La sala di lettura// Reading room

Roberto Barni
Roberto Barni

Se invece di uscire per Pasqua programmate di starvene tranquilli a casa o su un prato con un bel libro, vi propongo l’ultimo romanzo di Fabio Genovesi dal titolo Chi manda le onde, edizioni Mondadori. E’ un libro di media grandezza, ma scorre veloce e i pochi giorni di festa dovrebbero essere sufficienti per leggerlo tutto.imagesFabio Genovesi è nato e legato a Forte dei Marmi in Toscana. Questo lo sa bene chi legge i suoi libri : tutto il suo mondo è lì e da questa piccola cittadina si riescono a comprendere aspetti belli e anche desolanti dell’Italia di provincia. Anche questo romanzo è ambientato al Forte dei Marmi e racconta di una generazione di ragazzi invecchiati che faticano a trovare la loro strada e soprattutto a capire cosa veramente vogliano dalla vita. La storia è un intreccio di eventi cominci e tragici assieme. Non ci si annoia mai e ci sono dei personaggi veramente veraci come Ferro, un fortemarino doc che ha giurato guerra a tutti i ricchi russi che hanno trasformato le case in ville di lusso pacchiane.In un ventaglio di umanità varia troverete anche due bambini “indigo”(nel senso di speciali un po’ come erano i personaggi del film Avatar), Luna e Zot, che non mancheranno di farvi sorridere e a tratti commuovere.
In tutto il libro anche nei momenti più divertenti riaffiora spesso una visione pessimistica della vita- La riflette anche Ferro, nel suo modo eccentrico di vivere e vedere le cose: “La vita è un temporale, è una burrasca. E’ una tempesta di schiaffi, con dentro ogni tanto, per sbaglio una carezza”. La carezza alla fine non mancherà e vi lascerà addosso un bel po’ di speranza. Anche perchè, siamo sinceri, se tutti i personaggi vinti del libro trovano un modo per far pace con le loro debolezze e sconfitte, anche a noi è permesso sperare.
Potessi rivolgere una domanda a Genovesi chiederei: tu che non avresti mai voluto che il Forte dei Marmi diventasse così diverso, violentato dai soldi e dall’arroganza di una ricchezza ostentata, perchè permetti che la lingua italiana invece venga travolta da una semplificazione totale, abolendo molte volte-come hai fatto in questo libro-l’uso del congiuntivo?

English version

If instead of going out to celebrate Easter you decide to do something calmer such as staying home with the company of a book, I reccomend the latest novel by Fabio Genovesi called “Chi manda le onde”, Mondadori edition. It is a book of medium length, but it is easily readable and a few days of holiday should be sufficient to finish it.

Fabio Genovesi is born in, and has a close affinity with, Forte dei Marmi in Tuscany. This becomes very clear to the readers of his books. Genovesi’s whole ‘world’ is in this small city. It is here where one can fully admire the beautiful and also sorrowful aspects of Italy’s provinces. The story told in this novel is also set in Forte dei Marmi and it is about a generation of youngsters that have grown up and are struggling to find their path in life and what they want from life. The story is an entwinning of comic events and tragic ones. One never gets bored with the genuine, very realistic characters like Ferro, a local man which swore war against all the rich russians who bought houses in Forte dei Marmi  and transformed them in luxury villas that made them ridicolous and ostentatious. Other fascinating characters include two indigo children (meant as children gifted with special abilities), Luna and Zot, who guide reader through moments of laughter and tears.

Throughout the book, even during the funnier, moments a pessimistic outlook on life is tangible. Ferro himself reflects this pessimism in his ways: “life is a storm, a hurricaine. It is a tempest of slaps in which, sometimes, there is a caress”.  You will notice the caress at the end and it will leave you with a feeling of hopefulness. If all the defeated characters of the novel can find a way to make peace with their weaknesses and shortcomings, so can we. If I could ask Genovesi one question, however, I would ask :  How could you, while denouncing the transformation of Forte dei Marmi, allow the complete simplification and impoverishment of the italian language through the elimination of the subjunctive tense?

23 – 29 March 2015, #museumweek2015

twitter-museum-weekSecondo voi è possibile celebrare la cultura attraverso un social media come Twitter?

Nel 2014 una dozzina fra istituzioni culturali francesi e manager di grandi musei in collaborazione con Twitter hanno dato vita alla “settimana dei musei” alla quale l’anno scorso parteciparono più di 630 istituzioni attraverso l’intera Europa, oggi l’evento vuole diventare planetario e già 29 paesi vi partecipano attivamente.

Ma di cosa si tratta? L’idea parte dal fruitore finale del museo, della collezione, della galleria: il pubblico. Per anni infatti le istituzioni hanno lottato, inutilmente, per limitare l’accesso alle strutture con fotocamere, telefoni cellulari dotati di macchina fotografica, enciclopedie on line e tutte le diavolerie elettroniche che ci portiamo quotidianamente con noi, per evitare che le preziose collezioni venissero fotografate di soppiatto, “amate fino alla morte”, postate su Facebook, SnapChattate senza ritegno da un pubblico, cialtrone forse, ma comunque pagante. Allora che fare? Beh se il nemico non si può combattere almeno fattelo amico! Ed ecco che molti musei hanno iniziato non solo ad abbracciare la filosofia del Tweet, ma addirittura a fornire una rete wireless istituzionale in modo che il tweet divenisse una incredibile fonte di pubblicità gratuita!

Così è nata #museumweek2015.  In 7 giorni, dal 23 al 29 marzo, con 7 temi da condividere con tutti i partecipanti di ogni parte del mondo, per ogni giorno un ashtag “#” diverso:

Lunedì 23 marzo con l’ashtag #secretsMW il pubblico scoprirà la vita quotidiana, il “dietro le quinte” delle varie istituzioni e chissà magari anche qualche segreto ben custodito.

Martedì 24 marzo #souvenirsMW il pubblico sarà invitato a condividere, naturalmente su Twitter, i ricordi che hanno di una loro visita al museo.

Mercoledì 25 marzo #architectureMW il pubblico potrà scoprire la storia dell’edificio che accoglie l’istituzione, dei suoi giardini, del suo quartiere e dei suoi luoghi emblematici.

Giovedì 26 marzo #inspirationMW il pubblico potrà catturare, intorno a sé, l’arte, la scienza, la storia, l’etnografia a seconda della specializzazione della struttura.

Venerdì 27 marzo #familyMW il pubblico potrà apprezzare e provare tutto ciò che offre l’istituzione per rendere una visita in famiglia o con la scuola un’esperienza indimenticabile.

Sabato 28 marzo #favMW sarà il giorno dei colpi di fulmine! I visitatori potranno condividere – con una foto, un video – ciò che hanno amato di più del museo.

Domenica 29 marzo #poseMW tutti potranno considerare il museo come un set e mettersi al centro della scena. Pose, memi, selfie tutto è possibile!

Durante l’evento, tutti possono cogliere l’occasione per dimostrare il loro entusiasmo nei confronti del museo che stanno visitando e della cultura in generale. Servirà ad avvicinare un pubblico più vasto all’idea di museo?

 

English version 

Is it possible, in your opinion, to celebrate culture through a social media platform like Twitter?

In 2014 a dozen French cultural associations and large museums managers, through a collaboration with Twitter, came together and organised ‘Museum Week’, a project which involved 630 institutions throughout Europe joining forces on the social media website. This year Twitter is repeating their successful experiment, and expanding it worldwide, with 29 confirmed participating countries.

But what is Museum Week? The idea begins with the final ‘user’ of a museum, an exhibition, a gallery: the public. For years, institutions like museums have fought relentlessly though uselessly to limit access in their premises with cameras, cameraphones, online encyclopaedias, and all other electronic aids that, nowadays, are but a swipe of the finger away. This has always been an attempt to prevent the public from sneaking photograph inside their exhibitions, that would certainly end up on a social media platform, to prevent them from being posted on Facebook, from being SnapChatted, and from all the other online terms that have become part of our everyday vocabulary. This allowed galleries and museums to make sure that the only people able to observe the works contained would be the paying costumers. But, as they say, if you can’t beat them join them. And that is how how Museum Week was born, as many of the institutions that faced this problem started embracing the idea of dedicating a week to tweeting the ins and outs of their exhibitions, gaining ‘favourites’ in exchange for large amounts of publicity.

This is how the ongoing #museumweek2015 was created. It consists of 7 days, from March 23 to March 29, each treating a different theme to be shared with users all over the world, each represented through a different hashtag:

Monday 23 March was dedicated to the hashtag #secretsMW, in which the public was allowed to see the behind the scenes life in large institutions and museum around the world, and, who knows, maybe revealing some juicy secrets.

Tuesday 24 March the hashtag for the second day was #souvenirsMW, where the users were invited to share, through Twitter, the memories that they may have of their visit to the museum.

Wednesday 25 March revolves around #architectureMW, where users will learn of the story of the building that the museum is found in, of its neighbourhood, and of its significant landmarks.

Thursday 26 March with #inspirationMW, the user will be able to capture art, science, history and ethnography within (and depending on) the institution.

Friday 27 March will look at #familyMW, where the user will be able to appreciate and try all the  museum has to offer in order to make a family visit or school trip an unforgettable experience.

Saturday 28 March, #favMW, will be the day where users have the opportunity to share via photo or video on Twitter, what they loved most about the museum.

Sunday 29 March will be dedicated to #poseMW, where all museums taking part of the project will become photoshoot sets, and photos, selfies and group shots will be allowed.

Throughout the entirety of the event, everyone can take the opportunity to show their enthusiasm in regards to the museum that they are visiting through Twitter. Will it be useful in an attempt to introduce a larger amount of ‘users’, the public, to the idea of visiting a museum?

Andar per gallerie // A walk through galleries

Simone Gori, Ego, 2015
Simone Gori, Ego, 2015

Chi ama l’arte contemporanea, i giovani artisti, gli eventi più nuovi e interessanti, non può fare a meno di frequentare il mondo delle gallerie. Ci sono gallerie di grido, che fanno tendenza, ci sono gallerie più paludate e rassicuranti, che hanno un occhio al passato recente, e quelle più spinte e coraggiose, cioè aperte ai giovanissimi. Ognuna ha un suo stile, tanto che si potrebbe dire: dimmi quale galleria d’arte frequenti e ti dirò chi sei.

Le gallerie che si occupano dei giovani artisti possono trasformarsi in una rivelazione. Da non perdere, ad esempio, la mostra Ego, del giovane artista Simone Gori, presso la Corte Arte Contemporanea di Firenze: si aprirà il 27 marzo prossimo. Sarei curiosa di visitarla perché, con uno spirito leggero, ironico e pungente, l’artista ha dichiarato di presentare un lavoro dedicato all’Ego degli artisti e a quello di tutti coloro che, grazie alla proliferazione dei social media, amano parlare molto di sé. In mostra si troverà una grande camera d’aria che, fuoriuscendo da un piccola scatola (il corpo), si espande gonfiandosi e quindi sottraendo spazio al pubblico, fino a quasi sospingerlo fuori la sala.

Questa occasione ci ricorda, ancora una volta,come le gallerie siano anche fonte di scoperte insolite e stimolanti.

E’ in una altra galleria, ad esempio, che ho conosciuto l’opera di Francoise Bertolini. La mostra si intitolava Vasi comunicanti e si teneva sempre a Firenze, alla Galleria di Antonio Lo Pinto. Artista, scultrice, pittrice, la svizzera Francoise Bertolini lavora da anni a Firenze. Possiamo definire il suo lavoro una rigenerazione di forme. L’artista infatti parte da oggetti trovati – spesso frammenti di oggetti rotti, come nel caso dei vasi presenti nella mostra di cui vi parlo – per intervenire su di essi con materiali diversi e trasformarli in qualcosa d’altro, portandoli a trovare un nuovo equilibrio e significato.

Francoise Bertolini
Francoise Bertolini

Le opere della mostra sono forme sospese – non rimane più niente della funzionalità originaria del vaso – ma evocano elementi organici, quasi fisiologici, che rimandano al corpo umano. Il critico Giuliano Serafini le ha definite “trasfusori di vita”. Facendo un grande salto, mi hanno portato alla mente i vasi comunicanti  delle due Fridas  dipinti dell’artista messicana Frida Kahlo. Non c’è dubbio: due artiste (Kahlo e la Bertolini) molto diverse tra loro, ma con sensibilità e impronte esistenziali affini.

English version

Those who love contemporary art, the youth, and most recent and stimulating events cannot help but go to art galleries. There are conservative galleries that are more reassuring and traditional in the art that they promote and, on the other hand, there are galleries that are innovative and more open to exploration; those are the ones that welcome the youth. Each one has a style, one could almost say: tell me which art gallery you go to and I will tell you what type of person you are.

One can find the art galleries display the work of young artists to be a revelation.  A must, for example, is the exhibition Ego, by the young artist Simone Gori, at La Corte Arte Contemporanea in Florence : the opening will be the 27th of March. Personally, I would love to go, because the artist explores in a light, ironic and stimulating way the ego of artists and of those who, through social media, are allowed to talk about themseves. The exhibition will consist of a small box (representing the human body) which contains an expanding air chamber that slowly eats away at the public space until observers are almost shoved out of the room.

It was in another gallery that I encountered Francoise Bertolini’s work. The exhibition, which was titled “Communicating vases” was held at Galleria di Antonio Lo Pinto. Francoise Bertolini, a swiss painter and sculptor, has been working in Florence for years now. Her work could be defined as a regeneration of shapes. The artist bases her work on materials she finds, usually parts of broken objects. The afore mentioned vases, for example, were built from said fragments. Bertolini uses different materials and transforms them into something else; her aim is to bring another meaning to the broken objects.

The art works in the exhibition were suspended- the functionality of the vases was completely gone- instead they evoked organic, almost physiological images that remind of the human body. The critic Giuliano Serafini defined them as ” trasfusori di vita” in english, transmitters of life. Francoise Bertolini’s communicating vases got me thinking of the mexican artist Frida Kahlo’s  painting of connecting vases. Some would see this as a far-fetched connection as the two  female artists (Kahlo and Bertolini) are very different, however, they share a sensitivity and an affinity in their existentislist imprints.

Pasqua per mostre. In Italia, Città di Castello. In Svizzera, Basilea (NOW ALSO IN ENGLISH)

fondazione-palazzo-albizzini
Fondazione Alberto Burri, Città di Castello

Si avvicinano le brevi vacanze di Pasqua, ottime per le gite fuori porta. Per chi è in Italia consiglio una mostra aperta in questi giorni alla fondazione Palazzo Albizzini, di Città di Castello, initolata: Burri – cento anni. La mostra è stata organizzata per le celebrazioni del Centenario della nascita di Alberto Burri.

Alberto Burri è stato l’artista italiano per eccellenza del ventesimo secolo. E’ lui che ci rappresenta all’estero, nelle grandi collezioni di arte del secolo passato. Pioniere, dopo l’ultima guerra mondiale, di un nuovo linguaggio visivo – chiamata arte informale, a livello internazionale – ha saputo guidare la sua opera verso una nuova vera e propria rivoluzione formale. Con lui la materia più povera, come i sacchi, le plastiche, il legno, ha parlato con la stessa autenticità e splendore con cui il marmo e le forme degli antichi parlano ancora ad ogni tempo.

Alberto-Burri-Rosso-Plastica-1963
Alberto Burri, Rosso plastica, 1963

Chi invece è in Svizzera prenda tutto il giorno e vada a visitare due mostre in corso a Basilea, la prima dedicata a Paul Gauguin e la seconda non meno interessante e curiosa nel taglio curatoriale – all‘odore dell’arte. Paul Gauguin viene presentato, attraverso cinquanta opere, presso la bellissima Fondazione Bayler. L‘occasione è di quelle da non mancare anche perchè in mostra ci sono opere bellissime che, nelle sale disegnate a stretto contatto con la natura da Renzo Piano, regalano un viaggio in un paradiso perduto.

Paul Gauguin, racconti barbari,1902
Paul Gauguin, Racconti barbari,1902

Si continua al museo Tinguely dove non sono mai mancate l’ironia e la beffa. Qui fino, al 17 maggio, sarà possibile vistare una mostra dedicata all’olfatto. Quali artisti hanno usato l’odore come materia per il proprio lavoro? lo scoprirete e vedrete, tra le altre, opere di Marcel Duchamp, Ernesto Neto e del nostro immancabile Piero Manzoni.

 

 

 

 

ENGLISH VERSION

The short but anticipated Easter holiday is drawing in, presenting wonderful occasions for weekend trips. For those living in Italy, I suggest a vernissage that recently opened at the Palazzo Albizzini Foundation, in Città di Castello, Umbria, titled ‘Burri – cento anni’ (Burri – one hundred years). The show was organised for the celebration of one hundred years since the birth of artist Alberto Burri.

Alberto Burri could be described as the quintessential twentieth century Italian artist. It is he who represents our country around the world in the greatest collections of the past century’s art. After World War II, he became an international pioneer of a new visual language, now known as informal art, that lead him and his technique into a true ‘formal revolution’. After being worked by the artist, even the simplest materials such as plastics and wood gained the permanence only comparable to that of the marble worked by the greatest artists that ever lived.

If Umbria is out of hand for the short amount of holiday time, and you are looking for something more local, a day trip to Basel will be enough for you to visit two art shows, one dedicated to the art of Paul Gaugin, and the other to the smell of art, through an interesting and peculiar curatorial experience. Paul Gaugin is presented through fifty beautiful works by the artist, exhibited at the renowned Beyeler Foundation. This occasion is not to be missed, as it gives the opportunity to observe the skilled artist’s work in the setting of Renzo Piano’s 1982 creation, designed to keep nature and art in close contact, providing a voyage in a seemingly lost haven.

The day trip then ends at the Tinguely Museum, where irony and mockery did not go amiss. Here, until May 17, you will be able to take a wonder through the show dedicated entirely to the sense of smell. Which artists used smell as a material in their work? At the Tinguely you will be able to discover this hidden portion of art, amongst works of the great Marcel Duchamp, Ernesto Neto, and our very own Piero Manzoni.

Educazione alla felicità (NOW ALSO IN ENGLISH)

felicitàFlaubert nel 1869 proponeva l’Educazione sentimentale, Salvatores, nel suo film del 2012, raccontava l’Educazione siberiana, poi esiste l’educazione civica, l’educazione all’arte, quella fisica, quella stradale e chi più ne ha più ne metta, insomma esiste un’educazione per ogni gusto.

Etimologicamente educare deriva dalla particella latina e (fuori) aggiunta al verbo ducere che significa condurre, trarre. Dunque come recita il dizionario etimologico “condur fuori l’uomo dai difetti originali della rozza natura, instillando abiti di moralità e di buona creanza” (F. Bonomi, Vocabolario etimologico della lingua italiana).

Alcuni ricercatori dell’Harvard University sostengono che esista un metodo per educare alla felicità. Cioè esiste la possibilità di “condur fuori” il cervello umano e portarlo ad apprendere l’arte dell’essere felice in tre semplici step.

Innanzitutto concedetevi un attimo per voi stessi prima di andare a dormire e scrivete tre cose belle della vostra giornata, tre cose che sono andate bene e perché. Incominciate a praticare il “confronto virtuoso”, cioè cominciate a paragonarvi senza vergogna a chi è meno bravo di voi ed alimentate la vostra autostima. Infine non abbiate paura e raccontatevi la versione corretta di ciò che vi accade. Una falsa visione della propria vita può infatti portare alla depressione.

Inoltre ricordate sempre di vedere tutte le cose con ottimismo soprattutto quando considerate il vostro futuro.

La ricetta sembra semplice, ma sarà vero? Si può davvero esercitare il cervello ad acquisire la felicità come un esercizio fisico?

La felicità allora non è più dunque quello che poeti e scrittori hanno sempre sostenuto: un flash, un attimo sfuggente, che dura il battito delle ali di una farfalla o come scriveva Pratolini nel suo libro La costanza della ragione “La felicità è un sentimento segreto, esclusivo, inquisitorio, dolcissimo e supremamente crudele. Vi si sta arroccati come in un palazzo di ferro e cemento, dalle grandi vetrate; nello stesso tempo è un riflesso sull’acqua che non solo la brezza, ma l’ombra di un passante può alterare….La felicità non si narra. Si può appena, come la pioggia scorrendo a rivoli sui vetri traccia e scancella delle figurazioni, annotare i momenti salienti che ci consentono di intravederla”.

Sarebbe bello…

ENGLISH VERSION

In 1869, Flaubert published his renowned Sentimental Education. Salvatores, in his 2012 motion picture, recounted of a Siberian Education. On top of these we find civic education and artistic education, as well as physical education, road safety education and so on and so forth. Everything, when analysed, can be attributed to a certain type of education.

Etymologically, the verb ‘to educate’ derives from the Latin particle ‘e’, meaning externally, added to the verb ‘ducere’, which translates to ‘conduct, draw’. Therefore, quoting a popular etymological dictionary, literally meaning ‘to conduct man out of the original defects of its crude nature, dressing it with morality and good manners’ (F. Bonomi, Etymological vocabulary of the Italian language)

Some researchers from Harvard University believe that there is a method to educate oneself into feeling happy, that the possibility of ‘conducting’ the human brain and teaching it to learn the art of being happy does exist, and can be achieved in three steps.

First of all, concede a moment to yourself before going to bed, and list three positive things about your day along with why you believe they were so. Begin practicing the idea of ‘virtuous comparison’, or shamelessly comparing yourself to those that in your eyes is not as talented at a certain thing as you are, therefore boosting your self-esteem. Finally, do not be afraid and convince yourself of the real version of what is happening around your life. An unconvinced, false edition of life events can eventually dive one into depression.

Furthermore, always remember to look at everything with optimism, especially when you consider your future.

The recipe is simple enough, but is it true? Can you really train your brain to acquire happiness as if it were a physical exercise?

Happiness, then, in no more than what poets and writers have always sustained: a flash, a fleeting moment that lasts no more than a butterfly’s flap of wings, or as Italian writer Pratolini wrote in his 1963 novel ‘La costanza della ragione’ ‘Happiness is an emotion that is secret, exclusive, inquisitive, massively sweet and supremely evil. You perch to it as if in a building made of iron and cement with vast windows; and at the same time it is a reflection on water that not only a breeze, but even the mere shadow of a stranger can alter… Happiness cannot be narrated. It purely allows us to remember the moments that allow us to take a peak at her, as with rain flowing on glass panes drawing and erasing figures’.

Wouldn’t it be nice…

 

Chiacchiere del lunedì

Phlip Treacy per Alexander Mc Queen, Butterfly headdress, 2008
Phlip Treacy per Alexander Mc Queen, Butterfly headdress, 2008

Tra una settimana è ufficiale: si entra nella primavera e quindi abbandoniamo il nero e cominciamo a scegliere i colori. Mettiamoli addosso, coi nostri vestiti, nella casa, sul terrazzo e nel giardino. I colori sembrano donarci energia e buon umore: non ci si sorprende se, camminando in un bosco o in un giardino, si sente una strana gioia nel vedere spuntare le prime violette e i primi fiori di un giallo pallido. Con in testa l’arrivo della primavera, prepariamoci a trovare un po’ di tempo per esplorare tutte le novità che la natura ci offre. E se pensate che anche in ogni città ci dovrebbe essere uno spazio per la natura e vorreste dare una mano a far nascere più fiori e dunque più colore, andate  sul sito www.eugea.it dove in modo semplice ci spiegano come partecipare ad una lotta biologica nelle nostre città.

Original unverpackt

stilinberlin-original-unverpackt-5058Quando aprite il frigorifero o guardate nella vostra dispensa non venite presi da un’ansia sempre maggiore calcolando la quantità di imballaggi non riciclabili che contengono i nostri cibi e le nostre bevande? Beh, se non ci avete mai pensato è ora che cominciate a preoccuparvene. La quantità degli imballaggi monouso prodotti in Europa è di circa 44 milioni di tonnellate, 9 tonnellate solo in Italia. Ognuno di noi consuma in media 30 kg di plastica all’anno, cifra destinata a salire fino agli stimati 100 kg pro capite. L’impatto ambientale per lo smaltimento e l’incenerimento di oltre la metà di questi prodotti è impressionante, dunque è necessario pensare ad un metodo nuovo di distribuzione che consenta di contenere questa marea di rifiuti, che inevitabilmente si accompagna ad un enorme spreco di cibo non consumato.

stilinberlin-original-unverpackt-5103-905x604

Due giovani imprenditrici di Berlino hanno dunque ideato l’Original unverpackt, un punto vendita ad imballaggio zero. Un supermercato originale in cui invece delle porzioni impacchettate e pronte, gli oltre 600 prodotti, tutti accuratamente selezionati e di qualità, con particolare attenzione a quelli a km zero, vengono venduti sfusi attraverso degli erogatori dai quali il pubblico può servirsi da solo portandosi i contenitori da casa. L’obiettivo di questo super mercato decisamente fuori la norma è la ricerca della sostenibilità, cioè la riduzione dell’impatto sociale e ambientale non solo dei consumi ma anche dei processi produttivi.

L’idea è geniale e speriamo di vederla sviluppata ed esportata quanto prima, chi di noi infatti non tirerebbe un sospiro di sollievo nell’agire fattivamente per il bene del nostro pianeta?

La furia distruttrice dell’ideologia

isis-artePochi giorni fa parlando dello scandalo nell’arte abbiamo fatto riferimento agli episodi del museo di Mosul e alla distruzione di opere d’arte millenarie, perpetrata da chi erroneamente crede di poter cancellare il passato, avvertito come una minaccia e non come un’eredità da difendere.

Alle Nazioni Unite sono stati segnalati 290 siti che hanno subito devastazioni: 24 irrimediabilmente distrutti, 189 gravemente danneggiati, 77, a tutt’oggi irraggiungibili, da verificare.

Ninive, Hatra, Nimrud i siti archeologici della “mezza luna fertile” dove tutto è nato (scrittura, arte, storia) che in tanti di noi suscitano ricordi scolastici, sono state spazzate via dalla furia iconoclasta che caratterizza purtroppo i momenti bui della storia. Se infatti facciamo una lista parallela dei fatti storici e delle distruzioni dell’arte capiamo che questa è pratica ricorrente. Ai tempi dei romani c’era ad esempio la damnatio memoriae a causa della quale tutte le effigi e i simboli che potevano ricordare un personaggio pubblico caduto in disgrazia erano cancellati, l’iconoclastia bizantina fu alimentata dal desiderio dell’impero di oriente di  riportare sotto il proprio controllo i vasti possedimenti del clero bizantino, i roghi dei libri dell’epoca nazista avevano un senso dettato dalla propaganda che impediva la lettura di autori che si opponevano in qualche misura all’ordine stabilito, così come durante la rivoluzione culturale cinese furono distrutte opere storiche e religiose.

La storia è dunque piena di episodi del genere. Certo giunti nel XXI secolo avremmo desiderato non vedere mai più tali scempi. Avremmo preferito che il martello pneumatico venisse usato per costruire strade e ponti e non per cancellare vestigia che, sebbene appartengano ad un passato reputato scomodo o inutile, fanno pur sempre parte della storia dell’evoluzione umana.

La mappa della “storia distrutta” si allunga e gli studiosi assistono impotenti dall’alto, attraverso il monitoraggio dai satelliti, a questa ultima sistematica violazione.

Ora, ci si può chiedere se accanto alle ragioni puramente dottrinarie di questa devastazione esistono altri significati reconditi. Alcuni hanno affermato che in tal modo si allontana l’accusa diffamatoria di ottenere finanziamenti del terrorismo attraverso la vendita al mercato nero delle opere d’arte. Ma basta ciò a giustificare tale scempio?

Intanto tutto il mondo assiste impotente augurandosi giorno dopo giorno che la follia finisca e ritornino i giorni del dialogo.

Apocalisse zombie ed altri studi…

Come prepararsi all'apocalisse zombieSe ci seguite da qualche tempo avrete capito che almeno una parte del duo di autrici di questo blog apprezza i thriller noir, le serie sanguinolente e, ebbene si, i movies catastrofici che comprendono impossibili epidemie, sopravvissuti straccioni, zombies orripilanti e, ci si immagina, anche puteolenti.

Inoltre penso che a pochi di voi, mentre attraversano una landa verdeggiante, sia venuto in mente di pensare se quel luogo possa rappresentare il nascondiglio perfetto in caso di apocalisse zombie, oppure di chiedersi chi abbia ragione nella rappresentazione dello zombie “tipo” (veloce e letale come in World War Z o lento e impacciato, ma sempre letale, come in The Walking dead).

A tutti noi che ci siamo posti questi ed altri interrogativi simili finalmente una ricerca scientifica, condotta dalla prestigiosa Cornell University di Ithaca, New York, intitolata The Statistical Mechanics of Zombies viene incontro, ammantando così l’argomento di una veste sperimentale!

Fin dalla prima frase dell’Abstract di questo studio le premesse ci sono tutte: “Presentiamo i risultati e le analisi di uno studio in grande scala dell’esatta simulazione dinamica e casuale di una epidemia zombie”, fantastico! La ricerca si basa su equazioni matematiche e proiezioni della diffusione di una malattia, in questo caso quella che rende zombi, ma che può valere anche come modello per altre epidemie. Il team di ricercatori ha composto un esempio attraverso una completa ed esaustiva panoramica di come possa distribuirsi e diffondersi una malattia virale, creando un modello astratto che tuttavia può servire a studiare e circoscrivere un’epidemia reale… ma anche a darci chiari consigli su cosa fare o non fare nel caso di un’apocalisse zombie.

Innanzitutto per scampare ad ogni pericolo serve un piano preciso. Soprattutto è consigliabile evitare i grandi centri urbani (gli studiosi americani suggeriscono di recarsi prima possibile nelle Northern Rocky Mountains, insomma in qualche posto isolato nello stato del Montana o in Canada). State lontani anche da centri commerciali e metropolitane, usate mezzi propri ed evitate lo scontro. Isolarsi è la scappatoia più efficace. È necessario aspettare che le prime fasi dell’epidemia si plachino cercando di evitare ogni contatto con gli ammalati, che si moltiplicheranno nei centri abitati e affollati.

Sembra folle che un gruppo di posati e virtuosi ricercatori abbia simulato un’epidemia di questo genere, tuttavia il Pentagono e il Center for Disease Control americano hanno entrambi utilizzati lo scenario dell’apocalisse zombie per sviluppare programmi di formazione per eventi disastrosi.

Il mio consiglio dunque? Preparatevi un piano…

 

 

Lo scandalo nell’arte

Jean-Auguste-Dominique Ingres, Le Bain turc,1862
Jean-Auguste-Dominique Ingres, Le Bain turc,1862

L’arte provoca sempre una reazione. Quella contemporanea, poi, sa veramente accendere i sentimenti. Chi la frequenta da sempre si è trovato in mille occasioni di fronte alla rabbia dell’opinione pubblica. E non parlo di opere di per sé provocatorie; ho assistito a questo fenomeno a volte anche semplicemente perché un’opera risultava a prima vista incomprensibile. Ricordo compagni di scuola risero beffardamente quando, nella mia città, Prato, fu collocata la scultura, grazie al cielo ancora lì, di Henry Moore.

Henry Moore
Henry Moore

È così che mi sono incuriosita quando in libreria ho trovato un volume dal titolo Le Museé des Scandales scritto da Elea Baucheron e Daine Routex. Il libro, edito per la versione francese da Grund, nel 2013, tratta di come alcune creazioni artistiche, che hanno fatto scandalo nella storia, possono essere lette per comprendere meglio un’epoca intera. E così attraverso 70 opere della storia dell’arte, trattate in 4 aree tematiche, si tenta questa analisi. Si parte con il sacrilegio (e per questo tema Maurizio Cattelan ha ottenuto anche la copertina del libro, con l’opera La Nona ora del 1969) e col politicamente scorretto. Lo si fa analizzando l’opera di Francisco Goya Los caprichos, del 1799, fino ad arrivare a un lavoro censurato del misterioso artista della street art Blu, fatto a Los Angeles nel 2010. Un altro tema che non poteva mancare sono gli scandali sessuali – e qui Egon Schiele si ritrova vicino a Nam Goldin – seguiti dalle trasgressioni artistiche (vi si inizia con Rembrand, La ronde de nuit, 1642 fino a Mr. Brainwash con Life is beautiful). Di ogni opera trattata troverete una breve storia e scoprirete perché fu tacciata di scandalo e cosa veramente cercava di rappresentare.

9782324005657FSLa rabbia e il disappunto che può provocare un’opera sono sempre forti. Come lo è la distruzione di un’opera. Mi domando come verrà letta dalla storia futura la scellerata furia iconoclastica con cui sono state aggredite pochi giorni fa le statue del museo di Mosul: spero proprio con la stessa riprovazione di oggi. Del resto, quelle pietre trimillenarie rappresentavano un simbolo e questo era inaccettabile per gli estremisti.

Allora la frase riportata nel libro di Pablo Picasso “La pittura non è fatta per decorare gli appartamenti . Ma è uno strumento di guerra offensiva e difensiva contro il nemico” mi echeggia negli orecchi come una giusta e amara considerazione, proveniente dal più amato ma anche osteggiato artista del XX secolo.