A Tokyo esiste una libreria del tutto singolare, un minuscolo luogo di 20 metri quadrati appena in cui viene proposto un solo titolo alla settimana. Il concetto di “un singolo libro in un singolo spazio” è stato inventato dal proprietario del Morioka Shoten Co., Ltd.: Yoshiyuki Morioka, che ha reso il bookstore famoso in tutto il mondo agendo in modo opposto alla logica delle grandi librerie con enormi spazi e chilometri di scaffali. Il proprietario è fermamente convinto che concentrarsi su un unico titolo favorisce la sua comprensione e accettazione stabilendo un forte legame di confidenza con il libraio e promuovendo un nuovo livello di lettura oltre che di esperienza personale. Il concetto è semplice e si basa sull’idea che ogni libro stampato è degno di essere letto. Qui la sola condizione è quella di focalizzarsi su un solo titolo alla volta.
Per tutti coloro che cercano un posto lontano dai rumori del mondo, in cui leggere rimane dimensione personale, in cui scegliere un libro rimane un’esperienza insuperabile…
Non esiste in italiano un vocabolo che traduca esattamente il termine inglese misperceptions. Potremmo dire “idee sbagliate”, ma la connotazione sarebbe troppo marcata; altra traduzione sarebbe “percezioni errate” o meglio ancora “percezioni erronee” (cioè contrarie alla logica e al vero). Fatto sta che secondo uno studio condotto dalla IPSOS MORI, società britannica di ricerca e comunicazione, in 14 paesi del mondo intero, compresi Australia, Sud Corea e Giappone, è stato calcolato un Indice di ignoranza, che purtroppo ci vede al primo posto fra le nazioni esaminate.
Le 14 nazioni in cui sono state fatte le interviste, nell’agosto del 2014, a soggetti fra i 16 e i 64 anni, sono: Australia, Belgio, Canada, Francia, Germania, Ungheria, Italia, Giappone, Polonia, Sud Corea, Spagna, Svezia, Gran Bretagna e Stati Uniti. Nove le domande contenute nel questionario dell’intervista, vertenti sulla percentuale degli immigrati, ad esempio, o sulla percentuale della popolazione che vota alle elezioni o ancora sulla percentuale della popolazione cristiana o di quanti sono i cittadini che superano i 65 anni in una certa nazione.
Attraverso la risposta data da un campione di mille persone la IPSOS MORI ha stilato una classifica molto esauriente sulla differenza che corre fra la realtà delle cose e la percezione che la popolazione ha della realtà delle cose. Non si tratta di un esercizio accademico. Pensate ad esempio su quante percezioni erronee si trova ad esercitare un certo tipo di politica, che fa leva proprio su questo Indice di ignoranza per costruire le proprie campagne. Vi invito a rispondere alle 9 domande dell’IPSOS MORI. Un giochetto che vi svelerà verità differenti e vi farà comprendere come spesso le priorità pubbliche siano dirottate su false realtà o a causa di allarmismi del tutto inesistenti.
Anni or sono, quando i miei figli erano davvero piccoli e ci divertivamo a guardare insieme i cartoni, mi capitò di vedere un lungometraggio animato che da allora (e parlo di oltre dieci anni) è rimasto impresso nella memoria come uno dei più poetici e struggenti prodotti mai visti. Il titolo era Il castello errante di Howl, e solo parecchio tempo dopo scoprii che il geniale autore di questo gioiello era un giapponese di nome Hayao Miyazaki e che insieme al regista Isao Takahata aveva realizzato tanti altri lungometraggi come questo, primo fra tutti La città incantata (Orso d’oro a Berlino nel 2002 e Oscar come miglior film di animazione nel 2003), e ancora, Porco rosso, Si alza il vento solo per citare i più conosciuti in Italia.
Niente a che vedere con i film Disney, prodotti perfetti creati per fare cassetta, gli anime (termine giapponese che si applica a questo tipo di cartoni) creati dallo Studio Ghibli – così si chiama la casa di produzione fondata dai due Maestri – sono veri e propri gioielli artistici, ponti fra la sensibilità orientale e il pragmatismo occidentale.
In molti film disegnati da Miyazaki la visione del mondo, il senso di divertimento infantile, su cui incombe la malinconia degli adulti, e la gioiosa, serena attenzione alla stranezza visiva e la bellezza senza parole, potevano essere realizzati solo in Giappone. Mondi paralleli, sospesi fra la magia e la tradizione, figure che si rifanno alla mitologia giapponese si confondo e fanno da sfondo a storie di una profonda poesia e complessità. Il bene e il male, il cui confine non è sempre così definito in quanto i personaggi hanno la capacità di cambiare, il grande rispetto e affetto per il mondo dei bambini e per quello degli anziani (di stampo decisamente nipponico, dimenticato nel nostro frenetico mondo), l’idea che la terra non sia stata creata esclusivamente per gli uomini, ma per ogni specie vivente, tutti questi sono temi ricorrenti nelle opere di Myiazaki. Un poeta e un artista (non per nulla Miyazaki ha ricevuto nel 2005 il Leone d’Oro alla carriera del 62° Festival del Cinema di Venezia) al quale dal 4 ottobre fino al 1° marzo 2015 è dedicata una mostra al Musée d’Art Ludique di Parigi in cui sono esposti 1300 schizzi preparatori dello Studio Ghibli. Per la prima volta il grande pubblico potrà ammirare i Layout di 30 anni di attività dello Studio, la genesi di quei cartoni che in tanti amiamo e la dimensione artistica all’origine di queste opere.
Forse chi si aggira dalle nostre parti (intorno a Ginevra e regione, intendo) si sarà stupito vedendo dei cartelloni pubblicitari un po’ bizzarri. Su fondo bianco, infatti, grandi caratteri attirano l’attenzione con parole strambe tratte dal linguaggio colloquiale o da quello dei fumetti. Solo in un secondo tempo, a ben guardare, ci si accorge che essi sono un invito a recarsi al 28° Salone del libro di Ginevra che si terrà dal 30 aprile al 4 maggio al Palaexpo.
Una kermesse che per anni ha sofferto a causa della marginalità del mercato librario della Svizzera Romanda, ma che da qualche tempo ha ripreso vigore grazie agli sforzi delle due curatrici: Isabelle Falconnier, presidentessa del Salone, et Adeline Beaux, direttrice, che si sono profuse in un duro lavoro per cambiare completamente il volto di quella che sembrava una manifestazione destinata a morire.
Compito duro per queste due coraggiose soprattutto se si pensa alla situazione di Ginevra all’interno del sistema Svizzero. Territorio francofono, ma con tratti ben distinti, culturalmente e socialmente, dalla vicina Francia. Inoltre luogo di incontro per eccellenza di culture diverse che ne hanno un po’ appannato l’identità. Con tali presupposti la fiera, che aveva assunto nel tempo una patina antica, quasi polverosa, ha ricevuto un nuovo volto e una nuova vita grazie alla ventata idee apportate dalle due curatrici.
Basta dare uno sguardo al sito della fiera e alla lista degli avvenimenti programmati (dagli incontri con gli scrittori, alle tavole rotonde, ai premi letterari e sì anche agli atelier di bricolage) per comprendere quanta strada sia stata fatta.
Spazi dedicati al viaggio, al fumetto, al benessere personale, alla cucina, al libro giallo (con il suggestivo titolo di Scène du crime). E ancora il Padiglione della cultura araba, un nuovo spazio composto da una libreria tematica, da una palcoscenico e da un caffè-ristorante, in cui l’intenzione è quella di offrire momenti di scambio e scoperta interagendo con intellettuali e scrittori arabi.
E poi una finestra aperta sull’Africa e i suoi autori e sul Giappone, ospite d’onore di questa ventottesima edizione.
Insomma pare che il divertimento, come era intenzione delle curatrici, sarà assicurato un po’ a tutti!
In casa mia la scorsa settimana è entrato per la prima volta il braccialetto per restare in forma. L’oggetto, tenuto per sempre al polso, mi dà indicazioni utili alla mia vita: mi dice se ho mangiato in modo moderato, come sta il cuore, se devo fare più attività sportiva e infine se le ore concesse al sonno ristoratore sono state sufficienti. Me lo metto al polso e mentre lo faccio mi domando se quel laccio è più simile a una manetta o a uno spirito guida che mi porterà alla salvezza.
Sul venerdì di Repubblica leggo che in Giappone finalmente sarà messo in vendita il reggiseno che si slaccerà solo quando la donna che lo veste sarà veramente innamorata (Silvio Piersanti, “Il reggiseno giapponese che scatta solo se c’è l’amore vero” Il venerdì de La Repubblica), di cui abbiamo parlato qualche settimana fa. Diabolico: ci metteranno dei sensori nella coppe che saranno in grado di individuare i cambiamenti dei ritmi cardiaci. Ma, sentite bene, il sensore è così intelligente che saprà distinguere se questi cambiamenti del cuore sono causati da sforzi, da sport o dall’incontro con il vero amore.
L’attacco al corpo e alla mente dell’essere umano è stato sferrato. Il computer saprà di noi più di quanto noi siamo in grado di percepire. Prevedo che accadrà cosa mi è successo con il navigatore della macchina: ora non posso più farne a meno dal momento che mi ha reso la vita più semplice, inoltre arrivo prima ovunque e più velocemente. E poi è inutile negarlo: usandolo ho perso il mio sesto senso, la capacità di orientarmi e un po’ di memoria. Come potrei adesso tenere a mente tutte le indicazioni chieste a passanti? O ancora, ditemi quanti di voi ricordano a memoria i numeri di telefono o le dosi per i dolci?
Il computer sempre di più diventerà la mia sfera di cristallo, e presto con un semplice clic saprò un sacco di cose su di me. Ma in cambio cosa cederò e cosa riceverò?
Guardo meglio quel braccialetto: un aggeggio tecnologico, un attentato alle mie capacità. Così decido di rimandare: lo indosserò il prossimo lunedì
Distanze e movimento: queste sono le due parole che mi vengono in mente quando penso al mio futuro e a quello dei miei figli e dei miei cari.
E’ così che quando mi hanno raccontato di una mostra che si è tenuta a Parigi al Jeu de Paume, dal titolo Lives in Transit, mi sono precipitata ad informarmi. Perché l’arte sa esprimere e ci fa vedere quello che percepiamo in modo confuso.
E così è stato, la mostra è dell’artista Adrian Paci. Un’opera mi ha colpito particolarmente: The Column, una colonna classica di marmo fatta in Cina. L’idea di Paci, artista albanese, rifugiato dagli anni Novanta in Italia a causa della guerra, è stata quella di seguire tutte le fasi con cui, da un blocco di marmo grezzo estratto a nord di Pechino, si e’ creata, durante il trasporto su una nave cargo, una colonna con capitello corinzio.
Adrian Paci, The Column, 2012
Viaggiare seguendo il corso di un oggetto e seguire le tappe della sua trasformazione. E’ un tema caro agli artisti in questi tempi di globalizzazione in cui tutte le carte si stanno rimescolando ad un prezzo a volte alto.
Anche lo scrittore Jonathan Franzen aveva fatto la stessa cosa nel racconto La pulcinella cinese inserito nel suo ultimo romanzo Più lontano ancora (Einuadi, 2012). In quel caso la pulcinella è un pupazzo di peluche made in Cina che il fratello gli ha regalato per Natale. L’oggetto lo attira e decide di andare in Cina a visitare il luogo dove è stato prodotto l’oggetto.
Franzen e Paci decidono di seguire il viaggio di un oggetto; entrambi gli oggetti sono partiti dalla Cina per arrivare in occidente. Lavorando sull’idea del viaggio, possano così affrontare e cercare di spiegare temi sociali quali lo sfruttamento del lavoro e quello dell’orrore industriale e dell’inquinamento ambientale per Franzen. Ma quel viaggio, si capisce, nasce per spiegare qualcosa a loro stessi e per dare sostanza visiva e verbale ai mutamenti e stravolgimenti che stiamo vivendo in questo periodo di distanze e movimento.
Finisco segnalandovi un giovane fotografo: David Favrod di padre svizzero e di madre giapponese. In lui la ricerca di identità non parte da un oggetto ma da se stesso e dal suo autoritratto.
David Favrod
Dopo una lunga serie di indagini e ricerche sul suo Giappone lontano ha deciso di ricreare il proprio Giappone, nel Vallese, in Svizzera.
Ve lo segnalo perché mi sembra che anche lui tratti del tema più attuale e probabile per le prossime generazioni d’artisti.
Perché l’arte in questo mescolamento è in uno dei suoi momenti migliori e sono certa che ne ne vedremo delle belle.
Letto e dimenticato. Già… lo avevo letto, con fastidio, e dimenticato in un cassetto della memoria, volutamente.
Quando mi trovai per le mani Non lasciarmi di Kazuo Ishiguro, ero ancora guidata dall’impossibilità di lasciare un libro a metà (poi per fortuna mi è venuto in aiuto Pennac con il suo Come un romanzo) e dunque mi trascinai penosamente fino alla fine del volume, soffrendo, profondamente, con i protagonisti di questa ingiusta, intensa e visionaria storia d’amore. Era il 2006 e presa da mille altre cose non ero riuscita ad apprezzare questo duro e improbabile romanzo. A metà fra fantascienza e feuilleton.
Ricordo che non potevo rassegnarmi al tragico destino dei protagonisti, ma soprattutto non potevo rassegnarmi al loro immobilismo, al fatto che neanche per una volta, nell’intero libro, nessuno di loro aveva pensato solo per un momento a ribellarsi con risolutezza al fato.
Ringrazio ora di aver avuto l’occasione di leggere questo romanzo, che mi è ritornato in mente dopo averne visto la versione cinematografica, superbamente interpretata da Carey Mulligan (splendida protagonista di An education), Andrew Garfield (l’Eduardo di Social Network) e Keira Knightley.
In un mondo parallelo al nostro, in un’epoca che combacia quasi con la nostra, si dipana la storia dei tre personaggi, Katy, Tommy e Ruth, legati fra loro da profonda amicizia e amore. I ragazzi sono sospesi per tutta la durata del romanzo in un presente di cui non conoscono e non capiscono le regole.
La fanciullezza viene passata a Hailsham, un collegio nella campagna inglese, in un clima ovattato, lontano persino dagli echi della “civiltà”, dove i piccoli sono accuditi e lasciati volutamente nell’incertezza sulle loro origini, ma allevati nella convinzione di essere in qualche modo speciali. Qui i bambini sono invitati a coltivare la loro creatività attraverso l’arte, la letteratura, la musica e solo alla fine del racconto si scoprirà che tutto ciò fa parte di un esperimento per provare che anche i cloni, ciò che questi bambini sono in realtà, sono forse più umani degli umani. Ad Hailsham, infatti, i bambini (e il lettore) iniziano lentamente a comprendere il tragico destino al quale sono chiamati: divenire “parti di ricambio” per un’umanità malata.
Nel secondo capitolo i ragazzi, ormai cresciuti passano gli anni del compimento degli studi, della definizione della personalità, della consapevolezza del tempo che rimane loro ai Cottages, dove godono di una certa libertà. Il terzo capitolo racconta l’età della fine, del compimento dello scopo per il quale i cloni sono stati creati.
La storia è condotta in modo delicatamente orientale, senza contrasti o atti di ribellione al destino, cosa che nel lettore (abituato più spesso ad un agire eroico) lascia spazio allo sconcerto, fatta di atmosfere attutite e lievi. Si è condotti per gradi a scoprire la devastante verità e quasi non la si vuole scoprire tanto è agghiacciante e scioccante.
Così Ishiguro ci lascia il suo messaggio che non credo sia una riflessione morale sulla bontà o meno della creazione di cloni come parti di ricambio e neppure sulla bontà o meno di una società che accetta questa pratica. Credo piuttosto che il desiderio dell’autore sia quello di comunicarci che, alla fine, solo l’arte e l’amore restano all’uomo per dichiararsi tale, al di là di ogni volontà di cancellazione e annullamento.
Non è la prima volta che Ishiguro da prova della sua maestria nel raccontare con suprema bravura il viaggio interiore dei suoi personaggi (vorrei solo ricordare un altro suo capolavoro: Quel che resta del giorno). Detto ciò, fra le mille sensazioni che questo libro singolare lascia, si preferirebbe che questi cloni, tanto gentili, indifesi e inoffensivi fossero fornitori di organi senza anima… tutto sarebbe più accettabile. Da non perdere.
Da quando dal Giappone mi è giunto in dono un fantastico libro intitolato semplicemente Sushi, che non solo ne narra la storia, ma anche la tecnica e i segreti (e credetemi fare un buon risotto alla milanese è decisamente più difficile, sebbene meno esotico), sono diventata una fan sfegatata di questo paese e delle sue stranezze.
Che il Sol Levante sia ormai il “nuovo mondo” è assodato. E molte delle nuove mode e tendenze che spopolano anche in Occidente, le più bizzarre e improbabili, arrivano proprio dal Far Far East! Questo è un argomento che solo in apparenza sembra frivolo, ma che nasconde tuttavia i segni del profondo malessere di un’intera società, basata sull’obbedienza, la disciplina, l’adesione a rigidissime regole comportamentali che annullano l’individuo per conseguire una presunta e forse impossibile armonia universale.
Senza volermi ulteriormente addentrare in questo spinosissimo argomento, voglio solo parlare di alcune tendenze dei giovani giapponesi che sottolineano la volontà delle nuove generazioni di spezzare un sistema percepito come troppo stretto e soffocante.
Sono certa che pochi di voi hanno sentito parlare di Harajuku o Agejo Girls o di Maid o Cat Cafe.
Ebbene sono solo alcune delle innumerevoli new waves seguite dal pubblico giapponese.
Le ragazze Harajuku formano una vera e propria tribù metropolitana. Per dare sfogo alla propria creatività sono alla ricerca di uno stile assolutamente personale, che sfocia inevitabilmente nella stravaganza e nella trasgressione a tutti i costi. Matrice comune è il pervicace rifiuto della moda corrente.
Le ragazze Agejo sono giovani donne che sfoggiano pelle bianchissima, occhi enormi, esaltati dal trucco e dalle ciglia finte, capigliature curatissime con capelli lunghi e boccoli, spesso biondi (???), vere e proprie bamboline di porcellana.
Ma quello che mi ha fatto impazzire veramente, mentre sul web ero alla ricerca di qualche altra gustosa chicca nipponica, sono due tipi di locali veramente trendy in questo periodo! I Maid e i Cat Cafe. Locali a tema in cui il giapponese “tipo” si rifugia per una pausa.
I primi sono locali che erano stati immaginati per gli Otaku dei fumetti (gli otaku noi li chiameremmo i malati di manga, quelli ossessionati dalle strisce) in cui la prerogativa è essere accolti da cameriere con divise che ricordano la foggia vittoriana,
ricche di pizzi e col grembiulino bianco e la crestina, ma che sono terribilmente corte. Le cameriere, addestrate a parlare e ad agire come cartoons, per metterti a tuo (dis)agio accolgono il cliente con la frase “ben tornato a casa, onorato padrone”. E basta questo, pare, per mandare in visibilio il popolo maschile giapponese, ma non temete donne, esiste il corrispettivo femminile: i Butler’s cafe (che orrore!).
Ebbene il pezzo da novanta per me sono i Cat cafe, e mi commuovo pensandoci, non certo per l’amabilità dei quieti gattoni che vi circolano, quanto piuttosto al pensiero di quanto possano sentirsi soli e disperati i frequentatori di tali locali, forzati a non poter neanche possedere in casa propria un animale assolutamente non invasivo come il gatto. Infatti si tratta di luoghi in cui bere, comodamente seduti, un caffè, godendo del privilegio di coccolare un gatto!