Tree book tree è un progetto di una casa editrice argentina la Pequeno Editor, grazie al quale per insegnare ai più piccoli l’importanza di preservare l’ambiente naturale è stato inventato il primo libro che si può piantare.
Esatto, dopo averlo letto il libro può essere proprio piantato. Il libro illustrato è infatti fatto di carta priva di acidi, serigrafato e stampato con inchiostro ecologico, cucito a mano e rilegato. In esso sono contenuti semi di Jacaranda, un albero che giunge ai trenta metri di altezza. In Argentina il libro viene piantato in apposite vetrine.
Il titolo, Mi papà estuvo en la selva (Mio padre è stato nella jungla), è dedicato a bambini di 12 anni di età e la voce narrante è quella di un ragazzino che racconta le avventure che il suo papà ha corso nelle jungla Ecuadoregna, il tutto basato su una storia vera.
Furbo e bellissimo, i disegni sono stati realizzati da Gusti e Anne Decis, questo capolavoro di ecologia è pensato per insegnare ai più piccoli l’impatto ecologico delle loro letture e indica un modo virtuoso per ristabilire il ciclo della vita. In questo modo come suggerisce la campagna pubblicitaria “i bambini e gli alberi possono crescere insieme”. Come i bambini i semi si nutriranno del libro.
E’ curioso leggere l’articolo apparso su House &Home, uno dei supplementi del Financial Times, il fine settimana. E’ dedicato a quelle architetture nel mondo che si possono anche descrivere usando l’aggettivo “inumane”. L’articolo ne sceglie nove e tra esse, ahimè, c’è anche il nostro MAXXI, Il museo d’arte contemporanea di Roma, disegnato dall’architetta Zaha Hadid, inaugurato nel 2009 dopo dieci anni di lavori. Il problema è che non si riesce a dar torto all’articolo: il museo è da capogiro, non ci sono stanze e non si è operata nessuna distinzione tra gallerie e corridoi. L’effetto del MAXXI è spiazzante: non si riesce a seguire un filo conduttore e molte volte anche le opere vengono sminuite dagli ampi spazi aperti. In sua difesa, pero’, potrebbero correre tutti quei curatori e studiosi che credono nella necessità di confondere il visitatore, allontanandolo dal percorso abituale di un museo tradizionale. Uno di questi, ad esempio, è il direttore del museo Mamco di Ginevra dove – non per motivi legati all’architettura, ma per sua precisa scelta curatoriale – è stato allestito un percorso fatto di ambienti molto diversi tra loro, che non si fondono con coerenza perché pensati per spiazzare il visitatore.
L’articolo del Financial Time prosegue con altri otto edifici che qui di seguito vi elenco:
-J.Edgar Hoover Building a Washington DC (la sede del FBI);
-Nehru Place, New Delhi costruito negli anni Settanta;
-European Parliament di Strasburgo, inaugurato nel 1999;
-The Mogamma Cairo costruito a fine anni Quaranta;
-The national Palace of Culture, di Sofia, Anni Settanta;
– La stazione di Shinjuku, Tokyo;
-The Barbican, a Londra, inaugurato nel 1969;
-La Grande Hall of the People, a Pechino, costruita negli anni Cinquanta.
Come vedete, nella lista, si trova di tutto: musei, stazioni, sedi del parlamento o centri commerciali. L’articolo comincia con un battuta di Winston Churchill riportata dallo scrittore Kate Allen : “Noi diamo forma ai nostri edifici e dopo gli edifici formano noi”. Una battuta, certamente, ma tanto vera da fare pensare: sono sicura che ognuno di noi ha subito, nell’ambiente in cui è cresciuto, il fascino o semplicemente la presenza a volte un po’ troppo ingombrante, di un qualche edificio.
Francesco, che ha orrore dei mezzi termini, ha detto Siamo di fronte a un nuovo conflitto globale, ma a pezzetti. Nel mondo c’è un livello di crudeltà spaventosa, ed è facile concordare con lui alla luce di ciò che accade. Questo inizio settimana a tinte fosche ci da la misura di quanto abbia ragione.
A dispetto di ciò vogliamo riportare una notizia che fa sperare. A Kos, isola greca, tristemente alla ribalta delle cronache perché punto di sbarco fisso della marea di immigrati che fuggono dalla guerra, c’è un panettiere di nome Dionisys Arvanitakis che ogni mattina sforna un quintale di pane extra che distribuisce ai profughi sbarcati al porto. Lo fa perché ricorda la sua situazione di immigrato che ha patito la fame vera e ci restituisce un esempio di quanto sia necessario “mettersi nei panni” degli altri per capirne le ragioni e le necessità.
Gli amici sono fondamentali, ti arricchiscono la vita sono una finestra sul mondo. A me è capitato in questi giorni di avere sotto mano un libro fantastico che non avrei mai visto senza l’aiuto di un’amica. Questo libro è dedicato ai bambini ma come tutte le cose belle e intelligenti non sono rivolte esclusivamente ad un’ unica fascia di età. Le case degli altri bambini è un libro scritto e illustrato da Luca Tortolini e Claudia Palmarucci. Si raccontano in modo semplice le case degli altri per descrivere le persone, le culture e le differenze. C’è la casa di Mimmo che sa di cavolo lesso a tutte le ore, o quella di Lorena che è una casa antica di secoli fa. C’è chi nella casa ci vive da solo, chi invece per casa ha una capanna di legno e ferro vicino al fiume.
Le case degli altri bambini
Un libro che potrebbe continuare all’infinito e raccontare il mondo tramite le forme diverse delle case. Un libro adatto per lanciare mille percorsi da fare con i bambini e per i grandi: una riflessione dedicata a chi invece una casa non ce l’ha.
Il libro è edito da orecchio acerbo ed è un libro di grande poesia dove le immagini di Claudia Palmarucci si impongono e sono decisamente belle.
A Tokyo esiste una libreria del tutto singolare, un minuscolo luogo di 20 metri quadrati appena in cui viene proposto un solo titolo alla settimana. Il concetto di “un singolo libro in un singolo spazio” è stato inventato dal proprietario del Morioka Shoten Co., Ltd.: Yoshiyuki Morioka, che ha reso il bookstore famoso in tutto il mondo agendo in modo opposto alla logica delle grandi librerie con enormi spazi e chilometri di scaffali. Il proprietario è fermamente convinto che concentrarsi su un unico titolo favorisce la sua comprensione e accettazione stabilendo un forte legame di confidenza con il libraio e promuovendo un nuovo livello di lettura oltre che di esperienza personale. Il concetto è semplice e si basa sull’idea che ogni libro stampato è degno di essere letto. Qui la sola condizione è quella di focalizzarsi su un solo titolo alla volta.
Per tutti coloro che cercano un posto lontano dai rumori del mondo, in cui leggere rimane dimensione personale, in cui scegliere un libro rimane un’esperienza insuperabile…
Usare il proprio lavoro per provocare e opporsi al regime politico vigente non sono una novità per l’arte contemporanea. Pensando all’Italia mi è venuto in mente la Crocifissione di Renato Guttuso del 1941 dipinta per denunciare gli orrori della guerra, da vedere secondo le sue stesse parole “(…) come il simbolo di tutti coloro che subiscono oltraggio, carcere, supplizio per le loro idee”.
Josef Beuys
La politica fu strettamente legata al concetto di arte anche nell’opera di Joseph Beuys. Le sue idee politiche si ritrovano in molte sue installazioni. Come artista credeva nel ruolo dell’educazione e lanciò l’idea della Libera Università internazionale per la creatività e la ricerca interdisciplinare. La Libera università doveva “riattivare i valori della vita sepolti sotto l’indifferenza, l’assuefazione , la delusione, l’aggressione la distruzione dell’ambiente, guerre e violenze, ridando loro vigore proprio attraverso l’interazione creativa paritaria tra insegnante e allievo”.
Ai Weiwei nel suo studio di Bejin
Ci sono artisti in cui arte e vita coincidono. Ne consegue che per alcuni l’impegno politico è inscindibile dal concetto di arte. È il caso di Ai Weiwei, attivo nel campo della scultura, dell’installazione, dell’architettura, della fotografia e del video, di cui è possibile vedere una bella mostra monografica a Londra, alla Royal Academy. Attivista apolitico, dissidente nei confronti del governo cinese, ha pagato con la prigione la propria libertà di opinione e la spinta di denuncia Ai Weiwei è considerato oggi una delle personalità artistiche più rilevanti del panorama contemporaneo.
Nella notte fra il 4 e il 5 ottobre Henning Mankell, popolare scrittore svedese è morto dopo un lunga e dura malattia. Famoso in tutto il mondo per il suo più noto personaggio letterario, il Commissario Wallander, Mankell oltre ad aver lasciato molti romanzi, pieces di teatro e saggi e stato un attivista politico e un personaggio con una profonda sensibilità nei confronti degli altri, dei più deboli, degli indifesi, di chi non ha voce.
In un’intervista al Monde des livres del 2010 Henning Mankell aveva affermato: “Io volevo scrivere sui migranti, sulla xenofobia. Mi sono detto che il razzismo era un po’ come un’attitudine criminale e che il romanzo poliziesco poteva essere il luogo ideale per parlarne. Ma per fare questo avevo bisogno di un poliziotto”. Ed ecco che nel 1991 esce Assassino senza volto: la prima inchiesta del commissario Wallander, premio per il miglior romanzo poliziesco svedese e scandinavo. E in breve tempo personaggio e autore divengono un caso letterario.
Mankell rende il commissario Wallander la sua più nota creatura, un lupo solitario, un poliziotto taciturno, sempre sul filo del dubbio, di anno in anno sempre più depresso e disincantato.
Mankell/Wallander un binomio fra i più conosciuti. Come lo stesso Mankell ha affermato in un’intervista del 2010 “Wallander ha strani rapporti con le donne, è abbastanza misogino, realista, e anche depresso. Egli è solo, conduce una vita triste, mangia male, beve troppo, non fa esercizio. Non apporta ne analisi ne critiche radicali sul mondo. È più conservatore che democratico. Ha perso il treno dell’impegno politico. Egli è tormentato ma scivola sulle sue ansie. Non è James Bond, non c’è niente di straordinario. Non fa paura, lui non è cattivo, soffre degli stessi disturbi di chiunque altro. L’ho anche fatto diabetico … È un po’ “molle”, dubbioso e invecchia. È popolare in Corea, Giappone, Argentina, perché è il signor “Tutto il Mondo”. Tutti lo possono riconoscere. Questo è il motivo del suo successo: egli incarna l’uomo di oggi, un carattere disturbato. Io lo uso come uno strumento musicale: mi permette di dire cose essenziali”.
Quando di Wallander, nonostante il successo planetario (ricordiamo per dovere di cronaca la serie televisiva interpretata da un fantastico Kenneth Branagh), Mankell non ne può più lo condanna a un’uscita di scena veramente esemplare, decide di non farlo morire (chiunque sarebbe stato capace di farlo) ma lo punisce facendolo sprofondare nell’oblio dell’Alzheimer.
Ora Mankell non c’è più, un tumore se l’è portato via, e paradossalmente si può affermare che l’autore, nonostante tutte le sostanziali differenze, vive nel suo più famoso personaggio.
Breve week end in Toscana. Ecco alcune delle cose viste e sentite, semplicemente passando per una città della provincia italiana:
La mia vicina di casa, ottantenne mi sente arrivare, esce di casa indignata e vuole commentare con me, che sono ignara della faccenda, il terribile trattamento subito in Svizzera dal trio canoro Il Volo. I tre ragazzi , infatti sono stati accusati di aver devastato una camera di albergo. La fonte è un giornale ticinese, la notizia è poi risultata una bufala. Quei tre “bravi ragazzi – mi dice commossa come fosse stata la loro madre – non si meritavano una cattiveria del genere.
Vado in comune: tantissimi ragazzi africani in fila per ottenere la carta d’identità italiana; salgo le scale, vado all’uffcio dell’A.I.R.E. (il registro degli italiani residenti all’estero) e trovo altrettanti italiani che richiedono dei documenti perchè ormai vivono fuori Italia.
Infine, cammino per il centro della città , una mamma esclama al suo bambino : “se non smetti di correre chiamo la polizia perchè ti prenda e ti porti in prigione”.
La vita non finisce mai di sorprenderci, buon lunedì
Marcos Saboya and Gualter Pupo, Giant Labyrinth Constructed from 250,000 Books
Sarà una festa! Si, proprio una festa dedicata a chi ama i libri e la lettura. A Milano il 22, 23, 24, 25 ottobre si terrà la quarta edizione di Bookcity un’iniziativa voluta dal Comune di Milano e da un comitato promotore formato dai maggiori editori presenti sul territorio affiancati dall’AIE (Associazione Italiana Editori), in collaborazione con l’AIB (Associazione Italiana Biblioteche) e l’ALI (Associazione Librai Italiani). In questi quattro frenetici giorni vengono promossi incontri, presentazioni, dialoghi, letture ad alta voce, mostre, spettacoli, seminari sulle nuove pratiche di lettura, a partire da libri antichi, nuovi e nuovissimi, dalle raccolte e biblioteche storiche pubbliche e private, dalle pratiche della lettura come evento individuale, ma anche collettivo. Ci sarà la possibilità di fare la conoscenza di autori famosi che si incroceranno nei diversi luoghi dell’iniziativa a volte istituzionali (Università, biblioteche, librerie) a volte inusuali (ad esempio negli spazi dell’ex Ansaldo o al Castello Sforzesco).
Non solo autori italiani ma anche internazionali si daranno il cambio e animeranno i vari palcoscenici della città per proporre la lettura come esperienza di valore.
Ci saranno:
– Eventi “tematici”, nelle sedi della cultura e della vita sociale milanesi
– Eventi “fuori luogo”, che portano il libro e la lettura in sedi inusuali e in nuovi scenari sociali
– Eventi “diffusi” sul territorio, promossi e gestiti da diversi protagonisti della vita culturale cittadina che aderiscono al progetto (editori, librerie, biblioteche, istituzioni culturali e scolastiche)
– Eventi “in biblioteca”
– Eventi “laboratorio” per ragazzi, bambini e famiglie
Tutti siamo invitati, ci sarà da divertirsi, all’insegna dei buoni libri e della buona lettura.
Panoramica del primo piano della Sucrière,in primo piano l’opera di Cèleste Boursier-Mougenot
Si è aperta il 10 settembre la 13esima Biennale di Lione. Quest’anno il suo curatore-Ralph Rugoff- l’ha intitolata: la vita moderna. Sono stata a visitarla e dopo aver visto le opere dei sessanta artisti invitati da trenta diversi paesi, sono arrivata alla conclusione che la vita moderna, così come intesa dal curatore, è oggi improntata principalmente a angoscia e attesa per un cataclisma in arrivo.
Jessica Diamond,Le vin avant La Roue,2015
Si comincia, infatti, con il grande manifesro che rappresenta il tema della Biennale: è una foto tratta da una scena del video di Yuan Goang-Ming che poi troverete in due luoghi della Biennale (alla Sucriére e al Musee des Confluences). Vi si vedono una spiaggia, tanti ombrelloni colorati, il mare invitante e poi sullo sfondo una grande centrale nucleare che incombe su tutto, enorme e minacciosa.
Nella Sucrerie, posta in un quartiere sul fiume in piena evoluzione architettonica e sempre molto stimolante da visitare, l’eposiyione è allestita in modo molto chiaro. Al primo occhio ci si rende conto che il curatore ha puntato su poche opere, esposte come se ci si trovasse in una galleria ( questo aspetto mi ha ricordato l’Arsenale della arttuale Biennale di Venezia). L’idea dell’incombente disastro torna però subito alla mente quando, improvvisamente , comincia a suonare una batteria di tamburi posta al centro della sal e priva di musicista . Il suono-si capisce dopo- è prodotto da noccioli di ciliegia che cadono dal soffitto sui tamburi e sui piatti: siamo noi, con i nostri cellullari, le cui vibrazioni eletromagnatiche che vengono captate da un dispositivo , a causarne la caduta. L’opera di Celeste Boursier-Mougenot, è molto coinvolgente e cattura l’attenzione di ogni visitatore.
Angoscia per qualcosa che è già accaduto invece me l’ha procurato il lavoro di Nguzen Trinh Thi, l’artista vietnamita che ha presentato una serie di fotografie e filmati in cui si vedono delle persone, ritratte da sole e intente a indicare, col braccio teso e l’indice allungato, un luogo. Un lavoro sulla memoria, il cui senso è percepibile dal titolo “Landascape as the silent witness of history”. Non sappiamo cosa indicano quelle persone , ma il solo indice alzato ci fa pensare al ricordo di qualcosa di tragico, di inaspettato, di terribile.
Nguzen Trinh Thi, Landscape series,2013
Di sospensione e di attesa mi è sembrato parlasse anche la curiosa installayione video dell’ artista cinese He Xiangyu, esposta nella seconda sede della mostra , al MAC . Qui si entra in un labirinto di video dove su ogni schermo si vede una persona che si sta addormantando o che dorme già. Uomini e donne ripresi tra la veglia e il sonno.
In bilico su un cornicione, a guardare qualcosa di distrutto, risultato di un evento già avvenuto , invece mi ha collocata l’artista taiwanese Lai Chih-Sheng. Immaginatevi una stanza con a terra dei resti di imballaggi e un cornicione stretto ma percorribile posto in alto , a contornare tutta la stanza. L’artista ti invita a salire e a percorrerlo rimanendo ben vicina al muro, in modo da non cadere giù. In realtà i resti da vedere in basso sono gli avanzi degli imballaggi delle pere della biennale. Guardandoli, ti viene spontanea la domanda: cosa resta al visitatore della mostra, una volta che essa è finita?
Lai Chih-Sheng, Border _Lyon, 2015
Di opere ce ne sono state tante altre e molto interessanti. Comunque , l’ide aid modernità proposta da questa biennale è delineata dal senso di angoscia per un futuro incerto e dall’incoscienza di chi vive inconsapevolmente su un pianeta alla deriva.
Di modernità in senso positivo come immaginayione creatrice e ottimistica, senso di meraviglia e stupore per il Creato , non sarei riuscita a trovare traccia se non fosse che, rimastomi un po’ di tempo , per fortuna mi sono recata a visitare una seyione staccara della biennale stessa, collocata fuori Lione, presso il convento de la Tourette. Qui l’artista Anish Kapoor si è voluto confrontare con l’utlimo capolavoro dell’architettura di Le Courbusier.
Le Couvent de la Tourette, opera di Le Corbusier
Ed è in quella creazione architettonica della fine degli anni Cinquanta, in quei volumi, in quei tagli di luce e in quella concezione dello spazio, che hi ritrovato il senso vero e ottimistico della modernità.