
Sarà perché sono pochi giorni che con un’amica sono riuscita a scaricare un programma che mi permette di mandare oltre ai messaggi telefonici anche una miriadi di immaginette, come un alfabeto di facce che ridono, cuori, mille specie di animali; sarà perché sono in lotta perenne con una figlia che vuole farsi fare un tatuaggio, ma in questi giorni riflettevo su come le immagini abbiano preso il sopravvento nella nostra vita.
Per esprimere un pensiero si invia un’icona, per ricordare qualcosa che ci preme lo traduciamo in immagine e ce lo tatuiamo sul corpo. Alcuni simboli, poi, c’è chi ha trovato il modo di tradurli con la punteggiatura. Un nuovo modo di esprimersi, un nuovo alfabeto .
Per gli storici dell’arte lo studio dell’iconografia è cosa decisiva per accostarsi ad un opera. L’esempio più semplice sono le raffigurazioni dei santi: ognuno aveva i suoi attributi e così tutti li riconoscevano.
Mi chiedo se presto verranno fondate nuove cattedre universitarie dedicate all’iconografia comune, direi quotidiana, del XXI secolo, oppure se con il tempo cesseremo gradualmente di usare molte parole e ci rivolgeremo agli altri solo con faccine stupite, allegre e tristi.
Le immagini ci sommergono: quando gli adolescenti escono e si incontrano, in verità trascorrono una buona parte del loro tempo in comune a scattare foto da caricare subito sui social media. E così che la nostra cultura si basa sempre più sul vedere e tale condizione ci porta a confondere le preziose distinzioni tra “il vero essere e il semplice apparire ”. (David Foster Wallace, Di carne e di nulla, Einaudi, 2013, p. 102).
La nostra immagine, la scelta delle immagini che facciamo per comunicare un’ emozione, oppure l’immagine incisa sulla pelle che non potrò più cancellare, mi proiettano tutta verso l’atto di mostrarmi: sono come un attore sul grande schermo, perché come ancora Wallace ci dice “la caratteristica più significativa delle persone oggi è la guardabilità”.
E ora l’arte visiva, che nasce per essere guardata, come ne esce da questa trappola? Riuscirà a rimanere indenne da questo nuovo modo di porsi? Non credo, perché in fondo gli artisti sono essi stessi immersi in questo mondo.

Connettersi e comunicare, ad esempio, è ciò che ha sperimentato Yoko Ono con la sua opera Summer Dream, presente alla 12esima Biennale di Lione: incoraggia i visitatori a descrivere i propri sogni d’estate su un computer. Si tratta di testi brevi, che in un secondo momento vengono proiettati con una scritta elettronica su una panchina collocata nel giardino presso la Fondation Bullukian. L’artista ci esorta “fate che i vostri sogni si realizzino su un muro, lontano…”. E così, con questo atto, ci permette ancora una volta di portarci fuori da noi stessi e mostrarci al pubblico.
Su facebook tanti amici della mia età hanno postato la canzone che preferivano del grande Lou Reed, scomparso domenica, colonna sonora di tante nostre giovinezze, amato cantore dell’angoscia quotidiana, le scelte dipendono dalla sensibilità e soprattutto dai ricordi di ognuno.
Ricordate la canzone di Enrico Ruggeri, cantata da Loredana Berté, Il mare d’inverno? Diceva: il mare d’inverno è solo un film in bianco e nero visto alla tv. E verso l’interno qualche nuvola dal cielo che si butta giù. Sabbia bagnata una lettera che il vento sta portando via, punti invisibili rincorsi dai cani, stanche parabole di vecchi gabbiani, e io che rimango qui sola a cercare un caffè…

Ho letto oggi un post sul blog del Corriere della Sera, la 27esima ora, intitolato Anche le donne migranti hanno un sogno, di Alessandra Coppola… Ne sono stata subito attratta, ma, che dire? Speravo di leggere di meglio. Ancora una volta ho l’impressione che siamo ricascati nel buonismo, nella superficialità dei buoni sentimenti! Il post si chiude con questa frase: “Se c’è qualcosa che distingue le donne migranti dagli uomini, forse, è questo: una tenacia, una capacità di immaginare il futuro, una forza speciale per realizzarlo che sta nella maternità. E nei figli”.






