Chiacchiere del lunedì

Delphine Boël, The Golden Rule blabla
Delphine Boël, The Golden Rule blabla

Oggi dedico queste righe a chi credeva che lo sport italico per eccellenza fosse il calcio. Beh! Ci siamo sbagliati per anni, anzi per decenni. Lo sport più amato dagli italiani infatti è diventato fare polemica.

La polemica impazza. Se solo ricercate il termine “polemica” su un qualsiasi motore di ricerca in pochi secondi vi appariranno sullo schermo dai 20 milioni di risultati in su!

La polemica scorre nelle nostre vene, non possiamo fare a meno di dire la nostra “polemicamente”. Abbracciamo le idee di chi fa polemica facendo polemica. Insomma siamo tutti campioni mondiali di polemica.

Solo nell’ultima settimana si è fatta polemica sul “botox”, tirando in ballo l’aspetto di diversi attori che ne hanno fatto uso (con risultati per altro terribili), naturalmente sull’EXPO, gli animalisti hanno fatto polemica sui fuochi di artificio, sono state acquistate da una famosa marca di orologi pagine e pagine di quotidiani per polemizzare su alcune frasi di esponenti del governo (ma si sa tutto quanto fa pubblicità)…

Quindi ora tocca a me inserirmi, usando un termine calcistico, a gamba tesa in una polemica che spero si arresti prima possibile perché potrebbe avere una deriva pericolosa. La polemica è scoppiata, ça va sans dire, fra diversi politici italiani che si sono azzuffati sulla mammografia. Non voglio entrare nel merito del problema, mi sembra, infatti, una cosa sciocca commentare frasi estrapolate dal contesto e farne armi politiche. Voglio solo sottolineare ciò che i meno informati potrebbero acquisire da questa vicenda.

Signore, tutte, la mammografia è una cosa seria, è una cosa importante, è vero è un esame antipatico è può essere fastidioso, ma non è assolutamente sovrastimato, è una cosa che ognuna di noi “deve” fare regolarmente. Magari il professore esimio è pagato per farne pubblicità dai produttori di macchine per la mammografia, ma credetemi è una pratica che può salvare la vita! E il fatto che io sia qui a tediarvi ne è la prova!

Buona settimana a tutti.

Côté Suisse

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Che belli sono i festival. A Ginevra ne avremo presto uno di storia: Histoire et cité, dedicato al tema “costruire la pace”. Sarà che celebriamo l’anniversario della fine della seconda guerra mondiale (per noi italiani è anche l’anniversario della entrata nella prima guerra), oppure quello del congresso di Vienna – che ristabilì un equilibrio precario in Europa dopo gli sconvolgimenti napoleonici – oppure che viviamo tempi difficili con conflitti un po’ dappertutto, ma il tema è azzeccatissimo.

Si tratta di una serie di conferenze e di proiezioni di film sul tema della guerra e della pace. L’idea del festival è che pace non sia solamente assenza di guerra, ma un qualcosa che si costruisce, si coltiva, si edifica, tutti assieme, anche dopo aver vissuto le peggiori sofferenze. E per capire come si costruisce la pace, bisogna anche capire come mai scoppiano le guerre.

Si parla quindi di conflitti e di accordi di pace di ieri e di oggi. E Ginevra con le sue istituzioni, con la sua storia di impegno per un mondo migliore, è al centro di tante conferenze. Storici, antropologi, sociologi, giornalisti, giuristi, diplomatici, si danno appunatmento in città dal 14 al 16 maggio. Uniamoci a loro.

Il programma è fitto di appuntamenti, chi volesse saperne di più http//histoire-cite.ch

La sala di lettura

Roberto Barni
Roberto Barni

Irène Némirovsky, Suite francese

È appena uscito nelle sale cinematografiche Suite francese, tratto dal magistrale romanzo di Irène Némirovsky che porta lo stesso nome. Una strana operazione che, sebbene abbia forzatamente incentrato l’intera pellicola solo su una delle tante vicende narrate nel libro, ha avuto l’indubbio valore di riportare alla memoria del pubblico un’opera letteraria di incredibile pregio, nata da una penna tormentata. In effetti quella della Némirovsky è una storia unica nella sua tragicità.

Figlia di genitori benestanti, di origine ebraica, l’autrice ha attraversato non solo l’intera Europa per sfuggire alle devastazioni della guerra, ma soprattutto un’intera epoca di cui ha saputo riportare il clima di orrore e violenza. Nata a Kiev nel 1903, nel 1913 si trasferisce a San Pietroburgo e nel ’18 sfugge alla Rivoluzione Russa passando per la Finlandia, Stoccolma e infine la Francia, che diventa patria di adozione. A Parigi scrive e crea storie su un’umanità spezzata dal dolore e dalla insensatezza della guerra, storie di personaggi che come lei hanno lasciato tutto dietro di sé per ricominciare e ricominciare da capo ogni volta. Il suo bisogno di scrivere nasce da un confronto rabbioso contro il “destino femminile”, contro quel ruolo preconfezionato, assegnato nei secoli alle donne: madri, sorelle, amiche amanti. Ed è in Francia che andrà incontro al suo destino, che nonostante la sua chiara visione della vita, non seppe prevedere per sé e per tanti altri come lei. Il 13 luglio del 1942 infatti, sotto il governo di Vichy, Irène viene arrestata perché di origine ebraica, strappata all’affetto delle sue due figlie (che conserveranno nel cuore per sempre il ricordo della mamma tanto da custodirne gli scritti e fare in modo che fossero pubblicati), deportata ad Auschwitz dove morirà il 17 agosto dello stesso anno.

suite franceseI personaggi di Irène Némirovsky sono privi di cielo e di orizzonte, lontani da ogni tipo di redenzione: affamati o sazi, aggrappati a beni materiali su cui hanno costruito la loro finta felicità, l’autrice li dipinge con pennellate graffianti, senza pietà e senza simpatia. Alla base di tutta la storia umana c’è avidità e sete di profitto, apatia e visione ristretta della realtà. Chi ce la fa è colui che volge a proprio vantaggio la situazione sfavorevole, il furbo, il cinico, il maneggione. “Ecco perché i romanzi di questa autrice sono magistrali racconti dell’orrore, claustrofobici incubi a occhi aperti come se la storia – passata, presente, futura – fosse un cumulo di macerie e gli esseri umani un branco famelico di cani o di lupi pronti a sbranarsi tra loro” (dalla prefazione di Maria Nadotti, all’edizione di Suite Francese di Newton Compton Editori).

Il libro concepito dalla Némirovsky, voleva in origine essere composto di 5 parti e doveva intitolarsi Tempesta o Tempeste. Di queste cinque parti l’autrice riuscì a finire, prima della deportazione, solo Temporale di Giugno e Dolce. Suite francese è dunque un’opera interrotta, ma tutt’altro che incompiuta. Nel primo libro è narrato il vero e proprio esodo dei Parigini verso la campagna a causa dell’occupazione nazista imminente. L’autrice mette in movimento varia umanità, un numero incredibile di personaggi si affollano, scappano, si rifugiano nelle campagne della Francia, tutti cercano di raggiungere una indefinita salvezza portando con sé ciò che hanno di più caro al mondo, rappresentato da qui beni materiali che non hanno il coraggio di lasciarsi dietro, ma che tuttavia sono destinati a perdere. In Dolce questa atmosfera centrifuga si placa e la guerra acquisisce un aspetto locale in cui il nemico non è solo rappresentato dal soldato tedesco. La Némirovsky crea un palcoscenico in cui tutti sono contro tutti, in un gioco in cui mors tua vita mea sembra l’unica regola vigente.

Un romanzo corale in cui la descrizione dei luoghi ha una parte importantissima e a volte può sviare il lettore che si perde in quei paesaggi di una Francia rurale, che fanno da sfondo costantemente alle vicende narrate.

Duro e struggente… da leggere

 

 

 

Tutti a Venezia: si apre la 56 Biennale d’arte

2015-stage-biennale-di-venezia4Tutti pronti al via: sabato 9 maggio si apre la 56 Biennale d’arte di Venezia. E’ l’appuntamento più importante per l’arte contemporanea, tutti dovrebbero andarci perchè è un’occasione per capire attraverso la sensibilità degli artisti, il nostro presente, ciò  che è appena passato e cosa ci aspetta.

Quest’anno sarà molto la sensibilità degli artisti africani a guidarci. E cosi, mentre all’Expo a Milano si è appena aperta la grande mostra “Africa. La terra degli spiriti” ripercorrendo l’arte africana dal Medioevo ad oggi ( Museo MUDEC), la Biennale ha come suo curatore il nigeriano Okwui Enwezor e sabato premierà con Leone d’oro alla carriera l’artista ghanese El Anatsui.

Ho visto un lavoro di El Anatsui per la prima volta proprio a Venezia l’opera si intiolava :La bandiera per un nuovo potere mondiale. L’opera era del 2004 ed era esposta in una bellissima mostra dal titolo Artetempo, sulla facciata di Palazzo Fortuny. Era un arazzo fatto di alluminio e filo di rame tessuti assieme con scarti industriali come lattine e tappi di bottiglie. Il materiale viene pressato e cucito assieme. Un lavoro di riciclaggio che affascinò chiunque vide l’opera scintillare appesa a palazzo Fortuny. Oltre a tessere, El Anatsui, lavora anche con oggetti comuni come i vassoi o specchi su cui incide segni e simboli derivati dalla propria cultura.

El Anatsui, In the World But don't Know the World,2011
El Anatsui, In the World But don’t Know the World,2011

Il titolo della Biennale quest’anno sarà All the world’s future e dal sito ufficiale si legge:“Okwui non pretende di dare giudizi o esprimere una predizione, ma vuole convocare le arti e gli artisti da tutte le parti del mondo e da diverse discipline: un Parlamento delle Forme. Una mostra globale dove noi possiamo interrogare, o quanto meno ascoltare gli artisti provenienti da 53 paesi, e molti da varie aree geografiche che ci ostiniamo a chiamare periferiche. Questo ci aiuterà anche ad aggiornarci sulla geografia e sui percorsi degli artisti di oggi, materia questa che sarà oggetto di un progetto speciale: quello relativo ai curricula degli artisti operanti nel mondo. Un Parlamento dunque per una Biennale di varia e intensa vitalità.”

Tra i padiglioni segnalati sembra molto interessante il padiglione turco dove si vedrà il lavoro di Sarkis, un’artista che è da tempo presente a Ginevra nella collezione del museo Mamco .

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Sarkis, l’Atelier depuis 19380, collezione Mamco Ginevra

L’artista è turco di origine armena: il fatto che rappresenti la Turchia è già un simbolo molto forte per la Biennale di Venezia. Il suo lavoro Rainbow, sarà un’installazione fatta di immagini, specchi, neon e specchi atti ad esplorare la magia dell’arcobaleno. E ancora una volta questo lavoro di Sarkis si lega bene a Ginevra dove con le pioggie frequenti è facile rimanere colpiti dalla bellezza  dell’arcobaleno .

Il Palazzo della memoria ed altri metodi

Maurits Cornelis Escher: Print gallery
Maurits Cornelis Escher, Print gallery

Per molti inizia con la primavera il lungo periodo degli esami. Ore e ore di studio aiutati da cuccume di caffè (vecchio rimedio che ha sostenuto le nottate di generazioni di studenti) o dalle bevande energetiche (nuova generazione di eccitanti che, per chi non li ha provati, hanno un indubbio potere). Rompersi la testa per memorizzare nozioni e date e per ognuno una tecnica particolare, un trucco, un giochetto per aiutare il cervello a conservare le informazioni almeno fino agli esami.

L’University College di Londra ha pensato allora di lanciare un concorso per trovare la migliore tecnica di memorizzazione e ha invitato esperti da ogni angolo del mondo per trovare il modo più facile ed efficace per fare proprie nuove nozioni. Il compito assegnato per studiare le diverse tecniche è stato, in un modo decisamente anglosassone, “superficialmente” semplice. Ogni partecipante è stato invitato a memorizzare 80 parole in un’ora… unica difficoltà? Le parole erano in Lituano, of course! Si sono scatenate allora una serie di strategie per la memorizzazione, i cui esiti sono stati confrontati con quelli di un gruppo di persone che di strategie invece non ne ha usate. Alcuni approcci non hanno portato a nulla di buono e non si sono dimostrati abbastanza utili. La noia poi si è stata un ostacolo non da poco, tanto che un gruppo di partecipanti si è addormentato durante l’ora di studio.

Tutta questa fatica per dimostrare che non esiste in realtà un “metodo” unico, migliore di un altro. Infatti coloro che hanno ottenuto i migliori risultati si sono avvalsi di diverse tecniche mnemoniche. La prima di queste può essere denominata “abbraccia l’ignoranza”. Pare infatti che chi riconosce la propria ignoranza inneschi la mente facendola viaggiare al doppio della velocità. Il metodo si basa sul concetto di “difficoltà desiderabile” in psicologia: facendo un compito un po ‘più difficile, infatti si può coinvolgere in modo migliore l’attenzione e costruire basi più solide per un successivo richiamo alla memoria. Il secondo metodo è “surfare nella memoria” cioè inventare per ognuna delle parole da memorizzare un algoritmo, che aiuti a ricordare le definizioni. Il terzo metodo è quello del “buffet”. Si è constatato che é molto più efficace studiare in piccoli blocchi su una quantità di soggetti piuttosto che il contrario, come mangiare da un buffet ciò che ci piace piuttosto che cenare con un menu fisso! L’ultimo stratagemma è il “palazzo della memoria”. Non nuovo, ma collaudato attraverso i secoli. L’inventore? Matteo Ricci a fine ‘500. Il metodo è quello di creare una stanza e collegare agli oggetti in essa contenuta i ricordi di cui abbiamo bisogno.

Ma alla fine il vero nemico della memorizzazione è la distrazione. Se si riesce a restare concentrati, poche ore di studio valgono giornate intere di fatica estenuante, giornate in cui in cui i nostri pensieri hanno divagato fra la Tv e la musica, il sole e le chiacchiere, rendendoci refrattari alla memorizzazione.

Chiacchiere del lunedì

Delphine Boël, The Golden Rule blabla
Delphine Boël, The Golden Rule blabla

Piccoli, adulti, anziani: quando gli esseri umani sono assieme si organizzano in gruppi. La prima tipologia è quella dei più svegli, attivi e sicuri di sé; coloro che lottano per fare il capo e quando ci riescono prendono anche il potere di scegliere chi deve entrare nel loro gruppo. Il secondo insieme invece è quello dei più lenti ed eterogenei; normalmente tra loro non spicca mai un leader. I primi vivono sempre in una forma di competizione e riescono a brillare solo se ammirati dall’esterno; sembrano i tipi più audaci ma in realtà sono molto condizionati dalle convenzioni. Il tratto più comune: l’esclusività. I secondi appaiono più opachi e timorosi, ma sembrano accettare con più serenità ciò che la vita gli offre. Il tratto più comune: la rassegnazione.

Queto pensiero mi è nato osservando i bambini in una scuola, osservando da vicino i miei coetanei, e stando a contatto con una riunione di anziani in un centro sociale.

Certe manifestazioni non cambiano mai e si ripropongono sempre gli stessi comportamenti.

E voi a quale gruppo appartenete?

Côté Suisse

Controllo documenti alla stazione di Briga
Controllo documenti alla stazione di Briga

GENUS

Generazioni a confronto: il nuovo flusso migratorio italiano e le seconde generazioni in Svizzera.

Ginevra, ore 16,30 di un sabato qualunque in centro. Ovunque ci si volti sembra che l’intera città parli italiano. Neo mamme, coppie giovani e meno giovani, bambini, adolescenti… Forse è l’orecchio allenato alla cadenza natia o il desiderio di ricreare le routine conosciute, ma davvero questo sembra un sabato italiano.

Secondo l’ufficio di statistica della federazione su una popolazione residente di 195’160 abitanti, a Ginevra vivono 93’764 straniera di cui ben 13’277 italiani (ma il numero non tiene conto di coloro con doppio passaporto). I nuovi arrivi sono giovani: per il 60% infatti si tratta di soggetti fra i 20 e i 39 anni e il 19 % ha tra i 40 ed i 59 anni.

Cosa hanno di diverso i nuovi arrivati rispetto agli immigrati i cui figli rappresentano ormai la seconda generazione dei residenti a Ginevra di origine italiana, a che punto siamo con l’integrazione, che volto hanno i nuovi migranti italiani, sono differenti dalle generazioni approdate in Svizzera il secolo scorso?

Sono queste e molte altre le domande alla quali vuole dare una risposta esauriente il progetto GENUS e il suo realizzatore, il fotografo Francesco Arese Visconti, coordinatore del programma di fotografia alla Webster University di Ginevra e ricercatore. “L’obiettivo del progetto è quello di descrivere il “nuovo” flusso migratorio italiano e di confrontarlo con i pari età di seconda generazione di origine italiana”, per fare un’istantanea della realtà in cui tanti “italianitransito” vengono a trovarsi. E come descrivere una realtà tanto composita se non attraverso proprio la fotografia? Il mezzo si presta meglio di qualunque altro a raccontare storie diverse e a metterle a confronto. 50 foto e 50 storie (25 di migranti di prima generazione e 25 di persone di seconda generazione italiana), che verranno raccolte attraverso le interviste condotte da Betty Sacco German (docente di Psicologia alla Webster University di Ginevra ed analista Junghiana), il tutto per “esplorare le forme di attaccamento e di integrazione alle culture e lingue italiana e svizzera”. Infatti in un nuovo paese si può decidere di relazionarsi in diversi modi alla cultura del luogo. “La prima possibilità è che i nuovi migranti rifiutino totalmente la loro cultura di origine ed assimilino la nuova cultura; la seconda possibilità è che rifiutino la cultura del paese che li ospita e mantengano la loro cultura di origine. La terza possibilità è che si mantengano fedeli alla cultura di origine pur essendo aperti alle influenze della cultura locale. Solo la terza strada è quella che porta all’integrazione”. A che punto siamo oggi nella comunità italiana?

Lo scopriremo alla fine dello studio, attraverso: “un libro di 50 fotografie e interviste; un sito/blog dove potranno essere visualizzate tutte le foto, le interviste e le immagini di backstage. Il blog permetterà di interagire con la comunità durante la fase di sviluppo del lavoro. Le persone saranno in grado di inviare commenti e suggerire altre storie. Alcune interviste selezionate saranno lette su “Mezz’ora Italia”, il programma radiofonico di “Cultura Italia”, in onda su Radio Cité Genève (92.2); una mostra a gennaio 2017 a Ginevra e nel marzo 2017 in Italia.

Il nostro è un appello ai nostri lettori italo svizzeri affinché entrino a far parte di questo progetto, dove potranno raccontare la propria storia, le proprie esperienze, i pensieri e la nostalgia, il rifiuto e l’emarginazione o piuttosto l’accettazione e l’integrazione. Chiunque voglia partecipare può farlo mettendosi in contatto con il responsabile del progetto attraverso il suo sito /http://aresevisconti.com/genus-generazioni-a-confronto-ita/

La ricerca è sponsorizzata dalla Webster University con il sostegno del Consolato italiano a Ginevra, della Ville de Genève – Agenda 21 e da Cultura Italia, associazione indipendente che promuove la cultura italiana a Ginevra attraverso una serie d’attività culturali e ludiche.

La sala di lettura

Roberto Barni
Roberto Barni

Camminare e leggere due attività per lo spirito; se poi riuscite a farle contemporaneamente scoprirete un mondo di possibilità.

È anche per questo che oggi sono lieta di raccontarvi di una casa editrice appena nata, che si chiama Edizioni dei cammini.

Promette bene, nasce da una collaborazione tra Luca Gianotti, camminatore ventennale e fondatore dell’associazione la Compagnia dei cammini, e la Lit edizioni.

L’associazione la Compagnia dei cammini fu fondata con l’obiettivo di diffondere la cultura del camminare in Italia. Ha da sempre proposto tante  diverse camminate per i soci ed è stata, lo scorso anno, a maggio, tra i promotori del Festival del camminare di Bolzano. Come scrive Luca Gianotti, il camminatore cammina. Camminando vive.

La prima collana presentata dalla casa editrice si intitola Wanderer (ovvero girovago,nomade, viandante). E’ dedicata a saggi e racconti di cammino classici. Tra i libri già presenti troverete La via del sentiero opera scritta da Wu Ming2, dove sono stati raccolti e riscritti brani presi da una vecchia antologia del 1908. In allegato al libro si trova anche un cd che recita e canta alcuni di questi testi.

A seguire usciranno altri libri, tutti molto interessanti e da scoprire. Io attendo ad esempio di leggere qualcosa di nuovo di Tiziano Fratus, scrittore , poeta della natura e viaggiatore. Fratus, appassionato di alberi, si definisce un Uomo radice e ha sviluppato da questo pensiero una vera e propria filosofia . Di lui si ricorda il Manuale del perfetto cercatore di alberi, Feltrinelli e L’Italia è un bosco, Laterza.libro-wu-ming-2-via-del-sentiero

Le Edizioni cammini sembrano proporci nuovi itinerari da scoprire, nuove strade da percorrere e sono dedicate a chi crede che ci sia un nesso stretto tra leggere e camminare. Due azioni che ci portano a rallentare e vivere più in contatto con se stessi e con il mondo.

CHEAP FESTIVAL

Schermata 2015-04-29 alle 07.45.37È abbastanza difficile definire esattamente cosa sia CHEAP, poiché è un soggetto ricco di sfaccettature diverse

Si tratta di una associazione di Bologna il cui scopo principale è promuovere la Street Art come “strumento di rigenerazione urbana e indagine del territorio”. Per fare ciò ogni anno dal 2013 a Bologna viene organizzato un festival di street art “che prevede un’open call internazionale e una selezione di ospiti chiamati a lavorare su progetti site specific, modulati sul paesaggio urbano e periferico di Bologna”. CHEAP è soprattutto un progetto collettivo, in cui il contributo di quanti vi partecipano costruisce il Festival in ogni singolo spazio.

Quest’anno il festival si terrà dal primo al 10 maggio e come sempre scopo della rassegna sarà quello di intervenire “creativamente sulle periferie cittadine, coinvolgendo le Amministrazioni locali nella ricerca di spazi di proprietà collettiva che diventano così la base d’intervento per la realizzazione di progetti site specific ad opera di street artist italiani e internazionali invitati direttamente dall’Organizzazione del festival”.

Oltre agli street artist veri e propri il festival coinvolge una serie di altri autori quali fotografi, illustratori e grafici, che avranno l’opportunità di cimentarsi “con una forma d’arte che coinvolge in effetti diversi linguaggi espressivi, trovando poi nel contesto urbano la sua naturale collocazione”

“Gli organizzatori hanno scelto di utilizzare gli spazi affissivi in disuso del comune. Portando avanti quindi uno dei cardini tematici del festival, ovvero la reinterpretazione e la riqualificazione della iconiche bacheche sparse per tutta la città (Bologna). Questo particolare approccio, come ribadito più volte, si pone come ideale stimolo per sfruttare da una parte tutta la potenzialità comunicativa di questi spazi pubblicitari, sviluppando un dialogo forte e sfaccettato con i passanti, dall’altra stimola la rinascita visiva di superfici altrimenti abbandonate al loro destino che tornano quindi, attraverso il lavoro di artisti di spessore, a nuova vita”

Donne e buon senso

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Women in Sink, Iris Zaki, United Kingdom, Israel,2015,38′

Non occorre essere specilisti o appassionati di documentari per restare affascinati dal Festival internazionale del cinema documentario, che ogni anno si tiene nella cittatdina svizzera di Nyon. Quest’anno si è appena conclusa la 46 edizione. Dal 17 al 25 aprile sono stati proiettati 136 film e tra essi uno ha vinto meritatamente il Premio della giuria per il mezzo cortometraggio più innovativo. Il film si intitola Women in Sink ed è stato girato da una giovane regista anglo israeliana, di nome Iris Zaki.

Il documentario è divertente e ironico e dovrebbe girare un po’ per le sale di tutto il mondo. Dedicato alle donne e al loro modo di trovare un compromesso per vivere in pace, è girato a Haifa, una città costiera di Israele. Tutto il film si svolge all’interno del piccolo salone di una parrucchiera araba cristiana, denominto “ Da Fifi”.

Le inquadrature principali vengono prese dall’alto, a picco sui volti delle clienti mentre sono appoggiate ai lavatesta e si lavano i capelli. Sono come dei primi piani e le signore si lasciano interrogare su temi scottanti di convivenza civile e politica. La maggioranza delle signore risponde volentieri, racconta la propria storia: ognuna un’esperienza diversa. L’atmosfera è pacata e allegra. Sembrano aver trovato uno “spazio di libertà temporanea”, dove si chiacchiera, si fanno degli spuntini e si condividono l’amore e la vita. Le chiacchiere vanno ruota libera e il clima è segnato dalla leggerezza e dalla voglia di comunanza.

Un video che cerca tra le persone comuni un messaggio di speranza, pace e buon senso.

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