
I giorni della memoria sono importanti. Anche se a volte sembrano occasioni per liturgie e passerelle del politico di turno, sono sempre momento di riflessione, specialmente quando si ha a che vedere con la memoria di orrori quali l’Olocausto.
Per me è importante ricordare che proprio il 16 ottobre di un altro anno, il 1943, avvenne la deportazione degli ebrei del ghetto di Roma: stipati in vagoni merci, furono inviati a morire nei campi di concentramento nazisti.
E pensare che oggi ci sono persone che negano la storicità dell’Olocausto: per loro, non è avvenuto, oppure è stato esagerato. A parte il fatto che anche una sola persona uccisa per motivi razziali è inaccettabile, ma sulla veridicità dello sterminio operato dai nazisti non ci sono dubbi. Vi è un’enorme quantità di fonti documentarie tipiche del XX secolo: filmati, fotografie, racconti dei testimoni e così via. Gli storici che lo hanno studiato si sono basati su un evidenza incontrovertibile. Chi lo nega o è uno squilibrato o ha intenti inconfessabili, ispirati a odio razziale.
Proprio in questi giorni, a Roma, si discute del funerale di un criminale nazista (così definito anche dalla giustizia italiana) che fu parte attiva negli orrori compiuti dalle truppe tedesche in Italia. Un uomo, non solo non pentito, ma anche convinto sostenitore delle tesi negazioniste di cui parlavo sopra.
Ricordare è importate, dicevamo. Noi italiani ci siamo macchiati dell’ignominia delle leggi razziali del 1938, quando ci unimmo alla Germania di Hitler in questa caccia assassina all’ebreo e quando negammo le dignità fondamentali a tanti cittadini italiani. E per di più li schedammo tutti, scrivendo sulle loro carte di identità che erano ebrei. Ciò facilitò il compito dei tedeschi e dei loro scherani italiani (perché ci furono i complici italiani!) quando, a Italia occupata, compirono le deportazioni, inclusa quella degli ebrei di Roma, che oggi tristemente ricordiamo. La carta di identità italiana divenne il viatico per le camere a gas.
Oggi ricordiamo non solo la deportazione da Roma, ma anche la vigliaccheria di un paese che si associò a una delle maggiori infamie del secolo appena trascorso.
Un rapido omaggio alla vincitrice del Nobel per la letteratura, perché é donna e perché é eccezionale.

Il 10 ottobre del 1963, 50 anni fa, l’Italia si svegliò accolta da una notizia terribile. Durante la notte un vasto pezzo di montagna, grande quanto una piccola città, era caduto dall’altezza di 400 metri nel bacino idrico creato dalla diga del Vajont, ai tempi un gioiello di ingegneria e la più azzardata e alta diga del mondo intero. La vicenda è risaputa, ingegneri e geologi non prestarono ascolto a chi in quella valle viveva da sempre e che sapeva quanto instabile poteva essere quell’angolo di Italia, minata da piccoli terremoti e smottamenti. La beffa è che la diga sopravvisse allo tzunami creato dal distacco della montagna, non altrettanto fece il paese a valle: Longarone.
Amo profondamente la musica, non posso pensare una vita senza la musica. Amo quasi tutti i generi musicali e quasi tutti i miei gesti quotidiani sono accompagnati dalla musica, quella riprodotta dalla radio, dal computer o dal “giradischi” (ebbene sì, in famiglia siamo ritornati a questo strumento che i più giovani hanno giudicato arcano all’inizio, ma che poi hanno saputo apprezzare proprio per l’imperfezione della riproduzione), ma anche dalla colonna sonora che mi frulla in testa continuamente.










