Oggetti trovati e trasformati: una retrospettiva a Roma di Louise Nevelson

Louise Nevelson
Louise Nevelson

Se vi capitasse di domandarvi chi furono i primi artisti nel secolo scorso a pensare che l’arte si possa fare con qualsiasi cosa e, magari, anche quali siano i nomi di chi furono i primi a sperimentare gli oggetti di uso quotidiano dentro le opere d’arte, dovreste andare con la mente a Parigi nel primo decennio del ‘900 a cercare Picasso e Braque . Parigi, in quei giorni, era il centro d’arte che riuniva tutti quegli artisti orientati verso un’arte nuova  e antiaccademica. Picasso e Braque nel 1912 cominciarono ad  inserire nei loro dipinti carte da parati, pezzi di legno, o ritagli di giornali. I due artisti creatori del cubismo cercavano in tal modo una strada per riportare l’arte vicino alla realtà, offrendo anche delle nuove spazialità al dipinto.

C’è una scultrice che si inserisce in queste ricerche, un’artista più giovane che avrebbe ereditato il gusto dell’oggetto quotidiano come elemento da inserire nell’opera. Si tratta di una donna russa che si chiamava Louise Nevelson (1899-1989). Un’artista ebrea emigrata con la famiglia, nel 1905, negli Stati Uniti. Un’appassionata di arte africana di cui divenne anche una importante collezionista.

Louise Nevelson
Louise Nevelson

Vi segnalo questa figura perché da pochi giorni, a Roma, si è aperta una grande mostra dedicata a quest’artista. La retrospettiva è  a cura di Bruno Corà , si trova nel Palazzo Sciarra, è promossa dalla Fondazione Roma Museo e rimarrà aperta fino al 21 luglio.

Louise Nevelson proveniva da una famiglia di commercianti di legnami e questo dovette influenzarla perché non cessò mai di considerare il legno come materiale privilegiato per i suoi lavori.

Nella biografia si legge che il padre la incoraggiò sempre nel suo lavoro e che credette nei diritti delle donne. Sarà anche per questo  che la Nevelson ha sempre affermato la propria fierezza di essere un’artista donna : si sentiva “donna, tanto donna da non voler portare i pantaloni”.

Il riconoscimento internazionale come artista le arrivò solo all’età di 68 anni, in seguito  a una retrospettiva al Whitney Museum, nel 1967. Le sue grandi sculture ora si possono ammirare nelle strade di New York, Los Angeles e nei più grandi musei americani.

Il suo lavoro si riconosce bene perché ha sempre girato attorno all’idea di  assemblage monocromi, con il nero come colore dominante. Le sculture sono come delle grandi scaffalature, o contenitori, dove si compongono, come in un quadro cubista, pezzi di legno, gambe di sedie, tavoli rotti; tutti oggetti che una volta messi insieme e assemblati formano delle composizioni astratte.

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Potete trovare tutte le informazioni della mostra  all’indirizzo http://www.fondazioneromamuseo.it

Le leggi fondamentali della stupidità umana…

allegro ma non troppoDurante l’ultima scappata in Italia, curiosando in libreria ho notato con piacere che era stato ripubblicato un libriccino breve ma preziosissimo, che avevo conosciuto ai tempi dell’università e che avevo gelosamente conservato. Il suo titolo è Allegro ma non troppo di Carlo M. Cipolla, classe 1922, pavese, professore emerito di storia economica, illustre medievista.
Il libro, così come è pubblicato in Italia, contiene due saggi: il primo è un’ilare parodia sulla storia economica medievale (ragione per cui avevo acquistato il volumetto) , il secondo una vera e propria sorpresa, un saggio arguto e intelligente sulla stupidità umana quanto mai utile in tempi come gli attuali!
Il saggio è stato scritto durante gli anni in cui Cipolla insegnava negli Stati Uniti con il titolo The Basic Laws of Human Stupidity (stampato per la prima volta fuori commercio nel 1976) e fu pubblicato in Italiano dal Mulino solo nel 1988.
Qui Cipolla formula ed enuncia le 5 fondamentali leggi sulla stupidità umana. Gli stupidi secondo l’autore formano una lobby potentissima, di gran lunga piú pericolosa di tutte le mafie e le organizzazioni criminali del mondo. 5 sono le leggi che regolano il mondo degli stupidi:
  1. Sempre e inevitabilmente ognuno di noi sottovaluta il numero di individui stupidi in circolazione.
  2. La probabilità che una certa persona sia stupida è indipendente da qualsiasi altra caratteristica della persona stessa.
  3. Una persona è stupida se causa un danno a un’altra persona o ad un gruppo di persone senza realizzare alcun vantaggio per sé o addirittura subendo un danno.
  4. Le persone non stupide sottovalutano sempre il potenziale nocivo delle persone stupide; dimenticano costantemente che in qualsiasi momento e luogo, e in qualunque circostanza, trattare o associarsi con individui stupidi costituisce infallibilmente un costoso errore.
  5. La persona stupida è il tipo di persona più pericoloso che esista.
Elaborando ulteriormente la sua teoria Cipolla crea una serie di grafici in cui posiziona i vari tipi umani, grafici utili a detta dell’autore “a formulare precise valutazioni delle persone o gruppi in esame e pertanto ad adottare una linea d’azione razionale nei loro confronti”.
Mi sembra necessario a questo punto citare parole dello stesso autore che ahimé ben si integrano nell’attuale serie di eventi.
“Non è difficile comprendere come il potere politico o economico o burocratico accresca il potenziale nocivo di una persona stupida… Essenzialmente gli stupidi sono pericolosi e funesti perché le persone intelligenti trovano difficile immaginare e capire un comportamento stupido… una creatura stupida vi persevuiterà senza ragione, senza un piano preciso, nei tempi e nei luoghi più improbabili… di fronte ad un individuo stupido si è completamente alla sua mercè… lo stupido (inoltre) non sa di essere stupido, ció contribuisce a dare maggior forza, incidenza ed efficacia alla sua azione devastatrice”.
Un divertissement inteligente quello di Cipolla, da leggere e meditare!

Chiacchiere del lunedì

Prova mafalde

Ci sono parole che proprio non mi piacciono. A volte dipende dal loro significato, a volte solo dal loro suono. In questi giorni ne gira una che non mi piace per tutte e due le ragioni: la parola è inciucio. Provate a pronunciarla lentamente e sentite il suono opaco, spento, disarmonico. Inciucio è cacofonico troppe C e troppe vocali.  E poi se provate ancora una volta a pronunciarlo vedrete che vi impone di mettere le labbra strette e pronunciate in fuori come se voleste dare un bacio.

Leggo sul vocabolario Zingarelli due definizioni di questa parola di origine napoletana e utilizzata in principio in modo onomatopeico (dovrebbe ricordare il borbottamento fra comari):  la prima, chiacchiericcio, pettegolezzo; la seconda – nel linguaggio giornalistico – accordo pasticciato, pateracchio.

È sinonimo anche di intrallazzo, altro termine mutuato da un dialetto – quello siciliano stavolta -, nel significato di commercio poco chiaro e pulito.

Ecco potrei sostituirlo con pateracchio, ha un suono migliore è più simile a uno scampanio vivace, vibrante: mi sveglia mi toglie da uno stato di torpore e risuona dentro di me.

Io invece mi sento di spezzare una lancia a favore di “inciucio”, non del significato che ha recentemente acquisito, ma proprio a favore della parola in sé, che insieme ad altre del suo genere mi riporta all’infanzia e alle estati passate al mare del sud con i nonni. Inciucio allora perde la valenza negativa e si accompagna nei miei ricordi ad altri termini tipicamente napoletani come quello usato quando si parlava di me, “‘a criatura” (la bambina) alla quale comprare la “pupatella” (dolcetti di zucchero) sulle bancarelle alla festa del Santo.  

Purtroppo, ahimè, temo che non ci libereremo molto presto del significato attuale di inciucio e la parola la dovremo sentire ancora per molto tempo. Prevedo che alla fine si sarà radicata in modo così forte nelle nostre teste da divenire perfino resistente all’usura.

Allora a bocca stretta e labbra pronunciate sentirete da tutte le parti: che strazio questo inciucio!

Un italiano premiato

Ercolini
Rossano Ercolini

Ci voleva un buona notizia, qualcosa che fa bene all’Italia sia dentro, ai propri cittadini, che fuori cioe’ alla nostra immagine all’estero. Ecco dunque una buona notizia che ci viene da un comune in provincia di Lucca: un maestro elementare ha vinto uno dei premi più prestigiosi americani per l’ambiente e l’ecologia, ossia il Premio Goldman 2013.

Questo maestro e’ come un piccolo David che lotta da anni contro Golia: il grande gigante rifiuti. Si chiama Ercolini, vive  a Capannori e si è definito di giorno maestro elementare di notte attivista. Capannori non e’ un posto qualsiasi della provincia italiana. E’ un grande Comune, dal territorio esteso in pianura e sui monti che comprende molte attivita’ sia rurali che produttive. A Capannori c’e’ un grande distretto calzaturiero e ci sono diverse grandi cartiere, ad esempio. Il declino industriale degli ultimi anni ha picchiato duro da queste parti. Cio’ nonostante e’ un luogo nel quale nasce questa incredibile forma di innovazione.
Ercolini ha fondato il suo movimento Rifiuti Zero conducendo una battaglia contro le malefatte degli inceneritori. Lui crede nella raccolta differenziata porta a porta e nella creazione di centri del riuso. Si fa promotore della realizzazione di impianti per il riciclaggio e del recupero dei materiali per poterli reinserire nella filiera produttiva.

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Nel suo progetto vorrebbe che nel 2020 si arrivasse all’azzeramento dei rifiuti. Un’ utopia? Non credo. Una persona ostinata che lotta per un mondo migliore raggiunge sempre dei risultati. E’ cosi’ che Barak Obama lo incontrerà per congratularsi del premio, ma anche per conoscerlo da vicino e ascoltare come questo maestro elementare conduce la sua battaglia per un pianeta risanato.
 

24 ore offline!

Internet addictionPer un problema tecnico, uno di quelli tanto incomprensibili quanto irrisolvibili (router, modem, adsl…?) siamo rimasti tagliati fuori dal mondo. Il collegamento Internet infatti è collassato e abbiamo passato le ultime ventiquattro ore “offline”.

Prontamente contattato il costumer service della società telefonica, il brillante individuo dall’altra parte della cornetta, dopo aver eseguito la sequenza standard di scongiuri, pronunciato antiche parole magiche di protocollo e indossato il copricapo da stregone non ha potuto fare altro che constatare che la nostra connessione internet era foutue. Ma va’? Niente panico però, nel giro di due o tre giorni tutto tornerà nella norma… AAAARGH! Come due tre giorni? Come si fa?

Dopo questa notizia, le delugeAdolescenti e “donne sull’orlo di una crisi di nervi”. Allertati parenti, amici e soprattutto il figlio lontano (che “no, purtroppo non torneremo online fino a venerdì almeno… non ti preoccupare.”) abbiamo predisposto (chi più chi meno) gli animi ad una angosciante attesa.

In casa si è scatenata la “sindrome da abbandono”. La figlia adolescente dopo aver passato mezzora a braccia conserte in stato semi catatonico, si produce in un bizzarro balletto con numero di “hackeraggio” (non vogliatemene, so che le parole sono importanti, ma non saprei proprio quale altro termine usare) aggirandosi per casa cercando di agganciare la rete di qualche ignaro vicino.

Il figlio di mezzo dopo il primo momento di sgomento arguisce i vantaggi di una momentanea sospensione della comunicazione con la scuola e si adatta sornione (tanto può connettersi con il telefono…).

Quanto a me sono stretta immediatamente dal senso di disorientamento e mi sale l’angoscia per la repentina “dipartita” dal mondo virtuale (come farò con il blog, le mail, i contatti  ecc ecc).

La disavventura di ventiquattro ore mi ha dato l’occasione di pensare a quanto, tutti o quasi, siamo diventati dipendenti dalla rete, tanto che non ci ricordiamo neanche più come facevamo a vivere prima di prendere l’abitudine di controllare la nostra vita e quella degli altri “on line”. Risulta inconcepibile come potessimo restare “non connessi” e vivere senza attingere continuamente a questo serbatoio senza fondo di nefandezze e ben di dio insieme. Le potenzialità delle rete ci sovrastano, l’amiamo e la odiamo insieme, essa ha il potere di farci sentire onnipotenti e allo stesso tempo insignificanti formiche.

… e allora? Allora ho cucinato senza il tutor on line, non ho letto le ultime angoscianti notizie dal mondo prima di coricarmi,  mi sono goduta un film interessante parlandone con la mia famiglia, non ho controllato che tempo ci sarebbe stato oggi.

Insomma in una sola parola sono sopravvissuta!

Le donne del VI piano

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Non so se lo avete visto, io me lo sono perso quando uscì (l’ho visto da poco) ma volevo segnalarvi questo  film . Si intitola Donne del 6 piano. E’ un film francese (di Philippe Le Guay) ambientato a Parigi, nel 1962. La storia è quella di un gruppo di governanti spagnole che vivono nella soffitta di un palazzo di ricchi parigini. Da una parte, quindi, si vedono la vita e le tradizioni della borghesia francese, dall’altra i costumi  e l’allegria spagnola. Due mondi molto distanti: il primo fatto di educazione e di savoir faire, l’altro molto più impetuoso ma anche caloroso. Nel film si affrontano con leggerezza anche temi difficili, come le violenze del regime di Francisco Franco e le differenze sociali e culturali all’interno della stessa società. Ma alla fine la storia risulta una commedia divertente, che vi consiglio.Per noi  italianintransito, poi, ha ancor più valore  la storia di interazione tra culture diverse. Ma credo che il tema sia attuale per tutti e credo che metta in luce le dinamiche, spesso tese, che si dibattono in Italia come nel resto d’Europa  in materia di immigrazione e integrazione.

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Il film è a  lieto fine, con la sconfitta della borghesia altezzosa francese e il trionfo delle cameriere proletarie spagnole.

Il film è del 2011 ed è stato presentato al Festival di Berlino dello stesso anno.

Buon divertimento

Chiacchiere del lunedì

Un week end di caldo e cielo azzurro. Proprio quello che ci voleva. Sentimentali? Macché: è solo che da noi in Svizzera è stato un inverno lungo e questo è il primo week end col cielo azzurro. Per la prima volta da tempo abbiamo sentito il sole caldo. Come tante formiche siamo usciti fuori all’aria aperta,  chi in bici chi a camminare. I giardini pubblici di Ginevra sono stati presi d’assalto per un dejeuner su l’erbe e per godersi un po’ di aria calda. L’arrivo della primavera ha colpito anche il mio cane, che oggi correva senza sosta con gli orecchi balzellanti e la coda in alto; senza la neve gli odori si erano resi più netti e per il segugio l’ambiente si era improvvisamente fatto molto più curioso e stimolante.

George Seurat
George Seurat, Domenica pomeriggio sull’isola della Grande Jatte, 1884-86

E’ possibile che la stagione possa influire così tanto sul nostro stato d’animo? Certo, i fiori di tutti colori che sbocciano sui prati, le foglie sugli alberi, una signora in là con gli anni seduta su un  terrazzino con un grande gatto sulle ginocchia, allegra di stare al sole, sono sempre una vista che fa bene all’umore.

In tema con la fioritura di primavera, vi segnalo una mostra dal titolo : Rosantico che si tiene fino al 31 ottobre nel Cilento  tra Paestum, Padula e Velia . Tutto parte dal Museo Archeologico Nzionale di Paestum dove vicino ai templi è stato ripristinato l’antico roseto per arrivare al roseto della Certosa di San Lorenzo di Padula il percorso finisce al parco Arechelogocio di Velia dove si trovano laboratori di degustazione e medicina naturale. Un percorso nell’arte circondati dalla natura.  Chi è interessato può trovare ntizie su www. cilento-net.it

La Pompei del Nord

Amuleto in ambraÈ di questi giorni la notizia che nel centro della City di Londra in seguito ad uno scavo in un sito in cui nel 2016 sorgerà il quartier generale europeo di Bloomberg sono stati rinvenuti oltre 10000 oggetti risalenti all’epoca romana, fra i quali si contano anche utensili in legno e pelle perfettamente conservati grazie all’ «ambiente anaerobico» nel quale erano immersi, con un giusto grado di umidità e temperatura, nel letto di uno del fiumi «perduti» di Londra: il Walbrook.

L’incredibile massa di materiali comprendenti monete, ceramiche, scarpe, portafortuna e un amuleto in ambra di un gladiatore, hanno portato gli archeologi a definire il luogo la Pompei del Nord.

La storia della Londra Romana è stata finora sconosciuta ai più. Ma come tutta la storia antica conserva un fascino particolare.

I romani giunsero in Britannia con l’imperatore Claudio intorno all’anno 43. Claudio, che succedeva a Caligola, aveva bisogno di un riconoscimento militare per poter esercitare il ruolo di imperatore senza problemi. Invaso il Kent pose come base e capitale della colonia Colchester. Ben presto però i romani individuarono un luogo lungo il Tamigi in cui i terreni, sebbene paludosi, permettevano la costruzione di un ponte e la possibilità di attraccare ii vascelli quando la marea rendeva le acque del fiume abbastanza profonde per le navi romane. Qui, nei pressi del London Bridge, nacque il primo nucleo di Londinium che fin dagli albori conobbe un’enorme sviluppo. Come di consueto i romani per prima cosa svilupparono l’assetto viario di Londinium, per collegare quella che nell’immaginario del popolo era l’estremità della terra al centro dell’impero, ciò fece accorrere mercanti stranieri e nativi della Britannia nella città, che mano a mano acquistò grande prosperità. Dopo un breve periodo di crisi dovuto all’invasione della città e alla sua distruzione da parte della Regina degli Iceni del Norfolk, Budica, Londinium si riprese e divenne il principale mercato della Britannia. Qui giungevano i beni di lusso da ogni angolo dell’impero per soddisfare i gusti ricercati dei romani che vi si erano istallati: vino e ceramiche dalla Gallia e dall’Italia, olio d’oliva dalla Spagna, marmo dalla Grecia e, naturalmente, gli schiavi. Ma c’era anche un fiorente mercato di esportazione di rame, stagno, argento, mais, ostriche e della spessa e pregiata lana per mantelli conosciuta come il «Britannicus birrus».

La città si era sviluppata sia a nord sia a sud del fiume, ma il suo cuore si trovava nella attuale City di Londra. La vita pubblica si svolgeva nel grande «forum», più grande dell’attuale cattedrale di St Paul, il più grande ad ovest delle Alpi – fulcro amministrativo e giudiziario ricco di costruzioni fra le quali la basilica e un tempio dedicato a Mitra. Immancabili naturalmente erano le terme e un anfiteatro che si trova sotto la Guildhall. La fortezza, sede della guarnigione militare della città, si trova sotto il Barbican. Nel momento di massimo splendore del periodo romano, cioè alla vigilia dell’arrivo dell’imperatore Adriano (colui che fece costruire a Nord il Vallo per proteggere i coloni romani e i nativi del Sud dalle tribù guerriere del settentrione), la città di Londra contava 45000 abitanti.

Ma a partire dal 3° secolo dopo Cristo la città romana iniziò un lento e costante declino. I probemi dell’impero imponevano una riduzione della guarnigione militare romana e ciò portò inevitabilmente all’impoverimento del luogo. Nel 5° secolo l’antica Londinium viene definitivamente abbandonata dai romani… ma è qui che inizia un’altra storia.

Visto e mangiato

Ynka Shonibare, 2013
Ynka Shonibare, 2013

Gustavo Zagrebelsky  ha anticipato ieri su Repubblica la sua riflessione preparata per la terza Biennale Democrazia che si tiene in questi giorni a Torino. Nell’articolo ha affontato il tema della riflessione legato alla felicità. Non ci sono beni che conducono alla felicità e che vanno bene per tutti. La felicità è legata alla natura degli esseri umani. La persona sensuale ad esempio è colei che trova il bene attraverso i sensi e tra i sensi l’articolo elencava anche il gusto. L’articolo era assai più ampio e l’obiettivo alla fine era quello di rimarcare come le idee producono la felicità. (Gustavo Sagrebelski, Il mondo delle idee, La Repubblica, 10 aprile)

Noi invece torniamo al gusto e di conseguenza al cibo e al vino.  Quante cose oggi girano attorno al cibo, mai è stato così tanto rappresentato e pubblicizzato.  Impossibile evitarlo alla televisione o alla radio, sui giornali o nelle immagini per la strada, i volti degli chef sono più famosi  di quelli degli attori e in ogni città  si moltiplicano i luoghi più inimmaginabili dove si possono fare esperienze culinarie di tutti i tipi (ricordo il ristorante  Zurigo dove si può mangiare al buio).

Claes Oldenburg,
Claes Oldenburg,

Il cibo e il vino sono da sempre stati temi privilegiati nell’arte del passato e ancora nell’arte contemporanea (si è da poco conclusa una mostra interessante a Ginevra dal titolo Food a cura di Adelina von Furstenberg presso il Museo Ariana dove si poteva vedere l’opera di molti artisti internazionali legati all’idea dell’alimentazione).

Liliana Moro, Dumme Gans, 2002, struttura in legno biscotto e caramelle esposta alla mostra Food, Ginevra
Liliana Moro, Dumme Gans, 2002, struttura in legno, biscotto e caramelle esposta alla mostra Food, Ginevra,2013

Il cibo infatti non rimane sempre lo stesso, cambia con i costumi della società e mentre da Sinagapore stiamo imparando a coltivare gli orti in verticale gli  Skygreen, grattaceli verdi dove vedremo crescere  l’insalata, c’è chi, come l’ambientalista indiana Vandana Shiva, parte dal cibo per portare avanti la sua lotta contro i mali della globalizzazione, svelando “il business del cibo cattivo” che crea sempre più una popolazione malata malnutrita e obesa.

Skygreen, Singapore
Skygreen, Singapore

Tornando a Zagrebelsky e alla felicità io mi riconosco tra coloro che provano nel cibo un bel divertimento, però sono anche  assolutamente d’accordo con Peppe Severgnini quando scrive che si sente braccato e annoiato da un branco di “enogastromaniaci” (persone soprattutto della nostra età) che trasformano  ciò che è piacevole e divertente  in un ossessione! (da Beppe Severgnini, Italiani di domani, Rizzoli).

Fa’ la cosa giusta!

Fa la cosa giusta

Nelle Chiacchiere del Lunedì abbiamo parlato del Salone del Mobile di Milano e della sua importanza.

Razzolando qua e la per il web in cerca di eventi da consigliare, ci siamo imbattute in una Fiera quanto mai originale, di cui non molti sono a conoscenza.

FA’ LA COSA GIUSTA a Milano è la fiera nazionale del consumo critico e degli stili di vita sostenibili, purtroppo quest’anno siamo arrivate in ritado ed è già stata fatta (15-17 marzo), ma comunque ci sembra doveroso parlarne. La fiera infatti «ha come obiettivo quello di diffondere sul territorio nazionale le “buone pratiche” di consumo e produzione e di valorizzare le specificità e le eccellenze, in rete e in sinergia con il tessuto istituzionale, associativo e imprenditoriale locale».

In nome dell’economia solidale – quel sistema di relazioni che «pone l’uomo e l’ambiente al centro, cercando di coniugare sviluppo con equità, occupazione con solidarietà e risparmio con qualità» – la fiera si pone come scopo quello di dare visibilità alle realtà produttive che cercano di coniugare sostenibilità ambientale e responsabilità sociale.

La mostra mercato comprendeva quest’anno 11 sezioni tematiche: abitare green, commercio equo e solidale, cosmesi naturale e biologica, «critical» fashion, editoria e prodotti culurali, pianeta dei piccoli, mangia come parli, pace e partecipazione, servizi per la sostenibilità, turismo consapevole e una sezione speciale inaugurata quest’anno sulla mobilità sostenibile che raggruppava «associazioni, enti pubblici e imprese profit e non profit impegnate nella diffusione di strumenti di mobilità sostenibile: bicicletta, trasporto pubblico, car sharing, car pooling, apparecchi elettrici e a idrogeno».

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Promotore di questa originale fiera è la onlus Terre di mezzo che «nasce a Milano nel 2003 con la finalità di sensibilizzare l’opinione pubblica sui temi dell’immigrazione, della povertà, della convivenza tra culture differenti e della promozione di stili di vita sostenibili. Organizza ogni 17 ottobre, in occasione della giornata Onu per la lotta contro la povertà, la “Notte dei senza dimora”; durante l’anno organizza le visite guidate alla città nascosta, una proposta di turismo a misura d’uomo, basato sull’incontro con e tra le persone; cura il programma culturale, la ricerca e la gestione dei volontari per Fa’ la cosa giusta! Ha promosso La grande fabbrica delle parole – Laboratorio di scrittura creativa per bambini, aperta con attività gratuite alle scuole – primo progetto nel suo genere in Italia».

Noi non possiamo che dare l’appuntamento a tutti per l’anno prossimo, con la promessa di ricordare questo evento dandogli ancora spazio  sul nostro Blog.