Su facebook tanti amici della mia età hanno postato la canzone che preferivano del grande Lou Reed, scomparso domenica, colonna sonora di tante nostre giovinezze, amato cantore dell’angoscia quotidiana, le scelte dipendono dalla sensibilità e soprattutto dai ricordi di ognuno.
Mi sono stupita perché tanti non hanno scelto la canzone che lo ha reso famoso nell’universo Walk on the wild side, inno alla trasgressione, la cui realizzazone risaliva a quando Reed era ancora parte dei Velvet Underground e bazzicava le amicizie della Factory newyorchese di Andy Warhol. Tanti hanno scelto testi intimisti, melodie complesse, in cui Reed con la sua voce inconfondibile e un po’ stonata raccontava piuttosto che cantare.
Definite, usando le parole del mio amico Christophe, “souvenirs dell’anima”, compagne di viaggio, soundtrack appunto di una vita le canzoni di Lou Reed ci fanno venire ancora la pelle d’oca. Icona Rock, con un successo planetario che, contrariamente ad altri della sua epoca (Bob Dylan, Bruce Springsteen, Neil Young o David Bowie), non gli portò particolari benefici economici. Testi intimisti, voce che canta e parla allo stesso tempo, suo “marchio di fabbrica”, precursore di sonorità che diventeranno classiche solo molto tempo dopo, Lou Reed è stato “principe della notte e della angosce”. Mikal Gilmore, nel 1979 dalle pagine di Rolling Stone dice: “Lou Reed non si limita a scrivere di personaggi squallidi, permette loro di vivere e respirare attraverso la propria voce, e dipinge colori di paesaggi familiari attraverso i loro occhi. In tale processo, egli ha creato un tipo di musica che rivela nel modo più sincero la perdita e la capacità di recupero umano il che fa di lui uno dei pochi veri eroi del Rock & Roll”.
Indimenticabile! Noi lo salutiamo così

Ricordate la canzone di Enrico Ruggeri, cantata da Loredana Berté, Il mare d’inverno? Diceva: il mare d’inverno è solo un film in bianco e nero visto alla tv. E verso l’interno qualche nuvola dal cielo che si butta giù. Sabbia bagnata una lettera che il vento sta portando via, punti invisibili rincorsi dai cani, stanche parabole di vecchi gabbiani, e io che rimango qui sola a cercare un caffè…

Ho letto oggi un post sul blog del Corriere della Sera, la 27esima ora, intitolato Anche le donne migranti hanno un sogno, di Alessandra Coppola… Ne sono stata subito attratta, ma, che dire? Speravo di leggere di meglio. Ancora una volta ho l’impressione che siamo ricascati nel buonismo, nella superficialità dei buoni sentimenti! Il post si chiude con questa frase: “Se c’è qualcosa che distingue le donne migranti dagli uomini, forse, è questo: una tenacia, una capacità di immaginare il futuro, una forza speciale per realizzarlo che sta nella maternità. E nei figli”.







