Design for Difference

CollezioneL’entusiasmo dei giovani è sempre disarmante. I giovani riescono a vedere le cose con quegli occhi “nuovi” che noi un po’ più agée, troppo spesso cinici e di poche speranze, abbiamo dimenticato in chissà quale svolta delle nostre vite. Anche la soluzione dei problemi, approcciati con la fantasia e l’inventività dei giovani, risulta spesso geniale, perché loro è il mondo nuovo e dovrebbe essere loro il compito di renderlo migliore.

Riflessioni queste che mi sono venute in mente considerando il lavoro di una giovanissima stilista che ha imperniato tutta la sua tesi di laurea presso la Parson School of Design di New York sul dramma dei rifugiati siriani.

Naturalmente il progetto era quello di disegnare una collezione di abiti. Ma, invece di focalizzarsi su mise da sera o da giorno, sull’algida eleganza o il prêt à porter, Angela Luna, questo il nome della studentessa, ha inventato un’intera collezione che vuole in qualche modo lenire le pene di tutti coloro che sono stati costretti ad abbandonare ciò che avevano per scappare dalla violenza nella propria terra. Ogni capo della collezione infatti può essere usato in un modo alternativo e decisamente utile, mantelle che diventano tende, giacconi che diventano salvagente e che donano immediata visibilità, marsupi resistenti e galleggianti per il trasporto dei neonati ecc. ecc. Scopo principale della collezione è quello di cercare effettivamente soluzioni alla tragedia e non capitalizzarla. A tal proposito il progetto prevede la vendita della collezione, studiata e realizzata con tecnologie e materiali d’avanguardia, a quei brand che producono materiale sportivo altamente tecnologico e riproporre il medesimo design, sebbene semplificato e potenziato, gratuitamente, alla marea di persone pronte alla partenza.

E qui c’è tutto: l’entusiasmo, la genialità e, sì certo, anche una buona dose di ingenuità, ma anche energia e voglia di fare. “Design for difference” questo è il nome e l’incitamento di Luna, per tutti coloro che non possono rimanere indifferenti al dolore e alla sofferenza.

 

Non v’è bellezza, se non nella lotta: cento anni dalla morte di Umberto Boccioni

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La strada entra nella casa, 1911

Quando Enrico Crispolti professore di storia dell’arte contemporanea all’Università di Siena esperto di Futurismo parlava di Umberto Boccioni, ci faceva notare che la sua morte prematura nel 1916, al fronte come volontario nella prima guerra mondiale, ci rendeva impossibile capire come si sarebbe trasformata la sua arte dopo aver vissuto la drammaticità della guerra. In guerra Boccioni ci andò come futurista convinto ,ma sul campo, ebbe una forte crisi che lo aveva cambiato.

A cento anni dalla morte di Umberto Boccioni  Milano ha organizzato  una grande mostra a Palazzo Reale che rimarrà aperta fino al 10 luglio.

Nella sua biografia si ricordano le sue origini romagnole l’inizio dei suoi studi tecnici,  la sua permanenza a Roma nel 1989  con  Severini, nell’atelier Balla  dove si dedicò allo studio della pittura seguendo le ricerche divisioniste. Quando si trasferisce a Milano subisce l’ impatto con l’arte di carattere sociale e denuncia. Mario De Micheli l’ha definisce “verismo sociale” .

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Umberto Boccioni, Materia, 1912

E poi finalmente il futurismo che lui abbraccia fin dal primo momento quando nel 1909, viene scritto da Marinetti il primo manifesto che  nasce “come antitesi violenta sia verso l’arte ufficiale che verso il verismo umanitaristico: nasce con l’aspirazione verso la modernità”. E Umberto Boccioni ne fa parte da subito e indirizza la sua arte verso il nuovo che avanza: i tempi dell’era industriale e della velocità.

Compagni-scrivono nel Manifesto di pittori futuristi (1910)-noi dichiariamo che il trionfante progresso delle scienze ha determinato nell’umanità mutamenti tanto profondi da scavare un abisso fra i docili schiavi del passato e noi liberi, noi sicuri della radiosa magnificenza del futuro“.

Questo lo si vede bene nel dipinto di Boccioni, Città che sale del 1911. Il soggetto ha sempre un carattere  sociale: operai, muratori ma ormai l’ispirazione è cambiata, la costruzione della nuova città indica la costruzione dell’avvenire.

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Umberto Boccioni , La città che sale, 1910-11

Sempre nel 1911 Boccioni si reca a Parigi dove può entrare in contatto con l’avanguardia francese in particolare con il cubismo. Il suo interesse si allarga  anche alla scultura e tramite essa l’espansione delle forme nello spazio esprimendo il concetto di line-forza e di  manifestazione dinamica della forma.

I suoi studi per gli oggetti nello spazio e le influenze dei volumi nell’ambiente sono un’anticipazione di tanta arte futura, in fondo le sue sculture sono l’origine delle installazioni di tanti artisti che verranno dopo i lui.

Boccioni è una delle glorie dell’arte italiana; a Milano sono 280 opere: è un’occasione per comprendere  come “L’importanza di Boccioni e del primo futurismo-Scrive Mario De Micheli- sta nel rinnovamento , della sensibilità di fronte alla realtà contemporanea”.

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Russolo, Carrà, Marinetti, Boccioni e Severini a Parigi, 1912

Possiamo aggiungere che portò l’Italia al passo, se non ad esserne capofila, con l’arte internazionale.

CANNES

festival-di-cannes-2016-posterSe io pronunciassi tutto d’un fiato Almodovar, Dardenne, Jarmush, Spielberg, Woody Allen, Foster, Park Chan Wook cosa vi verrebbe in mente? Naturalmente Cinema, e dove tutti questi mostri sacri possono incontrarsi e mostrare le proprie opere? Naturalmente a Cannes!

Si apre oggi infatti il 69° festival di Cannes. Il più famoso e grande rendez vous mondiale della cinematografia d’autore prende il via sulla croisette con 20 film che si contenderanno la Palma d’Oro, il maggiore dei riconoscimenti offerti dal festival.

Tra i 20 in lizza spicca la mancanza di un titolo italiano. Il nostro cinema  infatti quest’anno non parteciperà alla corsa per l’ambito premio, tuttavia è ben rappresentato nella sezione della Quinzaine des Réalisateurs, evento parallelo al festival ufficiale che spesso propone una selezione addirittura più interessante di quella ufficiale. Vi troviamo Marco Bellocchio con Fai bei sogni tratto dall’arcinoto romanzo di Massimo Gramellini, interpretato da un grande attore del nuovo cinema italiano, Valerio Mastrandrea. Troviamo qui anche Paolo Virzì con La pazza gioia, una sorta di Thelma e Louise all’italiana con Micaela Ramazzotti e Valeria Bruni Tedeschi e ancora Fiore di Claudio Giovannesi.

La locandina del festival quest’anno è di godardiana memoria. Infatti è un fotogramma tratto dal film di Godard del 1963, Il disprezzo, adattamento dell’omonimo romanzo di Alberto Moravia, girato fra Roma e Capri, con Brigitte Bardot e Michel Piccoli.

Tutto procede secondo copione, anche le previsioni meteorologiche che, come spesso accade, non sono fra le più rosee. Quest’anno però il festival sarà particolarmente “blindato”, effetto dei ben noti attacchi terroristici, tuttavia si preannuncia come uno dei più ricchi degli ultimi anni. Si vedrà!

Coltivare la fantasia: il Giardino volante

Se davvero come ha detto l’artista Bruno Munari “il prodotto della fantasia , come quello della creatività e delle invenzioni nasce dalle relazioni che il pensiero fa con ciò che conosce” più si conosce più si riesce ad avere fantasia, creatività e inventare cose nuove. E se crediamo che “l’arte agisca sulla vita intellettuale, affettiva morale delle persone diventando il miglior strumento per la formazione di uno spirito libero” affermazione della pedagogista polacca Irena Wojnar nel 1967 non c’è da stupirsi che quando l’arte incontra i bambini sia una festa per la fantasia .

Nella città di Pistoia ad esempio è sorto  un giardino pubblico, Il giardino volante , aperto a tutti i bambini, dove si possono vivere esperienze diverse. I giochi però non sono quelli di sempre ma  sono stati disegnati da un gruppo di  artisti. Qui gli scivoli, le altalene, i dondoli hanno forme inedite e sollecitano i bambini a sperimentare tutti i giochi e tutte le avventure possibili.

E’ ormai passato un anno da quando è stato inaugurato e guardando il video appena realizzato da Chiara Guidi sembrerebbe che il Giardino Volante sia un vero vivaio dove si coltiva e cresce tanta fantasia.

chi volesse saperne di più http://www.ilgiardinovolante.it

Il mondo di Domani

LocandinaPer iniziare bene la settimana parlerò di un film francese, in realtà un documentario, realizzato come un road movie. Il titolo è evocativo “Demain”, Domani.  Costruito in 5 capitoli che coprono parte dei campi della vita quotidiana, propone per ognuno di essi delle soluzioni. Infatti si tratta di un documentario sulle alternative alle crisi ecologica, economica sociale che rischiano di cancellare entro il 2100 una buona fetta della popolazione mondiale. Cyril Dion e Mélanie Laurent, ideatori e realizzatori di questo incredibile lungometraggio, realizzato a basso costo con l’apporto finanziario di normali cittadini, sono partiti con un’equipe di 4 persone e hanno percorso 10 paesi per comprendere chi potrebbe provocare questa catastrofe e soprattutto come potrebbe essere evitata.

Un documentario che vuole raccontare una storia di speranza. Durante il viaggio infatti i cineasti e la loro troupe hanno incontrato persone che hanno reinventato l’agricoltura, l’energia, l’economia, la democrazia e l’educazione. Hanno dato uno sguardo intenso e senza pregiudizi a iniziative positive e concrete che già oggi funzionano, che piano piano stanno emergendo e che fanno in qualche modo intravedere come potrebbe essere il mondo di domani.

I registi ci fanno conoscere personaggi eccezionali che già da ora si adoperano per cambiare il pianeta, ognuno nella propria area e con le proprie competenze. Ci presentano molti protagonisti di questa incredibile storia, come  Elango Rangaswamy, sindaco del villaggio indiano di Kuttambakkam nello stato del Tamil Nadu, che qui ha realizzato un modello di democrazia partecipativa realmente funzionante; oppure Kari Louhivuori direttore della Kirkkojarvi Comprehensive School a Espoo in Finlandia, in cui si insegna agli studenti ad imparare e per ognuno di loro esiste un programma tarato sulla loro persona; o ancora l’architetto ecologista Jan Gehl, ideatore del progetto pilota che ha reso Copenhagen una delle città più eco friendly del mondo, che ha consentito di abbattere 90000 tonnellate di CO2 per anno riconsegnando la città ai cittadini, ai piedoni e a coloro che si muovono in bicicletta.

Il documentario è in lingua francese e dal dicembre 2015 ad oggi ha avuto milioni di spettatori. Non so se mai sarà distribuito in Italia, sicuramente fra qualche tempo sarà possibile vederlo in streaming. È una visione consigliata per svegliare le coscienze di chiunque mediti su come fare per arginare il disastro ecologico e sociale. Intanto si può fare un salto sul sito ufficiale (in francese) che spiega meglio di cosa si tratta. Buona navigazione!

La Storia tradita

khatchkar-1200È di ieri la notizia che finalmente il Senato Italiano ha approvato il disegno di legge sul “reato” di negazionismo. Una brutta parola per un altrettanto brutto concetto, che si basa sulla negazione, contro ogni evidenza, di terribili eventi storici. La pena che secondo il ddl potrà essere comminata va dai due ai sei anni “se la propaganda, ovvero l’istigazione e l’incitamento commessi in modo che derivi concreto pericolo di diffusione, si fondano in tutto o in parte sulla negazione della Shoah, o dei crimini di genocidio, dei crimini contro l’umanità e dei crimini di guerra, come definiti dagli articoli 6, 7 e 8 dello Statuto della Corte penale internazionale”. Ora tutto verrà rimandato alla Camera che sancirà definitivamente la legge, speriamo in tempi brevi.

L’approccio del negazionista alla storia e ben differente da quello dello storico. Innanzitutto l’utilizzo delle fonti diviene selettivo. Non tutte, infatti, vengono ugualmente studiate e approfondite. Il negazionista omette tutto ciò che non collima esattamente con ciò che vuole affermare, manipola i fatti li rende duttili alla sua propaganda, addirittura arriva a creare documentazioni false, riscrivendo una storia parallela priva di qualsiasi serio fondamento.

E così nascono mostruose teorie che negano la Shoa con il carico di dolore che comportò, che negano il genocidio Armeno del 1915 (già di per sé poco conosciuto), che negano insomma crimini disumani ai quali l’umanità ha assistito impotente (o indifferente?).

La storia per fortuna vive della memoria, dell’identità e della forza di tutti coloro che hanno subito questi crimini. E se la Shoa vive nel ricordo dei sopravvissuti, il genocidio armeno vive nel simbolo stesso di questo popolo il Khatchkar, la tipica stele funeraria a forma di croce che il popolo armeno scolpisce da oltre 2000 anni che è divenuto il simbolo della volontà di perpetuare la propria esistenza, a dispetto della costante sensazione del pericolo di scomparire.

Tutto questo non può essere cancellato, ma deve essere trasmesso nel modo più chiaro possibile alle nuove generazioni, affinché la storia non possa ripetersi…

Scivolate ardite

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Anish Kapoor, The orbit

Non era la prima volta che un opera d’arte da collocare in una città creava scompiglio e polemica, ma nel 2012, quando Anish Kapoor realizzo’ la torre  Arcel Mittal Orbit, i detrattori dell’arte contemporanea si scatenarono: una torre altissima (115 metri), tutta in metallo (Arcelor Mittal è il più grande gruppo industriale dell’acciaio a livello mondiale), veniva eretta a Londra per celebrare i giochi olimpici. Kapoor aveva in effetti sfidato l’idea stessa di monumento prendendo spunto (quasi rendendogli omaggio) dal progetto di Torre -monumento alla terza internazionale, mai realizzato, opera di Vladimir Tatlin (1919-1920). L’opera era concepita per rimanere come simbolo e memoria dell’evento sportivo.

Adesso la torre cambia vita. L’artista belga Carsten Holler la userà per installare uno scivolo curvilineo che raggiungerà l’altezza di 178 metri (certo: il più alto del mondo!). La cosa sembra condotta in accordo con lo stesso Kapoor (lo ho letto sul Corriere della Sera del 27 aprile ultimo scorso). Lo scivolo sarà un grande tubo: prepariamoci a compiere folli discese. L’opera verrà inaugurata il 24 giugno prossimo.

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The Slide, Carsten Holler

Offrendo un’ emozione così forte, la torre riuscirà adesso a diventare una volta per tutte il simbolo di Londra?

Quando il disegno ti salva la vita

zebra crossingPer la prima volta fu Leonardo da Vinci ad utilizzare l’anamorfosi per disegnare sulle pagine del Codice Atlantico il viso di un bambino e un occhio. Questa tecnica risale all’epoca di Leonardo, ma fu codificata solo nel ‘600, quando la disciplina perse quella patina magica che aveva acquistato nel tempo e si diffuse non solo fra gli artisti, ma anche fra gli architetti. Si tratta della creazione di disegni distorti, a prima vista indecifrabili e mostruosi che sono intellegibili solo se approcciati da particolari angolature, distanze o riflessi nello specchio, si tratta di un processo geometrico  e come tale soggiace a certe precise regole.

Esempi di questa tecnica ce ne sono tanti. Fra i più famosi il dipinto “Gli ambasciatori” di Hans Holbein (1533), in cui fra le due figure degli ambasciatori in basso, si distingue una forma incomprensibile che si palesa solo guardando il dipinto da destra e da una certa distanza, si tratta di un teschio, un “memento mori”. Agli inizi del XVII secolo Emmanuel Maignan, dipinse sulla parete del convento di Trinità dei Monti a Roma, un affresco lungo 6 metri. Da vicino all’apparenza si tratta di un semplice quanto bizzarro panorama costiero con vele e abitazioni all’orizzonte, ma osservato alla fine del corridoio ci si accorge che in realtà raffigura san Francesco di Paola inginocchiato in preghiera!

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Oggi gli esempi più spettacolari di arte anamorfica prospettica sono realizzati da artisti di strada, che realizzano opere incredibili. E a questo proposito è di qualche giorno fa la notizia che in India questo tipo di illusione ottica è stata sperimentalmente adottata dal Ministero dei Trasporti sulle strade del sub continente per costringere gli automobilisti a rallentare, per diminuire il numero di incidenti sulle strade!

Botte da orbi

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Botte da orbi. Oppure: tutti contro tutti. Lo intitolerei così l’ultimo film di Capitan America. Vi accade che tutti i supereroi, per via di certi casi assai curiosi, si mettono a menarsi fra loro, al fine di fermare un malfattore. E se ne danno di santa ragione (il cattivo è quello che ne busca meno di tutti!). Con tutta la potenza dei software di oggi, ci sono scene di lotta che lasciano col fiato sospeso. In certi momenti, quando Capitan America scazzotta un ex amico, viene quasi voglia di urlare: “Numi, l’accide!”. Ma poi il soccombente si riprende e – pin pun pam paff – rende indietro tutto cio’ che ha ricevuto, con i dovuti interessi: neanche fosse Asterix ubriaco di pozione magica. C’è chi diventa grandissimo, chi vola, chi crea campi magnetici, chi lancia autobotti e chi ferma gli aerei.

Le bombe son dappertutto. Manca solo una scena romantica. V’è appena un bacio, peraltro castissimo, in tutto il film (e che diamine, Capitan America non è mica un qualsiasi pomicione!). Certo, sorgono spontanee delle domande. Ma perché questi supereroi vivono in una bolla senza mai avere una vita vera? Ma non si fermano mai a riflettere sui casini che combinano? Chissà: non ci è dato saperlo. Bisogna accontentarsi della saggezza contenuta in un vecchio detto: felice chi conobbe la cagione delle cose.

 

Voci e colori del XX secolo

Tutti abbiamo a cuore un album fotografico che ci ricorda di quando eravamo bambini o giovani adulti. Tutti ci sciogliamo teneramente davanti a filmini in super otto girati al mare assieme alla mamma e ai cugini. Quelle memorie fanno parte del nostro passato, un passato che ci ha reso ciò che attualmente siamo. Questi ricordi li curiamo, li teniamo in perfetto ordine, diventano parte di noi e della nostra storia, molto più attraenti e utili di qualsiasi pagina scritta. Diventano la nostra memoria storica.

Bene, inserite ora queste semplici verità sulla memoria collettiva di intere generazioni. Ne scaturirà la Storia, quella con la S maiuscola. Testimonianze vive e capaci di raccontare meglio di qualsiasi altro mezzo lo scorrere degli avvenimenti, fotografie e filmati costituiscono fonti fondamentali per comprendere e imparare ed è questa la strategica importanza dei patrimoni fotografici e multimediali novecenteschi.

Grazie ad un progetto ideato dalla Fondazione di Venezia in collaborazione con il Ministero dei Beni e delle attività culturali e del turismo ieri è stato presentato l’Atlante degli archivi fotografici e audiovisivi digitalizzati che per la prima volta scheda il patrimonio mediale storico italiano già digitalizzato o in corso di digitalizzazione sino al dicembre 2014. Questa pubblicazione sarà disponibile gratuitamente in formato digitale da settembre e sintetizza i risultati di un’indagine durata quattro anni.

Gli archivi fotografici, audiovisivi e sonori saranno una risorsa fondamentale per raccontare la storia del Novecento italiano, senza dimenticare le connessioni con quanto avvenuto nel resto del mondo.

Il volume inoltre rappresenta anche “un’occasione per riflettere sulle politiche di conservazione, gestione e valorizzazione dei patrimoni fotografici e multimediali, sulla funzione che tali fonti svolgeranno nell’immediato futuro, sugli strumenti più opportuni per sensibilizzare l’opinione pubblica e la società civile circa l’importanza di destinare maggiori risorse e attenzioni alla tutela di questo patrimonio” come affermato dal Segretario generale del Ministero Antonia Pasqua Recchia.

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“Il tempo corre e la memoria mediale del ’900 rischia di scomparire per sempre senza piani di intervento strategici, di cui l’Atlante della Fondazione di Venezia costituisce un umile ma utile tassello iniziale: conoscere è un primo passo, il secondo è condividere le informazioni nelle forme più ampie e trasparenti, perché solo la condivisione della conoscenza può salvarci dal rischio di soccombere ai nuovi monopolisti della memoria, che, come la conoscenza, è stata e deve rimanere un bene comune” (Guidi Guerzoni, La Stampa 28.04.2016)