Si potrebbe tutti andare allo zoo museale

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Andrea Mantegna, La camera degli sposi, 1464-1474

Andare per musei è diventato ogni volta più divertente perché tutto è cambiato negli ultimi dieci anni nel campo della museologia. Si cerca di attrarre il visitatore stuzzicandone la curiosità invitandolo a percorsi ogni volta nuovi. I capofila di questa scienza sembrano i musei inglesi: quando entri, per esempio, alla National Gallery trovi gruppi di bambini che iniziano la vista con veri e propri kit come fossero esploratori; mentre nelle sale può capitare di trovare veri e propri recinti dove i più piccoli sono liberi di sedersi per terra a disegnare o colorare. Non di rado, in tanti musei, se non fai attenzione, inciampi in cavalletti di studenti pittori. Senza dire che con le autoguide, oramai, ti puoi divertire e eseguire diversi percorsi dentro al museo. Non chiedetemi se questo sia troppo o meno. Anche se tutte queste attività possono arrivare a distogliere leggermente l’attenzione dalle opere, la cosa certa è che rendono i musei ancora più vivi e affascinanti; con gente che vi si muove intenta in percorsi di conoscenza e di divertimento personali.

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Tiziano, La Venere di Urbino, particolare, 1538, Galleria degli Uffizi,

E’ per questo che non escludo di partecipare attraverso i social alla nuova campagna promossa dal Ministero dei Beni e delle Attività Culturali per il mese di dicembre dal titolo : Lo zoo delle meraviglie. Vi si invitano i visitatori a partecipare a una caccia del tesoro dentro i musei italiani. Si chiede infatti di fotografare figure di animali in dipinti, sculture, vasi figurati, arazzi e in affreschi di tutte le collezioni italiane.

Dopodiché le foto si possono condividere con gli hashtag #dicembrealmuseo e #zoodellemeraviglie .

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Giovanni Segantini, Pascoli a primavera, 1896, Pinacoteca di Brera

Dunque appena visitate il primo museo italiano, in queste vacanze natalizie, e incontrate un animale dipinto o scolpito, fate la foto e un po’ come quando si giocava alle figurine, andate a depositarla su instagram per condividete l’immagine in pubblico e per riempire l’album dello zoo delle meraviglie.

Christmas Jumper day 2016

Le feste di Natale si stanno avvicinando a grandi passi. E mentre ci si mobilita per difendere la festa più di magica dell’anno dai cosiddetti “natalini” (feste e festicciole prenatalizie che ci fanno arrivare alla festa vera e propria quasi spossati e senza molta voglia, pure un po’ ingrassati) Save the Children, organizza, come ogni anno nei paesi anglosassoni e per la prima volta in Italia, il Christmas jumper day. L’associazione nata nel 1919 lotta per i diritti dei bambini e per migliorare le loro condizioni di vita in tutto il mondo, e si definisce “la più importante organizzazione internazionale indipendente dedicata a salvare i bambini in pericolo e a promuovere i loro diritti, subito e ovunque, con coraggio, passione, efficacia e competenza”.

Come affermato Save the Children promuove per la prima volta in Italia il “Christmas Jumper Day”, che si terrà venerdì 16 dicembre. L’evento permette a chiunque voglia partecipare di supportare i progetti dell’Organizzazione, divertendosi allo stesso tempo. “Metti un maglione e dai ai bambini un futuro migliore” è lo slogan dell’iniziativa.

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Per partecipare basta procurarsi un maglione natalizio, uno di quelli orribili, magari fatti a mano dalla zia, oppure stiloso ed elegante, ma rigorosamente ricco di decorazioni natalizie e organizzare un evento o una festa coinvolgendo amici, famigliari e colleghi, dove tutti dovranno indossare il maglione.

Per ricevere il kit con tutte le idee e le dritte per creare l’evento più adatto e decorare il maglione basta registrarsi sul sito www.christmasjumperday.it/. Anche le scuole potranno partecipare, ottenendo un kit specifico dove gli insegnanti troveranno suggerimenti su come associare attività creative a laboratori didattici su temi legati ai diritti di bambini e degli adolescenti.

L’evento sarà condivisibile online, utilizzando l’hashtag #ChristmasJumperDay su Facebook, Instagram e Twitter, per postare le proprie foto o video con il maglione o i momenti più belli della festa a tema jumper.

La sfida messa in campo da Save the Children, invitando tutti ad indossare un Chistmas Jumper, è quella di non prendersi troppo sul serio e sono già in tanti ad averla raccolta. Primo tra tutti il protagonista dell’originale spot del Jumper Day realizzato da Ogilvy&Mather, Manuel Agnelli, che, dopo aver consacrato in tv la sua immagine di rocker e giudice severo, ha voluto scendere in campo con Save the Children indossando questo indumento con grande ironia, con l’invito implicito a tutti a fare la stessa cosa. E inoltre hanno aderito all’iniziativa Gennaro Gattuso, Valentina Lodovini, Isabella Ferrari, i calciatori della Fiorentina, Antonello Dose e Marco Presta, Paola Minaccioni, Cristiana Dell’Anna e Syria, solo per menzionarne alcuni.

In questa occasione chi lo vorrà potrà devolvere un’offerta per finanziare i progetti dell’Organizzazione

Per iscriversi al Christmas Jumper Day, basta visitare il sito dedicato alla campagna: www.christmasjumperday.it/. Si potrà poi donare attraverso il sito www.christmasjumperday.it/, utilizzando il bollettino allegato al kit, facendo un bonifico postale o bancario, o semplicemente chiamando il servizio sostenitori di Save the Children allo 0648070072.

 

Bottoni gialli che sorridono piangono e molto altro ancora

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Dovevamo progettare qualcosa che permettesse di comunicare  con pochissimi caratteri. Pensammo che usare solo parole, in un messaggio molto breve, avrebbe potuto portare a dei fraintendimenti. Fu così che creammo le emoji”.

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Così si è espresso Shigetaka Kurita, l’inventore nel 1990 dei simboli usati giornalmente da tutti noi per comunicare agli amici i nostri stati d’animo. Questi bottoni gialli ( ora anche in diversi colori)  da ottobre fanno  parte delle collezioni del MOMA di New York.

Il celebre museo ha infatti acquistato i primi 176 emoji creati dall’ingegnere giapponese. E in effetti questi primi segni, ancora in bianco e nero, 12×12 pixel, sono un po’ come la stele di Rosetta di un nuovo linguaggio del nostro tempo, alternativo alle parole, incentrato su un piano di comunicazione diverso e basato sulle emozioni.

Una ricchezza in più per un mondo sempre più interconnesso, utile per far dialogare tutti i popoli . heart_eyes_emoji_grande

La fiera delle “bufale”

L’ho già scritto qualche giorno fa, lamentandomi di come i socials, in particolare Face Book, fossero diventati il luogo dove esprimere i risentimenti, i litigi, il livore, le zuffe. Devo dire che nell’ultima settimana ho assistito al delirio totale dei contenuti, arrivando persino a bloccare cari amici presi dal furore della propaganda. Oggi, fra il ciarpame vario del post referendum, ho trovato finalmente qualcosa di veramente interessante, un articolo su Repubblica on line che dà consigli su come difendersi dall’ondata di “false notizie” che negli ultimi tempi hanno invaso i nostri account, complici amici distratti, creduloni o semplicemente malati di complottismo.

Si va dalle estensioni per Chrome ai siti di verifica, tutti strumenti che chi ha tempo e voglia potrebbe utilizzare prima di condividere in rete bufale che a volte sono talmente palesi da strappare addirittura una risata. In realtà siti che smontano pezzo per pezzo le falsità e le invenzioni sono tanti. Solo per il mondo italiano ricordiamo Bufale.net, Butac.it, Attivissimo.net, Bufaleedintorni.wordpress.com e così via. Basta fare un giro su questi siti per rendersi conto di quanta cianfrusaglia gira sul web.

In attesa che i responsabili dei socials mettano mano ad algoritmi capaci non tanto di smontare le bufale, quanto di segnalare almeno le fonti sospette, possiamo solo sperare che non si ripeta ciò che abbiamo visto. La politica ha tempi e modi ben precisi, non si può fare di internet il luogo della propaganda. Non tutti siamo in grado di comprendere le implicazioni più profonde e il web per sua natura semplifica in modo distorto ciò che semplificabile non è.

La bufala regna sovrana. E come dice Bartezzaghi, da bravo enigmista, bufala è l’anagramma di “fabula” che in latino può significare anche frottola, diceria…

Devo dire che un po’ di nostalgia dei filmati su gattini e cuccioli che infestavano i social la provo.

San Giuseppe o Babbo Natale?

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Ci sono delle immagini che fanno parte della nostra vita: mai avrei immaginato mi avrebbero messo in imbarazzo. Eppure mi è successo e ho avuto la sensazione che questo Natale sarà uno spartiacque.

Mi sono ritrovata a partecipare a una serie di pomeriggi con bambini rifugiati, per lo più curdi iracheni. I pomeriggi erano improntati alle decorazioni delle stanze che li accolgono, in vista del Natale. L’organizzatrice aveva predisposto la comunissima pasta di sale per realizzare stelle, cuori e palle. In un altro tavolo, c’era una serie di disegni natalizi da colorare. Tutto andava liscio e allegro quando, tra i diversi disegni, alcuni bambini si sono ritrovati a colorare un piccolo presepe. Mustafa, di anni nove, tutto allegro, ha chiesto di cosa si trattasse; la maestra ha spiegato che si trattava di Gesù, Maria e Giuseppe. Non credo abbia capito si è poi rivolto a me e ha chiesto se San Giuseppe, appena colorato, fosse il  famoso babbo natale di cui tanto, in questi giorni, sentono parlare.

Io sono arrossita e, nel tentativo di essere politicamente corretta, ho mentito e gli ho detto di sì. Ma sono stata corretta? E poi, quel Gesù colorato chi era veramente ? Se fosse stato il Gesù Bambino, in cui credo come cristiana, sento con imbarazzo di non aver diritto di sottoporlo ai bambini musulmani; mentre se invece è il simbolo di una tradizione di festa, come lo sono Babbo natale e le stelle, mi sento comunque  disagio perché tale contesto finisce con lo svilirne il valore religioso.

In entrambi casi sono tornata a casa turbata e ancora mi interrogo.  Quale è la miglior strada da intraprendere?  Ne sono certa, in futuro avrò sempre più occasioni come queste e  il Natale non sarà più una cosa scontata.

Qui di seguito un’immagine della lettera che poi Mustafa, da pochi mesi in Svizzera, ha tentato di scrivere in francese a questo misterioso per lui, quanto mai affascinante, Babbo Natale:img_9043

Birra e Rumba nel patrimonio dell’UNESCO

Presso l’UNESCO, l’Organizzazione delle Nazioni Unite per l’educazione, la scienza e la cultura, esiste un Comitato speciale che si occupa della salvaguardia del patrimonio culturale immateriale dell’umanità.

Ciò significa che UNESCO tende a preservare tutte le espressioni di quelle “comunità, in special modo le comunità autoctone, i gruppi e, se del caso, gli individui, che giocano un ruolo importante nella produzione, la salvaguardia, il mantenimento del patrimonio culturale immateriale contribuendo così all’arricchimento della diversità culturale e della creatività umana”.

Nell’ultima sessione del Comitato che si chiude oggi ad Addis Abeba, nella lista del patrimonio culturale immateriale dell’umanità sono state iscritte, fra gli altri, la cultura della birra in Belgio e la rumba cubana.

Le ragioni della prima iscrizione sono che la fabbricazione e l’apprezzamento della birra fanno parte del patrimonio vivente di molte comunità del Belgio. Questa cultura gioca un ruolo fondamentale sia nella vita quotidiana sia nelle festività. Più di 1500 tipi di birra differenti sono prodotti nel paese, avvalendosi di diversi metodi di fermentazione. Dagli anni ’80 la birra artigianale è diventata molto popolare ed alcune regioni del Belgio vengono oggi riconosciute grazie alla loro varietà specifica di birra. Famosa in Belgio è la birra trappista, quella prodotta nei monasteri trappisti (cistercensi di stretta osservanza) o sotto la loro sorveglianza, che utilizzano a scopo benefico i proventi della produzione. Attorno alla birra dunque gira tutto un mondo sociale e culturale che l’UNESCO ha ritenuto degno di essere preservato.

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Altro patrimonio culturale immateriale da preservare è stata decretata la rumba cubana, in cui musica e movimenti, sebbene associabili alla cultura africana, sono fortemente intrisi di elementi delle Antille e del mondo spagnolo. Essa si è sviluppata nei quartieri poveri della capitale cubana e nelle bidonville ed ha permesso alla popolazione l’espressione della stima di se stessi evocando sentimenti di grazia, sensualità e gioia di vivere che tendono ad unire gli individui al di là della loro provenienza sociale o culturale.

Per chi si chiedesse quali sono i beni del patrimonio culturale immateriale italiano eccone un breve elenco:

Canto pastorale sardo e l’Opera dei Pupi siciliana (iscritti nel 2008); l’antica arte dei liutai di Cremona (iscritta nel 2012); le processioni delle grandi macchine a spalla italiane di Nola, Palmi, Sassari e Viterbo (iscritte nel 2013); la pratica agricola della “vite ad alberello” propria della zona vinicola di Pantelleria (iscritta nel 2014)

E’ tempo di luci

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Valerio Berruti, Luci d’artista , Torino

Qualcuno le ha già messe sui balconi, sull’albero e ogni centro cittadino ha già i suoi ornamenti luminosi per le strade. La luce una parte importante nella nostra vita.

La luce è un elemento fondamentale  anche nella storia dell’ arte da prima ospite dentro le opere poi anche come opera d’arte in sé.

E’ una  luce diffusa quella che fa emergere da uno sfondo notturno Maria, Vergine delle rocce di Leonardo da Vinci .

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Leonardo da Vinci, Vergine delle rocce, 1483-86

Proviene da sinistra la luce dipinta da Jacopo Pontormo nella pala della Visitazione: è essa che rende quasi fluorescenti le vesti di Santa Elisabetta e delle donne nell’incontro con Maria.

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Pontormo, La Visitazione, 1528-30

Un notturno illuminato da una luce bianca e lunare quella dipinta nella Pietà da Sebastiano del Piombo nel 1517  oppure le figure costruite dalla luce come nell’Ultima cena di Tintoretto  (1592-94)

La luce diventa protagonista nella celebre Conversione di San Matteo del Caravaggio dipinta nel  1601: essa rappresenta la forza di Dio.

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Sebastiano del Piombo, Pietà, 1518

La luce è atmosfera di un tramonto nelle tele di Claude Lorrain, come nel Porto al tramonto o intima rivelazione nei quadri di Jan Vermeer.

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Claude Lorrain, Porto al tramonto, 1639

La luce investe anche gli oggetti delle nature morte e nel periodo del romanticismo aggiunge mistero alle composizioni spettacolari e fantastiche della natura, come nel caso di William Turner o nel caso dei sogni visionari di Johann Heinriche Füssli.

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Johann Heinriche Füssli,Sogno del pastore, 1793

In questa carrellata di luce nel 1909 Giacomo Balla dipinge Lampada ad arco. Un lampione che illumina la notte. Si esalta la potenza e la bellezza della luce artificiale. E’ nata una luce nuova: tutto cambia, le città cambiano le nostre percezioni sono diverse. I futuristi lo sentono e lo anticipano.

Sarà Lucio Fontana che realizzerà la prima opera fatta di luce . Piegando un tubo di neon crea una forma sospesa , un grande arabesco che nel 1951 presenta alla IX Triennale di Milano.

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Dan Flavin,365 Houston

Da questo momento non ci si ferma più: l’opera d’arte entra nello spazio e lo spazio si fa molte volte luce. Basta guardare l’opera di Dan Flavin, negli anni Sessanta oppure le parole luminose di Maurizio Nannucci. Chi ha visto la grande luce di Olafur Eliasson  ovvero l’installazione alla Tate The Weather Project (2003) non se la dimentica più.

Luce naturale, luce artificiale nessuno di noi può farne a meno.

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Olafur Eliasson,The Weather Project, 2003

Crocchette di baccalà alla portoghese

Lo spunto l’ho preso da un libro ormai introvabile, dalla tradizione culinaria della mia famiglia e dall’odio/amore che provo per tutti gli alimenti a base di pesce.

Il libro si intitola Riflessioni di Robinson davanti a 120 baccalà, ed è una vera e propria chicca scritta da Manuel Vasquez Montalban e uscito in Italia per i caratteri di Frassinelli nell’ormai lontano anno 2000. La tradizione culinaria di famiglia è una cosa irrinunciabile, anche se talvolta decisamente indigesta, e sotto Natale fa sempre capolino nei menu. L’odio per tutti i piatti di pesce, a meno che il suddetto sia decisamente irriconoscibile e dunque assolutamente amabile, è una cosa che mi porto dietro fin dall’infanzia!

Il libro di Montalban, come detto, è ormai introvabile nella sua traduzione italiana. Si tratta di una vera e propria ode al “baccalà salato, proposta di meditazione sulla vita, perché fu un pesce vivo, diventato oggi cibo sotto sale, ma il suo corpo più che morto può essere usato ancora per onorare la Provvidenza”, protagonista indiscusso dell’intero volume. In moltissime parti non solo d’Italia, ma dell’intera Europa mediterranea il baccalà, cibo antico e di lunga preparazione, ricompare magicamente sulle tavole nel periodo Natalizio. Ad esempio i filetti di baccalà fritto alla romana sono famosi nell’universo. Ma per rimanere fedele alla mia fissazione sul pesce (basta che non si riconosca e lo mangio) vi propongo una ricetta portoghese che stenderà anche il peggior nemico del menù di mare!

Crocchette di baccalà alla portoghese

  • 200 gr baccalà ammollato (se non vi riesce di trovarlo già dissalato dovete cominciare il procedimento 24 o meglio 48 ore prima cambiando l’acqua ogni 8 ore)
  • 200 gr patate
  • 1 uovo
  • pangrattato
  • cipolla
  • prezzemolo
  • curry, noce moscata, pepe, sale
  • olio per friggere

per prima cosa bisogna preparare il puré bollendo e schiacciando le patate. Al puré si aggiunge il baccalà bollito in acqua per 15 minuti spellato e sminuzzato finemente (meglio farlo a mano per eliminare tutte le spine residue). A questo impasto va aggiunta la cipolla finemente tagliata e cotta in pochissimo olio e acqua finché non diventa trasparente. Ora è necessario aggiungere all’impasto gli odori e le erbe, il sale, il pepe e una punta di curry (poco per esaltare il sapore non per mascherarlo!). Solo a questo punto si deve unire all’impasto l’uovo e il cucchiaio di pangrattato. Si mette l’olio sul fuoco e si fanno 10 piccole crocchette che prima di essere fritte devono essere ripassate nel pangrattato per l’impanatura. Si lasciano cuocere le crocchette in olio bollente per qualche minuto, finché non saranno dorate. Si scolano sulla carta assorbente e si divorano subito.

 

Buon viaggio nel mondo di Rosemarie Trockel

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Rosemarie Trockel, Louvre1,2009

Ci sono artisti il cui lavoro necessita di essere esplorato come si potrebbe visitare  una wunderkammer. Le opere, anche se tessono un’unica idea, sono presentate sempre in modo diverso. Rosemarie Trockel è fra questi. I suoi lavori infatti sono sempre diversi e  rappresentano un mondo di relazioni. Non ci sono limiti nell’esprimersi lei è capace di usare ogni materiale o mezzo : la fotografia, il collage, i ritratti, il filo con il quale ricama o che usa per coprire forme abbozzate o divengono linee rigorose che disegnano le tele, la ceramica come esplosione di materia molto spesso specchiante o infine oggetti di uso comune.

Il suo lavoro  riflette su temi quali l’identità, il suo essere donna , la storia della conoscenza, le tradizioni popolari ma anche la sua passione per la  botanica, le forme animali, la mineralogia.

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Rosemarie Trockel, My Dear Colleagues,1986

Quando vedi il suo lavoro non lo dimentichi ma ti richiede tempo e pazienza per assimilarlo. In questi giorni, chi fosse interessato, e fino al 26 febbraio, può andare a visitare una sua mostra  a Torino presso la Pinacoteca Agnelli.

Per quel  gusto che la caratterizza di ricercare e aprirsi al sapere umano non mi sono stupita quando ho letto che questa mostra dal titolo Riflessioni/Reflections è nata nella mente del suo curatore Paolo Colombo come un invito all’artista affinché potesse relazionarsi con le opere dei Musei di Torino. In mostra dunque vedremo cosa ha scelto e come  ha costruito con il passato  un ponte per le sue opere.

La critica Anne M. Wagner qualche anno fa intitolò un saggio sull’artista tedesca Trockel’s Wonderland. Penso fosse molto appropriato. Vi auguro  buon viaggio nell’incredibile mondo di Rosemarie Trockel.homepagebanner_960x370px72dpi

“Mettete i fiori nei vostri cannoni”

“La vera provincia italiana è diventata Facebook. È lì che trovi i risentimenti, i litigi, il livore, le zuffe, cioè l’aspetto meno edificante del paese”, così si esprime Edoardo Camurri, scrittore, giornalista, conduttore radiofonico e televisivo.

I social ci hanno resi liberi di esprimerci? Liberi di insultarci, di litigare, magari nascosti dietro ad un nickname, ma anche di raccontarci, di far sapere agli amici dove siamo, cosa pensiamo, cosa sentiamo.

Come al solito è sciocco demonizzare il medium, come al solito è questione di misura e intelligenza nell’uso delle risorse… perché comunque è di risorse che si parla.

Ciò che è difficile da buttar giù è la violenza, l’aggressività che trapela da tanti, troppi post. Sto assistendo attonita alla spirale di follia pura nella quale stiamo cadendo a proposito del prossimo referendum costituzionale. Tutti urlano si o no, le ragioni dell’altro non interessano, tutti siamo impegnati a insultarci vicendevolmente. Tutti mentono sapendo di mentire, tutti raccontano, postano, condividono bufale che in altro clima farebbero solo sorridere.

È verso un mondo che si azzanna e si lacera senza pudore che stiamo andando incontro?

Non ci sto! Sarò naif ma io sto con chi diceva “mettete i fiori nei vostri cannoni”. Forse è l’unico modo  di spiazzare i violenti e i seminatori di zizzania!

Buona settimana!