Petra, istruzioni per l’uso

Atlante di PetraPetra, la «città rosa», la «città delle tombe», si trova in una valle riparata da ripide montagne, adagiata da secoli in una conca che, se ebbe in principio la funzione di salvaguardare l’abitato dagli attacchi esterni, alla fine ne determinò anche l’oblio.

Storia strana quella di questo luogo. Le ricerche archeologiche hanno dimostrato come insediamenti umani fossero già presenti in quest’area fin dal Paleolitico. La città venne fondata dai Nabatei, popolazione di stirpe semitica e di provenienza araba, inizialmente nomadi, e conobbe momenti di grande fama e ricchezza legate per lo più al commercio delle spezie e dell’incenso. Punto di passaggio obbligato per tutte le carovane che trasportavano dal sud dell’Arabia verso Palestina, paesi del Mar Mediterraneo, Egitto e Siria le spezie dell’India, gli aromi della penisola arabica, la seta cinese e l’incenso, la città, retta da un re e da ministri, rimase per secoli ai margini dei territori della grande potenza dell’Impero Romano.

La sua influenza si estendeva dalla Siria del Sud al Nord dell’Arabia Saudita, dal Negev al deserto Siro arabo. Gli altri centri del regno nabateo furono Bosra ed Egra, ma entrambe caddero molto prima di Petra sotto i colpi dei conquistatori romani.

Petra si piegò solo nel secondo secolo d.C., ma già a quest’epoca i Nabatei non esistevano più. Per circa un secolo gli abitandti della città vissero fianco a fianco con gli occupanti, poi iniziò, inspiegabile, il declino che culminò nell’oblio di questo luogo e delle sue bellezze per ben sei secoli, durante i quali il ricordo della città restò solo presso le popolazioni nomadi che ancora la consideravano luogo sacro. Interdetta ai non musulmani, fu riscoperta per gli occidentali da un esploratore di Basilea Johann Ludwig Burckhardt nel 1812 che riuscì a penetrarvi grazie ad uno stratagemma. Fingendosi musulmano infatti affermò di aver fatto voto di sacrificare una capra presso la tomba del profeta Aronne, fratello di Mosè (che qui si sarebbe fermato fuggendo dall’Egitto con il suo popolo, da cui il nome del fiume che scorreva nella valle : il Wady Musa, Fiume di Mosè) che secondo la leggenda si trova proprio a Petra. Da allora, archeologi, ricercatori e turisti (tanti turisti) si sono recati a visitare quello che nel 1985 è stato dichiarato patrimonio dell’Umanità dall’UNESCO.

Le vestigia rupestri, opera non solo dei nabatei, ma di tutte le popolazione avvicendatesi in questi luoghi, comprendono alcune centinaia di tombe ma anche santuari, cisterne, strade, case, a volte danneggiati dall’erosione delle rocce nelle quali sono state scavate, ma in genere molto ben conservate.

Finalmente dopo anni di ricerca e di studio, grazie alle fatiche dell’archeologa ed epigrafista Laila Nehmé è uscito il primo fascicolo di quello che potrtebbe essere il catalogo definitivo delle vestigia di Petra, che comprenderà gli oltre 3000 monumenti del sito e le migliaia di iscrizioni ritrovate in loco: Pétra, atlas archèologique et épigraphique

Grazie a questo strumento indispensabile, prezioso sia per gli addetti ai lavori sia per gli amatori delle antichità, i fasti di questo suggestivo luogo rivivranno. Il mistero che ha avvolto l’insediamento fino ad oggi diventerà meno fitto, permettendo un comprensione dei monumeti di Petra mai avuta in precedenza.

Quando l’arte mi viene incontro

Marina Abramovicz,AAA-AAA, 1978
Marina Abramovic, AAA-AAA, 1978

Quando l’arte mi sorprende e mi viene incontro, si insinua nella mia vita di corsa, ne resto incantata come fosse una magia.

Non parlo di quando la cerchi  a teatro o nel museo; ma di quando te la ritrovi tra i piedi come un’apparizione e sembra che ti dica: “Ehi lo sai perché sei al mondo? Ascoltati un po”. Ebbene, ho avuto due di queste apparizioni ieri a Ginevra. La prima nei pressi di Rond Point vicino a Plainpalais, dove delle voci ti assalgono e scopri che provengono da  una vecchia biglietteria o sala d’aspetto degli autobus. Lì dentro c’è, fino al 6 luglio, il video di una perfomance di Marina Abramovic. L’opera è del 1978 e fu eseguita da Abramovic assieme al suo compagno di allora, l’ artista Ulay. Nella performance i due sono uno di fronte all’altro, di profilo, e si ripetono addosso, all’unisono, una frase composta solo dalla vocale A:  AAA-AAA . Questa performance è di una intensità estrema: ti sembra di vivere lo sforzo dei due, che ripetono fino allo sfinimento questa strana frase, avvcinandosi sempre più, fino a toccarsi. Dopo un po’, le voci, il ritmo della respirazione, non riescono più ad andare assieme e si percepisce che la tensione per lo sforzo ha procurato anche dolore.  L’opera è stata definita una storia d’amore tra due amanti e si deve all’idea straordianaria di Zabriskiepoint gallery (www.zabriskiepoint.ch) a Ginevra se può essere condivisa da tutti i passanti ( di questo spazio ne avevamo già parlato un’altra volta il 21 novembre scorso).

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Dopo questo intervallo magico, che mi ha portato a risvegliare un sacco di sentimenti e di sensi ormai intorpiditi, mi sono diretta alla stazione e con altrettanto stupore mi sono accorta che in tutta la città sono stati lasciati dei pianoforti. Invitano i passanti a suonare. Si avete capito bene: a suonare, sul marciapiede, in mezzo al traffico, mentre le persone camminano. Ho poi scoperto che anche questa magia era fatta da un artista, Luke Jerram per stimolare le persone a fermarsi e suonare. Questo progetto è nato nel 2008 ed è stato proposto in tante città d’Europa. L’anno scorso era venuto a Ginevra e siccome era piaciuto molto era poi, dopo che era stato smantellato e preparato per tornare da dove era arrivato,  stato richiesto indietro da tante persone. Sempre sul sito ho poi letto che questi pianoforti, quando l’esposizione a Ginevra sarà terminata, verrano donati a delle istituzioni che continueranno a farli vivere. Andate anche voi a guardare su www.streetpianos.com

Tutte queste apparizioni mi hanno fatto pensare che se  l’arte è così ben accolta in città questo aiuta anche me a  farmi sentire un po’ più ginevrina.

Ciac! Si gira

smartphoneIl fatto è accaduto la settimana scorsa. Il pianista polacco Krystian Zimerman che stava suonando al Ruhr Piano Festival, durante l’esibizione battibecca con uno spettatore della balconata, poi si ferma, si alza e abbandona il palco, lasciando di stucco gli spettatori.

Cosa era accaduto? Lo spettatore lo stava riprendendo con uno smartphone, tanto che  pochi minuti dopo l’eclatante gesto dell’artista, tutto ciò che l’invadente spettatore aveva registrato era già stato postato su internet!

Questo episodio fa parte di un capitolo dell’era tecnologica che si rivela un vero e proprio problema. Infatti non si tratta di essere semplicemente dipendenti dal click attraverso lo smartphone, la tecnologia ci tende una trappola reale, minacciando i nostri ricordi falsandoli e restituendoceli confezionati e impacchettati per poter stupire gli altri piuttosto che noi stessi.

Guardare il mondo attraverso un obiettivo è infatti il modo giusto per conoscerlo? Registrare un concerto, oltre ad essere legalmente poco corretto (questione di diritti intellettuali e di immagine) può restituirci l’emozione di un momento?

Dopo il gesto di Zimerman si è scatenato il dibattito proprio sul web.

Un blogger della CNN, esperto fotografo, aveva sollevato il problema già qualche anno fa e si era spinto ad affermare che la fotografia “facile” e la possibilità di connettersi a Internet in qualsiasi parte del mondo aveva rovinato il senso di mistero proprio del viaggio. Il viaggiatore infatti non si ferma più a chiedere e a conoscere la gente reale, ma si connette anche per sapere qual è il migliore ristorante nei paraggi e la lista è lunga quanto impersonale.

Un tempo fotografare (non parliamo di riprendere) richiedeva tempo e impegno, oggi fotografiamo anche le pietanze che ci arrivano al ristorante, come i tramonti, i sorrisi dei bambini, le catastrofi naturali ecc ecc ecc.

Affidando allo smartphone i nostri ricordi (cancellare le immagini “brutte” è altrettanto semplice che conservare quello che ci piace) non finiremo per avere ricordi di “plastica” confezionati e infiocchettati, pronti ad essere mostrati come trofei posticci?

Piccoli grandi musei: un’idea per le prossime vacanze

Anghiari, La tavola Doria
Anghiari, La tavola Doria

Ecco un itinerario per le vacanze per l’estate o da rimandare al prossimo autunno. L’idea è di andare a zonzo in quella terra tra Umbria e Toscana, denominata Valtiberina, dove si trovano piccoli musei che sono veri e propri scrigni di opere d’arte.

E’ in quest’area infatti che la regione Umbria e la regione Toscana hanno collaborato, assieme all’Ente Cassa di Risparmio di Firenze, per organizzare un percorso espositivo a tappe intitolato Capolavori in Valtiberina, da Piero della Francesca a Burri (16 giugno-3 novembre).

Piero della Francesca, La Madonna del Parto
Piero della Francesca, La Madonna del Parto

Beh, immaginatevi di  partire da Monterchi, dove vi augura buon viaggio la Madonna del Parto, di Piero della Francesca, per poi arrivare a Sansepolcro, città natale dello stesso Piero della Francesca, dove vedrete nel Museo Civico l’affresco della Resurrezione e il Polittico della Misericordia. La tappa successiva  vi dovrebbe portare ad Anghiari, definito un museo all’aria aperta: un borgo medievale fortificato che domina l’intera Valtiberina. Il luogo è famoso per la battaglia che fu vinta dai fiorentini nel 1440 contro i milanesi, ma ancor più per l’affresco (oggi perduto) che la rappresentò, dipinto da Leonardo da Vinci in  Palazzo Vecchio a Firenze. E ad Anghiari, nel Palazzo Taglieschi, potrete vedere la Tavola Doria, un bozzetto ad olio dei primi anni del Cinquecento, che riproduce proprio la parte centrale di quell’affresco leonardesco perduto. Questa tavola, realizzata nella prima metà del XVI secolo, era stata rubata a Napoli negli anni Quaranta e solo dopo settanta anni  è stata ritrovata in Giappone e riportata in Italia.

Ancora immersi nell’arte del Quattrocento e del Cinquecento, incontrerete anche le opere di Rosso Fiorentino (Firenze 1495-Fontainebleau 1540), esponente principale del manierismo fiorentino, che lavorò sia a San  Sepolcro – dove quindi potete ammirare, nella chiesa di San Lorenzo, la Deposizione – che a Città di Castello, nel cui Museo del Duomo c’è  il celebre Cristo risorto in gloria.

Rosso Fiorentino, La deposizione, San Sepolcro
Rosso Fiorentino, La deposizione, Chiesa di san Lorenzo, San Sepolcro

Dopo tante immagini del passato, l’ultima tappa consigliata dal percorso è una tappa d’arte contemporanea. Infatti scoprirete che Città di Castello ha dato i natali  all’artista Alberto Burri (Città di Castello 1915-Nizza 1995) e ora ospita la sua fondazione, collocata sia nel centro della città, in palazzo Albizzini, che poco fuori città, negli ex Essiccatoi del tabacco. Burri rimane una gloria italiana del secolo passato. Fin dall’indomani del secondo conflitto mondiale, ha fatto arte parlando con la materia: l’ha bruciata, tagliata, cucita. Sia che fosse plastica, iuta o legno si è comportato con essa come fosse un materiale antico e l’ha plasmata in opere che stanno tranquillamente a colloquio con l’arte del rinascimento.

Alberto Burri
Alberto Burri

Burri è italiano ma il suo linguaggio è internazionale e di questi tempi, agli ex essiccatoi, potrete trovare un omaggio dell’artista tedesco Anselm  Kiefer, che si è messo in relazione e in colloquio con le opere del grande artista italiano ( la mostra infatti si intitola Anselm Kiefer, presenza-omaggio per Alberto Burri).

Tutto questo ben di Dio è sul territorio e chi volesse seguire al meglio l’itinerario può andare sul sito http://www.piccoligranimusei.it. Durante i fine settimana, vengono organizzate visite guidate con speciali itinerari d’arte, storia e artigianato.

Chiacchiere del Lunedì

Prova mafalde

La domenica è stata freddina e uggiosa dalle nostre parti e ho cercato fra le notizie qualcosa che potesse risvegliarmi dal torpore e dalla noia.

Mi sono imbattuta in un articolo apparso sul Corriere on line che mi ha lasciata stupita, interdetta e anche un po’ stizzita. Infatti Kezia Nobel, ex super bellona da passerella (e dopo aver visto delle foto su Internet posso assicurarvi che è veramente uno schianto) vista avvicinarsi la data di scadenza si è inventata un lavoro ed è diventata docente, di che? Insegna agli uomini come “rimorchiare” le ragazze… Proprio così, insegna allo “sfigato” di turno, per una modica cifra che va dai 1500 dollari per un giorno ai 5000 per una settimana, come avere successo con le donne. E non si limita ai corsi, ma scrive libri e registra dvd sull’argomento.

Ma che fine hanno fatto i bei tempi in cui per avere uscire con delle ragazze bastava ricoprirle di attenzioni e farle ridere? Cosa dovranno mai fare oggi i maschi per poter avere un appuntamento, trasformarsi in fenomeni da baraccone? Che fine ha fatto il maschio sicuro di sè, noi donne li abbiamo veramente ridotti al punto da dover “apprendere” come fare colpo su di noi?

Ai posteri l’ardua sentenza…

Un male che ci accompagna fin dalla notte dei tempi

Ossa neandertaliane malate
Ossa neandertaliane malate

Chiamatelo come volete: male oscuro (chiosando Carlo Emilio Gadda), male del secolo (perché solo recentemente se ne viene a capo), male “incurabile” (come veniva chiamato fino agli anni Trenta e Quaranta, perché patologia non modificabile attraverso cure mediche) comunque il “cancro” è una realtà sempre più presente nelle nostre vite, sebbene, come per altre parole come “morte”, spesso viene appunto designato attraverso un delicato giro di parole (sebbene lui, il cancro, nulla abbia di delicato). Fu Galeno (129-200 dC) a descrivere per primo il male e a dargli un nome. Poiché infatti esso si manifestava come un rigonfiamento in cui le vene prendono la forma di zampe di granchio egli lo chiamò semplicemente granchio: cancer in latino.

Ma questa malattia che potrebbe sembrare per la sua complessità un male arrivato dagli spazi siderali, accompagna l’umanità fin dai suoi albori.

È di questi giorni, infatti, la notizia del ritrovamento nel sito archeologico di Krapina in Croazia di ossa risalenti a 120.000 anni fa, appartenenti a nostri progenitori Neandertaliani. Ebbene, fra le centinaia di ossa fossilizzate ne sono state trovate alcune che mostravano un’evidente malattia tumorale, prova questa che nonostante l’ambiente incontaminato già allora il cancro accompagnava l’umanità. È il più antico ritrovamento di questo genere e la dimostrazione che questa malattia non è una malattia “moderna”.

Tuttavia “il cancro, diversamente dal passato, è diventato oggi una patologia la cui terapia è spesso molto efficace… La malattia tumorale da inguaribile diventa guaribile, i malati neoplastici da incurabili si sono trasformati in curabili: terapia e guarigione, curabilità e assistenza sono i parametri entro i quali si colloca la patologia neoplastica all’inizio del Terzo millennio” (V. A. Sironi)

Parole che ci fanno ben sperare e che accompagnate dalle notizie di nuove cure (come i nano proiettili dedicati alle cellule cancerose di italica invenzione) lasciano speranza a tutti coloro (e sono davvero tanti) che vivono combattendo il cancro!

Spazi pubblici arte e sentimento

I processi sociali cambiano lo spazio pubblico urbano.

Riflettevo su questa frase mentre  avevo in mente altri due fatti, di per se’ lontani, che mi hanno colpito in questi giorni:

-L’iniziale  protesta pacifica contro  il piano di demolizione del parco di Gezi a Istanbul per costruire un centro commerciale.
– L’opera di Lara Almarcegui presentata nel padiglione spagnolo alla Biennale di Venezia.

Paglione spagnolo, Biennale di Venezia 2013, opera di Lara Almarcegui
Paglione spagnolo, Biennale di Venezia 2013, opera di Lara Almarcegui

Entrambi gli eventi riflettono sul significato d’identità di un luogo pubblico.
Lara Almarcegui lo fa con il suo lavoro d’artista,  da sempre interessata a mettere in evidenza i rapporti tra architettura e assetto urbano, tra rigenerazione e decadenza di un luogo. Si è sempre interessa ai luoghi abbandonati delle città e alle struture che verranno demolite. L’hanno definita un’archeologa del presente e, in quanto artista, il suo pensiero si traduce  nel “fare e nel restituire visivamente la sua ricerca”. Così, quando sceglie un luogo, come ad esempio il padiglione spagnolo a Venezia, per prima cosa studia lo spazio che le è stato offerto assieme all’architettura del padiglione e alla sua storia, per poi rendercelo sotto forma di peso e volume. Mi spiego meglio: il suo intervento sta nel rimettere dentro al padiglione tutto il materiale scomposto che è servito a costruirlo. E’ così che ci ritroviamo davanti a una montagna di sassi, tutti della stessa misura (500 metri quadrati), di mattoni (255 metri quadrati)  e poi di cemento e così via.

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Lara Almarcequi, padiglione spagnolo, Biennale di Venezia 2013

Questo lavoro lei lo fa non come semplice atto formale, ma anche con il desiderio di ottenere un impatto sociale. Le sue opere infatti, come ha  spiegato bene il suo curatore Octavio Zaya, esplorano le relazioni che intercorrono  tra il materiale, l’economia e lo spazio pubblico.

Tornando a noi: “i processi sociali cambiano lo spazio urbano“.

Che significato allora ha avuto per i turchi difendere quel parco? Perché hanno cominciato a lottare affinchè non vengano tagliate quelle piante? Questa protesta sembrava diretta, almeno nei suoi stadi iniziali prima che prendesse un altro peso politico, al rifiuto per il peso e il volume di un centro commerciale e per la difesa di quello spazio pubblico.

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Parco di Gezi, Istanbul

Ancora una volta l’arte respira il sentimento contemporaneo e anticipa gli stati d’animo delle persone. E cosa altro se non questo fu il significato della grande installazione che Joseph Beyus intraprese nel 1982 quando decise di voler far piantare a Kassel7000 querce, ciascuna con un basamento in pietra. Un intervento che si concluse solo nel 1987.
Beuys sapeva che con un intervento del genere avrebbe influenzato il paesaggio urbano  avrebbe lasciato un segno e lanciato un messaggio per tutti in difesa della natura ma anche dei suoi valori .

Alla fine ho deciso i processi sociali, cambiano lo spazio urbano in meglio se accompagnati dall’arte.

Joseph Beuys,
Joseph Beuys, Kassel 1982

Vedrò Singapore?

supertreesDi utopie urbanistiche la storia dell’architettura è colma. Di progetti architettonici che hanno cercato, a volte semplicisticamente, di realizzare nuovi modelli di nuclei urbani, frutto dell’immaginazione di pensatori riformisti e filosofi, ne sono rimasti moltissimi.

Le “città ideali” del Rinascimento, ad esempio, che offrivano il “modello perfetto” di agglomerato, capace di risolvere insieme i problemi urbanistici e sociali, sono state teorizzate dai grandi di quei secoli quali Tommaso Moro, Campanella o Francesco Bacone che con dovizia di particolari si sono prodotti nell’esercizio di ripensare gli spazi urbani.

Nel 1898 Ebezener Howard si pone nella scia dei grandi filosofi del passato e teorizza la “città giardino”. Come afferma Bruno Zevi: «Come scrittore e sognatore di nuove comunità, Howard è l’ultimo della lunga schiera di utopisti del XIX secolo; come statista e realizzatore, è, più che un profeta, il primo campione dell’urbanistica moderna» (B. Zevi, Storia dell’architettura moderna, p. 70). La città giardino è la soluzione ideale per coniugare i benefici della campagna con la tecnologia della città. L’obiettivo è di decongestionare le grandi città attraverso il decentramento della popolazione in città satelliti immerse nel verde della campagna. Questo a grandissime linee il suo pensiero. Dunque le città giardino si dovevano fondare su un equilibrio armonico tra residenza, industria e agricoltura e furono anche fatti tentativi di realizzazione di tali dettami. Ma i tempi non erano maturi.

Recentemente però una città ha cercato di sviluppare un progetto che può essere assimilato alle città giardino di Howard: Singapore.Le serre Qui infatti con uno sforzo economico non indifferente è stato realizzato un progetto ciclopico per rendere la città la prima “tropical Garden City” del mondo, un luogo dove vivere e lavorare meglio. Su 101 ettari di terreno, in gran parte strappati al mare, sono stati realizzati i Gardens by the Bay, 7 differenti giardini botanici ognuno dedicato a un differente ecosistema: Flower Dome, Cloud Forest, Supertree Grove, Heritage Gardens, Dragonfly & Kingfisher Lakes, Bay East Garden, World of Plants. Ma le attrazioni che rendono questo parco unico sono le due immense, le strutture in vetro più grandi del mondo che hanno vetri ad alto rendimento e un sistema di climatizzazione alimentato da tecnologia ecosostenibile: il Flower Dome, che conserva la flora del clima mediterraneo, e la Cloud Forest, con la fauna delle regioni tropicali.

La zona a più alto impatto emozionale è però quella dei supertrees, super alberi che vanno dai 25 ai 50 metri, con un nucleo di calcestruzzo e un cappello che oltre a raccogliere l’acqua piovana e incanalarla nel sistema di irrigazione, ospita i pannelli solari che servono a creare l’energia elettrica per tutto il parco. Essi sono completamente rivestiti di vegetazione con felci, orchidee e piante rampicanti e di notte si accendono creando un vero e proprio spettacolo di luci.

Questo parco progettato da un team di ingegneri, architetti e agronomi che hanno lavorato fianco a fianco per la sua realizzazione, si serve di una tecnologia a basso consumo energetico, basandosi sulle energie rinnovabili divenendo così un esempio principe della sostenibilità energetica in un’area che fino a cinquant’anni fa ospitava solo impenetrabile foresta equatoriale, che oggi è una megalopoli ma che allo stesso tempo vuole recuperare la sua vocazione alla natura.

Movimenti

Adrain Paci
Adrian Paci

Non passa giorno senza che si parli di giovani teste italiane in fuga. Il Messaggero, martedì scorso, in un articolo di Riccardo De Paolo, dopo aver rilevato che per l’Istat gli italiani che lasciano l’Italia sono aumentati del 26,5%  ha cercato di tracciare una guida per scegliere dove e come lasciare l’Italia.

Per noi che viviamo già all’estero, questo è un tema caro. Sempre in settimana, in un servizio di Radio3 sui giovani in fuga dall’italia, ho ascoltato un imprenditore italiano, che vive a Londra, confermava l’arrivo massiccio di italiani in Inghilterra. Lui pero’ sottolineava anche come questi laureati e specializzati si ritrovano purtroppo a dover lavorare come camerieri nei caffè o come commessi nei negozi.

Ancora fuga di cervelli: articolo del Corriere della sera domenica  scorsa, questa volta per sottolineare un successo tutto giovane e tutto italiano ma ottenuto in Francia. Infatti mentre Luigi Cattel e Barbara Stella hanno vinto il premio europeo degli inventori con i “nano proiettili” anticancro (a loro il trionfo e il premio meritato, ma all’estero i guadagni di questa ricerca)  Massimiliano Salsi lavorando a sud di Parigi a Villarceaux in una multinazionale franco-americana è rientrato tra i dieci vincitori del Mit Technology Review Award. Infatti insieme a Alberto Bonomi ha contribuito a costruire un cavo ottico sottomarino per trasmettere grandi volumi di dati a supervelocità, che uniranno gli Stati Uniti al Messico fino al Brasile.
Salsi afferma di non sentirsi un cervello in fuga e che deve all’Università di Parma le competenze fondamentali nella tecnologia delle fibre ottiche e che si sente parte di un team internazionale dove “Distanze geografiche e passaporti contano poco”.

Dunque pensavo, ai giovani tocca avere coraggio, tocca lasciare i percorsi convenzionali e poi devono imparare presto a tener duro in un paese dove la lingua, il modo di agire e la cultura sono diversi .

Eppure mi convinco che tutto questo servirà: questo migrare trasformerà anche il nostro paese, lo modificherà in profondità perché chi parte diventerà più esigente con l’Italia e non sarà disposto a scendere a compromessi; non accetterà gli errori di chi ha il compito di governarci e l’obiettivo di rimetterlo in grado di marciare. Chi  deve fuggire oggi sarà più intransigente domani.
 

Chiacchiere del lunedì

Prova mafalde

Non succederà che mi arrugginisco? Cosa l’ho comprato a fare quel vestitino leggero da mettermi con i sandali senza calze per la festa di comunione di mia nipote? Che beffa, come ho potuto credere a quei quattro giorni di caldo i primi di aprile che mi hanno fatto cambiare l’armadio, lavare i maglioni più pesanti e togliere i piumini dal letto? A dire il vero la pioggia e il cielo grigio mi mettono tristezza.

Vorrei sapere quante di queste frasi o simili avete sentito in questo periodo.

I giornali si sono scatenati sull’impatto che il clima “autunnale” di questo periodo può avere sul nostro umore. Ma oltre alle turbe è in agguato anche l’influenza, con un ritorno di fiamma che costringe a letto un bel po’ di persone, decisamente mal di gola e febbre non aiutano!

E ci credo abbiamo avuto il maggio più freddo dal 1991, è stato un mese da record, ci dicono che era più di cinquant’anni  che non avevamo avuto tanto freddo e pioggia. Tranquilli però, oggi è lunedì ci vuole ottimismo, la situazione presto migliorerà e le temperature inizieranno a salire un po’ ovunque. E vai con le gambe nude, le maniche corte, i sandali e le cene sul terrazzo, qualche candela e molto più tempo per chiacchierare all’aria aperta.

La meteorologia, continuano a dirci, è ormai una scienza esatta. I prospetti matematici, pare, non si sbaglino più, nonostante ciò a cinque giorni siamo ciechi! E per fortuna, dico io, almeno una cosa ci rimane da sperare, che alzandoci la mattina ci sia finalmente un caldo sole di giugno!