Passions

Bill Viola
Bill Viola, Ablutions,2005

Chi pensa che l’arte contemporanea non possa più scuotere o andare al cuore di questioni fondanti la nostra esistenza, vi invito ad andare a Berna a visitare la mostra Passion di Bill Viola.

Bill Viola, il maestro del video nell’arte, a partire dagli anni Settanta ha adottato questo mezzo espressivo, inizialmente partendo dallo studio dei sistemi di percezione e dei segnali elettronici, poi seguendo tutti i cambiamenti che hanno rivoluzionato il mondo della comunicazione visiva. Chi conosce il suo lavoro sa che di fronte alle sue opere non si è mai spettatori passivi: i suoi video portano in un’altra realtà per far compiere un viaggio introspettivo a contatto con le proprie emozioni.

Bill Viola
Bill Viola, Observance,2002

A Berna troviamo una serie di video più vecchi nel Kunstmuseum, mentre altri cinque video legati a temi spirituali si trovano dentro la cattedrale: si tratta del ciclo “The Passions” del 2002. Bill Viola vi  affronta un tema di natura religiosa, cosa non nuova per l’artista.  Difficilmente posso descrivere l’emozione provata davanti a uno dei video del ciclo, Observance (2002), collocato dietro l’altare. E’ un susseguirsi di persone in fila, persone comuni che vengono verso lo spettatore e guardano verso il basso, esprimendo un immenso dolore, qualcosa che li turba terribilmente ma che noi spettatori non vediamo. I personaggi si muovono lentamente, sono di fronte ad una disgrazia terribile. Viene spontanea l’associazione al corpo di Cristo morto .

Con le opere di Bill Viola è sempre così, lui ti chiede di guardare, aspettare e lasciarti andare per poter meditare su alcuni aspetti della condizione umana. I suoi video non si conciliano con il mondo contemporaneo, con il consumo facile, col tutto e subito. Tutte le sue tematiche sono carattere spirituale: l’immagine dell’uomo, il suo corpo, la percezione del passaggio tra la vita e la morte, i quattro elementi fuoco acqua aria e terra. Sicuramente sono dovuto anche alla sua frequentazione della filosofia Zen.

Bill Viola
Bill Viola, Study for Emergence,2002

In questo momento chi volesse approfondire le opere di Bill Viola non solo può vistare la mostra di Berna ( che rimarrà aperta fino al 7 luglio) ma anche una mostra a Parigi, presso il Grand Palais, fino al 21 luglio . A Parigi troverete molte opere e vedrete rappresentate tutte le fasi del suo lavoro. In mostra ci sono anche le opere ispirate dai grandi artisti del passato come Goya, Bosch, Pontorno o Giotto.

Le opere di Bill Viola guardano anche al passato dell’arte occidentale e prendono dall’antico quella sapienza necessaria per condurre lo spettatore a proiettarsi dentro l’immagine. State certi le sue opere sono come una freccia che procura una fitta al petto.

 

“La capacità di produrre capolavori non esiste più”

Gerhard RichterManager Magazine, rivista tedesca, per la decima volta lo ha classificato come l’autore contemporaneo più influente sulla scena dell’arte planetaria. Nel 2013 una sua foto dipinta, Domplatz Mailand, realizzata nel 1968, è stata battuta per la bellezza di circa 29 milioni di euro. Stiamo parlando di Gerhard Richter, al quale la Fondazione Beyeler di Basilea dal 18 maggio al 7 settembre dedica la più grande esposizione di opere finora vista in Svizzera. Saranno in mostra le serie, i cicli e gli spazi creati dall’artista, grande inventore di architetture visionarie (“è un sogno che ho, che i quadri si trasformino in ambienti, che diventino essi stessi architettura”).

In 60 anni di carriera Richter ha prodotto un’opera molto variegata, di grande varietà tematica e stilistica.  Passando dalla pittura figurativa attraverso la rielaborazione delle fotografie e giungendo all’arte astratta, con le tavole colorate, le superfici monocrome fino alle composizioni generate dal computer. Ha affermato che “se i dipinti astratti mostrano la mia realtà, i paesaggi e le nature morte mostrano allora il mio desiderio”.

Interessato e attratto da tutto ciò che compone il mondo contemporaneo e dunque anche alla storia recente, Richter negli anni Settanta crea un ciclo di opere oggi esposte al Museum of Modern Art di New York: Oktober 18, 1977. Si tratta di 15 fotografie, immagini di stampa dipinte, ispirate agli avvenimenti che videro protagonista la Rote Armee Fraktion, la banda Baader Meinhof, negli anni di piombo della Germania. Anche quest’opera, fra le altre, è eccezionalmente in mostra a Basilea.

In una recente intervista rilasciata ad Hans-Ulric Obrist, critico d’arte, condirettore della Serpentine Gallery di Londra e curatore della Mostra alla Fondazione Bayeler, Richter polemizza affermando che “la capacità di produrre capolavori non esiste più “, che il termine dovrebbe essere completamente ridefinito, che nel panorama artistico attuale molto dipende dalla fortuna. “Non c’è mai stata tanta arte come adesso” e ancora “Il termine bellezza è così squalificato, anche perché tanta brutta stupidità viene spacciata per bellezza. I modelli propagandati dal cinema, dalla tv e dalle riviste propongono una bellezza falsa e vuota, ed è forse per questo che la bruttezza va così di moda. La società si sta anestetizzando” (da un’intervista all’autore di Hans Ulrich Obrist, sull’inserto Lettura del Corriere della Sera, n 128).

Parole dure, pronunciate non con dolore, da un’icona vivente.

Chiacchiere del lunedì

Delphine Boël, The Golden Rule blabla
Delphine Boël, The Golden Rule blabla

Karma Cola. Anni fa Gita Mehta, una scrittrice indiana sagace e tagliente, scrisse un libro intitolato proprio così. Voleva stigmatizzare l’atteggiamento di tanti occidentali che si recavano in India per “cercare se stessi” senza rinunciare al proprio bagaglio di consumismo occidentale. Ne venivano fuori tanti quadretti esilaranti. Mi viene in mente perché mi sembra che oggi viviamo nell’era del Karma Cola: il nostro rapporto col corpo e con lo spirito sembra dover passare attraverso tutta una serie di pratiche fisiche e meditative nate in contesti diversi, ma adesso divenute universali. Al mattino facciamo il saluto al sole, molti meditano, tanti fanno yoga. Ho un amico che mi ha detto: ma come: non fai mai i “tibetani”? Alla mia richiesta di spiegazioni ha risposto: “sono esercizi utilissimi, basati su discipline fisiche e spirituali antichissime”.  Insomma, chi non li fa è spacciato.  Conosco chi si getta dai ponti legato a una corda e chi medita di buttarsi in un burrone appeso a una specie di mantello. E potrei fare altri mille esempi.

A me viene in mente che da bambini ci spiegavano il bisogno della ginnastica con una frase latina: mens sana in corpore sano. Ma sarà vero?

Il giorno dopo il 1 Maggio: pensieri

scena dal film, 12 anni schiavo di Steve Mc Queen
scena dal film, 12 anni schiavo di Steve Mc Queen

Tutti gli uomini (oggi diremmo gli uomini e le donne) sono creati eguali. Le belle parole scritte da Thomas Jefferson nella dichiarazione di indipendenza degli Stati Uniti d’America. Le parole che lo hanno fatto passare alla storia come colui che, con un tratto di penna, cambiò il giudizio di Aristotele sul fatto che certi essere umani nascono per comandare e altri solo per servire. No: tutti nascono eguali. Parole altissime. Eppure Jefferson aveva degli schiavi nella propria piantagione, a Monticello (proprio Monticello, si chiamava, dal momento che Jefferson amava l’Italia). E nemmeno pochi: ne aveva svariate decine. L’azienda di famiglia andava avanti per mezzo degli schiavi.

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scena dal film, 12 anno schiavo di Steve Mc Queen

Il motivo era che la schiavitù, oltre che centrata sulle schifose e demenziali concezioni razziste che purtroppo sembrano non scomparire mai in questo mondo, si basava sullo sfruttamento della manodopera a costo zero. Lo stesso Jefferson in una lettera scrisse che ogni volta che nasceva un nuovo schiavo nella piantagione i suoi profitti tendevano ad aumentare.

Bangladesh, crollo palazzo
Bangladesh, crollo palazzo, aprile 2013

Sfruttamento: l’altra faccia della schiavitù. Come lo sfruttamento,  selvaggio che si compiva un anno fa nel Rana Plaza, in Bangladesh, dove più di mille persone – al lavoro per un salario da fame – sono morte perché le più elementari norme di sicurezza venivano costantemente ignorate.

La schiavitù e lo sfruttamento non muoiono mai: cambiano, si trasformano, ma sopravvivono nei meccanismi legati all’avidità, alla volontà di massimizzare il profitto a scapito di tutto e tutti. Abbiamo ancora tanta strada da fare per poter affermare con sicurezza che, nei fatti, in pratica, nasciamo tutti eguali.

 

Lindy’s cheese cake

New York City FoodQuando per le mani capitano dei libri-gioiello è necessario parlarne. È il caso di un libro americano, anzi americanissimo, anzi per niente americano… Infatti il libro, scritto da Arthur Schwartz, esperto di cibo, food editor e critico culinario di fama, è un viaggio nella storia della meno americana di tutte le città: New York, attraverso i cibi che in questa città sono stati serviti fin dalla sua nascita.
La storia non poteva essere più complicata di così. Dalle origini indiane del luogo, passando per le influenze inglesi, danesi, italiane, cinesi, ebree si ricava un quadro esaustivo di cosa è oggi la Grande Mela. Schwartz disegna la storia di ogni gruppo di emigranti attraverso i cibi che preparavano e i ritrovi in cui si riunivano. Un altro modo di raccontare la città.
Ma parlavo di libri-gioiello, e a dimostrazione che questo è uno di loro il volume oltre ad essere impreziosito da 140 fotografie di Chris Callis e contenere decine di foto di archivio, riporta le 100 migliori ricette che New York ci ha offerto.
Allora per celebrare questo prezioso volume (Arthur Scwartz’s, New York City Food, Stewart Tabori & Chang, New York 2004), fra le 100 ricette, tutte ripetibili e in fondo abbastanza semplici, ho deciso di offrirvi la ricetta della Cheese Cake di Lindy. Innanzitutto bisogna precisare chi era Lindy. Si trattava infatti uno storico ristorante di Jewish delicatessen, famoso per le sue cameriere spiritose (al limite della sfacciataggine). Schwartz racconta come la crema della Cheese cake di Lindy, dolce che riassume l’essenza stessa di New York, non sia stata un’invenzione del vecchio Leo Lindermann (Lindy), ma di un suo concorrente Arnold Reuben, al quale soffiò il pasticcere svizzero che aveva assunto, Paul Heghi, che cucinò per lui la famosa torta guarnendola di fragole, la variazione che la rese unica.
Per la base: una bustina di vaniglia in polvere, 250 g di farina, 60 g di zucchero, la buccia grattugiata di un limone, un rosso d’uovo, 60 grammi di burro, un pizzico di sale. Mescolate tutti gli ingredienti fatene una pasta morbida e mettetela in frigo nella pellicola per un’ora. Mettete la pasta sul fondo di un recipiente piuttosto alto (dovrete aggiungere il ripieno) Cuocete la pasta a 200 gradi per 10/12 minuti. Mettetela in frigo poi per 30 minuti almenodopo averla abbondantemente spennellata con il burro.
Per il ripieno: 900 g di crema di formaggio tipo philadelphia (attenzione per?ò non quella magra quella bella grassa!), 400 g di zucchero, 50 g di farina, la buccia di un limone grattugiato, una bustina di vaniglia 5 uova intere più due rossi60 ml di crema acidulata. Innanzitutto riscaldate il forno al massimo della sua temperatura. Poi mescolate la crema di formaggio a temperatura ambiente con lo zucchero la vaniglia, la buccia del limone. A questo punto incorporate le uova ad un ad una e mettete la crema acidulata. Versate il composto nel recipiente in cui avete cotto la base e mettet il tutto in forno per 12 minuti. Riducete poi la temperatura del forno a 90 gradi e cuocete per un’ora (o più se il ripieno vi sembra ancora liquido. Finita la cottura prima di essere mangiata la cheese cake deve riposare in frigo per qualche ora, meglio per un’intera notte.
Vi assicuro che è una delizia da un milione di calorie!

Passo dopo passo

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“Non posso che meditare camminando” scriveva Jean Jaques Rousseau nel nono libro delle sue Confessioni-non appena mi fermo smetto di pensare, la mia testa non procede che con i mie piedi” ( dal libro di Robert Macfarlane, Le antiche vie, Einuadi 2103).
Da un paio di anni ho fatto una scoperta che mi ha cambiato la vita: camminare. Non sono un tipo atletico, tutt’altro; ma per caso e senza saperlo camminare mi ha aiutato a superare momenti difficili e a cancellare pensieri sgradevoli.
I sentieri “nutrono e rallegrano lo spirito ”.

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Forse anche per questo mi sono subito incuriosita per l’annuncio del Festival del camminare, che si terrà a Bolzano nei giorni che vanno dal 23 al 25 maggio. Un festival molto interessante in cui i camminatori non avranno modo solo di approfondire la propria passione dal punto di vista pratico dell’escursione ma potranno anche riflettere sulla filosofia e l’arte del camminare. Chi vuole al festival ci può anche arrivare a piedi. Ma nel programma, oltre a conferenze workshop e proposte di passeggiate, si terrà anche il raduno europeo delle joelettes che, non sapevo, sono le carrozzelle da fuori-strada che permettono ai disabili di partecipare alle escursioni in montagna.
Se poi al piacere personale di sentire le vostre suole aderire al sentiero, unite quello di leggere letteratura da viaggio, vi consiglio senz’altro di leggere i racconti dello scrittore-camminatore inglese Robert Macfarlane (Il volume Le antiche vie, elogio del camminare, Einuadi, 2013): “camminare per favorire la vista e il pensiero, e non il ritiro e la fuga; i sentieri non solo come mezzi per attraversare gli spazi, ma anche come vie per sentire, per essere, per conoscere” .

Richard Long, A Circle in the Andes
Richard Long, A Circle in the Andes

Infine se assieme al camminare la vostra curiosità va anche all’arte vi segnalo un artista anch’egli inglese, Richard Long, disegnatore del territorio, esponente della Land Art, che ha fatto del suo passo lo strumento per realizzare le sue opere d’arte. L’artista cammina e cammina in luoghi deserti, raccoglie pietre e le dispone in forme geometriche primarie, come strisce o cerchi, e lascia le sue tracce che si confondono con la natura.

Grrcchhrrblongbingbing!

PssstGDForse chi si aggira dalle nostre parti (intorno a Ginevra e regione, intendo) si sarà stupito vedendo dei cartelloni pubblicitari un po’ bizzarri. Su fondo bianco, infatti, grandi caratteri attirano l’attenzione con parole strambe tratte dal linguaggio colloquiale o da quello dei fumetti. Solo in un secondo tempo, a ben guardare, ci si accorge che essi sono un invito a recarsi al 28° Salone del libro di Ginevra che si terrà dal 30 aprile al 4 maggio al Palaexpo.

Una kermesse che per anni ha sofferto a causa della marginalità del mercato librario della Svizzera Romanda, ma che da qualche tempo ha ripreso vigore grazie agli sforzi delle due curatrici: Isabelle Falconnier, presidentessa del Salone, et Adeline Beaux, direttrice, che si sono profuse in un duro lavoro per cambiare completamente il volto di quella che sembrava una manifestazione destinata a morire.

Compito duro per queste due coraggiose soprattutto se si pensa alla situazione di Ginevra all’interno del sistema Svizzero. Territorio francofono, ma con tratti ben distinti, culturalmente e socialmente, dalla vicina Francia. Inoltre luogo di incontro per eccellenza di culture diverse che ne hanno un po’ appannato l’identità. Con tali presupposti la fiera, che aveva assunto nel tempo una patina antica, quasi polverosa, ha ricevuto un nuovo volto e una nuova vita grazie alla ventata idee apportate dalle due curatrici.

Basta dare uno sguardo al sito della fiera e alla lista degli avvenimenti programmati (dagli incontri con gli scrittori, alle tavole rotonde, ai premi letterari e sì anche agli atelier di bricolage) per comprendere quanta strada sia stata fatta.

Spazi dedicati al viaggio, al fumetto, al benessere personale, alla cucina, al libro giallo (con il suggestivo titolo di Scène du crime). E ancora il Padiglione della cultura araba, un nuovo spazio composto da una libreria tematica, da una palcoscenico e da un caffè-ristorante, in cui l’intenzione è quella di offrire momenti di scambio e scoperta interagendo con intellettuali e scrittori arabi.

E poi una finestra aperta sull’Africa e i suoi autori e sul Giappone, ospite d’onore di questa ventottesima edizione.

Insomma pare che il divertimento, come era intenzione delle curatrici, sarà assicurato un po’ a tutti!

Chiacchiere del lunedì

Delphine Boël, The Golden Rule blabla
Delphine Boël, The Golden Rule blabla

In casa mia la scorsa settimana è entrato per la prima volta il braccialetto per restare in forma. L’oggetto, tenuto per sempre al polso, mi dà indicazioni utili alla mia vita: mi dice se ho mangiato in modo moderato, come sta il cuore, se devo fare più attività sportiva e infine se le ore concesse al sonno ristoratore sono state sufficienti. Me lo metto al polso e mentre lo faccio mi domando se quel laccio è più simile a una manetta o a uno spirito guida che mi porterà alla salvezza.

images (2)Sul venerdì di Repubblica leggo che in Giappone finalmente sarà messo in vendita il reggiseno che si slaccerà solo quando la donna che lo veste sarà veramente innamorata (Silvio Piersanti, “Il reggiseno giapponese che scatta solo se c’è l’amore vero” Il venerdì de La Repubblica), di cui abbiamo parlato qualche settimana fa. Diabolico: ci metteranno dei sensori nella coppe che saranno in grado di individuare i cambiamenti dei ritmi cardiaci. Ma, sentite bene, il sensore è così intelligente che saprà distinguere se questi cambiamenti del cuore sono causati da sforzi, da sport o dall’incontro con il vero amore.

L’attacco al corpo e alla mente dell’essere umano è stato sferrato. Il computer saprà di noi più di quanto noi siamo in grado di percepire. Prevedo che accadrà cosa mi è successo con il navigatore della macchina: ora non posso più farne a meno dal momento che mi ha reso la vita più semplice, inoltre arrivo prima ovunque e più velocemente. E poi è inutile negarlo: usandolo ho perso il mio sesto senso, la capacità di orientarmi e un po’ di memoria. Come potrei adesso tenere a mente tutte le indicazioni chieste a passanti? O ancora, ditemi quanti di voi ricordano a memoria i numeri di telefono o le dosi per i dolci?

Il computer sempre di più diventerà la mia sfera di cristallo, e presto con un semplice clic saprò un sacco di cose su di me. Ma in cambio cosa cederò e cosa riceverò?

Guardo meglio quel braccialetto: un aggeggio tecnologico, un attentato alle mie capacità. Così decido di rimandare: lo indosserò il prossimo lunedì

Per ora, buona settimana

Procuratevi una “seduzione etrusca”

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È il titolo della mostra che è in corso a Cortona, nel palazzo Casali e fino al prossimo 31 luglio. Titolo quando mai appropriato se del caso cambiabile con termini più forti: fascinazione, forte attrazione, innamoramento.  Perché la mostra ha proprio un livello seduttivo, per chi volesse sia iniziare che approfondire gli studi sulla civiltà dell’antica Etruria. Civiltà – oggi lo si sa bene – non più “misteriosa”, come si pretendeva un tempo, quando si disquisiva sul come fosse nata ( la controversia questione delle origini), come sviluppata lungo i vaticinati dieci secoli (non però di consueta durata, ma contrassegnati entro eventi peculiari), quali i rapporti con i romani che li assorbirono, subendone e serbandone una profonda attrazione. Magari anche politica e culturale, se è vero che alcuni dei famosi re di Roma furono etruschi e che l’imperatore Claudio fu il primo etruscologo.

La seduzione viene dal fatto che questa mostra, una delle moltissime che negli ultimi decenni sono state fatte, per la prima volta presenta e documenta criteri informativi sulla nascita di quella disciplina che chiamiamo etruscologia. Sappiamo che fu iniziata nel Settecento, quando cominciarono ad emergere reperti dalle necropoli nelle cui ricche tombe giacevano da secoli raffinati arredi, opere d’arte, sculture, pitture che registravano i contatti con il mondo greco, testimoniavano un’ elegante cultura dominata dall’ignoto, garantivano che fra le popolazione italiche pre- romane gli etruschi avevano un ruolo di spicco.

Arringatore, Museo Archeologico di Firenze
Arringatore, Museo Archeologico di Firenze

La mostra di Cortona prende l’avvio dal viaggio che un giovane nobile inglese Thomas Coke (1697-1759) fece, imbarcandosi a Dover nel 1712, per il continente; accompagnato dal suo precettore e da un valletto. Quest’ultima figura risulta, ai nostri fini, importante : perché aveva fra i suo compiti di servizio quello di registrare tutte le mete del viaggio, le spese effettuate, i siti notevoli e quant’altro poteva comporre una specie di diario del memorabile. Cosi sappiamo che il giovane Thomas (poi primo conte di Leicester) compì quello che ai suoi tempi, come richiesto dal ceto cui apparteneva, era il Gran Tour nei paesi delle civiltà classiche. Sostò a Roma ed a Firenze si interessò, d’arte e di storia, rimase affascinato da questa civiltà che stava emergendo da un passato di cui poco si sapeva. Quel poco, però, faceva capire che era stata una grande civiltà : ed il giovane si procurò opere ( che grazie ai tombaroli – allora e non solo allora – erano disponibili ), insieme ad un trattato in latino dall’ erudito Thomas Dempster, la cui pubblicazione in Firenze fu finanziata proprio da Lord Coke: De Etruria Regali. Un titolo che è tutto un programma e che fa comprendere perché molti collezionisti, da allora, volessero reperti archeologici riconducibili a questa “regale” Etruria. Molti reperti, trovati nel territorio di Cortona ( al centro di quell’ Etruria classica compresa tra il Tevere e l’Arno) andarono a finire al British Museum; che ora, per la prima volta, li ha dati in prestino a Cortona nella quale, fin dal settecento era nata l’Accademia Etrusca. Cui si erano iscritti i più noti intellettuali dell’epoca e che aveva attirato l’attenzione di molti inglesi. Assai opportuno, quindi, il prestito generoso del British Museum; che unisce, al materiale dato altre opere ( la più conosciuta è la statua dell’ Arringatore dell’Archeologico di Firenze) che compongono un ampio e originale compendio culturale.

Buono come il pane

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Il modo migliore per chi ritorna in Italia durante le vacanze è quello di trascorrere un po’ di tempo attorno alla tavola, con gli amici più cari e i familiari più stretti.  In queste occasioni spezzare il pane acquista un valore di festa e fratellanza.

E dunque ora che anche queste vacanze sono terminate dedico questa giornata al PANE.

Il pane nella storia occidentale è sempre stato la base dell’alimentazione umana, fin dalle epoche classiche: tanto che oggi ogni cibo che lo accompagna, segnandone la preminenza, è detto companatico, ciò che accompagna il pane. Per Omero gli uomini sono mangiatori di pane, perché l’antico aedo attribuiva a questo semplice cibo la connotazione della civiltà umana. Semplice, ma frutto della cultura dei popoli, dato che richiede elaborazioni  che da civiltà a civiltà sono diverse. Un passo principale, nell’evoluzione dell’ uomo, fu compiuto quando il sapiens scopri la lievitazione  aggiungendo un pezzo di pasta avanzata al nuovo impasto. Ci si accorse che il prodotto diveniva più gonfio, più buono e digeribile. È il passaggio ultimo che veniva da precedenti tappe: le spighe arrostite, le polendine di cereali frantumati, fatte con acqua o latte, le focaccine azzime scaldate al calore delle pietre roventi, infine il pane che aveva subito un processo che il primo uomo vide corrispondente a quello della procreazione e vitalità. Un processo sacrale: ancora le nostre nonne e bisnonne, in campagna ed infornando il pane, tracciavano sulla pagnotta una croce. Perché con il calore si crepasse in modo giusto, ma anche e soprattutto perché era un dono del Dio, nell’ Eucarestia il corpo di Cristo. Rimangono curiose usanze tramandate nei tempi a testimoniare questi intrecci fra sacro e profano: si racconta in certe zone rurali  che le religiossisime donne infornando le pagnotte lievitate e segnate di croce dicevano ritualmente “cresci o pan come il c.. del cappellan”  (Piero Camporesi).

pane

Il cristianesimo ha sacralizzato il pane e lo ha caricato di simbologie. Sant’Agostino, per esempio, in un suo sermone, paragonò la formazione del pane a quella del perfetto cristiano. Anche quest’ultimo, creato per volontà del Signore, deve essere frantumato dalle avversità della vita, formato con l’aiuto della dottrina e dei ministri, impastato con l’acqua battesimale, cotto nel forno dello Spirito Santo riposto nel granaio sacro della Chiesa. Sul pane sono fiorite e sono state tramandate tante leggende: per dirne una, assai diffusa, le nonne raccontavano ai nipoti che durante la fuga in Egitto Maria e Giuseppe con il Bambino si affrettavano con l’aiuto di un ciuchino verso la salvezza. Ma gli sgherri di Erode erano vicini; la Sacra Famiglia trovò rifugio in una casa colonica e la Madonna nascose Gesù nel forno vuoto. I soldati frugarono ovunque, ed uno volle aprire il forno; ma c’era solo un pane. Certo, diceva a quel punto la nonna: perché il pane è il corpo di Cristo. Allontanato il pericolo il piccolo Gesù fu recuperato.

Questi modelli popolari, appunto tarati fra il sacro ed il profano, spesso indicanti il pane come metafora della vita, si sono trasferiti nei tanti detti e proverbi. Buono come un pezzo di pane, il pane non viene mai a noia, un pezzo di pane è buon sigillo alla stomaco; ma anche non si deve levare ad alcuno il pan di bocca, guadagnarsi il pane con il sudore della fronte, pan di sudore ha gran sapore. Mangia pane e coltello, si diceva di un poveraccio che aveva come cibo la sola pagnotta da affettare.

Proibitissimo sprecare il pane, e si dovevano raccogliere e rimpiegare le briciole che cadevano sulla tavola. Altrimenti – dicevano le nonne nella loro involontaria crudeltà narrativa – quando sei morto un angelo ti porterà a ritrovarle di notte  con un dito acceso.

Per questo articolo si ringrazia il contributo dello storico Alberto Cipriani di cui si ricorda il libro, Mangiare per vivere, 2005, Gli Ori