Orange your neighbourhood

international-day-elimination-violence-against-women-un-has-launched-orange-yourIeri, 25 novembre, è stata la giornata internazionale per l’eliminazione della violenza sulle donne. Da ieri fino al 10 dicembre, giornata internazionale dei diritti umani, saranno 16 giorni di attivismo contro la violenza basata sul “genere”, affinché sia posta fine alla violenza sulle donne, ragazze, bambine di tutto il mondo.

Quest’anno un’iniziativa singolare viene proposta dalla United Nations Secretary-General’s UNiTE campaign. Con lo slogan “Orange YOUR Neighbourhood” la UNiTE chiama tutte le donne ad organizzare, tra il 25 novembre e il 10 dicembre, degli Orange events nelle strade, presso i negozi, negli uffici del vicinato per attirare l’attenzione su questo scandalo planetario.

L’invito è quello di entrare in contatto con i vicini, con i negozi locali, il venditori di cibo all’angolo della strada, i distributori di benzina, i cinema locali, i barbieri, le scuole, le biblioteche e gli uffici postali, per colorare tutto di arancione: luci arancioni, bandiere arancioni sui punti di riferimento, nastri arancioni dove sono permessi, e organizzare punti di incontro dove sensibilizzare sulla violenza contro le donne e discutere le migliori soluzioni per la propria comunità. L’invito è a condividere le foto e i video che mostrano quanto siamo arancioni (#orangeurhood).

Solo 5 punti per comprendere il perché di queste manifestazioni:

  • La violenza contro le donne è una violazione dei diritti umani
  • La violenza contro le donne è la conseguenza della discriminazione contro le donne, nella legge come nella pratica, e del persistere delle ineguaglianze fra uomini e donne
  • La violenza contro le donne ostacola, progressi in molti settori, tra cui l’eliminazione della povertà, la lotta contro l’HIV / AIDS, e la pace e la sicurezza
  • la violenza contro le donne e le ragazze non è inevitabile. La prevenzione è possibile ed essenziale
  • La violenza contro le donne continua ad essere una pandemia globale

 

 

Ancora sul signor Gurlitt

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Il 7 novembre 2013 avevamo riportato sul blog una notizia sul signor Cornelius Gurlitt, figlio del mercante d’arte Hildebrand Gurlitt, operante in Germania negli anni del nazismo.

Questo signore, residente a Monaco, a seguito di una ispezione fiscale, era stato trovato in possesso di una collezione lasciatagli dal padre e composta di 1600 dipinti, disegni e incisioni. Le opere, fin da subito, vennero associate al sospetto di essere un tesoro sottratto o trafugato ai legittimi proprietari grazie alle leggi naziste, che avevano messo al bando molte opere di avanguardie perché definite frutto di “arte degenerata”, così rendendone possibile il furto e l’accantonamento da parte di pochi scaltri operatori che agivano di combutta col regime.

Il signor Gurlitt ha sempre detto che le opere erano state lui lasciate dal padre, il quale le aveva acquistate legittimamente come mercante, e che lui le teneva nascoste in casa perché questa era la sua maniera di goderne appieno.

I sospetti però rimanevano e ciò ha scatenato un grande dibattito. Le autorità tedesche, che hanno subito messo la collezione sotto sequestro, e una task force di esperti creata per questo caso hanno dichiarato che circa 499 opere sono di provenienza apparentemente illegale (ma la commissione è ancora al lavoro). Rimane anche il sospetto che, se anche comprate, lo siano state in condizioni di sostanziale svantaggio per il venditore, costretto a cedere a basso prezzo.

Poco tempo dopo questa scoperta il signor Gurlitt figlio è deceduto ed è saltato fuori il suo testamento, col quale annunciava di voler lasciare tutte queste opere al Museo di Berna, in Svizzera.

La controversia si è subito aperta: come può decidere lui a chi dare l’eredità se si sospetta che le opere, almeno in parte, siano state rubate oppure, nel migliore dei casi, estorte alle vittime grazie all’obbrobrio delle persecuzioni razziali?

Oggi, però, sembra che si sia messa la parola fine a questa vicenda. Infatti il Museo delle Belle D’arti di Berna ha dichiarato che accetterà questa eredità ad una condizione: che tutte le opere di dubbia provenienza rimangano in Germania, per essere restituite ai legittimi proprietari o ai loro eredi. Il governo tedesco, dal canto suo, si è impegnato a restituire le opere in questione, assumendosi tutte le spese di restituzione.

Credo che vedremo presto a Berna le opere rimanenti (nonostante un cugino di Gurlitt si sia fatto avanti per reclamarne l’eredità). La Jewish Claim Conference e la Federazione svizzera delle comunità israelitiche (FSCI) si sono dichiarate soddisfatte.

La storia ci ha appassionati e alla fine ci sentiamo sollevati dal fatto che una questione così spinosa e complessa abbia trovato in tempi relativamente rapidi una buona soluzione di compromesso.

 

 

Chiacchiere del Lunedì

Delphine Boël, The Golden Rule blabla
Delphine Boël, The Golden Rule blabla

Nella marea di notizie che ci travolgono, a volte è difficile individuare qualcosa che valga la pena di approfondire. Inoltre se scartiamo le notizie “brutte”, quelle che non vorremmo mai sentire, ma di cui sono piene le testate giornalistiche, e le notizie di  politica, nelle quali ci si potrebbe avvitare a spirale, che rimane? Oltre alle lunghe liste di amenità varie che sembrano caratterizzare i giornali o line in questo periodo (la 16 bibite più sane, le 25 invenzioni dell’anno, gli hotel più belli da vedere ecc ecc) ho rintracciato due belle notizie, di quelle che vorremmo leggere tutti i giorni.

La prima naturalmente si riferisce alla nostra Samantha Cristoforetti, prima astronauta donna lanciata sulla Soyuz TMA 15M ieri nello spazio dove vivrà per 6 mesi sulla stazione spaziale internazionale a 400 km di distanza dalla terra. Samantha sarà in prima persona coinvolta in 10 esperimenti  elaborati dalle maggiori università italiane, dal Consiglio nazionale delle ricerche, dalla Fondazione don Carlo Gnocchi e da alcune società private. Si indagherà sui ritmi del sonno e sulle eventuali anomalie, sulla circolazione sanguigna nel cervello, sul metabolismo osseo e muscolare degli astronauti.

La seconda notizia, molto meno importante, è l’operazione Teddy rescue che la compagnia ferroviaria First Great Western inglese ha deciso di intraprendere. La compagnia infatti metterà on line le “foto segnaletiche” di tutti i peluches abbandonati o dimenticati nei treni in attesa che si faccia avanti il  proprietario. Sul sito della compagnia nella sezione dedicata al Teddy rescue leggiamo, questi amici pelosi “hanno viaggiato per molto tempo, e alla fine hanno trovato accoglienza nel Lost and Found nel deposito della Bristol Temple Meads Station, dove sono stati sfamati e custoditi. Ora però sentono la mancanza della loro famiglia”.

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“I am lost. I have been on a little adventure and met some great friends on the way, but I don’t know how to get home. You know we miss our families. We are all wanted.” Anonymous Bear, Lost property, Bristol Temple Meads, 21 Nov 2014.

Tipicamente inglese!

 

 

La cartolina

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Quanta strada nei mie sandali…quanta ne avrà fatta Bartali: la cantava quel genio di Jannacci (ed era scritta da Paolo conte). E oggi dedichiamo la cartolina al  vecchio Bartali che non cessa di trovare ammiratori. Adesso ne ha anche al di là del mediterraneo, in Israele. Ho saputo che pochi anni fa il suo nome è stato inserito nel giardino che commemora i “giusti fra le nazioni”. Sono le persone che si adoperarono per salvare gli ebrei dalla furia assassina e sterminatrice dei nazisti.

Bartali fra coloro che si opposero all’Olocausto? E come? si rese disponibile per trasportare documenti falsi, procurati dalla chiesa cattolica Toscana alle famiglie ebree nascoste nei conventi; servivano a farle ripartire verso nuove destinazioni e verso una nuova vita. Era un reato punito – durante l’occupazione nazista – con la morte. Spesso una sentenza comminata sul posto, senza passare per alcuna formalità processuale. Fucilazione immediata.

La sala di lettura

Roberto Barni
Roberto Barni

copL’amore Molesto di Elena Ferrante

Nella nostra sala di lettura ognuno può esprimere la propria opinione. Finora ho sempre parlato di libri che ho amato, che mi sono piaciuti oppure che mi sono interessati. Oggi invece mi trovo ad esprimere un giudizio che mi vede decisamente controcorrente rispetto non solo alla critica ufficiale, ma anche al pensare comune.
È necessaria una breve introduzione. Confesso che ho incominciato a leggere L’amore molesto di Elena Ferrante solo dopo aver scoperto che all’estero era diventata lei stessa un “caso” editoriale ancor prima che la sua opera venisse conosciuta e apprezzata. Infatti ciò che ancor prima dei suoi romanzi ha affascinato i lettori anglosassoni è stato il mistero che avvolge la sua identità. Pare infatti che americani e inglesi abbiano sviluppato la “Ferrante Fever” a partire dal “mysterious power of Elena Ferrante”, come lo ha definito il New Yorker: chi sia, se sia uomo o donna, se si tratti di un personaggio noto che si nasconde dietro pseudonimo, che celarsi al pubblico sia una sottigliezza mediatica, una furberia birbona o una paura da sociopatico, nessuno lo sa. E in un ambiente come quello dell’editoria in cui il presenzialismo mediatico gioca ormai un ruolo importante per l’affermazione di un autore, il mistero che avvolge questa figura, che concede interviste non solo con l’intercessione della sua casa editrice, ma soprattutto solo attraverso e-mail, ha dello straordinario.
Ma passiamo al libro, il primo ad essere pubblicato della scrittrice (per comodità mi riferirò a lei come se fosse sicuro si tratti di una donna) scritto più di vent’anni fa nel 1992, che narra la vicenda di una figlia che torna nella città in cui è cresciuta, per il funerale della madre, morta suicida in circostanze misteriose. La città in questione è Napoli declinata nel peggiore dei modi: una città caotica, villana, appiccicaticcia, in cui anche il tempo non è clemente e il mare  pare “carta velina violacea fissata su una parete sbrecciata”. Una città vista dagli occhi di una donna che qui ha sofferto, e molto, non per il solito amore sbagliato giovanile, ma proprio a causa del profondo e, in un certo senso malato, amore per sua madre. La vicenda si dipana fra passato e presente fra sogno e realtà nel tentativo di ricostruire un puzzle che la memoria non vuole affatto ricomporre, per dare senso a una morte che, nonostante le affermazioni e l’atteggiamento della protagonista, pesa sul cuore come un macigno.
Il libro è scritto bene, si legge tutto d’un fiato eppure… eppure non sono riuscita ad apprezzarlo! Una vicenda troppo sfuggente, un’ambientazione disturbante, una protagonista sempre in bilico fra la paura e il desiderio di sapere e di ricordare ciò che ha destabilizzato la sua intera esistenza. Figura volutamente scostante Delia è in bilico anche fra amore e fastidio nei confronti di una madre irresoluta e un padre violento. Un libro di segreti inconfessabili e amore incompreso, comunque da leggere.

 

Siete pronti per discutere con noi Il giuoco delle perle di vetro, di Hermann Hesse? L’11 dicembre si avvicina, mancano poche settimane, dunque coraggio! Mettetevi all’opera.

 

Ma i toscani son tutti delle malelingue

imagesGià Dante aveva una linguaccia velenosa. Di quelli che gli stavano antipatici diceva peste e corna. E non solo spediva la gente all’Inferno o in Purgatorio, come a lui piaceva (anche se non tutti all’Inferno gli stavano antipatici, per Paolo e Francesca prova tanta umana comprensione e compassione da perdere i sensi!), ma sparlava di questo e di quello e inveiva persino contro città intere. Però il sommo Poeta poteva. E si sa che quella di essere malelingue sembra caratteristica comune a tanti toscani. Io sono di Prato e da noi si diceva che i nostri vicini pistoiesi fossero un po’ morti di sonno e un po’ ladri sacrileghi (e mica per via di Vanni Fucci, ma perché cercarono di fregarsi la Cintola della Madonna custodita nella nostra cattedrale). Dei fiorentini poi non ci siamo mai fidati. Tra Pisa e Livorno non corre buon sangue. I lucchesi si sentono un po’ superiori con la storia del loro vecchio ducato. E così via. Tutti con qualcosa da ridire sugli altri. In Toscana le parole sono taglienti. Ricordo un nonno che passeggiava col nipotino. Quest’ultimo cadde dalla bicicletta: “bravo bischero!” Lo apostrofò il nonno, senza pietà. Nessuno sfugge a questa regola di vita. Ricordo anche un prete anziano che non riusciva ad aprire il tabernacolo e armeggiando con la chiave esclamò: “ma che c’è qui dentro? Il demonio?!?!”. Il fatto e’ che l’amore per la battuta secca accomuna tutti da noi. Una mia amica di Viareggio, davanti a una signora col didietro voluminoso, se ne uscì con: “Se quella fa aria in un sacco di coriandoli, viene il carnevale!!!”.  Anche sul lavoro non ci si salva. Guai ad essere maldestri, si viene subito stigmatizzati con parole al vetriolo. Credo che la capacità dialettica del nostro premier venga dall’essere cresciuto in questa Toscana, dove se non hai la lingua pronta non sopravvivi. Forse quelli che si vogliono confrontare con lui in un dibattito dovrebbero prima passare qualche mese fra Firenze Livorno, per allenarsi a rispondere a tono.

…il filo di ARIADNE

teso_ariannaChe farsene di quattro milioni e mezzo di schede di materiale archeologico, che le nazioni europee hanno prodotto nel corso del tempo, che senza una piattaforma valida non sono consultabili? Niente paura sta arrivando Ariadne, progetto dell’Unione Europea, realizzerà una sorta di Google map dell’archeologia. Sarà un modo per mettere un po’ d’ordine nella grande massa di dati, ordine che consentirà non solo agli studiosi ma anche ai curiosi l’accesso ad archivi, documenti, foto, riproduzioni 3D, ricerche altrimenti non fruibili.

ARIADNE (l’acronimo sta per Advanced Research Infrastructure for Archaeological Dataset Networking in Europe) consentirà ai ricercatori l’accesso transnazionale a banche dati, strumenti e linee guida, faciliterà la creazione di nuovi servizi Web basati su interfacce comuni per archivi, disponibilità di set di dati di riferimento e l’utilizzo di tecnologie innovative. ARIADNE stimolerà nuovi percorsi di ricerca nel campo dell’archeologia, basandosi sul confronto, il riutilizzo e l’integrazione nella ricerca corrente degli esiti di ricerche sul campo passate e in corso e, in fine, delle attività di laboratorio. Tali dati, finora sparsi tra diversi archivi, banche dati, rapporti di lavoro sul campo non pubblicati (letteratura grigia) o in via di pubblicazione consentirà la condivisione delle conoscenze. ARIADNE contribuirà alla creazione di una nuova comunità di ricercatori pronti a sfruttare il contributo della tecnologia informatica e di incorporarlo nella metodologia della ricerca archeologica.

La sfida, come annuncia il capo progetto, l’italiano Franco Niccolucci del Pin-Polo Universitario Città di Prato, “è quella di passare da informazioni disordinate a dati e informazioni strutturate, organizzate allo scopo di consentire a chi fa ricerca di confrontare e integrare le proprie scoperte con quelle di altri studiosi. È così che si crea nuova conoscenza”.

A coordinare le attività è il Pin Polo Universitario Città di Prato, in collaborazione con l’Associazione Europea degli Archeologi (European Association of Archaeologists – Eaa), con il Cnr e con il Ministero per i Beni e le Attività Culturali italiani. Nel consorzio sono inoltre presenti le Accademie delle Scienze di Austria, Bulgaria, Repubblica Ceca, Slovenia e Olanda e l’Istituto Archeologico Germanico insieme a centri nazionali di ricerca sui beni culturali di Francia, Grecia, Irlanda e Spagna e altre istituzioni culturali, accademiche e di ricerca da Cipro, Regno Unito, Romania, Svezia e Ungheria, per un totale di 24 partner in rappresentanza di 16 paesi europei.

A dimostrare che l’Unione fa la forza!

Chiacchiere del lunedì

Delphine Boël, The Golden Rule blabla
Delphine Boël, The Golden Rule blabla

Se Dio vuole, i diritti umani sono popolari con tanta gente. La moglie, invidiatissima, di George Clooney è una avvocatessa specializzata proprio in questo campo. Una persona così interessante da essersi accaparrata lo scapolo d’oro del nostro tempo. Le star del cinema, poi, si fanno in quattro per proteggere i diritti e le vite di comunità marginalizzate ai quattro angoli del pianeta. Compreso il bel George, col suo impegno in Sudan.

Organizzazioni come Human Rights Watch non sono mai state così autorevoli col pubblico. Proprio quest’ultima ha celebrato con la sua cena annuale di autofinanziamento, pochi giorni fa a Londra, la meravigliosa figura di un sacerdote cristiano, padre Kinvi, che ha salvato moltissimi musulmani dalla vendetta delle milizie cristiane in Repubblica Centrafricana, mettendo continuamente a rischio la propria vita. Alla cena, che si è tenuta nel Victoria and Albert Museum, sono state battute in asta opere di Damien Hirst e di Jeff Koons. Arte e mondanità unite per i diritti umani. Tutto serve per promuovere l’unico vero baluardo a ogni forma di barbarie.

Cartoline

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Gianotti

La cartolina di oggi la dedico a Fabiola Gianotti per tre motivi: perché è Italiana, perché è donna, infine perché ha la mia età!

Fabiola Gianotti è diventata, a cinquantadue anni, la prima donna Direttore generale del CERN di Ginevra (e lascio “direttore” perché in 60 anni di vita questa carica è sempre e solo stata appannaggio dei colleghi maschi) e prenderà il suo nuovo posto a partire dal 2015, anno molto importante per il CERN, poiché verrà riacceso l’acceleratore di particelle Lhc attraverso il quale gli scienziati sperano di aprire una finestra su quella che, dopo la scoperta del Bosone di Higgs, viene definita la “nuova fisica”.

Romana di nascita, la Gianotti ha studiato a Milano ed è la terza italiana che ottiene questa eminente carica dopo il Nobel Carlo Rubbia, direttore italiano del Cern, dal 1989 al 1994, e Luciano Maiani, direttore generale dal 1999 al 2003.

“il Cern ha sempre celebrato la diversità, di età, sesso, tradizioni culturali. È una delle sue caratteristiche. Per questo continueremo a incoraggiare le giovani scienziate a impegnarsi nella ricerca fondamentale, e vigileremo perché abbiano sempre le stesse opportunità dei loro colleghi maschi”.

Complimenti Direttrice e buon lavoro!

 

La sala di lettura

Attenzione: oggi lanciamo il secondo libro che commenteremo assieme l’11 dicembre prossimo.Il libro scelto questo mese è Il giuoco delle perle di vetro di Hermann Hesse.

Roberto Barni
Roberto Barni

Più voci sono meglio di una. E quindi quando in rete nasce un nuovo sito che si occupa di libri è ben accetto.

Il blog si chiama www.illibraio.it e anche se chi lo promuove è il Gruppo editoriale GeMs il loro intento è quello di guardare anche oltre le proprie proposte editoriali e offrire una panoramica a noi lettori delle novità. Nel sito poi offrono anche delle proposte legate ad un tema specifico come la sezione: I libri che parlano di libri, oppure i The best di avventura per l’Indiana Jones che c’è in te e naturalmente Libri per chi ama viaggiare.

Ricordo i discorsi degli adulti e delle maestre, quando ero bambina, in materia di libri e di rendimento scolastico. Dicevano sempre: ah, quella ragazza scrive bene perché legge molto! Oppure: chi legge va avanti più velocemente degli altri. Io la ritenevo cosa naturale, la passione per la lettura, e mi stupivo che dovesse essere promossa sottolineandone i vantaggi: leggere è bello, che bisogno c’è di dire che è anche utile?

Poi da grande mi sono resa conto che è giusto promuovere la lettura, perché così facendo si promuove anche una crescita culturale collettiva. Vivendo fuori dall’Italia mi sono anche resa conto che ci sono paesi dove si legge di più che da noi. A Ginevra, ad esempio, se qualcuno visita la libreria Payot rimarrà colpito di quanti giovani sono seduti per terra a leggere. Dunque, ben venga questa nuova iniziativa. Onore a chi l’ha lanciata. Seguiamola e stiamo a vedere cosa ci proporrà.