro l’opera che permette di ricomporre i quadri e le forme geometriche dell’ambiente.

Nello spazio al Grand Palais Buren ha dato un grande risalto  alla luce filtrata dal soffitto e ha giocato con la forma geometrica del cerchio, facendolo divenire il tema dominante che evidenzia il cerchio  della cupole, dei balconi e delle nicchie interiori.

Assolutamente da non perdere : Daniel Buren  “Monumenta 2012” (Parigi, Grand Palais 10 maggio-21 giugno)

Uscire dalla crisi

Un missionario comboniano vive per anni in una baraccopoli, occupandosi di alcuni tra gli ultimi del pianeta. Un amministratore pubblico italiano si barcamena nella confusione della nostra politica. Ci saranno due esperienze più diverse? Eppure proprio due persone così si sono unite col fine di scrivere un libro sulla crisi che stiamo attraversando. Indubbiamente un libro di attualità: se ne  parla molto di crisi, di questi tempi. E se ne parla con riferimento all’economia, che sembra non voler ripartire, ma anche con riferimento alla società, che deve trovare nuove forme di solidarietà e di convivenza, e alla cultura, che sembra non avere più una bussola, persa com’è negli orizzonti amplissimi dei nuovi mezzi di comunicazione.

E che avrà mai da dirci questa strana coppia su tutto questo? Ci propone qualche idea su come superare questa crisi partendo da un presupposto diverso. Per gli autori non siamo nel mezzo di un problema economico o sociale risolvibile con i criteri cui siamo abituati. Siamo di fronte a cambiamenti che sono qui per restare e che richiedono un nuovo approccio. In economia, tutto un sistema di produzione del valore sta cambiando. Nella società si deve cercare una forma di solidarietà, che sappia far fronte al fatto che si vivrà sempre, o almeno molto a lungo, gomito a  gomito con chi vede la vita in maniera radicalmente diversa da noi.

Tutto questo, per gli autori, discende da una crisi del nostro modello antropologico. Non si puo’ vedere solamente l’uomo al centro dell’universo, signore assoluto. Questo è da troppo tempo il nostro modello, che poi porta ognuno di noi a mettere se stesso al centro di tutto, col corollario di distruggere l’ambente e le relazioni fra gli esseri umani. Ma non regge più. Per gli autori, bisogna vederci in maniera nuova in questo mondo, come custodi di beni che sono più grandi di noi: il pianeta e il futuro dell’umanità. Se vediamo le cose in quest’ottica ci comportiamo diversamente: non cerchiamo più l’utilità, il profitto, immediati per le nostre azioni; piuttosto cerchiamo di capire prima di tutto l’impatto di queste ultime sui nostri simili e sull’ambiente.

Ciò ha implicazioni di ampia portata, a partire dal calcolare il profitto di un’attività economica non solo sulla base del valore immediato del ritorno dell’investimento ma anche sul guadagno o la perdita aggregata che provoca sulla comunità. Un tempo l’economia ci parlava di esternalità positive o negative per descrivere gli effetti delle attività economiche sull’ambiente esterno. Se ne cercava una misura. Magari si controbilanciavano quelli negativi (inquinamento, ad esempio) con la tassazione. Questa nuova ottica cerca invece di far sì che uno pianifichi i propri obiettivi prendendo subito in considerazione anche questi elementi, senza lasciarli da parte, per poi fornire una qualche riparazione forzatamente tardiva e parziale.

Ed è curioso vedere come il linguaggio di questi autori, a volte molto (un po’ troppo) filosofico, si avvicini per certi versi alle note sullo shared value di Michael Porter, il guru della competititvità di azienda, che recentemente è giunto a conclusioni simili. Ma il libro non si dilunga su nuove teorie economiche. Vuole anche essere una guida pratica su come uscire da questa crisi: cosa fare nella vita di tutti i giorni per rimettere pianeta e futuro comune al centro della nostra vita? Risparmiare l’acqua, usare meno energia, ridurre la quantità di Co2 implicita nelle nostre vite, favorire processi a basso impatto ambientale, mangiare organico e così via sono atti che ognuno può fare. Sembra che gli autori ci richiamino a un’etica della responsabilità, fatta da scelte quotidiane concrete. Scelte che comprendono anche l’attenzione per gli ultimi. Se la società nel suo inseme non è chiamata a partecipare, non v’è più benessere possibile.

In definitiva quella che loro propongono è una navigazione a vista, basata su un continuo cercare soluzioni, tenendosi tutte le possibilità aperte, anche se si sa dove si vuole andare: un mondo a misura di essere umano.

In questo l’esperienza in Africa del missionario è interessante. Il modo in cui gli abitanti delle baraccopoli sopravvivono è una forma di continua collaborazione informale, a schemi aperti: si cerca la via ogni giorno, collaborando assieme in maniera responsabile. In sociologia questo modo di procedere si chiama “informal open ended cooperation”. Nelle baraccopoli questo lo si fa di già. Si naviga a vista per scoprire come sopravvivere unendo le forze. Gli autori dicono che possiamo farlo anche noi. Per loro, sono le baraccopoli che stanno facendo la parte migliore della nostra storia.

Se si pensa che almeno il 30% dell’umanità vive in quella condizione, non c’è da stupirsene piu’ di tanto.

Ci piace


Ci piace la notizia che abbiamo letto sulla Tribune de Geneve  del 30 maggio scorso.

Stop alle frontiere per i cetacei. Aboliti gli spettacoli coni delfini, il Consiglio Nazionale svizzero ha deciso di vietare l’importazione di tutti i tipi di cetacei come i delfini, le  orche ammaestrati usati nel delfinaio svizzero di Connyland. E’ un buon inizio  e un riconoscimento a difesa degli animali.

Rosso

Vorrei segnalare uno spettacolo che in questo momento è al Teatro dell’Elfo Puccini,  a Milano, dove rimarrà fino al 3 giugno. Lo spettacolo si intitola Rosso, arriva dagli Stati Uniti e si presenta in Italia per la prima volta. L’opera di Jhon Logan e stata prodotta nel 2009 dal teatro Donmar di Londra e poi portata a Broadway dove ha ricevuto, un anno dopo, sei Tony Award .

La storia si ispira alla biografia dell’artista  Marc Rothko (1903-1970), esponente dell’espressionismo astratto americano. Tutto lo spettacolo infatti è un dialogo serrato e immaginario dell’artista con un giovane assistente.  E’ una ricostruzione di tutto il pensiero di Rothko, ma il colloquio si pensa ambientato nel periodo in cui al pittore viene commissionato un importante ciclo pittorico murale per il ristorante 4 Season di New York .  Questa commissione gli fu veramente data nel 1958, anche se la storia andò diversamente: Rothko, dopo aver realizzato le opere, non si ritenne soddisfatto del luogo e dell’atmosfera del ristorante e  così decise di tenersele per sé.

Nello spettacolo Rothko appare burbero e difficile, attacca la pop art che rappresenta il nuovo che avanza e su questo si scontra con la visione del giovane assistente che afferma : “Lei è fuori di sé perché i barbari sono alle porte”. Attraverso tutto lo spettacolo è possibile cogliere l’essenza della sua arte, avvicinandosi alle sue macchie morbide di colore a forma di rettangoli che coprono tutte le sue grandi tele.

Oltre a questo, il dialogo è molto appassionante anche perché mette in luce il rapporto tra generazioni diverse: sul palcoscenico ci sono un attore anziano e un attore giovane, mentre nella storia l’artista anziano si confronta con l’artista giovane.

“L’arte non deve essere bella-afferma Rothko nello spettacolo- ma deve essere vera. Io esisto per fermarti il cuore, per farti pensare e non per fare delle immagini carine”.

Lo spettacolo è un inedito in Italia, da non perdere. Il testo in italiano è stato tradotto da Matteo Colombo. Rothko è interpretato dall’attore Ferdinando Bruni diretto da Francesco Frongia (per informazioni www.elfo.org).  Dopo il Teatro dell’Elfo Puccini, lo spettacolo sarà a giugno al Festival delle Colline di Torino.

“Ora viene la notte?”

Abbiamo scelto di postare ancora oggi riflessioni non nostre per commemorare un personaggio che ha insegnato molto a tutti noi. Lo facciamo tramite la voce commossa di una “addetta ai lavori”, magistrato, presidente di Corte d’Assise, che ci sprona a non abbandonarsi alla disperazione nonostante tutto!

Giovanni Falcone fu definito dai Giudici della Corte Suprema degli Stati Uniti, che lo commemoravano solennemente nel 2009, “un martire della causa della giustizia, un grande uomo, un giudice coraggioso”. Lui invece amava poco parlare di se stesso e, a chi gli chiedeva di riferire la sua esperienza ed i suoi stati d’animo, si limitava a rispondere di essere animato da “spirito di servizio”, affermando che “l’importante non è stabilire se uno ha paura o meno, è saper convivere con la propria paura e non farsi condizionare dalla stessa. Altrimenti non è coraggio, è incoscienza”. Scrisse anche che “perché una società vada bene, si muova nel progresso… per avviarsi serena nel cammino verso un domani migliore, basta che ognuno faccia il suo dovere”.

Falcone era un uomo semplice, di limpide idee, dotato di uno straordinario talento investigativo, tanto che la sua esperienza professionale, nota come “metodo Falcone”, viene tuttora utilizzata in America per le investigazioni e la lotta contro i potenti cartelli del narcotraffico internazionale e la mafia messicana.

Egli non aveva alcuna dimestichezza con l’uso del potere e le furbizie della politica, come la sua carriera e la sua stessa morte dimostrano. E sapeva bene di dover morire:  la mafia gli aveva ammazzato i collaboratori più validi e gli amici, facendogli intorno terra bruciata. Era rimasto solo, Falcone, abbandonato dalla maggior parte dei colleghi, fortemente avversato dagli organi di autogoverno dei giudici, delegittimato ed irriso da una certa stampa e dalla politica, allontanato dagli incarichi che aveva svolto con tanto sacrificio personale. E a proposito delle scorte che gli venivano assegnate, sempre più armate fino ai denti, diceva “E’ tutto teatro. Quando la mafia lo deciderà mi ammazzerà lo stesso”. 

E così fu: proprio il giorno successivo alla riunione in cui sembrava ormai finalmente decisa la sua travagliata promozione alla guida della nuova Procura Antimafia, da lui stesso ideata anni prima. Fecero esplodere Falcone, sua moglie, gli uomini della sua scorta, sprofondandoli in una enorme, emblematica voragine di distruzione.

Ma dentro quella voragine non riuscirono a seppellirne l’esempio e l’opera: dapprima la gente comune, che lo amava moltissimo, ne raccolse il testimone, poi pian piano le forze sane del paese ed, infine, seppur con lentezza, le istituzioni, diedero vita ad un movimento di reazione grazie al quale, oggi, la mafia di declinazione siciliana risulta decimata e quasi battuta. Giovanni Falcone ne sarebbe stato assai soddisfatto, convinto com’era che “la mafia è un fenomeno umano e come tutti i fenomeni umani ha un principio, una sua evoluzione e avrà quindi anche una fine”.

Già, ma il Male è forse un fenomeno semplicemente umano?

Venerdì avevo terminato una terribile settimana di lavoro, culminata con l’aver inflitto un ergastolo ad un giovane di soli 25 anni per l’efferatezza del crimine da lui compiuto allo scopo di mettersi in luce dinanzi ad organizzazioni criminose potenti e per ragioni di lucro.

Speravo in una serena pausa famigliare. Mi sono invece svegliata sabato mattina alla tragica notizia di un’esplosione, un bestiale attentato attuato dinanzi ad una scuola, che si è portato via la vita di una ragazzina di 16 anni e molte altre ne ha lasciate sfregiate, ferite, traumatizzate. Le prime incerte notizie sottolineavano la coincidenza con la ricorrenza della morte di Giovanni Falcone, il nome dell’Istituto scolastico intitolato alla moglie morta al suo fianco, il fatto che le alunne avessero da poco ottenuto un riconoscimento per il loro impegno antimafia. Queste circostanze hanno subito suggerito alla stampa, anche internazionale, una nuova dimostrazione di forza mafiosa.

Qualunque sarà la verità resta il terribile fatto che mostri senza nome, creature disumane, hanno osato l’impensabile, colpendo i nostri figli inermi, attentando al nostro stesso fragile futuro.

Come e dove trovare, allora, la forza di non cedere a quel pensiero che, dicono, persino Papa Paolo VI in punto di morte, prostrato dal barbaro assassinio del suo amico Aldo Moro, abbia espresso dolente: Può davvero essere che “adesso viene la notte”?

Chi vi è abituato e ci crede – e non sono pochi – tornerà al proprio posto con “spirito di servizio”, dominando la propria paura, spingendo con tutte le proprie forze sul “cammino verso un domani migliore”, nonostante tutto.

Se l’arte parla del suo tempo come può essere ignorata?

Se l’arte parla del suo tempo come può essere ignorata? Questo mi domando ogni volta che mi si dice di non comprendere l’arte contemporanea. Certi artisti di oggi esprimono i sentimenti del mondo in modo molto più chiaro di mille parole o documenti. Unico vero segreto è quello di riuscire ad ascoltare le immagini. A questo proposito, è difficile non sentire la forza e il richiamo delle opere di Doris Salcedo.  L’artista colombiana, infatti, ormai da venti anni, presenta con i suoi lavori il grido di dolore e la memoria di tante vittime anonime delle guerre e della violenza. Chi volesse capire cosa intende per arte la Salcedo, potrebbe andare a Roma, al Maxxi, dove fino al 24 giugno è visibile la sua installazione Plegaria Muda. L’opera consiste in un centinaio di tavoli sovrapposti, dai quali nascono esili fili d’erba.  L’artista da sempre predilige per i suoi lavori  oggetti di uso quotidiano, come semplici tavoli o sedie, oggetti comuni che raccontano la storia di gente comune.

L’opera fatta per Roma è come una preghiera dedicata a tutte quelle persone  che non hanno voce per parlare della loro esistenza. Nella visione di insieme i tavoli, ripetuti come moduli, ricordano un cimitero. È come se fossero tavoli-bare, da dove però rinasce la vita: i fili d’erba simbolo di speranza. L’artista dice che l’idea di questo lavoro è nata a seguito di un viaggio nei ghetti di Los Angeles, compiuto dopo aver letto in un rapporto ufficiale che nell’arco di venti anni vi erano morti diecimila giovani, deceduti tutti di morte violenta. L’opera è anche una risposta ai 1500 giovani uccisi dall’esercito colombiano,  tra il 2003 e il 2009, senza nessuna ragione apparente.

Doris Salcedo non è nuova a questo genere di interesse e tutta la sua ricerca si è focalizzata su questi temi. Nel 2007 era presnete con un grande lavoro alla Turbine Hall della tate Modern:  Shibboleth un’installazione che consisteva in una frattura del pavimento lunga 167 metri. Anche in questo caso il lavoro voleva far affiorare il tema della discriminazione , la dura  esperienza degli immigrati del Sud del mondo che arrivano in Europa.

Un’altra sua opera gigantesca era stata creata, nel 2003, per Art21 la Biennale di Istambul dove in uno spazio vuoto tra due edifici in centro della città aveva impilato una marea di sedia di legno, per commemorare le vittime anonime, quelle che soffrono in silenzio perché emarginate e senza voce.

Le sue opere occupano vasti volumi, hanno un peso importante e quindi con quella forza prorompente riescono a rendere nello spazio e la memoria delle masse di persone scomparse e anonime cui si riferiscono.

So che l’arte non può agire in modo diretto. So che non posso salvare nessuno, ma l’arte può mantenere vive le idee, idee che possono influenzare le nostre vite” (Doris Salcedo da articolo su www.women.it di Marilde Magni, 13 marzo 2004)

Allora lasciamo che l’idee dell’arte contemporanea possano circolare il più possibile.

Perchè odio l’arte di Jeff Koons

Le opere di Jeff Koons sono presenti in questi mesi in Svizzera, alla Fondazione Beyeler, con una grande mostra a lui dedicata.

Consiglio di vederla, ma fate attenzione perché chi vedrà le sue opere per la prima volta potrà rimanerne affascinato o irritato. A me succede sempre di provare il secondo stato d’animo.

A dire il vero, il mio primo incontro con le sue opere è avvenuto a Venezia, alla biennale del 1990. Ero in compagnia di mio padre e alle Corderie mi trovai di fronte ad una grande scultura policroma, a grandezza naturale, che ritraeva l’artista stesso in un amplesso con la porno star Cicciolina, all’epoca sua moglie.  Avevo poco più di venti anni ma ricordo il senso di disagio e imbarazzo.
Oggi sono certa che la mia irritabilità nei suoi confronti non è più imbarazzo, ma rabbia. Perché so che questo artista americano, definito un’artista neo-pop, manipolatore dei mezzi di comunicazione, illustratore ironico della vita americana e del consumismo, ha fatto centro e le sue opere hanno colto appieno la nostra epoca.

Nel suo mondo ludico, di giochi e pupazzi giganti, leggo il fallimento dell’occidente, dove l’uomo ha messo al centro della sua vita l’apparenza e dove tutto è merce di scambio, per alimentare una macchina che produce ricchezza materiale. Non c’è sobrietà nelle opere di Koons, come non c’è sobrietà nella società in cui vivo. Allora davanti alle sue opere tutto è possibile, ci si ritrova come su una giostra: si vivono attimi intensi di svago in un caos quasi piacevole e anestetizzante.

Ecco perché odio l’arte di Jeff Koons: perché mi ricorda tutto quello da cui vorrei sottrarmi.

La mostra sarà alla Fondazione Beyeler  dal 13 maggio al 2 settembre. In mostra troverete molti dei suoi lavori e nel giardino della fondazione potrete ammirare la scultura monumentale composta di fiori intitolata Split-Rocker.

Life in the Slum

Ho un figlio che ama guardare il mondo attraverso l’obiettivo della macchina fotografica… Lo guarda con i suoi occhi da adolescente e riesce a catturare aspetti della vita di tutti giorni, della natura, di tutto ciò che lo circonda attingendo al suo ricco mondo interiore, all’entusiasmo della sua età e grazie agli stimoli che, da ragazzo “fortunato” ha ricevuto e riceve quotidianamente. Ha aperto un blog che raccoglie le sue fotografie, possiede un bell’apparecchio fotografico e soprattutto ha la stima e l’approvazione di genitori fieri dei suoi interessi.

Per questa ragione sono rimasta affascinata da un’iniziativa di una onlus italiana che opera a Deep sea, slum di Nairobi, che si chiama AfrikaSi, la quale promuove e coordina programmi di assistenza sanitaria di base, alfabetizzazione e formazione, e con il contributo volontario di artisti professionisti e sponsor organizza eventi di sensibilizzazione e promozione della cultura africana.

Ciò che mi ha colpito, è la mostra inaugurata a Venezia l’11 maggio scorso, che si protrarrà fino a fine luglio, intitolata Life in the slum. Through our eyes, dove viene esposta l’opera di ragazzi dello slum che hanno realizzato fotografie del loro mondo, della loro realtà. A volte tragiche e drammatiche, a volte divertenti o commoventi, esse sono sempre piene di poesia e mostrano la vita nello slum attraverso gli occhi di chi la vive. Sebbene le immagini siano catturate attraverso una fredda lente di vetro, rimangono ricche del colore, dell’umanità, della vita dell’Africa.

Questa raccolta fotografica di 30 scatti, che approderà dopo Venezia in Turchia e infine negli Stati Uniti, è il risultato di una lunga e bella storia iniziata nel 2005 nello slum Deep Sea, una delle più di duecento baraccopoli che circondano la capitale del Kenya, grazie al coinvolgimento di Adriano Castroni, già fotografo di moda per Valentino e creatore dell’agenzia pubblicitaria TheSign.

In Africa Castroni ha creato con AfrikaSi il laboratorio Zinduka (in swahili “evoluzione”) in cui insegna ai ragazzi dello slum fotografia, grafica e sviluppo fotografico. L’obiettivo era di dare a questi ragazzi ancora prima di una professionalità una speranza nel futuro.

Il messaggio che arriva forte e chiaro da questa esperienza è che nonostante tutto anche i ragazzi delle baraccopoli di Nairobi, sebbene fra mille difficoltà hanno una speranza, una piccola possibilità di scelta che ci fa sperare in un futuro diverso almeno per alcuni di loro. Ciò che non hanno avuto per una coincidenza di nascita possono ottenerlo con tanto lavoro, determinazione e l’aiuto di persone come Castroni pronte a dare una mano gratuitamente, alimentando con la loro professionalità e dedizione quella scintilla creativa presente in tutte le nuove generazioni, anche le meno fortunate!

non mi piace

Sono belle le rose e i tulipani ma non possiamo dimenticare che in Italia  oltre 130 mila tonnellate di fiori arrivano dal Sud del mondo, dove vengono prodotte usando sostanze chimiche vietate dall’Organizzazione mondiale della sanità e sfruttando persone che lavorano a basso costo tra mille abusi.

Ditelo con i fiori: BASTA!

La fatica di vivere

A lungo mi sono chiesta se fosse il caso di pubblicare questo post e addentrarmi in una vera e propria «selva oscura», alla fine ho deciso di farlo, perché sono certa che in tanti, almeno una volta nella vita, ci siamo posti domande su questo argomento.

Fonte di ispirazione per queste riflessioni è stata la notizia, riportata e commentata da molti quotidiani svizzeri (quali Le Temps24 heures), che nel Canton Vaud, il 17 giugno prossimo, la popolazione sarà chiamata a votare una modifica della legge della Pubblica Sanità in materia di «assistenza al suicidio».

E sì, perché la Svizzera (pur vivendoci non ne ero a conoscenza, poiché come spesso accade per tutto ciò che riguarda l’ultimo viaggio, da brava italiana la prima reazione è sempre stata quella di «fare le corna» con, a seguire, la manifestazione del disinteresse più assoluto…) é il solo paese in cui l’assistenza al suicidio – per quelle persone che sono affette da malattie mortali, la cui speranza di vita é inesistente e ne fanno richiesta nel pieno delle loro facoltà mentali o attraverso il loro testamento biologico (qui accettato) – é legale, rigidamente codificata e regolamentata da leggi federali e cantonali.

Voglio assolutamente cercare di essere super partes e spero di riuscirci, perché il mio intento non è quello di esporre il mio punto di vista, quanto piuttosto di suscitare una serie di interrogativi, che mi sembrano legittimi.

Innanzitutto la legge: la costituzione vaudese riconosce a tutti il diritto di morire in modo dignitoso.

E queste poche parole sono state tradotte nella legge di Pubblica Sanità concedendo agli ospedali la possibilità di somministrare la dose letale a chi ne faccia richiesta. Ciò non a cuor leggero, si intende. Il processo, finora, è stato lungo e laborioso, coloro che richiedono la soluzione finale sono sottoposti a una lunga serie di esami clinici e di colloqui con psicologi e assistenti sociali, solo laddove si ravvisa la concreta impossibilità di avviare nuove cure contro un male incurabile, quando il soggetto è realmente senza speranza, solo allora come ho detto, lo si aiuta al trapasso per alleviarne le pene.

Esistono però associazioni che hanno iniziato a donare la «buona morte» anche a coloro che la richiedono a prescindere da una situazione di malattia terminale. Persone affette da una serie di malattie fisiche non mortali, ma che rendono l’esistenza impossibile: artrosi deformanti, problemi di mobilità, cecità, incontinenza. O ancora soggetti con i mali dell’anima come le depressioni acute, che hanno via via perso la gioia di vivere, che sono rimaste sole e non vedono altra via d’uscita. Tutti mali che si stratificano gli uni sugli altri e che sottopongono i pazienti ad una presunta e inutile fatica di vivere e all’impossibilità di portare avanti un’esistenza dignitosa. Condizioni queste che toccano soprattutto un particolare tipo di soggetti: gli anziani.

Sotto la spinta popolare di diverse associazioni di malati di questo tipo si è giunti al referendum del 17 giugno, in cui viene chiesto di cambiare la legge in vigore, dando la possibilità di porre fine alla propria esistenza attraverso le organizzazioni di assistenza al suicidio anche nelle istituzioni che noi chiameremmo «case di riposo» e che in Svizzera sono le EMS, senza dover attraversare la lunga e dolorosa trafila degli esami clinici che la legge prevede, anche da parte di persone la cui vita non è in pericolo immediato.

Le domande a livello morale, etico, religioso che affiorano sono talmente tante che è inutile qui farne una lista. Mi voglio limitare a suggerirne alcune, non necessariamente quelle “giuste” o condivisibili.

Innanzitutto è proprio vero che come ognuno ha il diritto di vivere come vuole, ha anche il diritto di porre fine alla propria esistenza, quasi ricorrendo poi ad uno stratagemma come quello del suicidio assistito?

Credo sia lecito chiedersi, insieme a B. Kiefer, capo redattore della rivista medico scientifica svizzera e membro della Commissione nazionale di etica, se « l’allargamento di questa zona grigia (fatta di pazienti non in pericolo di vita ma che non desiderano più vivere) non è forse fare il gioco di una società dove bellezza, giovinezza e performance sono divenuti i valori principali?». Non può significare l’anticamera di qualcosa di molto più grave come la cancellazione ad esempio degli errori di una natura che può essere insensibilmente matrigna?

E ancora: «prima di rispondere al desiderio di morte, non bisogna forse domandarsi se alcune di queste persone, debitamente aiutate (cosa che costa non solo in termini monetari), possano ritrovare un senso alla propria esistenza malgrado i problemi?».

E mi fermo qui… spero se ne riesca a parlare

A margine di tutto ciò… quanto è difficile parlare di morte e quanti eufemismi ho usato in queste poche righe (trapasso, buona morte, soluzione finale ecc.) per aggirare la parola morte, tout court, così dura, così inquietante, così definitiva.