Uova, ovetto, ovino, ovuccio

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In Svizzera la Pasqua è una festa di colori, conigli, pulcini e uova colorate, li troverete da tutte le parti, si decorano le case, i giardini e i piccoli villaggi . Sarà per questa atmosfera pasquale  o forse perché ieri ho visto uscire di casa la mia vicina vestita da coniglia con un cestino pieno di uova che ho deciso di cominciare la settimana pescando tra le ricette quelle più curiose che ho fatto con le uova.

Ho scelto le uova nel panino.

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La ricetta è facilissima e divertente.

I panini che dovrete usare sono le rosette.

Mentre scaldate il forno a 180 gradi tagliate la calotta superiore dei panini. Togliete la mollica  e metteteci dentro un po’ di formaggio emmental o grattugiato .

In ognuno dei panini sgusciatevi un uovo  e aggiungete un po’ di panna , sale e pepe.

Mettete in forno per 10-15 minuti. coprite i panini con le calotte tagliate e poi rimettete in forno ancora per altri 10 minuti .

Uova cotte e panini croccanti da servire a tavola.

Quando li servirete saranno davvero una sorpresa.

La glassarmonica

È arrivato il momento di svelare il nome del misterioso oggetto della foto.

Si tratta di uno strumento musicale, la glassarmonica, inventata nel 1761 da Benjamin Franklin, che non fece altro che ordinare lungo un asse dei bicchieri di cristallo di diverse dimensioni, dando una forma al primitivo glasspiel che consisteva in una serie di bicchieri di cristallo riempiti con diverse quantità di acqua e che ancora oggi è la forma più utilizzata di questo strumento.

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Il suono prodotto dalla glassarmonica dona un intenso turbamento, penetrando profondamente nella psiche, tanto che nei secoli lo strumento fu considerato estremamente pericoloso per chi la suonava e per chi ne ascoltava le melodie.

Molti gli artisti che l’hanno usata fra gli altri i Pink Floyd che l’hanno utilizzata per rinforzare il suono di fondo di Shine on your Crazy Diamond.

Caffè dell’Etiopia!

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Caffè dell’Etiopia! Comprane una bella confezione: è davvero buono.

Siedo in uno dei tanti esercizi commerciali di Starbucks, tutti uguali, ma così comodi (è mattina presto e ho a disposizione una delle loro poltrone con tanto di tavolo da caffè e c’è Amy Winehouse nell’aria). Davanti a me c’è un cesto con caffè dell’Etiopia: l’origine è chiaramente indicata ed è venduto come un prodotto pregiato.

Eppure solo pochi anni fa Starbucks  non indicava l’origine di questo caffè e i produttori etiopici non godevano di un marchio che identificasse e promuovesse il loro ottimo caffè. Ciò è stato reso possibile da una causa legale sostenuta economicamente dalla Unione Europea.

In effetti un sacco di buone cose in Africa sono compiute da questa Unione Europea, che è un formidabile donatore e attore nella cooperazione  allo sviluppo. Attività economiche, scuole, ospedali, cultura e diritti umani. L’unione investe in tanti campi.

Lo fa con tutte le luci e le ombre della cooperazione, ma lo fa. E’ un partner sempre presente.

Quando si critica l’Europa perché non aiuta sulle migrazioni (o quando si spara a zero sulle istituzioni che hanno garantito pace e prosperità in un continente storicamente sempre attraversato da guerre), si dovrebbe pesare che nel mondo di oggi la pace e la sicurezza si ottengono anche investendo dove povertà e deprivazione creano spinte migratorie e conflitti di ogni genere. E questa Unione lo fa.

Il vincitore è…

La pazza gioia, tenero, tragico, umanissimo film di Paolo Virzì che riscrive e riscatta una parola che troppe volte e in modo insensato è sulla bocca di tutti: pazzia. Uso e abuso di un termine che ha creato disumane catalogazioni in cui il malato si confonde, senza possibilità di scampo, con la malattia stessa. La pazza gioia ha vinto l’ambito David di Donatello 2017

«Io ho detto che non so che cosa sia la follia. Può essere tutto o niente. È una condizione umana. In noi la follia esiste ed è presente come lo è la ragione. Il problema è che la società, per dirsi civile, dovrebbe accettare tanto la ragione quanto la follia. Invece questa società riconosce la follia come parte della ragione, e la riduce alla ragione nel momento in cui esiste una scienza che si incarica di eliminarla». L’intero film di Virzì si basa su parole come queste e sul pensiero filosofico e medico di Franco Basaglia, padre della legge che porta il suo nome e che si proponeva di riformare l’organizzazione dell’assistenza psichiatrica ospedaliera e territoriale.

Basaglia fu il primo in Italia portare avanti l’idea del tutto innovativa (siamo negli anni Settanta) che la follia non è malattia, e il folle è prima di tutto persona non un soggetto privo di dignità, da debellare, da evitareda rinchiudere, da nascondere poiché incapace di adattarsi alla “normale” vita sociale.

Parte del film di Virzì (scritto per altro insieme alla Archibugi) si svolge all’interno di una comunità terapeutica dove vivono operatori sanitari e pazienti. Nella pellicola la malattia mentale viene trattata con equilibrio, diviene difficoltà “necessaria” ma allo stesso tempo umana, anzi umanissima.

Il film strappa il sorriso e qualche lacrima, ma è assolutamente da vedere, perché ci prende per mano e ci fa intendere pienamente la massima di Basaglia che recita: “la follia è diversità oppure aver paura della diversità”.

Le nostre anime di notte

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Un romanzo breve, Le nostre anime di notte, di Kent Haruf: un libro che mi è piaciuto tanto. Mi ha regalato un week-end toccante e coinvolgente.

L’ho trascorso immersa nella vita di Addie e Louis, due vicini di casa, anziani e soli perché vedovi, che trovano il coraggio di stare assieme e vivere la loro amicizia senza fare attenzione agli sguardi e ai commenti delle persone attorno a loro. Scelgono di essere liberi , “Ho deciso di non badare a quello che pensa la gente l’ho fatto per troppo tempo , per tutta la vita (…)E’ una scelta essere liberi. Persino alla nostra età”.

Mi sono commossa, e poi arrabbiata per quanto sia difficile essere liberi, per come le convenzioni e la prepotenza siano le catene di ogni famiglia. Ho capito che non so niente del mondo degli anziani; esistono manuali per tutti e su tutto, ma mai nessuno ci consiglia su come noi figli adulti ci dovremmo relazionare con i genitori anziani. A volte il buon senso non basta. Quelli familiari, ove gli anziani sono coinvolti, sono legami fragili e pieni di insidie, in cui purtroppo i forti vincono sui deboli.

Slow art day 2017

Esiste una lunghezza temporale minima quando ci si trova a guardare un’opera d’arte? Gli scienziati hanno calcolato che per comprendere un’opera d’arte il massimo del tempo che ci concediamo è 4 minuti. Il giornale Empirical Studies of the Arts, nel lontano 2008, fece un calcolo ancor più pessimista secondo il quale coloro che si recano nei musei spendono in media 17 secondi per opera, ciò significa che il visitatore in genere vede quanto più possibile, fa il pieno di arte, alla fine del percorso museale è esausto e non ritorna.

Come rimediare a questo che sembra essere un tratto comune di chi guarda un’opera d’arte – che sia essa conservata in un  museo, che faccia parte di una mostra o, ancora peggio, se si trova fra i pezzi esposti in una fiera d’arte – e frutto probabilmente dell’era digitale nella quale viviamo in cui tutto è fruibile immediatamente e velocemente?

Studiare un’opera per un periodo prolungato di tempo senza fare altro è chiaramente una parte importante per capire cosa si nasconde al suo interno. Gli studenti di storia dell’arte, che hanno il compito di tali “close reading” sanno quanto un’opera può celare al visitatore distratto. In genere chi si occupa di arte sa quanto può essere potente la visione prolungata di un’opera, ma questo non è un sapere comune.

Proprio per “dare tempo” al pubblico nel 2008 è nato il primo Slow Art Day, manifestazione creata da un “creativo” americano Phil Terry. Terry ebbe l’idea dopo che che per un’intera ora aveva ammirato l’opera Fantasia (1943) di Hans Hoffmans trovando delle somiglianze con la tecnica usata da Jason Pollok in Convergence, esperienza che egli catalogò più come un flusso di coscienza che come ricordo accademico.  Da allora ogni anno si celebra questo giorno dedicato alla visione lenta delle opere d’arte con l’aiuto di un vero e proprio esercito di volontari addetti ai lavori, disposti ad accompagnare il pubblico in percorsi “slow”, aiutando i visitatori a capire attraverso la visione prolungata ciò che ogni opera d’arte può comunicare. Molti musei in tutto il mondo aderiranno l’8 di Aprile, creando eventi ad hoc (nessuno purtroppo in Italia).

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Per chi volesse comunque partecipare all’evento ci sono alcune semplici regole da seguire. Innanzitutto scegliere un massimo di 5 opere da guardare. Ammirarle per più di 10 minuti. Comunicare l’esperienza vissuta ad altri che hanno fatto lo stesso percorso e questa è la parte più importante di tale operazione, perché in tal modo ci si accorgerà di quanto sia diverso da persona a persona ciò che un’opera d’arte può trasmettere.

Il quadro da indovinare era…

Bravo Giacomo, lo hai riconosciuto subito. Questo dipinto di Pablo Picasso, Femme aux cheveux jaunes, dipinto nel 1931, si trova nel Museo Guggenheim di New York.

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Il quadro raffigura la modella francese Marie-Therese, che ebbe una relazione con Picasso proprio in quegli anni.

La donna viene dipinta seduta, con il capo reclinato, addormentata. I colori con cui è descritta la donna sono definiti da una linea nera che contorna le curve voluttuose della donna . I colori scelti, come il lilla, o il giallo della chioma, i verdi e i rossi del cuscino separati da linee nere marcate, ricordano nella composizione i quadri di Matisse.

 

Cibo e performances artistiche

Elaborazione concettuale che si applica al senso, al significato e alla funzione del cibo, ecco in poche parole la spiegazione di una performance artistico-culinaria.

Tanti artisti ci hanno pensato e tanti hanno realizzato opere tanto gustose quanto ahimé effimere, destinate ad essere consumate in un tripudio di sapori e colori. Il cibo come grande protagonista dell’arte non è un concetto nuovo, se si considera che fin dal XVII secolo le tavole venivano imbandite utilizzando sculture realizzate in marzapane o in zucchero, tuttavia oggi sempre di più la materia edibile diventa protagonista di performance artistiche.

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Le torte geometriche realizzate con l’ausilio della stampante 3D di Dinara Kasako, i papillon di Tanio Liotta, il progetto Miniature Calendar dell’artista giapponese Tanaka Tatsuya, tutto riflette la cucina come arte, spettacolo e sorpresa. Le ragioni di tale successo sono probabilmente da ricercare nella nuova sensibilità del pubblico verso gli ingredienti, che sempre più si preferiscono di prima qualità e provenienti da specifiche zone di produzione. Inoltre nel Primo Mondo non essendo più la ricerca di cibo un problema primario e non essendo più esso solo espressione di cultura e tradizione il cibo diventa a tutti gli effetti un medium artistico.

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Ma combinare consistenze, sapori, profumi e colori è altrettanto creativo che creare con altro materiale? Dove finisce lo chef ed inizia l’artista? Domande alle quali ognuno risponde secondo la propria sensibilità. Ma come non considerare i 30000 mucchietti di riso di Unlimited Ocean dell’artista tedesco Wolfgang Laib o le opere di Leah Foster realizzate con i muffin come semplici pile di cibo e non istallazioni artistiche che creano esperienze effimere si, ma sensuali e profonde?

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Annette Messager, Histoire de robes, 1990

Siete rattristate per lo squallore della televisione pubblica italiana? Per come siamo state trattate, in quanto donne dell’est o dell’ovest? Per tirarvi su di morale, e mandare tutti a quel paese, vi consiglio di vistare la mostra di Annette Messager,  presso Villa Medici, a Roma. Francese, pluripremiata e conosciuta nel mondo dell’arte, Annette Messager rappresenta bene il mondo delle donne: da femminista convinta quale è, sa raccontarne in modo ironico e tagliente il ruolo nella società.

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Annette Messager, Villa Medici, Roma

Il suo lavoro è un assemblage di oggetti trovati, fotografie, collage. I suoi temi svelano molto spesso  l’intimità, le paure nascoste, i dolori delle donne. Come la serie “Histoire de robes”: una serie di vetrine contenenti eleganti abiti femminili sui quali erano con spillate delle piccole pitture o delle fotografie. Ogni vetrina era il un ritratto di una donna diversa.    

La mostra rimarrà aperta fino al 29 aprile, le opere si trovano negli spazi interni e nel giardino. Fra queste, troverete anche una curiosa carta da parati, con delle coloratissime farfalle: in realtà uteri multicolori svolazzanti. Le donne di Messager sono un po’ delle fattucchiere, mostri con dita fatte da matite appuntite, volti poco rassicuranti che potete starne certi nessuno italiano vorrà mai sposare.

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Annette Messager, Villa Medici