La riapertura del Museo di Picasso a Parigi

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Pablo Picasso, ritratto di Paulo in costume da Arlecchino, 1924

Si è riaperto da poco il Museo di Picasso a Parigi. Un’occasione da non perdere per chi ancora non lo conosce, ma anche per chi aveva l’abitudine di visitarlo prima che venisse chiuso per i lunghi restauri. Il museo, che ha sede nel Palazzo Salè (XVII secolo), nel quartiere Marais, ora è più grande di prima. Però l’impressione che ho avuto, visitandolo, è che non fosse cambiato poi molto da come lo ricordavo. Grazie al cielo, e non poteva essere altrimenti, si possono ancora ammirare le luci bellissime e le sedie di Diego Giacometti, fratello designer di Alberto Giacometti. E poi, ovviamente, c’è Picasso con tutto il suo mondo. Una volta entrati nelle sale, le sue opere vi avvolgeranno. Picasso è stato un artista per tutta la vita figurativo, esplorando però ai limiti del possibile tutto ciò che si potesse fare con la pittura e con la scultura.

Pablo Picasso,
Pablo Picasso,Natura morta con sedia impagliata, 1912

Ha attraversato tutte le fasi dell’arte in un percorso personale intenso e lungo una intera vita: nel museo troverete le sue prime esperienze pittoriche spagnole, la scoperta del colore nei primi viaggi a Parigi, il contatto con Braque, il cubismo, il suo passaggio in Italia e poi il surrealismo, la scultura fatta con tutto e poi le opere di ceramica. Vi troverete opere di arte africana da lui collezionate e alcuni studi per Les demoiselles d’Avignon, una delle sue opere più celebre del 1907. Vi sono i ritratti e le sue fotografie, così come i quadri della serie dei baci, fatti con bocche popolate da denti affilati. Troverete anche quadri della sua collezione: Cézanne, Degas, Seurat, Rousseau il Doganiere, Modigliani.

Pablo Picasso, Il bacio,
Pablo Picasso, Il bacio, 1969

In questo museo incontrerete, insomma, tutta la vita di Picasso, e su richiesta è possibile anche consultare una biblioteca specilizzata sull’artista. Insomma, un vero gioiello per la Francia che ebbe l’intelligenza di permettere agli eredi di Picasso di pagare le tasse di successione con le opere d’arte, in modo da realizzazione di questa raccolta pubblica.

La riapertura è stata un gran segno positivo e, senza guardare alle polemiche sui tempi della burocrazia e sui costi, vorrei segnalare un lato che ho trovato nonostante tutto carente: mi riferisco all’aspetto più museografico. Dovrebbe infatti essere migliorata l’accoglienza al visitaotre. Sarebbe, ad esempio, assai utili migliori e più frequenti pannelli esplicativi, per meglio seguire le diverse fasi del lavoro di Picasso, per sapere chi fossero i personaggi principali del suo lavoro, oppurecome costruì la sua collezione personale. Emblematica è la sedia tratta da uno dei suoi studi, posta in mostra con i penneli e i colori dell’artista, sicuramnte per incuriosire il visitatore, ma senza una vera spiegazione che aiuti a collocarla nella storia dell’artista stesso, rendendola così pienamente parte del percorso espositivo. E’ certamente vero che le audioguide nel museo non mancano, ma una visita senza di esse è priva di ogni sostegno alla lettura dell’artista.

Comunque ciò che conta è che le opere ci sono. Spero che un allestimento espositivo migliore sia solo questione di tempo. La vista vale assolutamente la pena.

La festa comincia a tavola!

stemma accademia italiana della cucinaLa festa in Italia si celebra anche a tavola. Le festività natalizie poi sono il classico periodo di mangiate epiche, di riunioni familiari, di tradizioni culinarie che si tramandano quasi invariate in ogni famiglia. Tuttavia anche la tradizione ha dovuto fare i conti con i cambiamenti di gusto, la mancanza di tempo, la difficile reperibiltà di alcuni alimenti.

Ci viene incontro l’Accademia italiana della cucina nata per salvaguardare la tradizione culinaria del nostro paese e la “civiltà della tavola italiana che aveva (e fortunatamente ancora ha, almeno in parte) il proprio fondamento nella convivialità familiare, nel rispetto delle tradizioni, nella salvaguardia del costume gastronomico, nella conoscenza della storia, nella valutazione serena e obiettiva dei tempi che cambiano senza rinnegare né idealizzare il passato”.

Nata nel 1953 a Milano, fondata da personaggi di spicco dell’epoca, artisti, scrittori, giornalisti, industriali  (Orio Vergani – giornalista, scrittore; Luigi Bertett – presidente dell’Automobile Club d’Italia; Dino Buzzati – giornalista, scrittore, pittore; Cesare Chiodi – presidente del Touring Club Italiano; Giannino Citterio – industriale; Ernesto Donà dalle Rose – industriale; Michele Guido Franci – segretario generale della Fiera di Milano; Gianni Mazzocchi Bastoni – editore; Arnoldo Mondadori – editore; Attilio Nava – medico; Arturo Orvieto – avvocato e scrittore; Severino Pagani – scrittore e commediografo; Aldo Passante – direttore del Centro di produzione di Milano della Rai-Tv; Gian Luigi Ponti – banchiere, presidente dell’Ente Turismo di Milano; Giò Ponti – architetto; Dino Villani – giornalista, tecnico pubblicitario, pittore; Edoardo Visconti di Modrone – industriale) l’Accademia si propone di salvaguardare la cucina italiana come vero è proprio patrimonio culturale poiché “la cucina è infatti una delle espressioni più profonde della cultura di un Paese: è il frutto della storia e della vita dei suoi abitanti, diversa da regione a regione, da città a città, da villaggio a villaggio.
La cucina racconta chi siamo, riscopre le nostre radici, si evolve con noi, ci rappresenta al di là dei confini. La cultura della cucina è anche una delle forme espressive dell’ambiente che ci circonda, insieme al paesaggio, all’arte, a tutto ciò che crea partecipazione della persona in un contesto. È cultura attiva, frutto della tradizione e dell’innovazione”.

Dunque il mio regalo personale per questo Natale è quello di spronarvi a fare una visitina al sito dell’Accademia dove potrete trovare un ricchissimo data base di ricette della tradizione italiana. Chissà che non sarete invogliati quest’anno a presentare un menù diverso sulla tavola di Natale!

#imagine

L’8 dicembre 1980, 34 anni fa, moriva John Lennon per mano di Mark David Chapman, mentre stava rincasando nel suo appartamento su Central Park a New York, dopo una sessione di registrazioni in studio.

Da quella terribile sera ogni anno sono stati spesi fiumi di inchiostro e sono stati promossi eventi e progetti eccezionali per tentare di onorare la memoria di colui che nell’inconscio collettivo è divenuto un vero e proprio mito  uno dei più influenti e amati artisti del XX secolo. A lui è stata dedicata ad esempio una sezione di Central Park gli Strawberry Fields, luogo preposto alla meditazione e al riposo. Ma una delle più originali forme di commemorazione di questa leggenda della musica è senz’altro la app #imagine, strumento che permette via smartphone e tablet di duettare con John Lennon e trasmettere la propria esibizione al dj David Guetta, per un remix collettivo del brano che sarà pubblicato alla fine dell’anno.

L’UNICEF infatti invita tutte le aspiranti pop stars ad unirsi a Hugh Jackman, Katy Perry, Angélique Kidjo, Priyanka Chopra, Yoko Ono, David Guetta, ma anche, a sorpresa il Segretario Generale Ban Ki Moon a cantare insieme a John Lennon Imagine aiutando così a contribuire ad aumentare la consapevolezza dei diritti dei bambini. Come ha affermato Yoko Ono “Un sogno fatto da soli non resta che un sogno, ma un sogno che due persone fanno insieme diventa una realtà”.

Intanto io mi sono commossa!

Buonismo

imagesChi se lo aspettava che nel nuovo millennio ci saremmo dovuti difendere da un ennesimo comportamento sociale pericoloso, denominato buonismo? Non passa giorno che, ascoltando un dibattito o leggendo un giornale, non si senta il bisogno di scaricare la propria rabbia contro chi pratica questo nuovo atteggiamento deprecabile. Il buonismo, si dice da più parti, ci porterà alla rovina. Faccio un esempio. Ci sono i campi Rom: costano troppo e occorre smantellarli. E invece no: i buonisti fanno ostracismo. Alle mense scolastiche i bambini che non pagano non mangiano! E anche qui ecco che arrivano i buonisti e si oppongono a questa decisione, in modo chiaramente irresponsabile.

Torno indietro nel tempo per vedere da dove arriva questa piaga. Ma non mi ricordo di averlo incontrato prima questo buonismo! Certo, mi ricordo che esistevano delle persone per bene, decise a tutto per il bene della comunità, qualunque essa fosse, anche se doveva essere allargata ad altre culture. Ma allora quando è sorto questo nuovo ISMO?

Fate attenzione. I sintomi di questa nuova disfunzione sociale sono: se ti senti tollerante, ripudi i toni aggressivi e violenti, vorresti che si trovasse un modo per convivere tutti in pace, vorresti che tuo figlio avesse in classe bambini di ogni tipo ed estrazione sociale e culturale, se ti senti sollevato quando viene tratta in salvo una nuova barca di immigrati che cercano di arrivare a Lampedusa, ecco allora sei uno buonista. Uno di quegli scellerati, pericolosi individui che recano danno al proprio paese.

C’è solo una cosa da augurarsi, se hai tutti i sintomi del buonismo, e cioè che tu sappia far parte di una minoranza, standotene il più in silenzio possibile. E lasciare così che il nostro paese sprofondi sereno nella barbarie.

La vita o è stile o è errore

imagesLa nostra immagine, come italiani deriva dal nostro stile di vita. Cinema e moda l’hanno portata nel mondo, tirandosi dietro anche altri settori come l’alimentazione, il mobile e così via.

Uno stile di vita complesso che si riassume in una parola: buongusto. Si applica a come mangiamo, a come ci vestiamo, a come arrediamo ma anche a come ci approcciamo alla vita. Si suppone che noi italiani sappiamo farlo con leggerezza e appunto “buongusto”.

Ora, il problema è che oggi rappresentare questo stile nel mondo è divenuto difficile. Da un lato internet rende impossibile farlo senza essere banali: le cose di base sull’Italia sono disponibili ovunque. Dall’altro lo scenario è cambiato: elementi di quello stile che ci ha resi unici e famosi ci sono ancora, ma anche altri ce li hanno. Faccio un esempio: il nostro vino è ormai in competizione con quello di mezzo mondo e hai voglia a dire che da noi è una tradizione: sai cosa gliene importa a chi compra il vino a Rio de Janeiro? Questo si applica a tutti i nostri tradizionali punti di forza. La moda tiene, si dice: beh, insomma. Campa in mani straniere e dove è ancora italiana si dibatte nella discussione sull’opportunità di riportare tutte le produzioni in Italia. Il mobile va: certo, e il salone del mobile è ancora un grande evento, ma ormai l’unico nel suo genere, e purtroppo è anche cronicamente scollegato dal sistema moda, con cui dovrebbe interagire. Abbiamo slow food: super vero. Ma anche tante porcherie che avvelenano il nostro cibo; chi le mangia più le mozzarelle prodotte accanto alla  terra dei fuochi? E tutto il mondo sa della terra dei fuochi: a me ne hanno parlato amiche americane!

La domanda allora è: ma c’è un modo di ricostruire uno stile italiano per usarlo in modo da ri – affermarci nel mondo? Gli americani chiamano soft power l’attrattività culturale di un paese. Un potere basato sulla seduzione e non sulla potenza militare o economica.

Con lo stile italiano noi il soft power ce lo avevamo. Ma adesso come lo ricostruiamo? Come ricreiamo un soft power per ricavarci un nuovo posto nel mondo di domani?

La vita o è stile o è errore, si diceva un tempo. Speriamo lo capiscano anche i nostri politici.

Come ti educo il bambino…

Tiger parentsÈ meglio che i nostri figli se la cavino da soli o piuttosto è importante che, da bravi genitori, rendiamo la loro vita più facile possibile spianando tutte le asperità della strada verso l’età adulta?

Il dibattito impazza in Inghilterra, dove i “parents snowplow”, cioè i cosiddetti genitori spazzaneve, sono entrati nel mirino di educatori ed istituzioni. Questa categoria di genitori arriverebbe a nascondere la verità, confondere le acque, mentire pur di difendere i propri pargoli dalle inevitabili difficoltà della vita, alimentando naturalmente il pericolo di creare individui talmente fragili da crollare di fronte al primo fallimento.

Ma non è solo questa la tecnica genitoriale che viene presa di mira. Infatti accanto ad essa ed ugualmente nefaste troviamo:

il genitore elicottero, cioè quella categoria di genitori talmente concentrati sui propri figli che girano loro attorno come degli elicotteri, spesso dimenticando l’effettiva necessità della prole. Insomma una presenza pressante non solo fisicamente ma anche e soprattutto psicologicamente. Senza parlare del loro stress e della loro fatica per essere sempre in prima fila.

il genitore outsourcing, esattamente l’opposto del precedente esempio. I genitori di questa categoria fondamentalmente pagano. Pagano qualcuno che prenda per loro l’onere di essere genitori: dal concepimento all’università i figli di questa categoria di genitori verranno affiancati da tate, tutor, insegnanti di judo, yoga, respirazione, magari un analista che ne ascolti i pensieri… non è questione di prezzo!

il genitore tigre, è forse la categoria più conosciuta ed anche forse la meno pericolosa, sebbene il concentrarsi sul lato accademico/musicale dei propri figli piuttosto che sulla creazione dell’autostima e i raggiungimento della felicità faccia correre loro dei seri pericoli.

il genitore free range. Siamo agli antipodi: basta con il genitore onnipresente, l’obiettivo sta nel fare in modo che i figli acquisiscano abilità sociali tramite le esperienze di vita. Quindi maggiore libertà e possibilità di sperimentare fin da piccolissimi esperienze tali da responsabilizzarli socialmente. Pericoloso?

il genitore attachment, questa categoria vuole genitori super presenti in modo amorevole e dolce. Si dorme insieme, si allatta al seno, si porta il bambino sempre con se (evviva i marsupi). Metodo molto dolce ma faticoso, criticato perché trasforma le mamme in martiri…

Che tipo di genitore siete o siete stato per i vostri figli? Vi riconoscete in qualcuna delle categorie descritte? Se si e avete ancora tempo date una sterzata alle vostre attitudini.

Tutte queste categorie di genitori, disegnate naturalmente in modo generalizzato e con tanta ironia, tendono a semplificare, pianificare, progettare una vita, quella dei nostri figli, che in realtà non ci appartiene affatto. Siamo rosi dall’ansia di prestazioni, siamo desiderosi di dare tutto forse mossi da un’inconsapevole complesso di colpa. Ma dovremmo piuttosto ricordare che essere giovani implica anche fallire, o meglio la giovinezza dovrebbe essere l’epoca della vita in cui è concesso fallire e chi non sbaglia non cresce.

Orange your neighbourhood

international-day-elimination-violence-against-women-un-has-launched-orange-yourIeri, 25 novembre, è stata la giornata internazionale per l’eliminazione della violenza sulle donne. Da ieri fino al 10 dicembre, giornata internazionale dei diritti umani, saranno 16 giorni di attivismo contro la violenza basata sul “genere”, affinché sia posta fine alla violenza sulle donne, ragazze, bambine di tutto il mondo.

Quest’anno un’iniziativa singolare viene proposta dalla United Nations Secretary-General’s UNiTE campaign. Con lo slogan “Orange YOUR Neighbourhood” la UNiTE chiama tutte le donne ad organizzare, tra il 25 novembre e il 10 dicembre, degli Orange events nelle strade, presso i negozi, negli uffici del vicinato per attirare l’attenzione su questo scandalo planetario.

L’invito è quello di entrare in contatto con i vicini, con i negozi locali, il venditori di cibo all’angolo della strada, i distributori di benzina, i cinema locali, i barbieri, le scuole, le biblioteche e gli uffici postali, per colorare tutto di arancione: luci arancioni, bandiere arancioni sui punti di riferimento, nastri arancioni dove sono permessi, e organizzare punti di incontro dove sensibilizzare sulla violenza contro le donne e discutere le migliori soluzioni per la propria comunità. L’invito è a condividere le foto e i video che mostrano quanto siamo arancioni (#orangeurhood).

Solo 5 punti per comprendere il perché di queste manifestazioni:

  • La violenza contro le donne è una violazione dei diritti umani
  • La violenza contro le donne è la conseguenza della discriminazione contro le donne, nella legge come nella pratica, e del persistere delle ineguaglianze fra uomini e donne
  • La violenza contro le donne ostacola, progressi in molti settori, tra cui l’eliminazione della povertà, la lotta contro l’HIV / AIDS, e la pace e la sicurezza
  • la violenza contro le donne e le ragazze non è inevitabile. La prevenzione è possibile ed essenziale
  • La violenza contro le donne continua ad essere una pandemia globale

 

 

Ancora sul signor Gurlitt

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Il 7 novembre 2013 avevamo riportato sul blog una notizia sul signor Cornelius Gurlitt, figlio del mercante d’arte Hildebrand Gurlitt, operante in Germania negli anni del nazismo.

Questo signore, residente a Monaco, a seguito di una ispezione fiscale, era stato trovato in possesso di una collezione lasciatagli dal padre e composta di 1600 dipinti, disegni e incisioni. Le opere, fin da subito, vennero associate al sospetto di essere un tesoro sottratto o trafugato ai legittimi proprietari grazie alle leggi naziste, che avevano messo al bando molte opere di avanguardie perché definite frutto di “arte degenerata”, così rendendone possibile il furto e l’accantonamento da parte di pochi scaltri operatori che agivano di combutta col regime.

Il signor Gurlitt ha sempre detto che le opere erano state lui lasciate dal padre, il quale le aveva acquistate legittimamente come mercante, e che lui le teneva nascoste in casa perché questa era la sua maniera di goderne appieno.

I sospetti però rimanevano e ciò ha scatenato un grande dibattito. Le autorità tedesche, che hanno subito messo la collezione sotto sequestro, e una task force di esperti creata per questo caso hanno dichiarato che circa 499 opere sono di provenienza apparentemente illegale (ma la commissione è ancora al lavoro). Rimane anche il sospetto che, se anche comprate, lo siano state in condizioni di sostanziale svantaggio per il venditore, costretto a cedere a basso prezzo.

Poco tempo dopo questa scoperta il signor Gurlitt figlio è deceduto ed è saltato fuori il suo testamento, col quale annunciava di voler lasciare tutte queste opere al Museo di Berna, in Svizzera.

La controversia si è subito aperta: come può decidere lui a chi dare l’eredità se si sospetta che le opere, almeno in parte, siano state rubate oppure, nel migliore dei casi, estorte alle vittime grazie all’obbrobrio delle persecuzioni razziali?

Oggi, però, sembra che si sia messa la parola fine a questa vicenda. Infatti il Museo delle Belle D’arti di Berna ha dichiarato che accetterà questa eredità ad una condizione: che tutte le opere di dubbia provenienza rimangano in Germania, per essere restituite ai legittimi proprietari o ai loro eredi. Il governo tedesco, dal canto suo, si è impegnato a restituire le opere in questione, assumendosi tutte le spese di restituzione.

Credo che vedremo presto a Berna le opere rimanenti (nonostante un cugino di Gurlitt si sia fatto avanti per reclamarne l’eredità). La Jewish Claim Conference e la Federazione svizzera delle comunità israelitiche (FSCI) si sono dichiarate soddisfatte.

La storia ci ha appassionati e alla fine ci sentiamo sollevati dal fatto che una questione così spinosa e complessa abbia trovato in tempi relativamente rapidi una buona soluzione di compromesso.

 

 

Ma i toscani son tutti delle malelingue

imagesGià Dante aveva una linguaccia velenosa. Di quelli che gli stavano antipatici diceva peste e corna. E non solo spediva la gente all’Inferno o in Purgatorio, come a lui piaceva (anche se non tutti all’Inferno gli stavano antipatici, per Paolo e Francesca prova tanta umana comprensione e compassione da perdere i sensi!), ma sparlava di questo e di quello e inveiva persino contro città intere. Però il sommo Poeta poteva. E si sa che quella di essere malelingue sembra caratteristica comune a tanti toscani. Io sono di Prato e da noi si diceva che i nostri vicini pistoiesi fossero un po’ morti di sonno e un po’ ladri sacrileghi (e mica per via di Vanni Fucci, ma perché cercarono di fregarsi la Cintola della Madonna custodita nella nostra cattedrale). Dei fiorentini poi non ci siamo mai fidati. Tra Pisa e Livorno non corre buon sangue. I lucchesi si sentono un po’ superiori con la storia del loro vecchio ducato. E così via. Tutti con qualcosa da ridire sugli altri. In Toscana le parole sono taglienti. Ricordo un nonno che passeggiava col nipotino. Quest’ultimo cadde dalla bicicletta: “bravo bischero!” Lo apostrofò il nonno, senza pietà. Nessuno sfugge a questa regola di vita. Ricordo anche un prete anziano che non riusciva ad aprire il tabernacolo e armeggiando con la chiave esclamò: “ma che c’è qui dentro? Il demonio?!?!”. Il fatto e’ che l’amore per la battuta secca accomuna tutti da noi. Una mia amica di Viareggio, davanti a una signora col didietro voluminoso, se ne uscì con: “Se quella fa aria in un sacco di coriandoli, viene il carnevale!!!”.  Anche sul lavoro non ci si salva. Guai ad essere maldestri, si viene subito stigmatizzati con parole al vetriolo. Credo che la capacità dialettica del nostro premier venga dall’essere cresciuto in questa Toscana, dove se non hai la lingua pronta non sopravvivi. Forse quelli che si vogliono confrontare con lui in un dibattito dovrebbero prima passare qualche mese fra Firenze Livorno, per allenarsi a rispondere a tono.