L’insostenibile leggerezza dell’essere e la felicità del criceto

cricetoQuante volte nella vita avete avvertito la pesantezza delle situazioni, delle persone, delle parole e ne avete provato un senso di rifiuto? Situazioni, persone, parole che risultano insostenibili e che, come affermava Calvino nella prima delle sue Lezioni americane, riflettono “l’inerzia e l’opacità del mondo” e lasciano l’impressione che stia “diventando tutto di pietra: una lenta pietrificazione più o meno avanzata a seconda delle persone e dei luoghi e che non risparmia nessun aspetto della vita”. Recentemente mi è successo di imbattermi nella pesantezza della vita, e come spesso mi accade, la mia prima reazione è stata quella di ribellarsi a questo fardello, una ribellione contro quei movimenti retrogradi che bloccano e frenano il divenire producendo chiusura e inerzia. Ma spesso la rabbia non ha scopo, è come combattere contro la stupidità. Per fronteggiare la pesantezza, per “non essere schiacciati dal peso della materia” (soprattutto materia umana) è necessario agire come Lucrezio nel De rerum natura, per il quale la più grande preoccupazione era dissolvere la “compattezza del mondo” e arrivare ad avere la “percezione di ciò che è infinitamente minuto, mobile, leggero”. Si tratta di un bell’esercizio che serve se non altro a sbollire la collera.

Per polverizzare e sminuzzare la realtà spesso può essere d’aiuto la letteratura e in questo caso è d’obbligo pensare a L’insostenibile leggerezza dell’essere di Milan Kundera. Il titolo è un ossimoro, e nel suo romanzo Kundera “dimostra come nella vita tutto quello che scegliamo e apprezziamo come leggero non tarda a rivelare il proprio peso insostenibile. Forse solo la vivacità e la mobilità dell’intelligenza sfuggono a questa condanna” (ancora Calvino). La seconda cosa che può venirci in aiuto è guardare alla felicità del criceto, che gira sulla sua ruota nella gabbia senza fermarsi, apparentemente appagato da ciò che ripete all’infinito.

Tutto ciò per dire che è necessario vivere con leggerezza, senza macerarsi, senza combattere situazioni che non sono sostenibili, insomma imparare a “mollare il colpo” quando è necessario e ad accontentarsi delle piccolezze della vita come se fossero il più grande regalo che la vita stessa ci possa fare.

amicizia e felicità

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Leggo domenica sulla prima pagina dell’inserto del Sole 24: Di tutte le cose che la sapienza procura in vista della vita felice, il bene più grande è l’amicizia. La massima è una delle molte riportate dal giornale, tratta da Epicuro (Il Sole 24 ore, Armando Massarenti, Una promessa di felicità, 10 novembre 2013).

L’amicizia è un bel sentimento ma è anche un guaio se lo si considera un bene immobile, qualcosa di immutabile.  L’amicizia infatti fluttua, cambia e si trasforma con il tempo. Anche la percezione dell’amicizia è diversa, in diverse età della vita: se mi penso adolescente, con le amiche di allora, mi vedo molto diversa da come mi vedo con quelle di oggi. Io sono certa che si impari ad essere amici, che si impari con l’esperienza. Sovente capita, prima di gettare delle basi solide per un’amicizia, che si sbagli e s’inciampi più di una volta. Avere un amico è un impegno che ti forgia e ti porta a modellare il tuo carattere, accettando i tuoi e i suoi limiti, con tutte le differenze fra voi. Quando hai un amico o un amica cresci con loro e capisci meglio te stesso.  La vera amicizia è un movimento d’animo, è un tappeto d’esercizio, a volte è una vera propria sfida alle nostre abitudini. L’amicizia può stare benissimo, come dice Epicuro, nel percorso rigoroso che porta alla felicità.

Il rompicapo dei libri misteriosi

Schermata 2013-11-05 alle 09.26.43Se si ha il tempo e la voglia di scavare nelle stranezze umane si riescono a trovare veri e propri tesori nascosti o dimenticati, perché di difficile interpretazione o semplicemente perché considerati «cose da professionisti».

È il caso questo di un paio di manoscritti che fin dalla loro comparsa pongono non pochi  problemi di interpretazione, anzi di più, sono un vero e proprio rompicapo.

Uno è di epoca moderna ed é il cosiddetto Codex Seraphinianus, l’altro invece è stato datato attraverso il Carbonio14 intorno al 1400 ed é conosciuto come il Manoscritto Voynich.

Schermata 2013-11-05 alle 09.24.31Il primo è un’opera d’arte, è stato realizzato dall’artista italiano Luigi Serafini fra il 1974 e il 1976 ed è una raccolta di più di mille tavole disegnate, commentate dallo stesso autore in una grafia incomprensibile ed indecifrabile. Pubblicato per la prima volta da Franco Maria Ricci il quale in una « lettera dell’editore al lettore » affermava: « È evidente che il Codex Seraphinianus appartiene a quella famiglia di imprese e miraggi di cui fanno parte la Naturalis Historia di Plinio il De Rerum Natura di Lucrezio lo Speculum maius di Vincenzo Beauvais sino all’Encyclopedie di Diderot e d’Alembert… il lettore avrà forse l’impressione di ascoltare la musica senza parole del Sapere. Nelle planche del Codex Seraphinianus si rispecchiano una scienza e un mondo insieme simili e dissimili dai nostri, come voci di una stessa declinazione » e Alessandro Riva nell’introduzione al volume aggiunge « La forza segreta di alcune invenzioni sta nella loro capacità di persistenza nella nostra memoria profonda, anche contro la nostra volontà e indipendentemente dal trascorrere degli anni… quasi che di esse non si potesse mai aver ragione del tutto, come di una forza che ci attrae proprio in virtù della sua capacità di sottrarcisi, di sfuggirci costantemente, sorprendendoci, ogni volta con nuove invenzioni, nuovi trucchi o nuovi inaspettati scherzi linguistici… ». questo è l’indecifrabile Codex Seraphinianus, una visionaria raccolta dell’impossibile fatta di disegni e colori vivissimi e commenti che l’autore è lungi dal voler rivelare (ma in questo sta parte della sua bellezza).

Al Codex vogliamo accostare il Manoscritto Voynich, altro rompicapo.

Manoscritto Voynich

Che si tratti di un falso (per altro di eccezionale fattura) o meno è impossibile definirlo. È un volumetto di dimensioni modeste di 102 pagine in pergamena, rilegate e  colme di illustrazioni ad acquerello, in cui a simboli misteriosi si alternano disegni di piante e animali sconosciuti, mappe di un cielo che non sembra essere quello visibile dalla terra e donne nude intente in arcane attività.

Apparve per la prima volta a Praga nel 1600, acquistato da Rodolfo II di Absburgo, sedicente alchimista, da un esoterista inglese John Dee il quale per altro fu l’inventore di una lingua, L’Enochiano, con la quale, sosteneva di parlare con l’aldilà. Conosciuto in seguito come Manoscritto Voynich, dal nome del bibliofilo ed antiquario inglese di origini polacche Wilfred Voynich che lo ritrovò nella biblioteca dei Gesuiti di Villa Mondragone a Frascati.

Studiato e ristudiato da linguisti, paleografi, crittografi, filologi, botanici e biologi nessuno fino ad ora è venuto a capo del mistero che sottende. Questo ha dato adito a fantasiose interpretazioni e conclusioni fantastiche, ma la verità è che allo stato attuale delle conoscenze esso continua a rappresentare un rompicapo per gli studiosi.

Mentre se  il manoscritto di Serafini si può leggere alla luce del desiderio dell’artista di realizzare una “poesia” visiva, ponendosi nella scia di altri artisti che all’inizio degli anni sessanta diedero vita ad un prolifico dibattito fra cultura e comunicazione, il secondo manoscritto nella sua perfetta incoerenza è ancora incomprensibile.

Il mistero delle opere del signor Gurlitt

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Il 28 febbraio del 2012 si scopre a Monaco un tesoro composto da 1285 opere di grandi artisti delle avanguardie novecentesche, come Picasso, Chagall, Liebermannn. Sono in casa del signor Gurlitt che li ha ricevuti dal padre, commerciante di oggetti d’arte, tale Hildebrand Gurlitt: tra i pochi, durante il nazismo ad avere accesso a quella che Hitler e il suo regime consideravano arte degenerata. Solo 121 tele erano erano state incorniciate. La Germania trova questo tesoro ma non ne fa parola con nessuno fino a qualche giorno fa, quando il giornale  Focus ne dà notizia. Solo allora la procura di Augusta la conferma. Si apre il caso. Il signor Gurlitt è stato scoperto in possesso di questi quadri a causa di un reato fiscale contestatogli dalle autorità tedesche.

Si sono aperte le ipotesi più diverse. In verità sappiamo ben poco di questo corpus di opere. Ma qualcosa comunque lo possiamo dire: ad esempio, che una tela di Matisse apparteneva al nonno di Anne Sinclair, la celebre giornalista francese. Suo nonno l’aveva in casa quando dovette lasciare la Francia, perché ebreo, al momento dell’invasione nazista. Ho letto che la sua abitazione venne saccheggiata dalle truppe tedesche e che le opere da lui raccolte (era un mercante d’arte, amico di Matisse e di altri grandi pittori) sparirono. C’è una foto che lo ritrae a casa sua, prima dell’invasione, davanti proprio alla tela di Matisse ritrovata a casa Gurlitt.

Come sarà venuto in possesso delle opere il signor Gurlitt padre? Certo non si tratta del “tesoro di Hitler” come qualcuno ha ventilato: Hitler, pittore figurativo fallito e divenuto imbianchino, odiava l’arte delle avanguardie perché non la capiva e perché, magari, gli faceva pure paura: come si fa a organizzare uno stato totalitario, quando c’è ancora in giro una forma d’arte che è un continuo grido contro il conformismo?

E allora quei quadri a chi appartenevano? Alcuni dicono che Gurlitt li ha acquistati dopo la celebre esposizione di “arte degenerata” organizzata dai nazisti nel 1937, proprio per screditare agli occhi del pubblico la parte migliore della produzione artistica dei primi decenni del novecento.

Balle: se così fosse, come si spiega la presenza tra quelle opere di quella rubata al nonno di Anne Sinclair nel 1940, al momento dell’occupazione della Francia?

Per ora non si sa niente sull’acquisizione di queste opere, tranne una cosa:  v’è fortissima probabilità che siano il frutto di appropriazioni indebite, di veri e propri furti perpetrati a danno di chi allora si trovava a fuggire, incalzato da uno dei momenti più bui della storia europea.

Magari erano state tutte raccolte da un gerarca nazista – qualcuno tipo Hermann Goering – che ostentava obbedienza a Hitler e ai suoi criminali dettami, ma che in cuor suo conosceva il valore di quelle opere. E magari quel gerarca le aveva nascoste proprio grazie alla complicità di un mercante come Gurlitt che poi, a guerra finita, con il proprietario (illegittimo) in fuga o davanti al tribunale di Norimberga, si è appropriato di tutto.

L’esercito tedesco, durante la guerra, era una macchina perfettamente strutturata e organizzata. Se rubava opere d’arte, sicuramente lo faceva con alle spalle una rete che sapeva smistare la refurtiva verso qualcuno. Non v’era tanto spazio per l’iniziativa individuale. Tant’è vero che molte prove sui crimini commessi dalle forze militari e paramilitari tedesche, sono state trovate proprio grazie a questa mania di classificare e organizzare tutto. Magari Gurlitt padre era il terminale di questa rete per conto di uno o più gerarchi.

Speriamo solamente che adesso, con decenni di ritardo,sia possibile compiere un atto di giustizia e restituire tutto questo agli eredi dei legittimi proprietari.

Suona incredibile che ancora ci sia qualcuno che glorifica i crimini del nazifascismo. Ma dove vive questa gente?

Premio Goncourt per la letteratura

Au revoir là hautPierre Lemaitre ha vinto il premio Goncourt per la letteratura, uno dei più prestigiosi premi letterari francesi. Il premio Goncourt istituito da Edmond de Goncourt stabilisce che il premio sia assegnato « all’originalità del talento, ai tentativi nuovi e arditi del pensiero e della forma ».

Alcuni critici non si sono trovati d’accordo ( come al solito ) con l’assegnazione  poiché, hanno scritto, il romanzo non è affato innovatore né nella forma né nella trama, anzi farebbe l’occhiolino alle celebrazioni per il centenario della Grande Guerra che iniziano in questi giorni. Ma la polemica è sempre presente in questi frangenti.

Fatto sta che Au revoir là-haute é stato definito « amorale, divertente, nero e profondo ». Rapidamente la trama.

Edouard e Albert sono due sopravvissuti al grande massacro della Prima Guerra Mondiale, ma tornati al loro vilaggio si accorgono che non c’è pietà per chi é sopravvissuto, ma solo lacrime per i caduti. Si ritrovano dunque in un luogo che non domanda altro che dimenticare la tragedia, il cui ricordo, al contrario, viene costantemente alimentato dal loro essere rimasti vivi.

Albert ha un lavoro Edouard vive del ricordo di quando era più giovane e amato dalla sua famiglia e possedeva un certo talento per il disegno. E all’«arte» egli ritorna disegnando lapidi per le tombe che mano mano vengono riempite con i cadaveri giacenti ancora sui campi di battaglia e rastrellati per conto dello Stato, al prezzo di 80 franchi l’uno, dal Tenente Pradelle il qule si getta a capofitto nell’abietto traffico e riesce a restaurare il Castello di famiglia.

In questo romanzo l’autore, che proviene dal genere poliziesco noir, riesce a fare un affresco degli anni seguenti la Grande Guerra con humor (nero anch’esso), anni durante i quali si sono create grandi e discutibili fortune da parte di individui privi di senso morale e senza scrupoli, il quali agirono su un mondo che usciva a pezzi dal passato.

Il romanzo è stato definito « una metafora dell’Europa sferzata dalla crisi attuale »

Arte soggetta a deperimento

Dieter Roth, ritratto dell'artista, multiplo, 1968, cioccolato
Dieter Roth, ritratto dell’artista, multiplo, 1968, calco di cioccolato con cibo per uccelli

Oggi fino al 9 febbraio si inaugura, a HangarBicocca di Milano, una mostra antologica dedicata a Dieter Roth. Un’artista difficile da capire per chi si discosta mal volentieri dai canoni tradizionali dell’arte. Ma, se lo andate a vedere, credo che abbia la capacità di incuriosirvi e farvi riflettere sugli sviluppi e le trasformazioni dell’arte contemporanea.

Dieter Roth (1930-1998), poeta, grafico, esperto di musica e design, ha spaziato in campi diversi sperimentando sia nel campo della tecnica che in quello dei materiali dell’arte. Pittore, interessato all’arte cinetica, ad un certo momento della sua vita comincia a inserire materiali deperibili nei suoi lavori: cioccolato, formaggio, pasta di pane. Materiali che gli interessano proprio per la loro natura transitoria. Nel 1982 ha rappresentato la Svizzera alla biennale di Venezia e ha collaborato con artisti come Daniel Spoerri, Richard Hamilton e Arnolf Rainer.  Le sue opere sono scelte come un atto che si insinua dentro il vivere quotidiano e vive il tempo del suo svolgimento. Oltre a questo, Roth è stato interessato molto anche al concetto di opera d’arte come multiplo – un concetto che mette in crisi l’idea dell’unicità dell’opera –  realizzando opere che sono sospese tra la banalità dell’immagine e la sofisticatezza di un’opera autenticata da una piccola tiratura e firmata. Ha prodotto libri d’artista e ha fondato anche delle case editrici.

Dieter Roth, Cologne Divisions,1965
Dieter Roth, Cologne Divisions,1965

Roth ha partecipato più volte alla Biennale di Venezia. Come dicevamo, nel 1982 rappresentò la Svizzera. Per questa edizione, invece, Massimiliano Gioni lo ha ricordato con  Solo Szenen, una videoinstallazione  del 1997-98 composta di 131 monitor collocati dentro scaffali di legno, un’installazione intesa come un diario in cui durante un periodo di convalescenza dell’artista lo si poteva seguire in tutta la sua attività quotidiana.

Dieter Roth, Solo Szenen, 1997-98
Dieter Roth, Solo Szenen, 1997-98

I video ci offrono tutti i momenti di questo periodo,  non nascondono niente ma ci immergono nel tempo che passa guardando la sua vita.  Nel catalogo della biennale si legge: “ Per tutta la sua carriera pluridecennale, Dieter Roth non ha mai fatto distinzione tra arte e vita(…) La passione di Roth per le rovine e i rifiuti si estendeva fino ad incorporare l’immagine stessa dell’artista(..). ( dal catalogo Palazzo Enciclopedico,mostra, La Biennale di Venezia, p.410)

Cioccolato svizzero? No Novi. Eppure un legame con la Svizzera Novi lo va cercando perché sarà  proprio lui lo sponsor alla mostra. di Dieter Roth al Hangar della bicocca a Milano. E grazie allo sponsor è stato possibile ricostruire due grandi installazioni a cui ha partecipato il figlio dell’artista, Bjiorn, fatte con 4 tonnellate di cioccolato.

Mostra da non perdere.

Chiacchiere del lunedì

Delphine Boël, The Golden Rule blabla
Delphine Boël, The Golden Rule blabla

Sono passate le feste e, anche se in Svizzera i Santi non si festeggiano, gli echi di Halloween si sono fatti sentire anche qui. Ma che dire dell’Italia? Dopo tanto tempo mi sono ritrovata in Italia il 31 ottobre e sono rimasta stupita. Nella mia città ho visto tanti  adulti vestiti con coltelli infilati in testa, sanguinolenti e con le occhiaie marcate di nero. Avanti gli zombi e le streghe se è un modo per esorcizzare con leggerezza ciò che ci fa paura e se ci fa scacciare un po’ di ansie quotidiane.

Per ricordare le origini pagane di Halloween vi rimandiamo all’articolo dell’anno scorso, mentre qualche parola va spesa per la festa cristiana di Ognissanti. Festa in origine celebrata il 13 di maggio “in onore di tutti i santi e i martiri”, data in cui nel 609 Bonifacio IV dedicò il Pantheon alla Vergine Maria e a Tutti i martiri. Fu papa Gregorio Magno che nell’VIII secolo la spostò al primo di novembre, forse per contrastare la festa pagana che apriva il nuovo anno. Nel 998 Odilone abate di Cluny per primo mise in connessione la festa di Ognissanti con la commemorazioni dei defunti del 2 di novembre, dando disposizione di celebrare nell’abbazia il rito dei defunti a partire dal vespro del primo novembre, lo scopo era palese: dare consolazione ai morti affinché fossero propizi ai vivi.

Devo dire che la tradizione di queste feste mi manca, qui dove non ne arriva neppure l’eco. Sancivano in qualche modo l’inizio del freddo, l’arrivo della notte precoce, la fine della bella stagione e portavano con se la malinconia delle foglie cadute e della nebbia…

My mum was beautiful

In questi giorni c’è chi ha l’abitudine di festeggiare le streghe c’è chi invece li trascorre ricordando chi non c’è più .

Yoko Ono, My Mum was Beautiful,
Yoko Ono, My Mum is Beautiful,

Io ho avuto una mamma speciale ( posso considerarmi la sola? ) e forse per questo da sempre ho simpatia e affetto per questo mestiere vecchio come il mondo, fatto di splendore e debolezza.

Allora, in questi giorni di festa e di memoria penso che l’opera di Yoko Ono  My Mum Was Beautiful  rappresenti l’immagine più efficace che possa parlare (della mia mamma), del passaggio delle donne sulla terra e del loro legame con i misteri dell’universo.

Chi volesse vedere l’opera, in questo momento può recarsi alla dodicesima Biennale di Lione. Qui potrete stupirvi della potenza delle foto e, se volete, potrete anche portarvele via in forma di spillette. Nell’ installazione c’è anche un muro per scrivere un pensiero e infine un video di una straordinaria performance dell’artista fatta negli anni Sessanta.

“Fried chicken just tend to make you feel better about life”, she wrote

octavia spencerSe vi chiedessi a bruciapelo chi è Jessica Fletcher, sono sicura che molti saprebbero darmi una risposta precisa e senza indugio, molti cercherebbero di ricordare di chi si tratta, associando il nome ad un volto, forse solo i più giovani sarebbero un po’ spiazzati. Comunque nella quasi totalità dei casi la risposta prima o dopo arriverebbe: ma sì, certo! é la “signora in giallo”.

La “signora in giallo”, dal nome della serie televisiva (in inglese il titolo è Murder, she wrote, mutuato da Agatha Christie) che ci ha tenuto compagnia ininterrottamente dal 1984 al 1996 e che grazie ad alcune reti televisive ancora oggi fa capolino nelle nostre case. Il personaggio è un’inossidabile ex insegnante di inglese, interpretata da Angela Lansbury, che fu scelta perché Jean Stapleton e Doris Day rifiutarono la parte.

Certo succedevano tutte a lei, e il piccolo e pittoresco paese di Cabot Cove, idealmente piazzato in un bucolico angolo della costa del New England, naturalmente inesistente, vantava un indice di criminalità al quale neanche i bassifondi di New York potevano anelare.

Per quante serate e pomeriggi la gentile signora, diventata brillante scrittrice di libri gialli di successo, ha risolto l’immancabile omicidio settimanale con l’aiuto di un suo parente (in genere nipoti) o di un amico o di un socio d’affari!? È vero, forse troppi, eppure il successo è stato planetario!

Gli episodi seguivano uno schema abituale: la signora Fletcher si trovava ad incontrare una cerchia di amici o parenti fra i quali c’era un individuo sgradevole contro il quale qualcuno della cricca aveva pronunciato velate o palesi minacce. L’antipatico di turno si ritrovava assassinato e un amico o un congiunto della scrittrice veniva accusato di omicidio, in quanto principale sospetto. Ma niente paura la scrittrice dopo una breve e arguta investigazione scopriva sempre il vero assassino.

E siamo andati avanti così per oltre un decennio, 264 puntate! quindi potrete capire il mio sgomento nell’apprendere che l’americana NBC voleva resuscitare il personaggio!

Ma la vera e gradita sorpresa di questo remake è la protagonista. Infatti i panni dell’investigatrice Fletcher verranno vestiti da un’attrice alla quale ci siamo affezionati, e molto: Octavia Spencer, che ha ottenuto un Oscar per la parte della mitica Minny Jackson nel film The help, un concentrato unico di forza e vulnerabilità, che risolveva i problemi della vita dicendo che “il pollo appena fritto tende a farti sentire meglio” .

Dunque sebbene non sia proprio fan della “signora in giallo”, aspetto con ansia il pilot della nuova serie per dare una chance al personaggio e per affezionarmici ancora una volta.

Vedremo!

Immagini per comunicare

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Sarà perché sono pochi giorni che con un’amica sono riuscita a scaricare un programma che mi permette di mandare oltre ai messaggi telefonici anche una miriadi di immaginette, come un alfabeto di facce che ridono, cuori, mille specie di animali; sarà perché sono in lotta perenne con una figlia che vuole farsi fare un tatuaggio, ma in questi giorni riflettevo su come le immagini abbiano preso il sopravvento nella nostra vita.

Per esprimere un pensiero si invia un’icona, per ricordare qualcosa che ci preme lo traduciamo in immagine e ce lo tatuiamo sul corpo. Alcuni simboli,  poi, c’è chi ha trovato il modo di tradurli  con la punteggiatura. Un nuovo modo di esprimersi, un nuovo alfabeto .

Per gli storici dell’arte lo studio dell’iconografia è cosa decisiva per accostarsi ad un opera. L’esempio più semplice sono le raffigurazioni dei santi: ognuno aveva i suoi attributi e così tutti li  riconoscevano.

Mi chiedo se presto verranno fondate nuove cattedre universitarie dedicate all’iconografia comune, direi quotidiana, del XXI secolo, oppure se con il tempo cesseremo gradualmente di usare molte parole  e ci rivolgeremo agli altri solo con faccine stupite, allegre e tristi.

Le immagini ci sommergono: quando gli adolescenti escono e si incontrano, in verità trascorrono una buona parte del loro tempo in comune a scattare foto da  caricare subito sui social media. E così che la  nostra cultura si basa sempre più sul vedere e tale condizione ci porta a confondere  le preziose distinzioni tra “il vero essere e il semplice apparire ”. (David Foster Wallace, Di carne e di nulla, Einaudi, 2013, p. 102).

La nostra immagine, la scelta  delle immagini che facciamo per comunicare un’ emozione, oppure l’immagine incisa sulla pelle che non potrò più cancellare,  mi proiettano tutta verso l’atto di mostrarmi: sono come un attore sul grande schermo, perché come ancora Wallace ci dice “la caratteristica più significativa delle persone  oggi è la guardabilità”.

E ora l’arte visiva, che nasce per essere guardata, come ne esce da questa trappola? Riuscirà a rimanere indenne da questo nuovo modo di porsi? Non credo, perché in fondo gli artisti  sono essi stessi immersi in questo mondo.

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Yoko Ono, Summer Dream, Fondation Bullukian, Lione, 2013

Connettersi e comunicare, ad esempio, è ciò che ha sperimentato Yoko Ono con la sua opera Summer Dream,  presente alla 12esima Biennale di Lione: incoraggia i visitatori a descrivere i propri sogni d’estate su un computer. Si tratta di testi brevi,  che in un secondo momento vengono proiettati con una scritta elettronica su una panchina collocata nel giardino presso la Fondation Bullukian. L’artista ci esorta “fate che i vostri sogni si realizzino su un muro, lontano…”. E così,  con questo atto, ci permette ancora una volta di portarci fuori da noi stessi e mostrarci al pubblico.