La fine di un “perfect day”

warhol1_1000Su facebook tanti amici della mia età hanno postato la canzone che preferivano del grande Lou Reed, scomparso domenica, colonna sonora di tante nostre giovinezze, amato cantore dell’angoscia quotidiana, le scelte dipendono dalla sensibilità e soprattutto dai ricordi di ognuno.

Mi sono stupita perché tanti non hanno scelto la canzone che lo ha reso famoso nell’universo Walk on the wild side, inno alla trasgressione, la cui realizzazone risaliva a quando Reed era ancora parte dei Velvet Underground e bazzicava le amicizie della Factory newyorchese di Andy Warhol. Tanti hanno scelto testi intimisti, melodie complesse, in cui Reed con la sua voce inconfondibile e un po’ stonata raccontava piuttosto che cantare.

Definite, usando le parole del mio amico Christophe, “souvenirs dell’anima”, compagne di viaggio, soundtrack appunto di una vita le canzoni di Lou Reed ci fanno venire ancora la pelle d’oca. Icona Rock, con un successo planetario che, contrariamente ad altri della sua epoca (Bob Dylan, Bruce Springsteen, Neil Young o David Bowie), non gli portò particolari benefici economici. Testi intimisti, voce che canta e parla allo stesso tempo, suo “marchio di fabbrica”, precursore di sonorità che diventeranno classiche solo molto tempo dopo, Lou Reed è stato “principe della notte e della angosce”. Mikal Gilmore, nel 1979 dalle pagine di Rolling Stone dice: “Lou Reed non si limita a scrivere di personaggi squallidi, permette loro di vivere  e respirare attraverso la propria voce, e dipinge colori di paesaggi familiari attraverso i loro occhi. In tale processo, egli ha creato un tipo di musica che rivela nel modo più sincero la perdita e la capacità di recupero umano il che fa di lui uno dei pochi veri eroi del Rock & Roll”.

Indimenticabile! Noi lo salutiamo così

Chiacchiere del lunedì

Delphine Boël, The Golden Rule blabla
Delphine Boël, The Golden Rule blabla

Finalmente, pare sia scientificamente assodato, la ricerca è stata condotta da Gijsbert Stoet, Daryl B. O’Connor, Mark Conner, Keith R. Laws (tutti dottori ricercatori, tutti inglesi) e pubblicata su BMC Psychology, ora possiamo stare tranquille: alle donne è stata concessa una maggiore capacità di essere multi-tasking, cioè di sapere fare contemporaneamente due o più cose. Salterò le fasi intermedie degli esperimenti e riporterò solo i risultati. I cari dottori inglesi infatti hanno concluso in questo modo la loro ricerca: “abbiamo dimostrato che le donne hanno un vantaggio sugli uomini in alcuni specifici aspetti di questioni multi-tasking. Nel nostro primo esperimento, abbiamo misurato la velocità di risposta degli uomini e delle donne quando devono svolgere due compiti diversi contemporaneamente. Abbiamo scoperto che, anche se gli uni e le altre eseguono le singole attività con la stessa velocità e precisione, tuttavia quando i compiti vengono miscelati e la pressione incomincia a farsi sentire si denota un rallentamento negli uomini più che nelle donne. Nel secondo esperimento della serie abbiamo testato uomini e donne in un ambiente più ecologicamente valido (interpreto questo come mancanza di pressione esterna) e abbiamo provato che la risposta delle donne è migliore nelle funzioni di controllo cognitivo ad alto livello, in particolare la pianificazione e il monitoraggio”. Dunque più veloci, più concentrate, più determinate…

Ma ce lo dovevano dire i ricercatori inglesi?

Il mare d’inverno

Mare d'invernoRicordate la canzone di Enrico Ruggeri, cantata da Loredana Berté, Il mare d’inverno? Diceva: il mare d’inverno è solo un film in bianco e nero visto alla tv. E verso l’interno qualche nuvola dal cielo che si butta giù. Sabbia bagnata una lettera che il vento sta portando via, punti invisibili rincorsi dai cani, stanche parabole di vecchi gabbiani, e io che rimango qui sola a cercare un caffè…

Ok tecnicamente siamo in autunno, ma per il resto è tutto esattamente cosí! Inoltre ci sono 24 gradi, e il sole brilla su un mare azzurro che strappa il cuore.

Il luogo adatto in cui scrivere, riflettere, trovare se stessi. Sempre che si regga la solitudine devastante che trasmette una spiaggia completamente vuota e un entroterra completamente sigillato.

Ma che dire, io amo questo posto, è casa mia, ci ho vissuto momenti di pura felicitá e poco importa se “il mare d’inverno è un concetto che il pensiero non considera, è poco moderno è un qualcosa che nessuno mai desidera”…

Tra la notte e il cuore

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Un signore si avvicina a mio padre in libreria e gli consiglia di leggere un libro. Mio padre accetta volentieri e suggerisce a sua volta al signore l’ultimo che lui ha appena letto. Mio padre torna a casa, legge il libro, ne rimane colpito, me ne parla e poi me ne regala una copia. Ho appena  finito di leggerlo: è un romanzo che sembra già nato per essere tradotto in film. Si intitola Tra la notte e il cuore, scritto da Julie Kibler edito Garzanti.

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E’ stato definito il debutto più atteso dell’anno. Io non so se sarà il mio libro dell’anno, non credo, ma certamente è stata un’occasione per riflettere sulla vecchiaia,  sul valore della memoria e sull’importanza  per le persone anziane di poter aver qualcuno che raccolga la storia della loro vita.  Miss Isabelle, la protagonista, è una persona anziana che intraprende un viaggio con una giovane amica, disposta ad accompagnarla a Cincinnati per un funerale. Il viaggio sarà l’occasione per conoscere le due donne e in modo particolare la vita di Miss Isabelle, che da giovane ha sofferto per un amore impossibile.

La storia di Isabelle corre in parallelo con le grane quotidiane dell’amica Dorrie. Entrambe lottano e ciò che veramente mi ha coinvolto più delle loro storie è il sodalizio tra queste due donne così, diverse per età e cultura, e  il sostegno che riescono a darsi.

Riflettevo, che un libro del genere avrei potuto suggerirlo ad un’amica, ma che nel mio caso era venuto da una doppia segnalazione maschile. Che sia questa la bravura di Kibler:  saper raccontare l’anima femminile a un pubblico di uomini?

La forza delle donne

Disegno barcone immigratiHo letto oggi un post sul blog del Corriere della Sera, la 27esima ora, intitolato Anche le donne migranti hanno un sogno, di Alessandra Coppola… Ne sono stata subito attratta, ma, che dire? Speravo di leggere di meglio. Ancora una volta ho l’impressione che siamo ricascati nel buonismo, nella superficialità dei buoni sentimenti! Il post si chiude con questa frase: “Se c’è qualcosa che distingue le donne migranti dagli uomini, forse, è questo: una tenacia, una capacità di immaginare il futuro, una forza speciale per realizzarlo che sta nella maternità. E nei figli”.

Allora mi sono chiesta, ma queste donne sono mosse dal “sogno” o dal “bisogno”? È l’idea del futuro che le spinge o piuttosto l’impossibilità del presente? È una nuova consapevolezza di se stesse che sposta le donne dalle coste di un continente in movimento fino a noi, o la chimera di un benessere che, sono sicura non convince del tutto neanche loro?

Decidere di scappare di andare via, di lasciare tutto e tutti non può dipendere unicamente dal desiderio di vedere “crescere meglio” i propri figli, non può dipendere dai sogni inespressi di una madre, ma deriva drasticamente dalla contingenza, dall’immediato, dall’istinto di conservazione, dalla voglia di continuare a vivere a dispetto di tutto e tutti.

Io credo che sia questa la molla primaria che spinge queste donne a salire su un barcone, a farsi gettare in mare i pochi ricordi che si sono trascinate dietro, a pagare in prima persona pur di scappare da una realtà insostenibile.

Salvarsi la vita, per prima cosa, salvare se possibile quella dei propri figli, il sogno forse verrà dopo, sempre che l’avventura non finisca male, stese sulla banchina di un porto di un paese straniero.

Che siano poi le donne, capaci di un amore assoluto verso i figli che è ragione di vita e spinta verso il futuro, ad avere una forza speciale è verità, ma è, ripeto, riduttivo.

Passioni private: l’amore per l’arte contemporanea

Giulio Paolini
Giulio Paolini

L’arte contemporanea può divenire il filo conduttore dell’esistenza di molti appassionati. Questo afferma Anna Martin –Fugier nel suo libro  Collectionneurs, che cerca di ricostruire l’universo interiore dei collezionisti d’arte contemporanea, attraverso la vita di quattordici collezionisti francesi. La selezione,  afferma nella  prefazione, è rivolta non all’ultima generazione di collezionisti, nati sull’onda della moda dell’arte e dell’interesse economico, ma è incentrata quella generazione operativa attorno agli anni Settanta del secolo scorso, quando comprare arte contemporanea era ancora cosa di pochi, un’avventura tutta in salita e tutta da conquistare, senza l’aiuto di specialisti e simili.

Questo persone consideravano collezionare non un mero diletto o un semplice svago, ma  un’attività che richiede curiosità, lavoro e costanza. Non si perdevano una mostra o una lettura, si informavano, incontravano i galleristi e gli artisti; facevano tutto ciò che era necessario per forgiare il proprio gusto.  Una generazione di collezionisti che si caratterizza anche per essersi impegnata sia nel mondo dell’arte privata che in quella pubblica: chi attraverso le fondazioni, chi con la costituzione di premi per giovani artisti, chi con incarichi in istituzioni pubbliche per promuovere l’arte contemporanea.  Molti di quelli che troverete nel libro non erano particolarmente ricchi e molto spesso pagavano le loro opere a rate; i soldi, per loro, erano un mezzo importante ma mai il fine, non pensavano all’arte come speculazione.  Ogni collezionista era diverso, molti preferivano al termine collezionista quello di amatore d’arte. Tanti erano anche ben consapevoli di imporre le proprie manie le proprie follie ai figli, ma allo stesso tempo il desiderio di acquistare le opere d’arte era divenuto il motore della loro esistenza e quel motore travolgeva tutto e tutti.

Nel libro potrete trovare le ragioni dei collezionisti, cosa li spingeva a scegliere un’opera, se erano degli accumulatori orgiastici o dei selezionatori, qual era il rapporto con gli artisti e i galleristi o anche con altri collezionisti.

Alla fine se ne può trarre una specie di costante del collezionista: è una persona che insegue un desiderio; la pulsione di acquistare, dice Martin Fugier, è simile a un impulso sensuale, erotico: una vota acceso non si spenge più.

Anne Martin-Fugier, Collectionneurs, ActeSud, 2012

Chiacchiere del lunedì

Delphine Boël, The Golden Rule blabla
Delphine Boël, The Golden Rule blabla

Buone notizie.  Ho letto qualcosa sulle tendenze moda per il nuovo anno, che mi ha confermato cosa avevo già cominciato a vedere: il tempo delle taglie minime è finito. Ormai sono anni che tutti i vestiti, le maglie i cappotti che ci vengono proposti sono super avvitati, attillati, così stretti che non mancavo mai di uscire dal negozio con un senso di frustrazione. E non solo perché non ho una taglia piccola; il fatto è che, anche quando trovavo  la mia taglia, dovevo accettare che il vestito aderisse al corpo e lasciasse intravedere tutte quelle linee  che normalmente dovrebbero essere visibili solo a me. Coraggio, stiamo per vedere un’inversione di tendenza: rinascono le taglie over-size. Ho letto su La Repubblica, questo sabato, che la nuova moda guarderà all’extralarge con questo obiettivo: esaltare il corpo (e in casi come il mio si tratta di una gran bella sfida ), enfatizzandolo (che fatica, ma si deve proprio?), però senza farlo sparire o ingolfarlo  ( staremo  a vedere).

Una cosa è certa con vestiti un po’ meno asfissianti saremo finalmente più libere, più comode e troveremo di nuovo degli abiti portabili, che si adatteranno un po’ meglio a qualunque tipo di fisico. Sembra un sogno democratico, vero?

Buona settimana

Il colore può trarre in inganno?

Vanessa Beecroft
Vanessa Beecroft

Che impatto ha avuto il colore nella storia? Se penso alla storia dell’arte penso ad un impatto enorme, però sempre in trasformazione e mai lo stesso.

La scuola veneziana di pittura già dalla  seconda metà del  XV secolo, a distinguersi per l’uso del colore: fu chiamata pittura tonale, perché non fondata sul disegno ma sulle diverse variazioni del grado di luminosità del tono di colore .

Giorgione, La tempesta
Giorgione, La tempesta,1506-1508

Nel XX secolo il colore, con l’astrattismo,  acquista piena dignità.  Kandinskij accentua nei suoi lavori l’uso del colore fino a teorizzarne la funzione: il colore azzurro evocava l’idea di infinito, il rosso era segno di forza e passione, il giallo eccitazione e dinamismo e così di seguito . L’espressionismo astratto nel dopoguerra sceglie di dare il massimo risalto al colore: si ricordano le campiture uniformi, quasi liquide,  delle tele di Mark Rothko, ma anche la gestualità decisa e netta di Franz Kline, dove segni neri lasciavano una scrittura forte e radicale  sullo sfondo di grandi tele bianche. Mentre in Francia, negli Anni Sessanta, nell’ambito del gruppo dei Nouveaux Réalistes, l’artista Yves Klein usò come pennelli viventi delle modelle, su cui cosparse il colore blu . Non un blu qualsiasi, ma  la sua una tonalità di blu, proprio quella che arriverà a brevettare con la sigla IKB (International Klein Blue) fatta con  una miscela di resina e pigmento. Colore  scelto per conquistare il mondo sopra di noi, per impregnare il mondo materiale di immateriale, il blu di Klein era legato alla spiritualità.

Il colore nella storia dell’arte è stato il terreno di avvicinamento alle cose dello spirito e del trascendente, ma è anche un’esperienza fisica il coinvolgimento pieno dell’artista e quindi legata al caso e all’inconscio.

Yves Klein,
Yves Klein,

Troviamo il colore ovunque nel nostro quotidiano di gente comune, lo abbiamo anche collegato ad un genere o a una condizione: tutto il mondo dell’infanzia, ad esempio, sembra miseramente separato tra il rosa e il celeste, il verde invece è il colore delle nostre tasche durante la crisi, mentre la pace ha i colori dell’arcobaleno . imgres

In passato, però, il colore ci ha anche ingannati, perché è stato usato come pretesto per alzare  barriere tra gli uomini:  il colore della pelle ha fatto la differenza nella qualità della vita e nelle opportunità concesse.

Oggi mentre camminavo con il mio cane nel bosco pensavo che l’autunno è la stagione dei gialli, dei rossi e dei marroni e che il paesaggio della natura si rinnova un anno ancora per la gioia dei nostri occhi. imgres

Silent dinner

Silent dinner

Una delle caratteristiche che Camilleri ha dato al Commissario Montalbano è quella di tacere durante i suoi leggendari pranzi. Sia quando la cameriera Adelina gli prepara una semplice « pasta incasciata » sia quando il poliziotto si siede al tavolo della trattoria da lui preferita, da Enzo, dove consuma pasti di cui ci sembra di sentire il profumo, accompagnati spesso da generosi bicchieri di vino.

Il Commissario tace, tace per non rovinare il gusto al palato, tace per omaggiare lo chef, tace perché mangiare è una sorta di rito dal quale nessuna parola deve distoglierci, e ci sembra di vedere lo stesso Camilleri che si gusta le triglie in umido o il fritto di paranza allo stesso modo del suo personaggio.

Dalla assolata Sicilia e dalle pagine di un romanzo ci spostiamo rapidamente a New York, quella vera, fatta di sirene assordanti, grida, traffico, una delle megalopoli più rumorose della terra… Qui, in un piccolo ristorante a nord di Brooklyn di nome Eat, dove tutto è organico, cucinato sul momento e servito in modo assolutamente naturale, da qualche tempo, una volta al mese, viene servita una cena particolare: un «silent dinner» della durata di quattro portate, durante le quali né camerieri né clienti possono proferire motto. L’idea è venuta al proprietario dopo un soggiorno in India durante il quale assistette ad un pasto in un monastero, dove il cibo veniva consumato in perfetto silenzio (si si proprio come dovevamo fare nel refettorio delle suore !).

Il perfetto silenzio, pare, aiuti coloro che mangiano a concentrarsi solo sul cibo e sull’azione di cibarsi, e, secondo un ricerca effettuata in Australia, poiché i rumori distraggono la nostra capacità di gustare i cibi, ciò aiuterebbe ad apprezzare ogni più leggero sapore.

I silent dinners sono diventati subito un successo nel mondo anglosassone e il progetto è quello di esportarli un po’ ovunuqe.

Inoltre sono diventati parte integrante anche del progetto artistico di Honi Ryan, artista australiana che crea arte attraverso i media, realizza performances, sculture sociali e istallazioni. Interessata all’arte come modello di vita alternativo afferma che i “silent dinners”  « ci spingono a vivere l’attimo e offrono la possibilità di connettersi in uno  spazio reale che solitamente é mediato da parole e immagini, mettendo in evidenza le differenze culturali e rivelando una umanità di base ».

Ma questa nuova moda prenderà piede anche da noi, o meglio con noi italiani ?

Noi che della convivialità a tavola facciamo bandiera ? Certo comunuqe meglio che guardare il telegiornale a cena…

Ricordare l’Olocausto

deportazione degli ebrei di Roma
deportazione degli ebrei di Roma

I giorni della memoria sono importanti. Anche se a volte sembrano occasioni per liturgie e passerelle del politico di turno, sono sempre momento di riflessione, specialmente quando si ha a che vedere con la memoria di orrori quali l’Olocausto.

Per me è importante ricordare che proprio il 16 ottobre di un altro anno, il 1943, avvenne la deportazione degli ebrei del ghetto di Roma: stipati in vagoni merci, furono inviati a morire nei campi di concentramento nazisti.

E pensare che oggi ci sono persone che negano la storicità dell’Olocausto: per loro, non è avvenuto, oppure è stato esagerato. A parte il fatto che anche una sola persona uccisa per motivi razziali è inaccettabile, ma sulla veridicità dello sterminio operato dai nazisti non ci sono dubbi. Vi è un’enorme quantità di fonti documentarie tipiche del XX secolo: filmati, fotografie, racconti dei testimoni e così via. Gli storici che lo hanno studiato si sono basati su un evidenza incontrovertibile. Chi lo nega o è uno squilibrato o ha intenti inconfessabili, ispirati a odio razziale.

Proprio in questi giorni, a Roma, si discute del funerale di un criminale nazista (così definito anche dalla giustizia italiana) che fu parte attiva negli orrori compiuti dalle truppe tedesche in Italia. Un uomo, non solo non pentito, ma anche convinto sostenitore delle tesi negazioniste di cui parlavo sopra.

Ricordare è importate, dicevamo. Noi italiani ci siamo macchiati dell’ignominia delle leggi razziali del 1938, quando ci unimmo alla Germania di Hitler in questa caccia assassina all’ebreo e quando negammo le dignità fondamentali a tanti cittadini italiani. E per di più li schedammo tutti, scrivendo sulle loro carte di identità che erano ebrei. Ciò facilitò il compito dei tedeschi e dei loro scherani italiani (perché ci furono i complici italiani!) quando, a Italia occupata, compirono le deportazioni, inclusa quella degli ebrei di Roma, che oggi tristemente ricordiamo. La carta di identità italiana divenne il viatico per le camere a gas.

Oggi ricordiamo non solo la deportazione da Roma, ma anche la vigliaccheria di un paese che si associò a una delle maggiori infamie del secolo appena trascorso.